Bankitalia, in arrivo altri regali per le banche che “soffrono” di credito deteriorato Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

La Banca d’Italia ‘apre’ a una bad bank nazionale di sistema dove far confluire la massa dei crediti deteriorati degli istituti di credito che zavorrano i bilanci e non permettono di far ripartire il flusso del credito in un momento in cui, in vista dell’esame Bce, si moltiplicano gli aumenti di capitale del comparto che dovrebbero ammontare a circa 10-12 miliardi di euro totali. Sono oltre 300 i miliardi di crediti deteriorati delle banche.
Intesa e Unicredit hanno gia’ allo studio, con il fondo statunitense Kkr, un veicolo ‘privato’ di questo genere. Ma la realtà dei conti è che sarà molto difficile vendere credito deteriorato alle condizioni date. Se da una parte è possibile per i grandi istituti di credi per i piccoli e medi no. E quindi sarà inevitabile il ruolo pubblico. E l’operazione dei sette miliardi e mezzo portata avanti da Bankitalia appoggiandosi sulle riserve in oro testimonia che siamo solo all’inizio. Non a caso è dovuto scendere in campo il Governatore Visco, parlando di un’ipotesi, “ambiziosa”, ovvero una bad bank di sistema. Del resto i 400 miliardi di titoli pubblici in mano alle banche italiane sono un ottimo argomento per costringere il Governo a varare provvedimenti “caritatevoli” verso il sistema bancario. Progetti “piu’ ambiziosi”, che sono comunque “da valutare anche nella loro compatibilita’ con l’ordinamento europeo non sono a escludere, possono consentire di liberare a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.
Il totale dei crediti deteriorati (sofferenze, incagli ristrutturati e scaduti) e’ oltre 300 miliardi, soglia toccata a giugno 2013. Le sole sofferenze lorde a novembre hanno raggiunto i 149,6 miliardi (di cui verso le 100 imprese e 31 verso le famiglie). Quelle nette 75,6. Due anni fa erano rispettivamente 50 e 100 miliardi. Il rapporto sofferenze/impieghi e’ oltre il 4%: era 0,86% prima della crisi. Solo a fine anno il flusso delle nuove sofferenze ha iniziato a calare. Questo lo scenario delle cifre.
E se il dibattito entra nel vivo, con le differenziazioni fra istituti maggiori e piccoli, c’e’ anche chi, come gli economisti Alberto Alesina a Francesco Giavazzi, ipotizzano strade diverse, che magari procurerebbero qualche ‘prurito’ dalle parti di Berlino. Si potrebbe – affermano infatti in un editoriale sul ‘Corriere della Sera’ – far acquistare dalle Bce un po’ dei prestiti che le banche hanno fatto alle imprese: “in questo modo alleggerirebbe i loro bilanci e farebbe ripartire il credito”.
Immediato anche l’intervento, nel dibattito, delle associazioni dei consumatori, da cui gia’ partono i primi ‘siluri’. “Le dichiarazioni del Governatore Visco, sulla ‘Banca d’Italia che guarda in modo positivo alle iniziative in corso da parte delle banche, le cosiddette bad bank, per liberarsi del fardello dei crediti in sofferenza che frenano la concessione del credito e non esclude una iniziativa di sistema’ – dicono Adusbef e Federconsumatori – confermano i legittimi sospetti, circolati nei giorni scorsi perfino in bozza, con il Governo pronto a presentare proposte per addossare ai contribuenti e risparmiatori, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, il fardello di 135 miliardi di sofferenze, per i restyling di bilancio”.

