Nella crisi le radici dei populismi | Fonte: Il Manifesto | Autore: Felice Roberto Pizzuti

 

Europa, verso le elezioni. Tra i “responsabili” e i “radicali” l’effetto è quello, disarmante, di sommare due eguali inadeguatezze

Uno degli effetti più insi­diosi della crisi è che genera con­fu­sione e spae­sa­mento. Il suo pro­lun­garsi e il radi­ca­mento dell’incertezza nel futuro aumen­tano l’intensità e la dif­fu­sione della sof­fe­renza e dell’insofferenza. Il cre­scente desi­de­rio di supe­rare la crisi è com­pren­si­bile, ma la sua impel­lenza spesso tende ad osta­co­lare l’analisi razio­nale delle sue cause, delle respon­sa­bi­lità e delle pos­si­bi­lità d’uscirne in modo posi­tivo. Tutto ciò ali­menta fru­stra­zioni indi­vi­duali e sociali, qua­lun­qui­smo e popu­li­smi che favo­ri­scono spinte di regresso civile. Que­sto è il punto in cui siamo in Ita­lia e in Europa.

Nell’ultimo tren­ten­nio, la visione politico-culturale domi­nante e la sua capa­cità di tra­dursi in luo­ghi comuni fun­zio­nali ad inte­ressi ristretti hanno por­tato pes­simi frutti.

A comin­ciare dal pro­gres­sivo peg­gio­ra­mento delle con­di­zioni economico-sociali com­ples­sive, fino alla crisi con­cla­mata dalla quale ancora non si vede via d’uscita pro­prio per­ché per­du­rano le cause e le scelte che l’anno deter­mi­nata. Per libe­rarsi da que­sto intrec­cio palu­doso di inte­ressi par­ziali e visioni con­for­mi­sti­che occorre radi­ca­lità di idee e azioni, ma in grado di sostan­ziarsi in ana­lisi e pro­po­ste di cam­bia­mento con­cre­ta­mente ade­guate ai pro­blemi, accom­pa­gnate dalla capa­cità di comu­ni­carle e farle con­di­vi­dere dall’opinione pub­blica; il con­senso deve rea­liz­zarsi non solo nei luo­ghi e nei momenti dell’acuto mani­fe­starsi dell’insofferenza, ma nella for­ma­zione di un nuovo e sta­bile senso comune.

Per cam­biare pro­fon­da­mente la rotta occorre dun­que una nuova visione cor­re­data di pro­grammi con­creti. I mer­cati da soli non pos­sono far­cela; è neces­sa­rio un effi­cace con­tri­buto delle isti­tu­zioni e della poli­tica, ma entrambe – al pari dei mer­cati – vanno rin­no­vate tro­vando un’adeguata inte­ra­zione con le istanze sociali, il rispetto della natura, la cono­scenza orga­niz­zata e i saperi diffusi.

In que­sta crisi, per molti aspetti, la sini­stra è l’ambito politico-culturale poten­zial­mente più attrez­zato per affron­tarla posi­ti­va­mente per­ché le misure più effi­caci per supe­rarla sono a lei par­ti­co­lar­mente con­ge­niali ancor­ché coe­renti con l’interesse gene­rale; come, ad esem­pio, miglio­rare la distri­bu­zione del red­dito e ridurre le dise­gua­glianze strut­tu­rali, rie­qui­li­brare i rap­porti tra mer­cati e isti­tu­zioni, rio­rien­tare la strut­tura dei con­sumi e i pro­cessi pro­dut­tivi in fun­zione di più ele­vate prio­rità eco­lo­gi­che e sociali.

Pur­troppo, da decenni anche la sini­stra si mostra disar­mata e ina­de­guata rispetto a que­sto com­pito. C’è una sini­stra che si con­si­dera evo­luta e respon­sa­bile, ma che, invece, spesso sci­vola nel con­for­mi­smo e nella sag­gezza con­ven­zio­nale, e non capi­sce che pro­prio la crisi ha accen­tuato la neces­sità di cam­bia­menti sostan­ziali nell’assetto attuale. C’è poi una sini­stra che si sente alter­na­tiva, ma che a volte lo è più nello spi­rito o in iden­tità vagheg­giate che non nella capa­cità reale di affron­tare le com­plesse pro­ble­ma­ti­che della crisi glo­bale, dell’Ue e delle spe­ci­fi­che realtà nazionali.

Si aggiunga che anche nelle rap­pre­sen­tanze poli­ti­che della sini­stra spesso si pra­ti­cano com­por­ta­menti che sof­frono di auto­re­fe­ren­zia­lità e per­so­na­li­smi, di scol­la­mento con la società e con la cono­scenza, di resi­stenza al rin­no­va­mento e al merito come cri­te­rio di selezione.

