L’importanza dell’Anpi da: l’espresso di Carlo Smuraglia

28 gen

 

Ho letto un articolo sul suo settimanale del 23.1.2014, a firma Carmine Gazzanni e col titolo “Sprechi. Dai garibaldini agli antifascisti. Quanto ci costano gli ex combattenti”.

 

Ovviamente, non mi occupo delle altre Associazioni citate. Ma poiché c’è un riferimento anche all’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), definita “pur importante”, vorrei fare una precisazione: è vero che all’ANPI sono assegnati 65.300 euro annui, ma che questo sia uno spreco ingiustificato è davvero dubitabile. L’ANPI è un’Associazione di fortissima tradizione, eretta in Ente morale fin dal 1944, che conta oggi circa 130.000 iscritti, con molti organismi periferici dislocati sul territorio e con un ritmo di attività intensissimo, perché realizziamo iniziative su temi tutt’altro che “reducistici” (ad es. le stragi nazifasciste del 1943-45, l’antifascismo europeo, le donne e il fascismo, la Costituzione e i progetti di riforma, e così via). Facciamo pubblicazioni, abbiamo una Rivista assai accreditata (“Patria”) e una news-letter settimanale. Abbiamo avuto importanti riconoscimenti, in occasione di recenti convegni da noi organizzati, dal Presidente della Repubblica, dai Presidenti delle Camere, dal Presidente del Parlamento europeo Schulz. Tutto questo è così poco “inutile” che di recente abbiamo ottenuto che la Repubblica federale di Germania si assumesse il finanziamento di un progetto per la creazione di un “Atlante delle stragi”.

 

A fronte di tutto questo, è evidente che 65.000 euro sono una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività ed – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato. Se riusciamo a fare tante cose, ad avere tanti iscritti, è solo perché abbiamo un volontariato molto convinto e tanti iscritti che pensano che la parte migliore della nostra storia meriti di essere non solo conservata, ma rielaborata e fatta conoscere alle nuove generazioni.
Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI

 

Gentile Presidente,
i fondi elargiti a pioggia, senza valutazioni di merito, vanno a discapito proprio delle associazioni come l’Anpi, il cui impegno, anche sociale, non è in discussione
grazie

IL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ANPI, CARLO SMURAGLIA, SUI RECENTI EPISODI DI VIOLENZA IN PARLAMENTO.da: Anpi Roma Ufficio Stampa

“Quando il linguaggio “osceno”, offensivo, oltraggioso diventa diffuso, c’è poco da scherzarci sopra; bisogna reagire con lo sdegno, la ripulsa, la condanna collettiva e totale, come esso merita.
Ed altrettanto va fatto nei confronti dei comportamenti, quando eccedono qualsiasi limite e non trovano, né possono trovare, giustificazione alcuna. Sono state “sdoganate” troppe cose, in questo difficile periodo della vita del Paese, da parte di tutti.
Abbiamo ironizzato sul “vaffa” “istituzionalizzato” di Grillo, ma poi, gradualmente, siamo andati sempre più in là, quasi senza più meravigliarci della piega che prendevano le cose.
L’ostruzionismo, che c’è sempre stato nella tradizione par lamentare, quando diventa “ostruzionismo di sistema”, e si pensa di bloccare tutto, allora diventa inammissibile e inaccettabile.
L’ultimo insulto del parlamentare di Cinque Stelle alle parlamentari, l’ultimo, bieco, attacco di Grillo alla Boldrini, devono costituire il limite del non ritorno.
Non deve essere consentito di andare più in la, né col linguaggio né con i comportamenti, altrimenti sarà la deriva e lo sfascio, non più sopportabile in un Paese civile.
E non è questione di “moralismi”; è un problema di civiltà e di valori, di corretta definizione di quello che dovrebbe essere un comune sentire.
Si lasci, poi, la Resistenza a quello che è stata e se possibile, si cerchi di esserne orgogliosi, di questa importante pagina della nostra storia; ma non si cerchi di appropriarsene, se non altro se resta ancora un po’ di senso del ridicolo.
E soprattutto chiedo rispetto per coloro che, per essere stati partigiani, hanno perduto la vita o compiuto enormi sacrifici, perché questo Paese fosse libero e tutti (compresi gli attuali “guerriglieri”) potessero usufruire dei diritti fondamentali del cittadino”.
http://www.anpi.it/media/uploads/newsletter/2014/ANPInews_n.106.pdf