La lettera agli iscritti della Camusso è un imbroglio! | Autore: Gianni Rinaldini da: controlacrisi.org

 

Commento di Rinaldini a lettera Camusso agli iscritti su TURappresentanza 2 Febbraio 2014

Non è mai successo nella storia della CGIL che mentre sono in corso le Assemblee Congressuali, la segretaria generale invii una lettera a tutti gli iscritti, utilizzando gli strumenti dell’organizzazione per sostenere le sue posizioni “invitando” a votare l’Ordine del Giorno approvato a maggioranza dal Comitato Direttivo Nazionale CGIL, dimissionario, sul “Testo Unico sulla Rappresentanza”.
Non esiste un diritto di proprietà da parte della segretaria generale.
Per questo mi chiedo se questa stessa possibilità viene offerta a coloro che nel Direttivo Nazionale si sono pronunciarti contro l’Ordine del Giorno e hanno proposto la consultazione degli iscritti interessati.
C’è un limite a tutto, non si può presentare come una procedura democratica il fatto che in una assemblea congressuale di 1 ora, dove si devono illustrare 2 documenti alternativi, 11 emendamenti nazionali, oltre quelli eventualmente proposti dai lavoratori e/o lavoratrici, con relative votazioni e, alla fine del tempo massimo di 3 minuti, si dovrebbe illustrare e votare l’Ordine del Giorno del Comitato Direttivo CGIL approvato a maggioranza, sul “Testo Unico sulla Rappresentanza”, di cui gran parte degli iscritti non ne sanno nulla.
Un vero e proprio imbroglio!
Continuo a non capire per quale ragione non sia stato possibile sospendere il Congresso e svolgere la consultazione degli iscritti interessati dall’accordo Confindustria – Cgil – Cisl – Uil.
Un problema organizzativo? Allora si poteva decidere di sospendere la firma e svolgere la consultazione dopo il Congresso, indire il Referendum, preceduto da assemblee dove le lavoratrici e i lavoratori avessero la possibilità di conoscere le diverse posizioni e, decidere.
Certo sussiste un piccolo problema: la democrazia non garantisce l’esito finale del voto e quindi richiede una predisposizione al rischio che dovrebbe essere proprio di ogni dirigente, o viceversa l’alternativa è la degenerazione, la perdita di credibilità, il precipitare della crisi della CGIL.
Su questo è necessario essere chiari e netti, perchè ormai siamo al punto limite del nostro futuro e può succedere di tutto, compreso la tentazione di qualcuna/o di chiedere aiuto a CISL e UIL per inventarsi a cose fatte, una consultazione degli iscritti, di tutti i lavoratori e dei pensionati, con la metodologia delle consultazioni confederali che non hanno nulla di democratico.
Ovviamente un Accordo Confindustria CGIL – CISL – UIL dovrebbe riguardare le lavoratrici e i lavoratori interessati, perchè è cosa diversa da un Accordo sul Welfare.
Sarebbe una buffonata coinvolgere una platea diversa e non interessata a quell’accordo, perchè con questa logica si potrebbe arrivare ai Contratti Nazionali di categoria approvati dall’insieme delle lavoratrici dei lavoratori e delle pensionate e pensionati.
Nel merito della lettera inviata agli iscritti, la Camusso, illustra la sua interpretazione dell’accordo, affermando peraltro cose non vere e sottacendo i vincoli per accedere ai tavoli negoziali, sottacendo il sistema sanzionatorio ed il significato dell’arbitraggio confederale obbligatorio per le categorie.
Ma ciò che trovo davvero disdicevole e in mala fede è il richiamo alla Premessa del Documento Congressuale di maggioranza.
Sono stato parte di quel gruppo ristretto eletto dal Comitato Direttivo che ha elaborato la stesura di quella premessa.
Quando, nella lettera della segretaria generale si richiama una parte della premessa per giustificare le sanzioni, si dice una vera e propria bugia.
La segretaria generale sa bene che la dove si afferma, in riferimento all’accordo del 28 giugno 2011 e all’accordo del 31 maggio 2013 che “…… su cui tutta l’Organizzazione è impegnata a garantirne l’esigibilità. L’applicazione di questi accordi interconfederali e la sua estensione a tutte le controparti”, aveva un riferimento preciso: FIM e UILM avevano espresso contrarietà all’accordo del 31 maggio 2013 e per ben 8 mesi si sono rifiutati di applicarlo, in quanto non compatibile con il loro comportamento e gli accordi sottoscritti con Federmeccanica e Fiat.
Le condizioni poste da FIM e UILM – fatte proprie da CISL e UIL – sono state accolte con il sistema sanzionatorio, e i vincoli per partecipare ai tavoli negoziali.
Per questo sono stati talmente entusiasti da diffondere, il giorno dopo la firma del Testo Unico sulla Rappresentanza, volantini negli stabilimenti FIAT, per dire che ora la FIOM-CGIL, deve accettare quello che aveva rifiutato nel passato.
Le modifiche di quel testo le hanno scritte Federmeccanica, CISL e UIL.
Questa è la pura e semplice verità!
Una viltà nei confronti di quelle lavoratrici e di quei lavoratori che hanno pagato sulla propria pelle l’affermazione della dignità per se, per gli altri e per la stessa CGIL!
E’ possibile firmare un accordo senza mandato?
Nella mia esperienza sindacale ricordo Bruno Trentin che nel 1992, firmo senza mandato e diede contemporaneamente le dimissioni, per permettere all’Organizzazione, al gruppo dirigente di discutere liberamente sul perchè fossimo arrivati ad una situazione che lo aveva portato a firmare un accordo che considerava pessimo .
Cosa deve succedere ancora, quando una segretaria generale dopo avere firmato, senza mandato, sostiene che trattasi di un regolamento attuativo, mentre non solo il “Testo Unico sulla Rappresentanza” parla apertamente e ripetutamente di Accordo, lo stesso Ordine del Giorno del Consiglio Generale della CISL del 15 gennaio 2014, afferma, “…… valuta l’Accordo Interconfederale tra CGIL – CISL – UIL e Confindustria relativo al Testo Unico sulla Rappresentanza…..”.
C’è soltanto Susanna Camusso che lo considera un regolamento attuativo, forse era disattenta.
Il Comitato Direttivo Nazionale della CGIL, ha fatto finta di crederle proprio come quando il Parlamento, votò che Ruby era la nipote di Mubarak!!

