MISTERBIANCO: 17 FEBBRAIO ORE 10.30 70° ANIVERSARIO DEL SACRIFICIO DI ORAZIO COSTORELLA MEDAGLIA D’ORO AL VALORE CIVILE.

Cattura

   COMUNE  DI  MISTERBIANCO

 

  Orazio Costorella

     

Eroe della Resistenza  

  Medaglia d’Oro al valore civile

                         

                                70°Anniversario                 

                                                                                          17 febbraio 1944     17 febbraio 2014

   Nel giorno del sacrificio del nostro concittadino Orazio Costorella, fucilato per mano della barbarie nazista

  per non aver rivelato il nascondiglio dei suoi compagni partigiani

 

                                              lunedì 17 febbraio alle ore 10,30

 

l’Amministrazione Comunale lo ricorderà con una cerimonia pubblica

deponendo una corona di fiori  nel monumento

eretto in suo onore nell’omonima piazza

 

       La cittadinanza è invitata ad intervenire

 

 

 

 

 

   IlPresidente del Consiglio Comunale     Antonino Marchese     

    Il Sindaco    dott. Antonino Di Guardo

Lista Tsipras, l’impossibile si può fare. Dipende da te Fonte: il fatto quotidiano | Autore: Paolo Flores d’Arcais

 

“È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”. Non è un sognatore a parlare così, ma un classico del più esigente realismo politico, Max Weber.

La lista della società civile alle prossime elezioni europee, il cui nome verrà deciso con una consultazione on line sul sito www.listatsipras.eu durante questo weekend, corrisponde alla lettera ai canoni di questo realismo.

Sembrava un’impresa impossibile, la solita velleità di qualche intellettuale che gioca all’engagement (così ghignavano i soloni dell’establishment). Eppure, in pochi giorni, 24 mila cittadini hanno aderito, non con una firma tanto per mettersi a posto la coscienza, ma offrendo disponibilità a essere protagonisti attivi nel lavoro organizzativo e comunicativo per realizzare questa lista. E in forme artigianali, dunque talvolta a tentoni e con inevitabili errori, si stanno organizzando fin nelle più piccole città.

D’altro canto, le adesioni più note (da fratel Arturo Paoli, 102 anni, medaglia d’oro per la sua azione durante la Resistenza, figura imprescindibile del cristianesimo contemporaneo, a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, a Furio Colombo, Curzio Maltese, Adriano Prosperi, Lorenza Carlassare, Corrado Stajano, Moni Ovadia, Carlo Freccero. Andrea Scanzi, Luciano Canfora, Roberta De Monticelli, Ermanno Rea, Nadia Urbinati, Massimo Carlotto…) testimoniano di quanto sia ampio lo spettro dell’opinione pubblica che vive come una amputazione claustrofobica di democrazia la prospettiva che riduce la libertà di voto all’alternativa “o Renzi o Grillo”.

L’appello “l’Europa al bivio”, lanciato da Andrea Camilleri, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale (e chi scrive), dopo la giornata italiana di Alexis Tsipras (il leader greco in testa ai sondaggi nel suo paese, e che sarà il candidato alla presidenza europea di questa lista) sta dunque diventando realtà. L’“impossibile” – una lista autonoma della società civile che sfondi lo sbarramento del 4% – si sta rivelando un possibile in via di raggiungimento. Un acuto giornalista come Riccardo Barenghi, inizialmente assai scettico, lo ha riconosciuto su La Stampa in una cronaca esemplare per onestà. E l’ammissione che la “linea Tsipras” è l’unica ragionevole perché l’Europa (quella dei cittadini) non tracolli sotto le cure micidiali della cancelliera Merkel e della finanza d’azzardo, ogni giorno che passa fa nuovi proseliti e tra breve diventerà senso comune.

Non solo fra gli economisti riformisti, ormai perfino dentro il Pd. Lo riconosce Civati nel suo blog, lo riconosce Fassina in un lungo articolo su il manifesto. Peccato che entrambi, con impavido sprezzo della logica aristotelica, restando nel confortevole calduccio del Pd, continuino a portare vasi alla Samo della “Grosse Koalition” europea che Merkel e Schulz (candidato del Pd) hanno già messo nella bisaccia. Ma il coraggio…, come diceva un personaggio del Manzoni, con quel che segue.