BIANCO E NERO GIULIETTO CHIESA da: video regione

Israele, la deportazione dei migranti nel deserto del Neghev. Non si fermano le proteste | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sono riprese le agitazioni dei migranti africani a Tel Aviv. Ormai durano da settimane e non sembra che la protesta rientri facilmente. In piazza Lewinsky, in un rione povero di Tel Aviv, con picchetti di protesta i migranti si ribellano al progetto di deportazione nel deserto del Neghev. Quel centro, affermano, ”rappresenta di fatto una prigione”, anche se i suoi cancelli restano aperti. Un portavoce dei dimostranti, Mutassim Ali, ha anticipato alla stampa che le manifestazioni dureranno almeno tre giorni. All’inizio dell’anno ci sono stati nelle carceri israeliane decine di scioperi della fame.
In queste settimane Israele sta infatti portando molti di loro a Holot (Neghev), un Centro di accoglienza da 1700 posti che alcune Ong vedono come una sorta di prigione. Chi viene convocato, non puo’ rifiutarsi: pena il carcere. ”Ci raccattano dalle strade. Siamo trattati come bestie selvagge”, esclama con indignazione Aron Z., 28 anni, un immigrato dall’Eritrea laureato in geografia.

Nei giorni scorsi c’è stato un appello di sostegno sottoscritto da 400 esponenti del mondo della cultura fra cui gli scrittori A.B. Yehoshua e David Grossman, lo storico della Shoah Yehuda Bauer e il filosofo Avishay Margalit. L’accusa al governo è di non aver ancora provveduto ad esaminare in forma approfondita le richieste di asilo e di aver proceduto a reclusioni “che di fatto puniscono persone innocenti”. A Tel Aviv la vita dei migranti e’ sempre piu precaria. Chi lavora, e’ pagato in nero. Nel Neghev li aspetta una installazione dove saranno condannati ad almeno un anno di ozio. A meno che non preferiscano tornare ”spontaneamente” in Africa. Questo mese in 700 lo hanno fatto, ricevendo da Israele 3.500 dollari per adulto. Il governo dice che e’ proprio quella e’ la strada da intraprendere: ”di loro volonta’, sia ben chiaro ”.
”Siamo profughi, non criminali”, hanno scandito a squarciagola il mese scorso quando a decine di migliaia si sono presentati a Piazza Rabin a Tel Aviv e di fronte alla Knesset di Gerusalemme. Nella prigione di Saharonim c’e’ stato uno sciopero della fame. A Holot, primi incidenti fra ‘ospiti’ e guardiani. Aron giura che lui, in Eritrea, non tornera’. Ha alle spalle una fuga; un arresto; una colluttazione con un secondino; una seconda fuga; una marcia di 150 chilometri fino al Sudan. In Egitto e’ stato vittima di attacchi razzisti. A piedi ha attraversato il Sinai egiziano e alla vista di una pattuglia militare israeliana ha provato sollievo. La prima parola che imparata in ebraico e’ stata Lewinsky: ossia il capolinea della sua odissea.

L’uso arbitrario della ghigliottina. Governabilità mito antidemocratico Fonte: Gli Altri | Autore: Elettra Deiana

 

L’istituto della ghigliottina, nella forma di stretto contingentamento dei tempi della discussione, è previsto soltanto a Palazzo Madama, normato dagli art. 78 Comma 5 e art. 55 Comma 5 del regolamento del Senato. Non è invece previsto in quello della Camera.