Gianni Rinaldini Componente il Comitato Direttivo Nazionale CGIL

Rappresentanza, gli autoconvocati sabato a Bologna contro l’accordo firmato da Camusso Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Una assemblea nazionale degli autoconvocati per opporsi alla linea adottata dalla Cgil sulla Rappresentanza. L’incontro si svolgerà a Bologna sabato prossimo. Ed ha tutta l’aria di impensierire non poco Susanna Camusso, che ha deciso di usare le maniere forti. Quindi, a questo punto, sono ben due le iniziative spontanee che stanno nascendo nei territori per rispondere al deferimento di Maurizio Landini al collegio statutario della Cgil perché nel corso del suo intervento al Comitato direttivo del sindacato ha dichiarato l’indisponibilità ad osservare le indicazioni dell’accordo sulla Rappresentanza, firmato il 10 gennaio da Cgil, Cisl e Uil.
Sabato scorso si è svolto un incontro della Fiom con diversi giuslavoristi del mondo Cgil. Da tutti la critica all’accordo è stata piuttosto netta, soprattutto per quanto riguarda gli elementi di democrazia sindacale, diritto di sciopero e valori interni della Cgil.
Sul piano dei rapporti tra Fiom e Cgil va registrata una timidissima apertura di Camusso che dalle colonne di Repubblica (sabato scorso) si è detta disponibile a prendere in considerazione una consultazione tra i lavoratori. La proposta, però deve essere ancora articolata e resa ufficiale. Poi potrebbe accadere che la leader della Cgil partecipi ad un Comitato centrale della Fiom nei prossimi giorni. Su questo punto il confronto è più avanzato.