Que­ste pra­ti­che e quelle ten­denze che dege­ne­rano nell’impotenza vanno supe­rate, recu­pe­rando gli aspetti posi­tivi della tra­di­zione di “diver­sità” della sini­stra e quanto c’è di pro­gres­sivo oggi nella sua ragion d’essere sto­rica, a comin­ciare dalla lotta alle dise­gua­glianze eco­no­mi­che, sociali e civili che pro­prio nell’ultimo tren­ten­nio sono tor­nate ad aumen­tare fino a diven­tare cause pre­mi­nenti della crisi epo­cale in corso.

La fase di tran­si­zione sto­rica che stiamo attra­ver­sando offre e chiede alla sini­stra di saper ade­guare e appli­care i suoi migliori valori poi­ché, oggi più che mai, essi sono coe­renti con l’interesse gene­rale. Ma occorre tener pre­sente che in poli­tica non esi­ste il vuoto e quando esso si crea viene comun­que riem­pito, anche con solu­zioni regres­sive. La costru­zione euro­pea ci sta met­tendo di fronte ad un evi­dente e macro­sco­pico esem­pio di que­sto rischio.

Stanno cre­scendo i pre­sup­po­sti per­ché nel par­la­mento euro­peo che verrà eletto la pros­sima pri­ma­vera ci sia un ingente numero di par­la­men­tari con­trari all’Unione euro­pea. Non si trat­terà di una pro­vo­ca­zione utile a far rin­sa­vire i governi come sem­bra illu­dersi qual­che appren­di­sta stre­gone. La con­trad­di­zione e i peri­coli che essa genera non sono mano­vra­bili, ma non sem­bra che ce ne sia ade­guata e dif­fusa con­sa­pe­vo­lezza. Nelle forze poli­ti­che del nostro paese, distratte, quale più quale meno, da pro­cessi di cam­bia­mento degli equi­li­bri interni o di rin­no­va­mento dei pro­pri diri­genti, rimane scarsa atten­zione all’importanza e alle pro­ble­ma­ti­che della costru­zione euro­pea e alle pros­sime ele­zioni. Ciò costi­tui­sce non solo un effetto del cre­scente euro­scet­ti­ci­smo, ma anche una causa che l’alimenta ulte­rior­mente. Que­sto atteg­gia­mento è l’ennesima mani­fe­sta­zione del ripie­ga­mento della classe poli­tica su se stessa; nel migliore dei casi è la riprova di una sua valu­ta­zione delle prio­rità poco con­sa­pe­vole della situa­zione sto­rica che stiamo attra­ver­sando. Natu­ral­mente, per le forze poli­ti­che che col­ti­vano e sosten­gono l’euroscetticismo, l’elezione di un euro­par­la­mento di basso pro­filo, scar­sa­mente con­vinto o addi­rit­tura con­tra­rio alla costru­zione euro­pea è un esito poco pre­oc­cu­pante, anzi è auspi­cato. La sot­to­va­lu­ta­zione di tale rischio è invece esi­ziale per le forze poli­ti­che che si riten­gono o dovreb­bero essere fau­trici della costru­zione euro­pea per il ruolo pro­gres­sivo che essa può e dovrebbe avere, a comin­ciare dal supe­ra­mento dell’attuale crisi.

D’altra parte, sot­to­va­lu­tare una com­pe­ti­zione elet­to­rale e, nella fat­ti­spe­cie, non soste­nere con forza l’obiettivo di eleg­gere un euro­par­la­mento con­vinto del suo ruolo di mas­sima isti­tu­zione demo­cra­ti­ca­mente rap­pre­sen­ta­tiva dell’Unione euro­pea signi­fica raf­for­zare i suoi avver­sari; e quand’anche non risul­tas­sero mag­gio­ri­tari gli oppo­si­tori al pro­getto euro­peo  tout court , rimar­reb­bero domi­nanti i soste­ni­tori della pri­ma­zia dell’unione dei mer­cati e delle monete, del rigore asim­me­trico (a seconda che si rife­ri­sca ai bilanci pub­blici o a quelli delle ban­che) e dell’austerità, nono­stante sia sem­pre più evi­dente il loro ruolo con­tro­pro­du­cente non solo rispetto alla cre­scita, ma anche rispetto agli stessi conti pub­blici. Pro­se­gui­rebbe il metodo deci­sio­nale inter­go­ver­na­tivo dove pre­vale la non-logica di con­trap­porre paesi forti e paesi deboli a disca­pito degli inte­ressi com­ples­sivi dell’Unione. La sot­tra­zione dei poteri deci­sio­nali ai par­la­menti e ai governi nazio­nali — che sarebbe del tutto nor­male in un pro­cesso uni­ta­rio — con­ti­nue­rebbe a risol­versi nella devo­lu­zione dei poteri deci­sio­nali da isti­tu­zioni demo­cra­ti­ca­mente rap­pre­sen­ta­tive a orga­ni­smi politico-burocratici che riflet­tono la gerar­chia delle potenze nazionali.