Se non è previsto non è un atto di responsabilità ricorrervi ma un discutibile atto di arbitrio. Non a caso, non si è mai verificato il caso che un presidente della Camera ne facesse uso. Il precedente sta soltanto in una azzardata dichiarazione di Luciano Violante, nel periodo in cui fu presidente della Camera, cioè la XIII Legislatura. Violante allora si sentì in dovere di sentenziare, con quel piglio da re che ancora contraddistingue alcuni eredi del vecchio Pci, che, sia pure in assenza della ghigliottina, rientrava nella sua responsabilità assicurare la deliberazione della Camera sui decreti-legge, ricorrendo, se necessario, proprio a quello strumento estremo. La logica dell’ “Ipse dixit”, insomma. Ma se glielo chiedete, lui spiegherà che non c’è nulla che non sia a posto sul piano della legittimità politica. E sulla legittimità istituzionale? Bella domanda, senza risposta ovviamente, perché non prevista.

La presidenza della Camera non ha nessun obbligo verso le esigenze, le priorità o i pasticci del governo. Che per la prima volta la ghigliottina sia stata usata dalla presidente Boldrini mi ha messo in uno stato di grande disagio. E non perché Laura Boldini sia stata portata in Parlamento da Sinistra Ecologia Libertà. Anche per questo, forse, ma soprattutto perché la sua scelta, sicuramente sofferta, ma non è questo il punto, conferma che all’onda della cultura politica ormai dominante, pervasa dalla libido della governabilità a tutti i costi, plaudente al decisionismo acostituzionale, piena di disprezzo verso le regole scritte e la fatica umana e storica, per arrivare ad averle scritte davvero, non c’è più difesa. Da parte di nessuno. Resa totale, attraverso le cui faglie esplode ovviamente la rabbia antisistema di chi, come il M5S, usa il richiamo alla Costituzione come una clava, l’aula come un ring, la parola pubblica dell’essere parlamentare come una fatwa. Ma va ricordato che i pentastellati avevano comunque chiesto che il decreto monstrum Imu/Bankitalia fosse spezzato in due. Subito l’Imu e poi un nuovo iter per la questione relativa alla Banca d’Italia. Richiesta ragionevole, oltre che giusta, per una questione – Banca d’Italia – eminentemente nazionale, con propaggini europee, di cui il Parlamento sarebbe dovuto essere investito a pieno titolo e con i tempi necessari a un vero confronto. Ma i pentastellati scelgono sempre la messa in scena furiosa che sempre nasconde le loro buone ragioni anche, come in questo caso, ci sono. Deriva politico-istituzionale che ha ormai molti coprotagonisti, mossi da un coacervo di interessi e pulsioni divaricanti, che poco hanno a che vedere con “l’interesse degli italiani”, come da tutte le parti si pontifica. O dei “cittadini”, come sbraitano i penta stellati, arrivando a mettere in atto inquietanti scene da guerriglia urbana. I luoghi non sono soltanto luoghi.

