La guerra di mafia nascosta a Roma da: antimafia duemila

grande-raccordo-criminaleAnticipazione da “Grande Raccordo Criminale” di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti per Imprimatur/editore in uscita il 26 febbraio
di Pietro Orsatti – 12 febbraio 2014
«Gente che è ‘scita dar gabbio carica a pallettoni che è ‘nnata subito a incassà cambiali, artri che er gabbio l’hanno solo sfiorato e zitti zitti hanno investito, se so’ ripuliti, hanno continuato a fasse li cazzi loro. Co’ tutti, co’ quelli de fuori, co’ li calabresi, li siciliani, li zingari e poi le banche e li politici e li palazzinari. I sordi so’ tanti e la fame pure. Ricordatelo questo. Poi te sorprendi che ce scappa er morto?»
Il morto? Sarebbe meglio dire i morti: due, dieci, venti. Più di sessanta negli ultimi anni fra Roma e l’hinterland in una serie di esecuzioni con una cadenza allarmante. E poi minacce, feriti, attentati a cantieri ed esercizi commerciali.
L’alba della mattanza per la presa di Roma inizia nel 2007. Mentre a pochi chilometri si commemora l’anniversario della breccia di Porta Pia, quattro colpi di arma da fuoco rompono la quiete di un quartiere della Roma “bene” incastrato fra la città e il litorale. A Casalpalocco, quello sfottuto da Nanni Moretti in Caro Diario, tutto «videoregistratori e pantofole», cade a terra gambizzato un pezzo da novanta della “mala”. Vito Triassi, esponente della potente famiglia di Cosa nostra siciliana dei Caruana-Cuntrera definiti i Rothschild della Mafia, non è lì di passaggio, la sua “famiglia” si è insediata nel litorale romano fin dagli anni Settanta. Lui, “er Mafia”, è a terra con le gambe spezzate, tra i prati all’inglese e il barbecue da giardino. “Er Mafia” si rialza, ma i proiettili non si fermeranno più. Si sparerà ovunque. Non è più tempo di pace armata: è l’inizio della guerra. Una guerra di mafie che porterà a cinque anni di escalation criminale e di cadaveri a terra.