Foibe, la dignità di un dolore corale Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

Il Giorno del ricordo. A dieci anni dalla sua istituzione, un bilancio dello scrittore Predrag Matvejevic

 

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«Certo che biso­gna tor­nare sulle foibe, ogni volta, ogni anno». A dieci anni esatti dall’istituzione del Giorno del Ricordo (il 10 feb­braio), il bilan­cio di Pre­drag Mat­ve­je­vic è ancora una volta cri­tico e insi­ste a «ricor­dare tutti i ricordi». Nel 2004 un’iniziativa revi­sio­ni­sta sto­rica della destra post-fascista, rici­clata e diven­tata di governo ed elet­to­ral­mente can­di­da­bile gra­zie a Sil­vio Ber­lu­sconi, portò a buon fine la sua bat­ta­glia nega­zio­ni­sta del pas­sato di cri­mini ita­liani nell’ex Jugo­sla­via. Cen­trando l’obiettivo di ridurre la pro­spet­tiva all’ultimo, infau­sto periodo, delle respon­sa­bi­lità slave.
A que­sto punto di vista tutto l’arco costi­tu­zio­nale s’inchinò. Favo­rendo negli anni pro­cessi cosid­detti cul­tu­rali — fic­tion, ceri­mo­nie, opere tea­trali — di rimo­zione della verità sto­rica. Su que­sto abbiamo voluto ancora una volta ascol­tare per i let­tori del mani­fe­sto il grande scrit­tore dell’asilo e dell’esilio, l’autore di Bre­via­rio medi­ter­ra­neo — per citare solo una delle sue opere — che ama ancora defi­nirsi jugo­slavo.
«A pro­po­sito di sto­ria, che ver­go­gna che qui, in Croa­zia, la Chiesa che ha così gravi respon­sa­bi­lità nella con­ni­venza con il nazi­fa­sci­smo e con l’ideologia usta­scia, abbia pra­ti­ca­mente diser­tato due set­ti­mane fa le cele­bra­zioni del Giorno della Memo­ria» ci dichiara subito Pre­drag Marvejevic.

 

Sono pas­sati dieci anni dall’istituzione di que­sta Gior­nata da parte delle isti­tu­zioni ita­liane, che ha sem­pre visto la pro­te­sta dei nostri sto­rici demo­cra­tici. Che bilan­cio va fatto?
Intanto che non biso­gna smet­tere di rac­con­tare la verità. André Gide diceva: «Biso­gna ripetere…nessuno ascolta». Ognuno, soprat­tutto in que­sta epoca sem­bra chiuso nella pro­pria sor­dità. Il bilan­cio non è posi­tivo, se a cele­brare il Giorno della memo­ria alla Risiera di San Sabba, il lager nazi­sta al con­fine tra due popoli, accor­rono anche post-fascisti abili a can­cel­lare i cri­mini del fasci­smo ita­liano nelle terre slave. E ogni anno abbon­dano fic­tion e rap­pre­sen­ta­zioni che invece di rac­con­tare il pathos col­let­tivo che riguarda almeno due popoli, ridu­cono tutto, nella forma e nei con­te­nuti, alla sola tra­ge­dia delle vit­time ita­liane. Ho scritto sulle vit­time delle foibe anni fa in ex Jugo­sla­via, quando se ne par­lava poco in Ita­lia.
Ero cri­ti­cato. Ho avuto modo di soste­nere gli esuli ita­liani dell’Istria e della Dal­ma­zia (detti “eso­dati”). L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via “fra asilo ed esi­lio”. Con­ti­nuo anche ora che sono ritor­nato a Zaga­bria. Con­di­vido il cor­do­glio ita­liano, nazio­nale e umano, per le vit­time inno­centi. Cre­devo comun­que che le pole­mi­che su que­sta tra­ge­dia, spesso uni­la­te­rali e ten­den­ziose, fos­sero finite. Invece si ripe­tono ogni anno, sem­pre più strumentalizzate.

 

C’è qual­che epi­so­dio par­ti­co­lare di stru­men­ta­liz­za­zione che ricorda?
Voglio ricor­dare il caso del 2008 dello scrit­tore di con­fine, il grande Boris Pahor. Ecco uno scrit­tore che ha fatto della cora­lità del dolore la sua mate­ria, e infatti ha rac­con­tato la tra­ge­dia dei cri­mini com­messi dai fasci­sti in terra slava e il lascito di odio rima­sto. Di fronte all’onorificenza che gli offriva il pre­si­dente della repub­blica Gior­gio Napo­li­tano, insorse dichia­rando che avrebbe detto no, l’avrebbe rifiu­tata, se dalla pre­si­denza ita­liana non arri­vava una chiara presa di posi­zione con­tro i silenzi sugli eccidi per­pe­trati da Mussolini.