A Luciano Violante il quale da presidente della Camera spiegava come non fosse “accettabile in nessun sistema politico democratico che sia una minoranza a deliberare e non una maggioranza” si sarebbe dovuto rispondere già allora – e oggi come non mai – che la forsennata escalation verso la decretazione d’urgenza tout azimut, arrivando a mettere insieme questioni che non hanno nessuna attinenza l’una con l’altra, costituisce una violazione di fondo della funzione parlamentare, così come essa è definita e tutelata dall’articolo 77 della Costituzione. Articolo chiaro, limpido, inequivocabile, che stabilisce l’eccezionalità della decretazione d’urgenza e ne ordina le procedure nel senso di salvaguardare il principio chiave che la funzione legislativa deve comunque restare nelle mani del Parlamento. Senza le garanzie dell’articolo 77, anzi nella rimozione completa di quell’articolo – basti seguire qualche talk show dove si discutono le cose sull’onda della cronaca politica dell’ultima ora e delle dichiarazioni di questo o quel leader, senza stare storia, richiami, connessioni – sarà certamente assicurato il diritto della maggioranza di portarsi a casa qualsiasi bottino a qualsiasi costo. Ma sempre più a scapito e contro i principi della democrazia rappresentativa. C’è una formula che fa rizzare i capelli anche in testa a chi non ce l’ha tra quanti in queste tumultuose settimane si affannano a difendere il principio della governabilità purchessia, senza regole, limiti, garanzie per chi non sia d’accordo, sostenendo che invece non c’è nessun attentato alla democrazia. La formula è quella usata per la prima volta da Alexis de Tocqueville, preoccupato che i troppi mettessero sotto scacco definitivo le minoranze. Si chiama tirannia della maggioranza e nel conflitto tra governabilità e rappresentanza costituisce il piedistallo che va costruendo la vittoria – vuota per altro – della prima.

Che la crisi della governabilità sia sempre più la conseguenza di una crisi senza fine della politica, delle sue storture e del suo degrado, della sua subalternità a poteri che sfuggono al suo controllo e alla sua decisionalità, in primis quello economico-finanziario, della personalizzazione degli interessi e delle carriere e via discorrendo, è materia nota ma che viene trattata nel dibattito come un capitolo a parte rispetto all’assillo ideologico della governabilità. A cominciare dal capo dello Stato, a cui competerebbe il compito di avere cura dell’ordinamento costituzionale, spiegando, attraverso pertinenti azioni di moral suasion, come stanno insieme e si tengono le cose. Ma lasciamo perdere. Il presidente della Repubblica è da tempo protagonista tutto politico, con pieno e decisivo ruolo e scarsa preoccupazione di impartire lezioni di Costituzione. Ruolo insomma più extra costituzionale che mai, il suo. Ma che esistano i presupposti dell’impeachment fa soltanto ridere, se soltanto si hanno chiare due cose: da una parte la complessa natura del ruolo e delle responsabilità del Presidente, secondo l’articolo 90, dall’altra la consapevolezza che il ruolo del Quirinale è quello che è perché la politica non vuole, non può, non è proprio in grado di fare alcunché di diverso da quello che Napolitano costruisce e suggerisce. Inoltre chi sentenzia del Parlamento come di una “scatoletta di tonno da aprire” dovrebbe riflettere seriamente sulla natura del proprio rapporto con la Costituzione e del proprio ruolo un po’ extra di rappresentanti, “cittadini” in simbiosi diretta con i cittadini della rete.

Tagliola? No prego, ghigliottina. Mi è venuto il nervoso per questo balletto linguistico. Strumenti di strazio e di morte l’una e l’altra, la tagliola e la ghigliottina. Invocate, sbagliando la parola o precisandola, ma con una sola idea: portare a casa quello che il governo Letta ha messo nel carniere, e mandare a quel paese, una volta di più, la rappresentanza democratica. Spesso le parole anticipano, alludono, evocano. Lo strazio o la morte del sistema democratico, delle sue regole interne e della sua forza morale, di quello spirito costituente che non dovrebbe mai estinguersi nei poteri costituiti e della sua vocazione espansiva e inclusiva che la Costituzione disegna ma non può più garantire, perché no più incarnata in niente e nessuno, Bisognerebbe pensarci su seriamente, ma non succede. Ovviamente.

Il film del secolo Autore: Valerio De Simone da: controlacrisi.org

 

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo(Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest’ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell’appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l’attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un’espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d’intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all’epoca lavoravano nell’archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall’essere un’opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un’appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un’appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks…), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all’oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l’una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l’altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l’alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda – mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l’ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d’età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri Il film del secolo Bompiani (2013), pp. 341 € 19,00