Relazione sui crimini fascisti in Jugoslavia-Relazione tenuta dalla storica Alessandra Kersevan nella sede dell’Anpi di Mirano: le fasi che hanno preceduto l’intervento italiano in Jugoslavia il 6 aprile 1941, la politica di annientamento delle popolazioni di origine slava, le fasi dell’intervento armato e l’istituzione dei campi di concentramento gestiti dall’esercito italiano.

Scrittori e Pussy Riot contro Putin | Fonte: Il Manifesto

 

Le Pussy Riot tor­nano a far par­lare di loro, in con­co­mi­tanza con l’inizio dell’evento olim­pico voluto for­te­mente da Putin. «Se uno va alle Olim­piadi di fatto viene meno alle sue con­vin­zioni e mostra di appog­giare il regime oppres­sivo di Putin». È un pas­sag­gio dell’intervista delle due Pussy Riot, Maria Alyo­kina e Nadia Tolo­kon­ni­kova, al New York Times. Le due gio­vani hanno riba­dito che «nes­sun dia­logo è pos­si­bile con le auto­rità russe, come i fatti dimo­strano con­ti­nua­mente». Il quo­ti­diano ame­ri­cano aggiunge, che le due espo­nenti del gruppo musi­cale, avreb­bero anche smen­tito una loro futura par­te­ci­pa­zione — come can­di­date — alle ele­zioni poli­ti­che. Come vuole la tra­di­zione, un appello per le libertà è arri­vato anche da 200 scrit­tori, tra cui Gun­ter Grass, Sal­man Rush­die, Mar­ga­ret Atwood, Paul Auster, Jona­than Fran­zen. I 200 intel­let­tuali hanno scritto una let­tera a The Guar­dian, con­dan­nando la legge con­tro la pro­pa­ganda omo­ses­suale e le due con­tro la bla­sfe­mia. «Que­ste tre leggi met­tono a repen­ta­glio gli scrit­tori — si legge nell’appello -, non pos­siamo restare fermi men­tre col­le­ghi autori e gior­na­li­sti sono costretti al silen­zio o rischiano la persecuzione».

Chi inquina non paga più? | Fonte: Il Manifesto | Autore: Luca Fazio

Alcuni pas­saggi e arti­coli del decreto Desti­na­zione Ita­lia potreb­bero essere a dir poco tos­sici e nocivi. Non solo per la salute. Le peg­giori ambi­guità sono scritte in buro­cra­tese e spesso basta una con­giun­zione (una o al posto di una e) a fare la dif­fe­renza. Quindi l’eventuale scan­dalo, in assenza di insulti, rischia di pas­sare sotto silen­zio, anche se il mini­stro dell’Ambiente Andrea Orlando ha già giu­rato che il governo non ha alcuna inten­zione di “gra­ziare” e pre­miare gli inqui­na­tori. Spe­riamo. Per­ché in Ita­lia ci sono già 100 mila ettari con­ta­mi­nati in 39 siti di inte­resse nazio­nale (Sin) in attesa di essere boni­fi­cati. Da Taranto a Cro­tone, da Gela a Bre­scia, da Priolo a Mar­ghera, per non par­lare della cosid­detta Terra dei fuo­chi. Dal 2002 ad oggi, scrive Legam­biente, sono state emesse 150 ordi­nanze di custo­dia cau­te­lare, sono state coin­volte 105 aziende e sono state denun­ciate 550 per­sone. Le boni­fi­che pro­ce­dono assai len­ta­mente, ma il giro di affari del risa­na­mento ambien­tale si aggi­re­rebbe attorno ai 30 miliardi di euro.