Cambiare l’Europa si può. Cambiamo l’Europa, con Tsipras, è quindi il realistico messaggio, affidato a ciascun cittadino. Perché la concreta possibilità non si vanifichi, guardiamo però il bicchiere mezzo vuoto. Le difficoltà. Gli ostacoli. Le insidie.

150 mila firme, di cui almeno 30 mila in ciascuna circoscrizione (compresa quella che riguarda solo Sicilia e Sardegna) e almeno 3 mila in ciascuna regione (compreso il Molise e la piccolissima Valle d’Aosta), certificate da notai o pubblici ufficiali comunali: sono una enormità. Esprimono la ferrea volontà dei partiti già rappresentati in Parlamento di difendere gelosamente il loro monopolio, sbarrando la porta alla società civile e alle sue liste.

Una enormità. Che però si può raggiungere. Se una parte rilevante dell’associazionismo democratico, impegnato in questi venti anni in una miriade di lotte locali e nazionali, spesso vittoriose e poi “tradite” per mancanza di rappresentanza (l’acqua pubblica, ad esempio) si mobiliterà pienamente.

Se i ventiquattromila cittadini che hanno firmato non aspetteranno che “dall’alto” (siamo quattro gatti!) arrivino risorse organizzative, ma inventeranno tutti i modi per auto-organizzarsi, utilizzando il sito www.listatsipras.eu per coordinarsi e moltiplicare le energie.

Se i piccoli partiti che vogliono davvero combattere, in Europa come in Italia, il regime asfittico delle larghe intese sosterranno questa iniziativa senza pregiudiziali.

Se il mondo della cultura e della scienza vedrà un ampliarsi ulteriore delle adesioni, e se quello del cinema, della musica, dello spettacolo, vedrà fiorire uno slancio di passione civile e di impegno lucido e generoso, tanto più essenziale quando il monopolio mediatico d’establishment cerca di annegare una iniziativa scomoda nel silenzio.

Mentre la politica “politicosa” dei palazzi continua nelle sue beghe di potere, questi “se” possono trasformarsi in altrettanti “sì”, dimostrando che c’è un mare di cittadini pronto a riprendersi la politica anziché rassegnarsi.

Le elezioni europee e i trattati da rifare | Fonte: micromega | Autore: Luciano Gallino

Sulle condizioni di vita dei cittadini europei, già afflitti dalle politiche di austerità, incombono altri rischi presenti in alcuni trattati che la Ue si accinge a varare o sono appena entrati in vigore. Riguardano i salari pubblici e privati; i diritti del lavoro; le politiche sociali; lo stato della sanità pubblica; il sistema previdenziale; la sicurezza alimentare; infine la possibilità di una crisi economica ancora più grave dell’attuale. Le prossime elezioni europee offrono una importante occasione sia per cominciare finalmente a discutere in pubblico di tali rischi, sia per fermare un paio dei trattati ancora non sottoscritti perché su di essi il Parlamento europeo ha diritto di veto.

Un trattato che potrebbe venire subito bloccato da Strasburgo è quello sull’Unione bancaria. L’idea alla base era valida: impedire che in futuro l’eventuale dissesto di grandi banche private sia di nuovo caricato sul bilancio pubblico dello Stato in cui hanno sede, com’è avvenuto dal 2008 in poi. Ma la bozza varata nel dicembre scorso contiene gravi difetti. L’autorità per accertare se una banca è in difficoltà e avviare al caso una procedura di fallimento o amministrazione controllata (resolution) sarebbe affidata alla sola Bce. Il che da un lato attribuisce alla Bce un potere enorme, dall’altro lascia fuori dall’Unione bancaria il Regno unito, poiché non fa parte dell’Eurozona; il quale non solo è la maggior area finanziaria del continente, con tre banche sulle prime venti (Hsbc, Barclays e Royal Bank of Scotland) che totalizzano 7 mila miliardi di dollari di attivi; è pure il Paese in cui nella primavera 2008, quindi prima ancora che in Usa, si verificarono i maggiori disastri bancari.

