Lista Tsipras, nuove pratiche all’orizzonte Fonte: micromega | Autore: Alessandro Gilioli

 

Per carità, ragazzi: nessun’autoesaltazione e nessun trionfalismo. La strada verso una possibile lista per un’altra Europa – in appoggio alla candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza Ue – è ancora un sentiero di alta montagna: di quelli così scoscesi che possono strozzarti il fiato da un momento all’altro.

Però la quantità e la qualità delle adesioni al progetto – questo possiamo dirlo – sta andando oltre ogni ottimistica previsione: si va verso le 13 mila firme, tra cui quelle di alcune delle migliori persone di questo Paese. E già molto oltre i confini di quella che per semplicità viene chiamata “sinistra radicale”.

Anche tra i partiti che di quest’area fanno tradizionalmente parte si sta affermando la consapevolezza della generosità come “fattore igienico”, prodromico e indispensabile per ogni possibile risultato: perché gli errori del passato sono certo dolorosi, ma alla fine anche preziosi.

Quello che più sta cambiando rispetto agli anni scorsi, in questo difficile lavoro, sono dunque le pratiche.

Stiamo iniziando a capire che sono i mezzi a qualificare il fine, non è il fine a giustificare i mezzi.

Stiamo iniziando a capire che la nostra antica litigiosità diverte solo i nostri avversari.

Stiamo iniziando a capire ciò che prima di tutto non vogliamo: un futuro in cui i nostri figli ci chiederanno perché sono precari senza futuro e noi saremo costretti a rispondergli che è anche colpa nostra, perché eravamo troppo occupati a guardarci l’ombelico per far cambiare strada alla realtà.

Generosità, quindi.

Capacità di mettere gli obiettivi del progetto (storico, se funzionasse: possiamo dirlo senza paura della retorica) davanti a ogni vanità e ogni interesse personale o di gruppo. Senza risse, frazioni, gelosie. E anche senza permalosità o ditine alzate di chiunque è convinto di avere la ricetta giusta in tasca.

Invece: ascolto, umiltà, capacità di autocorrezione. Proposte che ognuno regala agli altri e che con gli altri possono essere discusse perché siano elaborate, cambiate, migliorate. O cestinate, se non funzionano: e in questo caso avanti altre idee.

Con questo spirito mi pare stia nascendo questa cosa e con questo spirito suggerisco a chi vuole farne parte di implementare queste pratiche nella quotidianità e nei processi decisionali che verranno: i più scivolosi, i più delicati.

Ad esempio, con la trasparenza completa del dibattito: il minor numero possibile di riunioni a porte chiuse, il massimo possibile di confronti aperti sulla Rete. Meglio ancora se il maggior numero possibile delle riunioni avviene in live streaming e con conservazione online del contenuto, commentabile.

Ad esempio con la maggior dose possibile di metodo “bottom-up”: le migliaia di persone che hanno firmato l’appello – lasciando il loro indirizzo mail – potrebbero essere coinvolte nella scelta del nome e del simbolo, così come più avanti nelle definizione delle eventuali candidature. Non è solo un “database”: è proprio una base. Una base di cittadine e cittadini che hanno aderito dal primo momento a questo progetto. Evitiamo, se possibile, di dirgli “grazie, ma adesso lasciateci lavorare”. No?

Ad esempio, ancora, con la creazione di una piattaforma web che consenta a chiunque voglia candidarsi pari opportunità di presentarsi: un curriculum con tutti i link che crede, un numero stabilito di video, un tot di caratteri di idee/programma, un’area nella quale può pubblicare quello che crede o embeddare quello che scrive sul suo blog, interagire con gli elettori e, ovviamente, fornire i collegamenti ai suoi canali sociali; meglio ancora se il candidato organizza sulla piattaforma confronti live con gli elettori e – se vogliono – con altri candidati.

Ad esempio, chiedendo a ogni candidato di rendere disponibili online tutti i contenuti che lo riguardano purché di interesse pubblico.

Ad esempio, stabilendo le regole erga omnes per eventuali incandidabilità senza aver paura di mutuarle da altre forze politiche che hanno case history virtuose in questo senso.

Ad esempio, chiedendo ai candidati di impegnarsi ad utilizzare, se eletti, una funzionalità della piattaforma con la quale consultarsi e confrontarsi con i propri elettori durante il loro mandato, magari anche con sessioni di question time online ogni settimana (meglio ancora se il question time è trasmesso in live streaming e archiviato con adeguati strumenti di indicizzazione).