Se que­sto è il qua­dro, il governo Letta che fa? Per gli ambien­ta­li­sti tenta di stra­vol­gere il sano prin­ci­pio del “chi inquina paga” e sta­bi­li­sce una sorta di con­dono per gli inqui­na­tori, per di più arric­chito da un pac­chetto dono di finan­zia­menti qua­lora si ado­pe­ras­sero a chie­dere scusa con un bel pro­getto di rein­du­stria­liz­za­zione. L’allarme è stato lan­ciato da alcune asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste che tem­pe­sti­va­mente hanno lan­ciato un appello on-line per chie­dere ai depu­tati di “stral­ciare que­ste norme che sono un vero e pro­prio schiaffo alle vit­time di inqui­na­mento” (la discus­sione alla Camera con­ti­nua oggi). Ieri, in serata, qual­cuno ha cer­cato di met­terci una toppa (il Pd) con un emen­da­mento che “subor­dina” l’accordo con l’inquinatore che ha ese­guito la boni­fica all’avvenuta “cer­ti­fi­ca­zione di avve­nuta messa in sicu­rezza dei siti inqui­nati”. Sulla carta, sem­bra un’occhiataccia di ammo­ni­mento in più, ma biso­gna vedere se sarà suf­fi­ciente a fugare il dub­bio, per­ché la mate­ria è com­plessa e gli inte­ressi in gioco enormi.

Il pre­si­dente di Legam­biente, Vit­to­rio Cogliati Dezza, punta il dito con­tro l’articolo 4 del decreto Desti­na­zione Ita­lia. “Pre­vede che gli inqui­na­tori fir­mino una tran­sa­zione con i mini­steri dell’Ambiente e dello Svi­luppo eco­no­mico — spiega — esen­tan­doli da ogni altro obbligo di boni­fica sul sito dell’inquinamento non pre­vi­sto dall’accordo siglato”. Signi­fica che una volta fir­mato l’accordo (e incas­sate le age­vo­la­zioni sta­tali) l’azienda che inquina non sarà tenuta a risar­cire per altri even­tuali inqui­na­menti sco­perti suc­ces­si­va­mente. Insomma, baste­rebbe fare inda­gini appros­si­ma­tive e il gio­chetto sporco è fatto. Ma altre cose non fun­zio­nano nel decreto, sot­to­li­nea Legam­biente. Sono pre­vi­sti sus­sidi per le cen­trali a car­bone più inqui­nanti, per esem­pio per la rea­liz­za­zione di una cen­trale ter­moe­let­trica a car­bone nel Sul­cis che bene­fi­cerà di 1,2 miliardi di euro spal­mati in venti anni (alla fac­cia dell’impegno per la ridu­zione dei gas serra).

Anche per il pre­si­dente della com­mis­sione Ambiente alla Camera, Ermete Rea­lacci, è “asso­lu­ta­mente fon­dato” il sospetto che il decreto possa aprire la strada all’aggiramento del prin­ci­pio del “chi inquina paga”. Per evi­tare que­sto rischio, anche se man­cano poche ore, il dibat­tito almeno sem­bra essersi aperto. E sono arri­vate le prime ras­si­cu­ra­zioni. In testa quella del mini­stero dell’Ambiente secondo cui non c’è nes­sun con­dono tom­bale per gli inqui­na­tori. Con rife­ri­mento pro­prio all’articolo 4, spiega una nota, “attra­verso uno stru­mento già spe­ri­men­tato come l’accordo di pro­gramma si è inteso coniu­gare la neces­sità di boni­fi­care que­ste aree con­ta­mi­nate con l’esigenza di rilan­ciarne le voca­zioni indu­striali da tempo pre­giu­di­cate dalla con­di­zione di inqui­na­mento». Tut­ta­via, con­clude il mini­stero, “per fugare ogni incer­tezza in merito ed ela­bo­rare rispo­ste che, ove rite­nuto indi­spen­sa­bile, potranno even­tual­mente tra­dursi anche in mag­giori chia­ri­menti del testo di legge, gli uffici tec­nici del mini­stero stanno lavo­rando per dis­si­pare qua­lun­que ombra sulla norma in oggetto”.

L’ombra, per dirla con il por­ta­voce dei Verdi Angelo Bonelli, lasce­rebbe pen­sare che “con que­sta norma si fa un grande regalo agli inqui­na­tori che, in virtù di pseudo accordi di pro­gramma, non solo potranno vedere ridotti in modo con­si­stente le cifre da sbor­sare per le boni­fi­che delle aree ma otter­ranno anche una pre­mia­lità per rea­liz­zare nuovi impianti, come gas­si­fi­ca­tori, ince­ne­ri­tori o amplia­menti produttivi”.