Inoltre il meccanismo di risoluzione è complicatissimo, e può richiedere mesi per venire attivato, mentre una banca può entrare di crisi in un paio di giorni, e in altrettanti deve essere salvata o lasciata fallire. Il capitale che le banche stesse dovrebbero accantonare — con calma, entro il 2026 — per salvare le consorelle in crisi è di 55 miliardi: somma ridicola, se si pensa che il solo crollo della Hypo Real Estate nel 2009 costò al governo tedesco 142 miliardi. Ma il difetto peggiore della bozza dell’Unione bancaria consiste nell’avallare l’idea che la crisi apertasi nel 2008 fosse dovuta a difetti di regolazione del sistema bancario, piuttosto che a un modello d’affari fondato sulla creazione esponenziale di debito. Sulla strada di questo trattato si profila al momento un grosso ostacolo. Infatti il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ha già dichiarato che lo considera un pessimo errore, per cui il Parlamento voterà no. Ma di certo il suo compatriota-avversario Schäuble insisterà per ripresentarlo dopo le elezioni.

Un’altra minaccia pendente sulla testa degli europei è il Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). La Ce ha tenuto centinaia di riunioni riservate con gli americani per varare un accordo che offre allecorporationsUsa mano libera nella Ue, scavalcando qualsiasi legge che ostacoli le loro attività in Europa, e a quelle europee di fare altrettanto in Usa. Basti pensare che gli Usa non hanno mai sottoscritto le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro concernenti la libertà di associazione sindacale; il diritto a contratti collettivi in tema di salari; la parità di retribuzione uomodonna; il divieto di discriminazione sul lavoro a causa di differenze di etnia, religione, genere, opinione politica. Se il Ttip fosse approvato, le migliaia di sussidiarie americane operanti in Europa potrebbero rifiutarsi di applicare tali convenzioni. Le medesime società potrebbero anche ignorare la legislazione europea in tema di ambiente, controlli sui generi alimentari, divieto di usare ogm, sostanze nocive negli ambienti di lavoro; una legislazione che nell’insieme è assai più avanzata di quella americana. Pertanto il Ttip è stato accusato da numerose Ong di essere un progetto politico inteso ad asservire ancor più i lavoratori ai piani dellecorporations, privatizzare il sistema sanitario, e sopraffare qualsiasi autorità nazionale che volesse ostacolare il loro modo di agire.

Contro la minaccia del Ttip si ergono fortunatamente degli oppositori di peso. Uno potrebbe essere di nuovo il Parlamento europeo, visto che questo ha già bocciato nel 2012 un progetto analogo che si chiamava Acta (Accordo commerciale contro la contraffazione). Esso avrebbe esteso grandemente la sorveglianza elettronica non solo sui siti web, ma perfino sui pc dei privati. Un altro oppositore è nientemeno che il Senato Usa, dove il leader della maggioranza demo-cratica, Harry Reid, pochi giorni fa ha respinto la richiesta del presidente Obama di aprire all’esame del Ttip (e di un trattato gemello con l’Asia) una “pista veloce” (fast track). Ciò comporterà un cospicuo allungamentodei tempi per la discussione del Ttip, piaccia o no a Bruxelles.

Poi c’è il Patto fiscale, cheda quest’anno obbliga gli stati contraenti a ridurre il debito pubblico al 60 per cento del Pil o meno, al ritmo di un ventesimo l’anno. Il Pil italiano 2013 è stato di 1560 miliardi. Il debito si aggira sui 2060 miliardi, pari al 132 per cento del Pil. Gli interessi sul debito superano i 90 miliardi l’anno, con tendenza a crescere, di cui 80 pagati con l’avanzo primario (la differenza tra le tasse che lo stato incassa e quello che spende in stipendi, beni e servizi). Per scendere alla quota richiesta dal Patto, che varrebbe 940 miliardi, bisognerebbe quindi recuperare 1.120 miliardi. Divisi per venti, fanno 56 miliardi l’anno. Dove li prende tanti soldi, per quasi una generazione, uno stato che ha incontrato gravi difficoltà al fine di trovare due o tre miliardi una tantum per eliminare l’Imu? Naturalmente, ecco levarsi il ditino ammonitore degli esperti neoliberali: ciò che conta non è il valore assoluto del debito da scalare, bensì il rapporto debito/Pil. Certo, se il Pil crescesse in termini reali del 4 per cento l’anno, pari a oltre 62 miliardi nel 2014 e poi via a crescere, il Patto fiscale farebbe meno paura. Accade però che le previsioni più ottimistiche non vadano al di là dell’1 per cento o meno per molti anni a venire. Con questo tasso di crescita, risulta impossibile far fronte all’impegno assunto.