Le loro deci­sioni sem­pre più sareb­bero avver­tite come estra­nee a una volontà popo­lare la cui esclu­sione dalla costru­zione euro­pea, misce­lata con la crisi e con poli­ti­che tanto penose quanto con­tro­pro­du­centi, por­te­reb­bero al fal­li­mento sto­rico del pro­getto comu­ni­ta­rio dagli esiti impre­ve­di­bili, anche cata­stro­fici, e non solo sul piano economico.

Afghanistan, una legge per mettere a tacere le donne vittime di violenza domestica Fonte: redattoresociale.it

Una nuova legge afghana permetterà agli uomini di aggredire le loro mogli, figlie e sorelle, senza timore di punizione giudiziaria. La modifica al codice di procedura penale in Afghanistan vieta ai familiari della persona accusata di testimoniare contro di lei. La maggior parte delle violenze contro le donne in questo paese è all’interno della famiglia, così la legge, approvata dal parlamento – ma in attesa della firma del presidente Hamid Karzai – mette sotto silenzio le vittime, scrive il quotidiano The Guardian .

“E’ una parodia quello che sta accadendo”, ha detto Manizha Naderi, direttore dell’associazione  “Donne per le donne afghane”. “Le persone più vulnerabili non otterranno mai giustizia”.

Con la nuova legge, gli omicidi da parte dei padri e dei fratelli che disapprovano il comportamento di una donna sarebbero quasi impossibili da punire. L’associazione Human rights watch dice che la legge “lascia i picchiatori di donne e ragazze fuori dai guai”. Il disegno di legge è stato inviato a Karzai, che deve scegliere se firmare. Gli attivisti chiederanno al presidente di non firmare fino a quando l’articolo non sia modificato. Selay Ghaffar,direttore del Gruppo di rifugio e di difesa e assistenza umanitaria per le donne e i bambini dell’Afghanistan, ha detto che gli attivisti sperano di ripetere il successo di una campagna del 2009 che ha costretto Karzai ad ammorbidire un diritto di famiglia che decretava lo stupro coniugale come un diritto del marito.

Lo scorso anno il parlamento ha bloccato una legge per frenare la violenza contro le donne e tagliare la quota delle donne nei consigli provinciali, mentre il ministero della Giustizia caldeggiava una proposta per riportare la lapidazione come punizione per l’adulterio.

“Il governo non è molto democratico o fortemente a favore dei diritti delle donne”, dichiara Ghaffar. Paesi che hanno speso miliardi cercando di migliorare la giustizia e i diritti umani sono ora concentrati in gran parte sulla sicurezza, e si stanno ritirando dalla politica afgana. Una legge assurda in un paese che insieme alle organizzazioni di diritti umani, da anni sta combattendo la lentezza dei progressi nella lotta contro la violenza e dai cosiddetti delitti d’onore, matrimoni forzati e abusi domestici.

Camusso chiede “la testa” di Landini | Autore: Dino Greco da: controlacrisi.org

“Se la Cgil” fosse davvero pronta a denunciare la Fiom agli organi di garanzia del sindacato sull’accordo sulla rappresentanza “sarebbe un fatto gravissimo“. Lo dice il segretario della Fiom, Maurizio Landini, in riposta a una lettera della segretaria Susanna Camusso al Collegio statutario del sindacato. Nella lettera, la segretaria generale della Cgil chiede all’organo di garanzia di attivarsi contro Landini “per appurare se è coerente o consentito che il segretario responsabile di una categoria, la Fiom-Cgil, affermi che le decisioni del comitato direttivo non sono per lui e per la sua categoria un vincolo”.

Intervenendo a L’economia prima di tutto su Radio1 Rai, Landini ha affermato: “Non ne so nulla, per quello che mi riguarda abbiamo chiesto alla Cgil di ottenere che i lavoratori possano votare e decidere sugli accordi. Una richiesta di democrazia minima – spiega il leader Fiom – e se ad una richiesta simile ci fosse una risposta della Cgil di questa natura”, chiedendo cioè una censura da parte degli organi di garanzia del sindacato “sarebbe un fatto gravissimo”. Comunque, ha concluso, “quello che mi interessa è concentrarmi su Electrolux, su Fiat, sui lavoratori in cassa integrazione, su chi è in difficoltà e non ha un lavoro: dobbiamo concentrarci su questi temi”.