Undici colpi di pistola crivellano il corpo di Vincenzo Femia, un pluripregiudicato calabrese genero del mammasantissima Peppe Nirta. La sua famiglia, attiva da vent’anni a Roma, è stata coinvolta persino nel sequestro di Paul Getty III, il nipote del magnate americano del petrolio, e nel mancato rapimento del campione della Roma Paulo Roberto Falcao. Femia sarebbe stato ucciso perché contrario all’apertura nella Capitale di un nuovo “locale” della ‘ndrangheta, collegato alle famiglie di San Luca. «L’omicidio di Femia rappresenta un segnale importante, un campanello d’allarme sulla presenza della ‘ndrangheta a Roma – ha dichiarato il procuratore aggiunto Michele Prestipino dopo gli arresti dei presunti killer – si tratta di uno dei tanti omicidi frequenti nella provincia di Reggio Calabria, dove ho lavorato. Bisogna però fare una riflessione sul fatto che sia accaduto a Roma. Dovunque la ‘ndrangheta si stabilizza, porta con sé tutto quello di cui è capace, dagli affari illegali all’omicidio, considerato dalla criminalità organizzata sempre l’extrema ratio per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Questo sta accadendo anche a Roma».
Pochi giorni dopo, dall’altra parte della città, a Casalotti, Antonio Bocchino, qualche precedente per spaccio e accusato di essere stato coinvolto in un tentato omicidio (poi è stato assolto) esce da casa per accompagnare i figli a scuola. Due killer si fingono poliziotti in borghese, agitano la paletta, lui si ferma. Lo freddano con cinque colpi di pistola. In una calda mattina di luglio, nel quartiere Delle Vittorie, tra avvocati con la ventiquattrore e mamme con passeggino, due sicari esplodono nove colpi e poi fuggono in moto. E qui sfuma l’illusione della criminalità di borgata, perché Delle Vittorie è al centro della Capitale. Nel 2011 cade a terra Flavio Simmi, trentenne romano, figlio di “Robertone”, proprietario di un ristorante e di un negozio di “compro oro”, indicato dagli inquirenti come vicino ad ambienti della vecchia banda della Magliana, poi assolto.
Nel giugno 2013 la Mobile di Roma smantella un’organizzazione criminale, tra le province di Roma e Perugia, dedita al traffico internazionale di stupefacenti. Gli arresti sono scaturiti dalle indagini sull’omicidio di Simmi e hanno fatto finire in manette anche un poliziotto e un tassista. La base principale era un residence nel quartiere bene di Prati, dove la droga era nascosta all’interno di quadri e souvenir.
Lì, a due passi da piazza San Pietro, dal castigato sportello dello Ior, la Banca del Vaticano, dove per troppo tempo un vorticoso giro di soldi s’è impaludato. Soldi della malavita romana, della ‘ndrangheta, di Cosa nostra, della camorra e poi dei servizi deviati e dei massoni “coperti” della P2. Un aperitivo da “Vanni”, un po’ di shopping in via Cola di Rienzo e poi un’enclave finanziaria e impenetrabile sigillata dentro la città eterna al centro della Capitale di questo buffo Paese. «Me stai a cojionà? Famo a capisse. Se c’hai ‘n paradiso fiscale dietro casa, che ce poi annà a versà li sordi co’ l’autobus, me spieghi perché annasse a mette co’ quelli de Bahamas, delle Cayman? E te credo che quelli della banda de la Magliana c’aveveno l’accordi co’ li monsignori. A Roma a nessuno je và de faticà». Altra Marlboro, altro “peroncino”. Scintillio d’oro e di denti scheggiati. Logica inconfutabile.
Se devi capire la Roma dei palazzi del potere e delle periferie disperate e violente non puoi far finta che il passato, non solo criminale, non pesi e molto in quello che accade oggi. Soprattutto, devi evitare di considerare questa città una come tante altre. Roma è la Capitale, sede del potere politico nazionale, delle decisioni finanziarie e di indirizzo economico, degli apparati dello Stato, compresi i servizi segreti, dei ministeri, della Chiesa e anche della massoneria. Roma è il raccordo, il centro dei ricatti. Quello che avviene in questi anni ha radici antiche, si basa su rapporti che si sono stabiliti attraverso il sangue.
Bisogna capire, partendo proprio dai protagonisti di un passato che è solo apparentemente remoto. «La banda della Magliana – si legge nella relazione conclusiva della Commissione antimafia del 1993 presieduta da Luciano Violante – centro di incontro spontaneo degli esponenti delle bande locali più rappresentative (Diotallevi, Giuseppucci, Balducci, Abbruciati) con usurai-costruttori (come Danilo Sbarra, Spurio Oberdan), affaristi e speculatori legati a politici, notabili ed esponenti dei servizi segreti e della massoneria (Pazienza, Carboni, Gelli), nonché un gruppo di mafiosi siciliani, il cui principale rappresentante è Pippo Calò. Attorno alla banda della Magliana gravitano pure elementi della “Nuova Camorra Organizzata” come Raffaele Cutolo e i suoi uomini. Nel 1978 esponenti dei gruppi terroristici neofascisti di Terza Posizione e Nar guidati da Valerio “Giusva” Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati entrano in contatto con l’ambiente dei ricettatori e degli usurai controllato da Giuseppucci, e per questa via con l’intera banda. I neofascisti instaurano così un rapporto organico con la banda della Magliana». Rileggendo quelle pagine di un organo del Parlamento che ha gli stessi poteri della magistratura, scritte quando la stagio ne delle stragi del ‘92 e ‘93 non è stata ancora chiusa, tornano in mente altre righe spietate di quasi vent’anni prima. «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’al tra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). […] Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti que sti nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». Era il 15 novembre del 1974 quando Pier Paolo Pasolini pubblicò quello che proba bilmente rimane il suo più famoso scritto corsaro. Parole che fanno da sfondo senza tempo alla mattanza silenziosa di oggi. Una progressione che va avanti, a fasi alterne, da decenni.
L’urbe eterna: i palazzi della politica e la guerra sotter ranea fra le mafie che controllano, condizionano, intimidiscono. E mandano messaggi. Sia a chi vince sia a chiperde.
Il 28 maggio 2013, mentre i telegiornali mostrano gli exit pool del primo turno delle elezioni per il sindaco e i candidati si preparano a fare dichiarazioni a favor di telecamera, fuori dal circo mediatico, ancora spari, an cora sangue. All’alba a Tor Sapienza, borgata a ridosso della Prenestina, un pensionato sessantaduenne, Claudio D’Andria, con un piccolo precedente per droga risalente al 2004, viene ucciso per strada con un unico colpo di pistola alla testa. Un’esecuzione.
Poche ore dopo, a Focene, sul litorale a nord a due passi dall’aeroporto di Fiumicino, un uomo suona alla porta di una casa. Apre un quarantenne. Un altro colpo alla testa, un’altra esecuzione.
Non è ancora finita. Pochi chilometri più a sud, ad An zio, sempre sul litorale, una raffica di proiettili bombarda un’auto con due giovani a bordo. Loro cercano di fuggire, i killer non gli danno tregua. Uno muore, l’altro è in fin di vita. Di quest’ultimo assassinio si dirà che di mezzo ci fosse una storia di donne. Ma le coincidenze sono tante. Troppe.
Poche settimane prima, tra i santini della campagna elettorale e papa Francesco che celebra il suo primo sabato Santo, un uomo con un casco integrale in testa entra in un bar di Tor Bella Monaca – un quartiere-città, isola nel nulla della periferia romana, edilizia popolare per esclusione sociale. Fa uscire con calma gli avventori e uccide il proprietario, Serafino Maurizio Cordaro, davanti al figlio.
Poi esce e se ne va.
Omicidi che portano messaggi. Perché quando si arriva ad ammazzare è anche per far capire qualcosa: i morti parlano. Cordaro, ricordano gli inquirenti, anni prima sarebbe stato coinvolto con la banda della Marranella negli anni Novanta, una “batteria” che tentò di riprendersi parte degli spazi lasciati dalla banda della Magliana.
E la conta dei morti ammazzati scandisce la normalizzazione della percezione del fenomeno criminale, di quell’intreccio romano di mafie, servizi deviati, politici corrotti partecipi o manipolatori, affaristi senza scrupoli, destabilizzatori ed eversori fino a veri e propri terroristi riciclati – e mai andati in pensione – diventati a volte personaggi presentabili, anzi, classe dirigente, uomini d’affari con tanto di certificato da parte della politica e dei salotti buoni.