Le soluzioni potrebbero essere diverse, tra le quali chiedere alla Ue di ridiscutere il trattato escludendo dal rapporto debito/Pil la colossale spesa per interessi. Ma in fondo il problema non è il suddetto rapporto. È l’idea che a forza di contrarre la spesa pubblica si arrivi a ripagare il debito. Grazie a tale idea perversa, lo stato italiano sottrae all’economia 80 miliardi l’anno, a causa di un iugulatorio avanzo primario usato solo per pagare gli interessi (e non tutti), facendo così precipitare il Paese in una spirale inarrestabile di deflazione. In altre parole, l’austerità imposta da Bruxelles sta soffocando l’economia italiana, dopo la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna. Sarebbe un grande tema da sottoporre al più presto a una discussione pubblica, insieme agli altri indicati sopra, e adattissimo per l’agenda del Parlamento europeo; a condizione, ovviamente, di mandarci qualcuno il quale non pensi che l’austerità e il resto siano una cura mentre sono il malanno.

Renzi, il neodemocristiano che sfrutta privatizzazioni, crisi delle banche e agenzie di rating Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Di che malattia è morto il Governo Letta? Ma davvero può bastare l’esuberanza di Matteo Renzi a spiegare l’ennesima crisi “extraparlamentare”? No, ovviamente. E non crediamo nemmeno che il grande amore del segretario del Pd per Silvio Berlusconi possa bastare a far quadrare il ragionamento. Renzi è spregiudicato, ma non di suo. Ha semplicemente capito che con le elezioni europee alle porte, lo spread in fase calante, e due partite capitali da giocare, quella sulle privatizzazioni e sulle banche davvero non valesse la pena infilarsi in estenuanti balletti tattici dentro il Pd.

C’è una constatazione di fondo da fare sulla “crisi della politica”. Che vale doppio quando viene calata in un periodo di forte crisi economica. E il discorso quindi non può che spostarsi sugli elementi strutturali di questa fase. Alcuni, come la presione delle agenzie di rating che, guarda caso, proprio oggi potrebbero far calare il loro verdetto negativo sull’Italia, non sono certo così estranei rispetto alla crisi politica.