 

Che cosa fu in realtà il cri­mine delle Foibe?
Sì, le foibe sono un cri­mine grave. Sì, la stra­grande mag­gio­ranza di que­ste vit­time furono pro­prio gli ita­liani. Ma per la dignità di un dolore corale biso­gna dire che que­sto delitto è stato pre­pa­rato e anti­ci­pato anche da altri, che non sono sem­pre meno col­pe­voli degli ese­cu­tori dell’ “infoi­ba­mento”. La tra­gica vicenda è infatti comin­ciata prima, non lon­tano dai luo­ghi dove sono stati poi com­piuti quei cri­mini atroci. Il 20 set­tem­bre 1920 Mus­so­lini tiene un discorso a Pola (non certo casuale la scelta della loca­lità). E dichiara: «Per rea­liz­zare il sogno medi­ter­ra­neo biso­gna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, infe­riore e bar­bara».
Ecco come entra in scena il raz­zi­smo, accom­pa­gnato dalla “puli­zia etnica”. Gli slavi per­dono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, ave­vano, di ser­virsi della loro lin­gua nella scuola e sulla stampa, il diritto della pre­dica in chiesa e per­sino quello della scritta sulla lapide nei cimi­teri. Si cam­biano mas­sic­cia­mente i loro nomi, si can­cel­lano le ori­gini, si emi­gra… Ed è appunto in un con­te­sto del genere che si sente pro­nun­ciare, forse per la prima volta, la minac­cia della “foiba”.
È il mini­stro fasci­sta dei Lavori pub­blici Giu­seppe Caboldi Gigli, che si era affib­biato da solo il nome vit­to­rioso di “Giu­lio Ita­lico”, a scri­vere già nel 1927: «La musa istriana ha chia­mato Foiba degno posto di sepol­tura per chi nella pro­vin­cia d’Istria minac­cia le carat­te­ri­sti­che nazio­nali dell’Istria» (da “Gerar­chia”, IX, 1927). Affer­ma­zione alla quale lo stesso mini­stro aggiun­gerà anche i versi di una can­zo­netta dia­let­tale già in giro: «A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin», che ha fatto bene a ricor­dare su il mani­fe­sto nei giorni scorsi Gia­como Scotti nel suo sag­gio. Le foibe sono dun­que un’invenzione fasci­sta. E dalla teo­ria si è pas­sati alla pra­tica. L’ebreo Raf­faello Came­rini, che si tro­vava ai “lavori coatti” in que­sta zona durante la seconda guerra mon­diale ha testi­mo­niato nel gior­nale trie­stino Il Pic­colo (5. XI. 2001): «Sono stati i fasci­sti, i primi che hanno sco­perto le foibe ove far spa­rire i loro avver­sari». La vicenda «con esito letale per tutti» che rac­conta que­sto testi­mone, cit­ta­dino ita­liano, fa venire brividi.