“Taglio del 60% del debito come condizione per lo sviluppo”. La conferenza stampa di Tsipras a Roma Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sala gremita per la conferenza stampa di Alexis Tsipras, il candidato europeo dell'”opposizione radicale”, come lo definisce Barbara Spinelli. In via dell’Umiltà, a due passi dal quartier generale di Forza Italia, c’è l’associazione Stampa estera, che ha aperto molto volentieri le porte al personaggio contro il quale nel Vecchio continente si stanno mobilitando “due o tre” cancellerie che contano, nel tentativo di fermare la sua corsa. Più che alla commissione europea, sicuramente a capo del futuro governo di Atene. Il mix di scadenze elettorali, infatti, è micidiale per il partito dell’Austerity e per la Troika: a maggio il voto per l’Europa e a giugno quello per la Grecia. E lui stesso non si nasconde che c’è il rischio concreto di un “monocolore” al Partenone. Se il Der Spiegel l’ha definito il “nemico pubblico numero uno” qualche ragione c’è. Quindi, par di capire, che se negli ultimi dieci giorni qualcuno ha lavorato per spargere la voce su possibili allungamenti del periodo di rientro dal debito, oppure di altri prestiti in arrivo, la posta in gioco deve essere molto alta. La Grecia è davvero l’anello debole dell’Europa. E lo è in tutti i sensi, mostrando che una via d’uscita all’unilateralismo dei poteri forti c’è eccome.
E Tsipras sfrutta a pieno i riflettori puntati su di lui per dire con chiarezza che intanto l’Europa, se vuole uscire dall’alternativa “disintegrazione per mano del populismo di destra e austerità folle” deve tagliare il debito del 60%, altro che rientro nei parametri. Quelli erano altri tempi. Oggi serve lo sviluppo, e quindi serve una politica economica per lo sviluppo. ”La cancellazione del debito perlomeno del 60% – ha spiegato Tsipras, che e’ favorevole alla permanenza nell’euro – non e’ la soluzione ma e’ la precondizione che deve accompagnare le politiche di rilancio”. Del resto, per dirla sempre con le sue parole, la futura Europa “o sarà democratica o non sarà”. Un discorso che sgretola qualsiasi “teoria della colpa” su questo o quel bagordo delle singole nazioni, che i giornalisti tedeschi presenti in sala oppongono al candidato della Sinistra europea con piglio maniacale.
Tsipras non si fa intimorire e dimostra dati alla mano che se prima della cura Merkel Atene aveva un debito del 120% oggi sta arrivando tranquillamente al 175%. Di questo passo l’Europa non arriverà a vedere i “primi cento giorni” della prossima legislatura. E a ben vedere, non è la prima volta che si parla di cancellazione del debito in Europa. La conferenza di Londra del 1953, ricorda Tsipras, nei confronti della Germania escogitò un taglio provvisorio ripagato a sviluppo consolidato. E a chi gli contesta il trucco contabile sui debito Tsipras risponde: “Il tango si balla in due”. Insomma, ha le idee chiare il capo della coalizione della sinistra greca. Così come ce l’ha sulla strategia che è pronto ad usare. In questa fase, spiega, è sicuramente un risultato importante riuscire a trasferire il successo di Syriza in altri paesi europei. La Grecia viene considerata un paese-cavia. “Bene – sottolinea Tsipras – questo vuol dire che se passiamo da noi si può passare anche da altre parti”. E quanto a Martin Shultz, il candidato dell’area socialista europea, non si fa illusioni. “Se la socialdemocrazia non avesse seguito la Merkel, l’Europa sarebbe diversa oggi”. Insomma, il vaso è rotto. “Shultz è simpatico ma quando aveva incarichi importanti ha votato l’austerità. La sua candidatura rappresenta il vecchio che ha fallito”. E già che c’è, dietro l’insistenza dei giornalisti, dice la sua anche su Grillo, che è un politico “a cui manca una dimensione europea”