Il voltafaccia di Confindustria e sindacati a Letta non è stato certo lieve. Un voltafaccia che è dettato da precise ragioni economiche e sociali, e dalla pressoché totale mancanza di un dialogo costruttivo con il Governo. Lo stile “montiano” di Letta alla fine ha snervato le parti sociali, che letteralmente non ce la fanno più ad andare avanti di sole promesse. Il mondo delle imprese oramai è allo stremo. Si vanno preparando con sempre maggiore frequenza iniziative e manifestazioni un po’ in ogni parte d’Italia. E’ evidente che alcuni equilibri interni stanno cambiando. E nessuno, tra i rappresentanti istituzionali, ha così tanta voglia di rischiare. La filosofia estrema di Letta-Monti è quella di lasciare che il mercato mieta le sue vittime. Non si riesce ad abbassare il costo del lavoro attraverso le cosiddette riforme del lavoro? Bene, lasciamo che la disoccupazione agisca come un calmieratore naturale. Per il resto si fa quel che si può. L’accattonaggio messo in piedi sul caso Alitalia, per esempio, è quasi emblematico. C’è uno stile anche nel mettere le toppe. E Letta si è mantenuto ampiamente al di sotto dello standard.
Non che con Renzi si possa andare meglio, certo. Il punto è che l’impronta fortemente democristiana del “rottamatore” gli consentirà di approcciare il problema da un altro punto di vista, quello della ricerca del punto di equilibrio tra le varie lobby di potere. E’ questo il tema di fondo della politica italiana nel pieno della crisi economica. Solo uno in grado di fare il vero democristiano può almeno tentare di scalare l’ardua cima della stabilità. Una stabilità che, va detto con chiarezza, non è basata sulla distribuzione di gettoni e prebende, visto che la crisi non lo consente, ma sul criterio del “pronto soccorso dopo la bomba del kamikaze nel centro della città”. Chi salviamo dalla devastazione? Un tragico gioco della torre che non ha più alcuna connessione con la politica, e meno che mani con il Parlamento.
Letto da questo punto di vista il colpo di mano di Renzi ha un sapore amaro, forse l’unico possibile però.
Due sono le partite sulle quali esercitare questa inconsueta arte della mediazione: le privatizzazioni e, collegata a questa, il sistema del credito.
Le privatizzazioni sono da sempre una grande occasione per la formalizzazione di cordate e lobby attorno ad argomenti molto concreti. Se l’entità della torta è quella che dice Saccomanni, circa otto miliardi, va da se che l’occasione è davvero straordinaria. Ci sono due settori, quello della sanità e quello dei trasporti, che da sempre rappresentano terreni di caccia molto vicini alla politica, e più che consolidati. Si tratta solo di operare le forzature giuste a favore di questa o quella lobby, locale o nazionale. Senza parlare della macchina dello Stato o, ancora meglio, della grande partita finanziaria che si sta aprendo sull’Inps o sulla Cassa depositi e prestiti.
Più drammatico e complicato lo scenario che si sta giocando negli istituti di credito. Le banche sono strette in un tridente davvero senza precedenti. Da una parte devono passare le forche caudine della supervisione della Bce e dei famigerati stress test, la cui natura politica non è certo in discussione nonostante la facciata “tecnica” e “rigorista” di Draghi e dell’Eurotower. Basta vedere a questo proposito il mercinomio in atto con la Germania. Secondo, il livello delle sofferenze sta raggiungendo livelli di guardia con una velocità che molti giudicano sorprendente. E la ragione è proprio legata alla crisi. E al legame che la crisi finanziaria ha stabilito con l’economia reale. Così mentre per le famiglie la situazione può essere considerata relativamente tranquilla, per le imprese siamo al dramma totale. Per quanto riguarda le sofferenze, il tasso di crescita in 12 mesi rilevato nel dicembre scorso e’ stato del 24,6 per cento, contro il 22,7 per cento a novembre. In totale le sofferenze lorde di sistema hanno raggiunto e superato la rispettabile cifra di 155 miliardi di euro. Ma, con ogni probabilita’, il dato
reale e’ molto, molto superiore.
Terzo, i titoli di Stato. Le banche devono continuare a mantenere la fedeltà che gli è stata da sempre imposta. E questo costa flaconi di sangue. In una situazione del genere molte banche salteranno, soprattutto a livello locale. Chi salvare? Non occorre ogni volta ripetere che saltando la funzione storica di Mediobanca ed essendo che alcuni punti di riferimento stellari come Fiat non esistono praticamente più il sistema non ha alcuna capacità di ricomposizione interna. Per forza di cose serve un uomo in grado di sapersi muovere con perizia ed intelligenza. Un uomo, ovviamente, eterodiretto dalle vere centrali di potere che stanno all’estero ed hanno in Napolitano l’unico vero garante della situazione politica italiana.

La rabbia della città uccisa dalla Fiat Fonte: il manifesto | Autore: Chiara Giarrusso

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Dodici anni dopo Ter­mini Ime­rese torna a strin­gersi ancora una volta attorno ai 1.200 ope­rai della Fiat e delle aziende dell’indotto, il cui futuro è appeso a un filo. Da novem­bre del 2011 la fab­brica è chiusa e per le tute blu il lavoro in catena di mon­tag­gio è diven­tato ormai un ricordo: da due anni sono in cassa inte­gra­zione e ci reste­ranno ancora per altri 4 mesi, ma senza solu­zioni indu­striali, lo spet­tro del licen­zia­mento è con­creto. Una mani­fe­sta­zione così impo­nente non si vedeva dal 2002, quando la chiu­sura della fab­brica sici­liana del Lin­gotto era solo un’ipotesi. Oggi , invece, è la realtà. Ancora una volta la città è tor­nata a scio­pe­rare «per­ché la crisi della Fiat è un dramma per tutti, ha messo in ginoc­chio il ter­ri­to­rio, non fa sconti a nes­suno», dicono i promotori.

Migliaia di per­sone, cin­que­mila, secondo i sin­da­cati, hanno par­te­ci­pato alla mobi­li­ta­zione gene­rale orga­niz­zata da Fim, Fiom e Uilm, alla vigi­lia della riu­nione al mini­stero dello Svi­luppo eco­no­mico, che avrebbe dovuto svol­gersi que­sto pome­rig­gio. Avrebbe, per­ché la crisi di governo ha fatto sal­tare l’appuntamento romano. Del resto hanno atteso più di quat­tro anni solu­zioni indu­striali, mai arri­vate, per il rilan­cio del polo indu­striale ter­mi­tano. Ed ora il tempo è tiranno e incalza: se entro metà aprile non arri­vano solu­zioni, c’è il rischio che pos­sano essere avviate le pro­ce­dure di licen­zia­mento collettivo.