Approfondimenti: granderaccordocriminale.wordpress.com

“PREMIO PER LA PACE GIUSEPPE DOSSETTI”

 

Il Comune di Cavriago, il Comune di Reggio Emilia,  la Provincia di Reggio Emilia, la Regione Emilia-Romagna promuovono il:
“PREMIO PER LA PACE GIUSEPPE DOSSETTI”
con l’obiettivo di promuovere e diffondere la cultura della pace, intesa come cultura dei diritti della persona, della solidarietà sociale, della democrazia e del dialogo tra i popoli.
Il premio, è rivolto a cittadini o associazioni che negli ultimi tre anni abbiano compiuto “azioni di pace” coerentemente con i principi affermati da Giuseppe Dossetti nella sua vita.
Per partecipare al premio è necessario inviare, via fax (0522/576680) o email (info@csl-cremeria.it), il modulo di candidatura scaricabile dal sito www.csl-cremeria.it o dal sito www.comune.cavriago.re.it.
I moduli di candidatura devono essere inviati entro il entro il 25 marzo 2014, per le candidature inviate tramite posta ordinaria farà fede il timbro postale.
All’associazione vincitrice sarà consegnato un premio in denaro di € 4.000.
Al singolo cittadino vincitore del premio sarà consegnata come premio un’opera grafica d’autore.
Per informazioni

Enrica Testa

Segreteria Organizzativa Premio Dossetti

Centro Studio e Lavoro “La Cremeria” srl

Via Guardanavona 9, 42025 Cavriago (RE)
Tel 0522/576911 – Fax 0522/576680

Ufficio Stampa ANPI Nazionale: Al Direttore del quotidiano “Libero”

Abbiamo letto sul giornale da lei diretto, dell’11 febbraio, un articolo intitolato “L’ANPI sputa sulle foibe: inutile parlarne”.