Come è vis­suto il Giorno del Ricordo nell’ex Jugo­sla­via, quali “ricordi” reali va a risvegliare?
La sto­ria (con la S maiu­scola) potrebbe aggiun­gere alcuni altri dati poco cono­sciuti in Ita­lia. Uno dei peg­giori cri­mi­nali dei Bal­cani è cer­ta­mente il duce (pogla­v­nik) degli usta­scia croati Ante Pave­lic.
E il campo di Jase­no­vac è stato una Ausch­witz in for­mato ridotto, con la dif­fe­renza che lì il lavoro mici­diale veniva fatto “a mano”, men­tre i nazi­sti lo face­vano in modo “indu­striale”. Aggiun­giamo che quello stesso cri­mi­nale Pave­lic con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere negli anni trenta dell’ospitalità mus­so­li­niana a Lipari, dove rice­ve­vano aiuto e corsi di adde­stra­mento dai più rodati squa­dri­sti. Le “cami­cie nere” hanno ese­guito nume­rose fuci­la­zioni di massa e di sin­goli indi­vi­dui.
Tutta una gio­ventù ne rimase fal­ciata in Dal­ma­zia, in Slo­ve­nia, in Mon­te­ne­gro. A ciò biso­gna aggiun­gere una catena di campi di con­cen­tra­mento, di varia dimen­sione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si tran­si­tava in que­sti luo­ghi per rag­giun­gere la risiera di San Sabba a Trie­ste e, in certi casi, si finiva anche ad Ausch­witz e soprat­tutto a Dachau. I par­ti­giani non erano pro­tetti in nes­sun paese dalla Con­ven­zione di Gine­vra e per­tanto i pri­gio­nieri veni­vano imme­dia­ta­mente ster­mi­nati come cani.
E così molti giun­sero alla fine delle guerra acca­niti: “infoi­ba­rono” gli inno­centi, non solo d’origine ita­liana. Sin­gole per­sone esa­cer­bate, di quelle che ave­vano per­duto la fami­glia e la casa, i fra­telli e i com­pa­gni, ese­gui­rono i cri­mini in prima per­sona e per pro­prio conto. La Jugo­sla­via di Tito non voleva che se ne par­lasse. Abbiamo comun­que cer­cato di par­larne. Pur­troppo, oggi ne par­lano a loro modo soprat­tutto i nostri ultra-nazionalisti, una spe­cie di “neo-missini” slavi. Ho sem­pre pen­sato che non biso­gne­rebbe costruire i futuri rap­porti in que­sta zona sui cada­veri semi­nati dagli uni e dagli altri, bensì su altre espe­rienze. Ad esem­pio cul­tu­rali… Per que­sto auspico la pro­cla­ma­zione con­giunta de “Il giorno dei ricordi”. E que­sto mi sem­bra il nuovo inten­di­mento che emerge e per i quale dob­biamo batterci

Addio, Lugano bella… Fonte: Contropiano.org | Autore: Luca Fiore

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Come si dice, c’è sempre qualcuno più a nord di te. E lo sanno bene molti cittadini delle regioni ‘padane’, quelli che sbraitano contro i meridionali e ancor di più contro gli immigrati che ‘gli tolgono il lavoro’. E che da un po’ di tempo a questa parte sono diventati, a loro volta, obiettivo di una campagna razzista che ieri ha avuto la conferma nelle urne.

Seppur di misura, ma sconfessando i maggiori partiti della confederazione elvetica e il governo, ieri gli svizzeri hanno approvato in un referendum l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” bocciando l’Accordo di libera circolazione delle persone in vigore – almeno in teoria – all’interno dello spazio dell’Ue e imponendo un tetto massimo per tutti gli stranieri. Tutti, compresi i richiedenti asilo e … gli italiani. Anzi, a maggior ragione gli italiani. Soprattutto in Ticino, dove le destre locali, in versione ‘nazionalista’ e soprattutto leghista, hanno stravinto, reduci da anni di violente campagne contro i transfrontalieri. Che, a ben guardare, non sono neanche veri immigrati. A loro basta farsi qualche decina di chilometri dalla Lombardia per andare a lavorare oltreconfine, in Ticino, e poi tornarsene a casa a fine giornata. Ma, neanche a dirlo, rubano il lavoro agli svizzeri, e quindi vanno fermati.