In piazza sono scesi com­mer­cianti, arti­giani, stu­denti, sin­daci delle Mado­nie con i gon­fa­loni per chie­dere lavoro e svi­luppo, per­ché senza occu­pa­zione non c’è futuro. Con gli ope­rai c’erano anche gli stu­denti delle scuole supe­riori. «Siamo qui — spiega Flo­riana Mil­lonzi, 18 anni, stu­den­tessa del liceo scien­ti­fico — per­ché viviamo in prima per­sona le con­se­guenze della chiu­sura dello sta­bi­li­mento, abbiamo paura per il futuro» . Anche la Chiesa ha uffi­cial­mente ade­rito alla mani­fe­sta­zione, con i par­roci in prima linea, insieme ai metal­mec­ca­nici. «Chi ha avuto il man­dato dal popolo fac­cia qual­cosa. Sul mondo del lavoro sono calate le tene­bre. Gli ope­rai sono rima­sti senza nulla in mano», accusa l’arciprete di Ter­mini Fran­ce­sco Anfuso, da sem­pre al fianco dei metal­mec­ca­nici siciliane.

Al pas­sag­gio del cor­teo delle tute blu le sara­ci­ne­sche di molti negozi erano abbas­sate: alcune in segno di soli­ta­rietà, altre per­ché non hanno retto alla spi­rale reces­siva e hanno chiuso. Dall’inizio dell’anno, secondo i dati di Casar­ti­giani, sono scom­parse dal tes­suto pro­dut­tivo 100 aziende arti­giane. «La situa­zione è dram­ma­tica — dice Giu­seppe Pro­fita dell’associazione di cate­go­ria — su 100 aziende chiuse in appena 43 giorni, ne sono state aperte 50 che però soprav­vi­vono per appena un seme­stre. E’ aumen­tato il lavoro nero, c’è un intero ter­ri­to­rio in ginocchio».

Sulla ver­tenza dei 1.200 ex ope­rai Fiat inter­viene da Roma anche il mini­stro dello Svi­luppo eco­no­mico Fla­vio Zano­nato. «Stiamo lavo­rando per garan­tire gli ammor­tiz­za­tori — assi­cu­rato — ma la cosa fon­da­men­tale è rimet­tere in moto l’attività pro­dut­tiva, lavo­riamo per tro­vare solu­zioni indu­striali, stiamo par­lando con la ’Mossi e Ghi­solfi’ e garan­ti­remo anche la coper­tura degli ammor­tiz­za­tori». Per i sin­da­cati «la ver­tenza deve tor­nare a Palazzo Chigi e la Fiat deve assu­mersi le pro­prie respon­sa­bi­lità, tor­nando a pro­durre in Sici­lia».
A chiu­dere la mani­fe­sta­zione il lea­der della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini: «Nei tavoli mini­ste­riali si è gio­cato allo sca­rica barile è accusa -. Se si vuole fare una cosa seria serve un coor­di­na­mento tra mini­steri e isti­tu­zioni e un solo luogo dove discu­tere. Il governo gioca un ruolo deci­sivo la ver­tenza della Fiat di Ter­mini Ime­rese. La par­tita è com­pli­cata, ma non pos­siamo accet­tare che la Fiat si pre­senti al tavolo da osser­va­tore. È il momento dei fatti se si vuol dare una pro­spet­tiva, abbiamo biso­gno che la Fiat non si tiri fuori dal tavolo. Chie­diamo ammor­tiz­za­tori sociali per tutto il 2014 e il ritiro dei primi licenziamenti».

I primi licen­zia­menti hanno col­pito gli ope­rai dell’indotto: Lear e Cler­prem, che pro­du­ce­vano sedili e imbot­ti­ture per Fiat hanno detto no alla pro­roga del para­ca­dute sociale per altri sei mesi e dal primo gen­naio hanno avviato la mobi­lità per i loro 174 addetti. Giu­seppe Laz­zaro è uno di loro. Ha lavo­rato per anni alla catena di mon­tag­gio assem­blando sedili poste­riori nella Lan­cia Y, l’ultimo modello pro­dotto dalla Fiat in Sici­lia. «Non si può andare avanti così – dice acco­rato -, ho un bimbo pic­colo, mia moglie fa qual­che lavo­retto. Non mi aspetto più nulla, nem­meno dall’incontro di domani (oggi ndr) al mini­stero». Incon­tro poi saltato.