Teniamo a precisare:

1.    – che l’ANPI non “sputa” né sulle foibe né su altro, essendo la sua attività sempre improntata al massimo  rispetto delle persone e della verità storica;

2.    – che la Presidente dell’ANPI di Trieste e Vice Presidente Nazionale dell’Associazione, Stanka Hrovatin – che nell’articolo subisce pesanti critiche ed attacchi, sulla base di notizie non corrispondenti alla verità – ha rilasciato un’intervista al GR1, di cui poi ha mandato copia al quotidiano “il Piccolo”, che qui sotto si riproduce. L’intervista basta da sola a smentire tutte le illazioni, le accuse, le insinuazioni che vengono rivolte alla stessa sulla base di frasi che non ha pronunciato o di cui è stato completamente distorto il senso.

La materia degli esuli istriani, dei confini orientali, delle foibe è di estrema delicatezza e, anche per il rispetto al dolore ed ai sacrifici di tante persone, che hanno sofferto e soffrono, dovrebbe essere affrontata senza inutili speculazioni e nel quadro di pacate riflessioni, basate sui dati storici, e di un civile confronto, per il quale l’ANPI è e sarà sempre disponibile.

Saluti.

Secondo me gli eventi vanno inquadrati in un contesto storico, vale a dire in quello del secondo conflitto mondiale di cui nell’occasione odierna si evita di parlare. Va detto con chiarezza: chi fu a preparare la guerra, chi aggredì le popolazioni inermi, chi la combatté. E’ giusto conservare la memoria del passato, sia essa dolorosa o meno.  Non si deve, però, consentire che la negatività del passato incida sul nostro presente, specialmente sulle giovani generazioni cui il mondo d’oggi non offre prospettive: infatti, il 46% dei giovani in Italia è senza lavoro, il 52% dei giovani in Croazia, e ciò vale anche per la Slovenia. Pensiamo soprattutto ad essi e superiamo i dissidi e le incomprensioni del passato. Andiamo avanti” – Stanka Hrovatin – Intervista rilasciata il 10/02/2014 al GR1

No Tav, oltre le previsioni il sostegno a Perino, Bellone e Vair per la condanna al risarcimento Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

“Non abbiamo parole per descrivere quanto stiamo provando tutti e tutte. Abbiamo raggiunto oggi la cifra che Alberto, Loredana e Giorgio erano stati condannati a pagare”. Cosi’ i militanti No Tav annunciano on line di aver raccolto i soldi che consentiranno a tre attivisti di pagare il risarcimento riconosciuto dal tribunale civile di Torino a Ltf. Il 15 gennaio scorso il leader No Tav Alberto Perino, e altri due militanti, Loredana Bellone e Giorgio Vair, erano stati condannati dal tribunale civile di Torino a pagare un risarcimento di quasi 192mila euro, oltre alle spese legali, alla societa’ responsabile della sezione transfrontaliera della Tav, per aver ostacolato, nel gennaio 2010 un sondaggio in localita’ Traduerivi a Susa. “Avevamo chiesto appoggio e solidarieta’ concreta ai notav di tutta Italia e la risposta e’ stata incredibile” scrivono sul loro sito riferendo di aver raccolto 220.786,8 euro. “Abbiamo fatto diventare un bonifico – aggiungono – un atto di resistenza! Ci batteremo in ogni modo per farla trovare lunga ad Ltf a cominciare dal processo”. Solidarieta’ arriva dai parlamentari piemontesi del Movimento 5Stelle “adesso – dicono – e’ importante proseguire lungo questo percorso: bisogna sostenere gli oltre 500 No Tav inquisiti e le spese legali da affrontare sono ancora molte. Noi proseguiamo la nostra attivita’, fieri di portare in Parlamento la voce del popolo No Tav”.