Se nella confederazione il si al tetto all’immigrazione è passato con appena il 50,3% dei votanti – neanche 20 mila schede – nel cantone di lingua italiana lo “stop ai migranti” ha convinto ben il 68,17% dei cugini d’oltreconfine. In generale si può dire che i cantoni francofoni e le grandi città hanno sostenuto di meno il quesito razzista, che invece si è affermato nei cantoni di lingua tedesca.
Un voto che rappresenta anche una sconfitta per il governo federale, desideroso di frenare i flussi migratori ma consapevole del fatto che l’economia svizzera prospera grazie a un continuo flusso di manodopera straniera sottopagata e che, nel caso dei frontalieri, si considera spesso temporanea e quindi in genere non accampa particolari diritti e non si impegna in lunghe vertenze. Ma i partiti della destra – in particolare l’Udc/Svp – hanno montato ad arte una campagna allarmistica che in Ticino ha funzionato particolarmente, all’insegna dello slogan ‘Prima i ticinesi’, mentre negli altri cantoni la propaganda ha messo in risalto l’aumento della disoccupazione (che in realtà è del 3,2%, il 2,2 tra gli svizzeri e il 6% tra gli immigrati), la crescita degli affitti e della criminalità. Argomenti non sempre sostenuti dalla realtà ma che sembrano funzionare comunque.
L’Unione Democratica di Centro, la promotrice dell’iniziativa xenofoba, ha calcato la mano sul fatto che un numero crescente di disoccupati stranieri approfittano dell’assistenza economica e sociale che le istituzioni del paese garantiscono a tutti campando di fatto di sovvenzioni pubbliche.

Finora, c’è da dirlo, non è che gli immigrati avessero campo libero, anzi. Ma ora la situazione per loro si farà assai più complicata. La vittoria del referendum di ieri porterà all’introduzione di un nuovo articolo nella Costituzione che prevede la limitazione dei permessi di dimora per stranieri attraverso tetti massimi e quote annuali definibili in consonanza con le necessità dell’economia – cioè degli imprenditori – svizzera. Inoltre, al momento di assumere qualcuno, ogni impresa dovrà privilegiare i cittadini svizzeri.

Ora il Consiglio federale (l’esecutivo) ha dovuto annunciare che avvierà una interlocuzione con le autorità dell’Unione Europea per modificare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, mentre Bruxelles ha espresso un ‘rammarico’ non necessariamente di circostanza. Anche perché la maggior parte dei migranti arrivati in Svizzera negli ultimi anni, ben il 70%, provengono dai paesi dell’Unione Europea.

L’estrema destra di tutto il continente, intanto, applaude e porta a casa un ottimo risultato in vista delle imminenti elezioni europee.

Forconi,sceneggiata fascista arrampicati sulla piramide Cestia a Roma Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Armati di bandiera tricolore e intonando l’inno di Mameli, alcuni manifestanti del coordinamento ‘9 dicembre’, l’ala intransigente del movimento dei Forconi guidata dall’agricoltore pontino Danilo Calvani, sono saliti sulla Piramide Cestia, a Roma, per manifestare contro governo e parlamento ritenuti “illegittimi”. Dopo essere partiti dalla vicina piazzale dei Partigiani, ai piedi del monumento alcuni manifestanti hanno anche alzato il braccio destro simboleggiando il saluto romano. Gesto stigmatizzato dallo stesso Calvani. “Alcuni elementi di Socialismo Nazionale (che si stanno mascherando sotto il nome di associazione Resistenza Italiana) – spiega il leader del coordinamento 9 dicembre – hanno fatto un’azione impropria facendo il saluto romano, fotografati anche da alcuni giornalisti. Loro si presentano come associazione Resistenza Italiana, che come Coordinamento ‘9 dicembre’ non riconosciamo, perche’ appartengono di fatto a Socialismo Nazionale che e’ un’organizzazione di estrema destra. Il Coordinamento ‘9 dicembre’ non rappresenta nessun partito politico”.
Calvani dichiara intanto di voler cambiare strategia distribuendo i presidi “in piu’ giorni, a turni”. E aggiunge: “Faremo un presidio a oltranza, non escludiamo manifestazioni eclatanti ma civili e non violente. Ci sara’ una manifestazione finale? Non lo so – dice Calvani – l’obiettivo e’ vincere la guerra, le decisioni le prenderemo insieme. Non c’e’ un capo, ne’ un partito, e’ la lotta del popolo italiano”. Calvani poi ribadisce: “Non chiamateci Forconi, non abbiamo nulla contro di loro ma siamo il Coordinamento 9 dicembre, chiamateci cittadini italiani. L’unica bandiera che ci interessa e’ quella italiana”.