Non ha precedenti, in tutta la storia della Cgil pur densa di confronti politici anche aspri, in particolare fra confederazione e sindacato dei metalmeccanici, che il capo di quest’ultima chieda la testa del segretario generale della più forte e combattiva categoria. E’ un segno, indubbiamente drammatico, dello stato di confusione, di deriva politica, culturale e ormai anche morale, che sta minando nelle fondamenta il sindacato di Corso d’Italia, tanto impotente nell’imbastire uno straccio di iniziativa contro la crisi, quanto violento nel gestire il dissenso interno attraverso la clava dei provvedimenti amministrativi.

E’ impensabile che in un contesto di rapporti politici e personali così logorato possa resistere l’alleanza fra Confederazione e Fiom nella mozione congressuale di maggioranza. Un paradosso che rischia di mettere all’angolo soprattutto il sindacato di Landini che ha sin qui cercato di mimetizzare negli emendamenti al documento di Camusso un dissenso che diviene ogni giorno più acuto.

Il testo della lettera di Susanna Camusso al Collegio statutario
“Io sottoscitta Susanna Camusso, tessera numero 718519 del 2013 (non essendomi stata ancora consegnata la tessera del 2014), chiedo al Collegio Statutario di appurare se è coerente o consentito che il Segretario Generale di una categoria, nel caso la Fiom-Cgil affermi che le decisioni del Comitato Direttivo non sono per lui e per la sua segreteria un vincolo, e che non essendo vincolato discuterà con la Fiom-Cgil e i delegati quello che c’è da fare. Dichiarazioni rese nell’intervento al Comitato Ditrettivo e reiterate ripetutamente alla stampa. Chiedo, inoltre, al Collegio Statutario se è in violazione della norma, come si possa determinare il rimedio o la sanzionabilità del comportamento stesso”.

La risposta del Collegio Statutario
La risposta del Collegio, del tutto scontata, è arrivata l’altro ieri. Essa non fa che ribadire, letteralmente, ciò che lo Statuto prevede e cioè che il dissenso nell’organizzazione è consentito “prima delle decisioni”, ma una volta che queste sono state assunte dall’organismo dirigente vale il principio dell'”unicità dell’organizzazione”. L’inadempienza, una volta accertata – conclude il Collegio – si configura come “inadempienza statutaria”, passibile delle sanzioni disciplinari che vanno dal “biasimo scritto” fino all'”espulsione”.

Quello che resta da stabilire è se la dura presa di posizione di Landini non sia giustificata da una precedente, grave violazione statutaria di cui Camusso stessa è stata protagonista quando sottoscrisse, senza alcun mandato, l’accordo che lede il diritto di sciopero dei lavoratori (prevedendo persino sanzioni contro chi lo effettui in violazione di accordi sindacali sottoscritti dalla maggioranza) e, attraverso le procedure di arbitrato, prevarichile categorie, sequestrando prerogative che spettanoad esse sole.

“Se la Cgil” fosse davvero pronta a denunciare la Fiom agli organi di garanzia del sindacato sull’accordo sulla rappresentanza “sarebbe un fatto gravissimo“. E’ la risposta di Maurizio Landini, segretario della Fiom, alla lettera svelata da Il Fatto Quotidiano con cui Susanna Camusso ha chiesto al Collegio statutario del sindacato di attivarsi contro Landini (leggi il testo) “per appurare se è coerente o consentito che il segretario generale di una categoria, la Fiom-Cgil, affermi che le decisioni del comitato direttivo non sono per lui e per la sua categoria un vincolo”.

Intervenendo a L’economia prima di tutto su Radio1 Rai, Landini ha affermato: “Non ne so nulla, per quello che mi riguarda abbiamo chiesto” alla Cgil “di ottenere che i lavoratori possano votare e decidere sugli accordi. Una richiesta di democrazia minima – spiega il leader Fiom – e se a una richiesta simile ci fosse una risposta della Cgil di questa natura” attraverso gli organi di garanzia del sindacato “sarebbe un fatto gravissimo”. Comunque, ha concluso, “quello che mi interessa è concentrarmi su Electrolux, su Fiat, sui lavoratori in cassa integrazione, su chi è in difficoltà e non ha un lavoro: dobbiamo concentrarci su questi temi”.