Fiat, un anno di cassa integrazione a Mirafiori. Allarme Fiom, ma Fim e Uilm fanno spallucce Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Proroga di un anno della cassa integrazione per ristrutturazione alle Presse di Mirafiori. I sindacati si aspettavano di aprire una trattativa sugli incrementi salariali e invece è arrivata un’altra bella fetta di cassa integrazione. Il provvedimento interessera’ circa 700 lavoratori a partire dal prossimo 24 febbraio fino al 22 febbraio 2015. E alla Fiom che lancia l’allarme e chiede ai sindacati di ricostituire un tavolo unico per far fronte all’arroganza dell’azienda Fim e Uilm rispondono picche.
Secondo Federico Bellono, segretario provinciale dei metalmeccanici della Cgil l’annuncio di nuova cassa integrazione e’ “strettamente legato all’incertezza relativa ai tempi di avvio degli investimenti in Carrozzeria” a Mirafiori.”I tavoli separati in Fiat non stanno producendo aumenti salariali e maggior occupazione – aggiunge Michele De Palma, coordinatore nazionale Fiat Auto, che ieri ha incontrato l’azienda -. Quindi abbiamo scritto una lettera alle altre sigle sindacali, e per conoscenza a Fiat, per chiedere che su occupazione e salario, si negozi tutti assieme ad un unico tavolo”. “La Fiat non ha esposto elementi di garanzia per la piena occupazione degli stabilimenti italiani – continua De Palma – . L’andamento del mercato non puo’ essere l’unica risposta che fornisce Fiat sui nostri stabilimenti”Fim e Uilm, intanto, respingono al mittente la proposta della Fiom di un tavolo unico con la Fiat. “La nostra risposta e’ no. Andremo avanti nella discussione e cercheremo di fare cambiare idea all’azienda”, spiega Eros Panicali, segretario nazionale della Uilm. “La Fiom – aggiunge – non ha condiviso ne’ il contratto ne’ la piattaforma, il rinnovo del contratto sara’ dentro a quel percorso”.

Cgil come la «bella addormentata»: Camusso non invita Landini | Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

 

Non si è ancora siglata la «pax» tra Susanna Camusso e Mau­ri­zio Lan­dini, teo­ri­ca­mente lan­ciata la set­ti­mana scorsa dalla segre­ta­ria Cgil, che già si apre un nuovo caso. A Milano la Cgil ha orga­niz­zato un attivo dei dele­gati dal titolo «Esten­dere gli accordi su demo­cra­zia e rap­pre­sen­tanza a tutti i luo­ghi di lavoro», spe­ci­fi­cando che i dele­gati inte­res­sati sono quelli delle aziende «non ade­renti a Con­fin­du­stria». E chi sen­ti­ranno par­lare i lavo­ra­tori? Solo ed esclu­si­va­mente il «cer­chio magico» dei segre­tari che si sono espressi a favore della posi­zione di Camusso nella que­relle con Lan­dini, peral­tro molti di loro invece facenti parte di cate­go­rie che siglano accordi con Confindustria.

Si tratta dei segre­tari gene­rali di Fil­cams, Filc­tem, Fil­lea, Filt, Flai, Fun­zione Pub­blica, Slc: e il non invito della Fiom, che al momento rap­pre­senta la parte con cui si è aperto un dibat­tito poli­tico, ha pro­vo­cato la rea­zione dei metal­mec­ca­nici. Mirco Rota, segre­ta­rio Fiom lom­bardo, in accordo con Mau­ri­zio Lan­dini, ha con­vo­cato una con­fe­renza stampa per protestare.

«Non è tanto il man­cato invito il pro­blema – spiega Rota – Ma è soprat­tutto il fatto che si discute già di allar­gare l’accordo sulla rap­pre­sen­tanza agli altri set­tori non inte­res­sati all’intesa del 10 gen­naio, quando ancora que­sta non è stata votata. Ma Camusso sabato scorso non aveva offerto di indire un refe­ren­dum? Allora, se dav­vero ci cre­desse, dovrebbe sospen­dere la firma e aspet­tare l’esito del voto: ma al momento non sap­piamo nean­che come e quando verrà effet­tuato, que­sto refe­ren­dum sull’accordo».

All’incontro, peral­tro, non sono stati invi­tati i segre­tari gene­rali di Flc e Fisac, che non si sono mai espressi a favore o con­tro le posi­zioni di Camusso o Lan­dini, ma che però – fa notare Rota – hanno fir­mato con la Fiom gli emen­da­menti più «cri­tici» rispetto al docu­mento di mag­gio­ranza. Come se insomma lo scon­tro Landini-Camusso avesse pola­riz­zato ancora di più anche i dis­sidi nel Con­gresso (che for­mal­mente vede insieme, nel docu­mento numero 1, i due segre­tari), creando quasi un’area di “vicini alla Fiom” non gra­diti nel cer­chio magico camussiano.

«Invece di orga­niz­zare dibat­titi sul merito – dice Rota – la Cgil sem­bra rifug­gire il con­fronto, mar­gi­na­liz­zando alcune cate­go­rie. Noi siamo per sospen­dere il Con­gresso e andare subito al voto, ma se anche voles­simo atten­dere la fine, e votare dopo, ci si dica però quando e con quali moda­lità. Con­cor­dando nel frat­tempo la sospen­sione della firma con Cisl e Uil, non appog­giando ambi­gua­mente ini­zia­tive che invece aval­lano quell’accordo, non ancora votato dai lavoratori».

non si sta già votando, nelle assem­blee con­gres­suali, attra­verso la pro­nun­cia sull’ordine del giorno del Diret­tivo del 17 gen­naio? «Avviene in pochis­sime assem­blee, e noi non siamo d’accordo su que­ste moda­lità: il Con­gresso è una discus­sione sui docu­menti e gli emen­da­menti, non su deci­sioni già prese dal Diret­tivo della Cgil. Va fatta una vota­zione ad hoc, lo riba­diamo», dice ancora il segre­ta­rio Fiom.

Intanto alle ultime ele­zioni delle Rsu, la Fiom sta chie­dendo a Fim e Uilm di non rife­rirsi a quell’accordo: ad esem­pio alla Ran­ci­lio (mac­chine da caffè a Legnano, 150 dipen­denti), l’intesa non è stata citata (e la Fiom ha avuto il 68%).

In con­trap­po­si­zione all’attivo di Milano, i metal­mec­ca­nici segna­lano l’assemblea degli auto­con­vo­cati a Bolo­gna, sabato pros­simo, dove si par­lerà pro­prio di rappresentanza.

Trasporti, il 19 sciopero nazionale di 24 del trasporto locale Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Sciopero nazionale mercoledi’ 19 marzo di 24 ore nel trasporto pubblico locale”. Lo hanno proclamato nuovamente, Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl FNA e Faisa Cisal “dopo aver differito la precedente protesta del 5 febbraio “a seguito delle gravi condizioni di mobilita’ provocate dall’intenso maltempo e dell’invito della Commissione di Garanzia”.
“Lo sciopero del 19 marzo – spiegano le organizzazioni sindacali – nel rispetto delle fasce di garanzia, e’ indetto per il contratto scaduto da oltre 6 anni”. Secondo Filt, Fit, Uilt, Ugl FNA e Faisa Cisal “nonostante da piu’ parti si affermi il carattere strategico del settore da molteplici punti di vista, sociale, ambientale, economico e industriale, l’iniziativa politica di Governo, Regioni ed Enti Locali, risulta ancora inadeguata per una fattiva ripresa della trattativa contrattuale e per rimuovere le posizioni palesemente inaccettabili delle associazioni datoriali Asstra e Anav”

PALAGONIA 18 FEBBRAIO ore 18.00 PALAZZO BLANDINI si festeggiano i 90 anni del Partigiano COLA DI SALVO

Cola Di Salvo

INTERVIENE IL SINDACO DI PALAGONIA VALERIO MARLETTA

LA PRESIDENTE ANPI CATANIA SANTINA SCONZA

MARTINA BONACCORSI: AUTRICE DI UNA TESI ” PER NON DIMENTICARE LA RESISTEANZA TRA MEMORIA E IMMAGINI

IL PARTIGIANO COLA DI SALVO