Tutte piccole cose, forse, e quasi prepolitiche.

Tutte da discutere, appunto: sicuramente da approfondire, da migliorare e chissà se da questo verrà davvero qualcosa di buono.

Ma sono le azioni che contano: i nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.

Mica lo dico io, lo diceva il Mahatma Gandhi.

Almaviva, quella strana partita della delocalizzazione. Un altro caso Electrolux Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Migliaia di lavoratori di Almaviva Contact hanno sfilato in corteo ieri a Palermo, per iniziativa dei sindacati, raggiungendo la presidenza della Regione in piazza Indipendenza.I sindacati, si legge in una nota della Cisl, sono “preoccupati del ridimensionamento dell’azienda e della delocalizzazione fuori dall’Isola delle attività, nel caso in cui non sia sciolto in tempi brevi il nodo della sua sede, nel territorio”. Almaviva è un’azienda leader in Italia nel settore dei call center che a Palermo impiega 3.500 lavoratori a tempo indeterminato più un migliaio di precari. Ha formalmente annunciato, da almeno un paio d’anni, la decisione di trasferire a Palermo, da Roma, la sua sede legale ma la vicenda tarda ancora a trovare soluzione. Anche perché tra le incertezze delle istituzioni locali è uscito fuori che l’azienda non avrebbe le risorse per il cablaggio.

“Quello che serve – ha spiegato Ciccio Assisi, segretario Fistel Cisl per Palermo e Trapani – è solo un immobile, e i vantaggi sarebbero enormi: per i lavoratori che avrebbero certezza del posto di lavoro, e per la Regione che incasserebbe l’Irap legata alle attività del gruppo”.

Di diverso avviso il deputato di Sel Erasmo Palazzotto, che sulla vicenda ha presentato una interrogazione. “E’ insopportabile che Almaviva ricatti i propri lavoratori con la minaccia della delocalizzazione nel silenzio assoluto del governo regionale e nazionale. Le stesse parole del management dell’azienda non rassicurano per niente e sembrano voler costruire le premesse per ulteriori accordi sui salariali e sull’organizzazione del lavoro inaccettabili”, afferma Palazzotto. “La vicenda legata alla sede si e’ rivelata un bluff per nascondere il reale intento dell’azienda di aumentare i profitti sulla pelle dei lavoratori – prosegue Palazzotto – il rischio e’ di trovarci davanti ad un altro caso Electrolux”.

“Per troppo tempo i governi non hanno ritenuto opportuno lavorare su una legislazione che impedisse o ostacolasse l’arma del ricatto legato al costo del lavoro in paesi emergenti – conclude Palazzotto – cosi’ facendo si asseconda la bramosia di guadagno delle aziende e si rischia di ridurre in schiavitu’ i lavoratori italiani.”

Almaviva impiega infatti complessivamente, in cinque regioni d’Italia (Calabria, Campania, Lazio, Lombardia e Sicilia), 8.000 persone oltre a 2.000 precari. A Palermo conta il più alto numero di addetti. Così, col suo arrivo nell’Isola nei forzieri della Regione, che languono per la pesante crisi dell’economia oltreché per i 15 miliardi di residui attivi parte dei quali inesigibili, arriverebbero ben 7,5 milioni di euro. “Manna dal cielo che sarebbe un sacrilegio perdere – afferma Assisi – per il quale è urgente una risposta alle richieste dei lavoratori”. Anche perché “la Sicilia non può permettersi una seconda Fiat”. La Cisl ha sollecitato il “rapido reperimento di un bene confiscato alla mafia, la sua ristrutturazione e l’assegnazione ad Almaviva” e chiede alla Regione di “farsi parte attiva”, si legge ancora nella nota, nei confronti dei ministeri del Lavoro e dell’Economia affinché “sia stoppato il cannibalismo delle commesse operato ai danni della Sicilia. E perché il gruppo dei call center non lasci l’Isola.

Il bidone F35, lo dice anche il Pentagono | Autore: Giulio Marcon da: controlacrisi.org

E’ stato reso noto ieri un rap­porto del Pen­ta­gono (gra­zie al sito http://www.altreconomia.it) che sostan­zial­mente ci dice che i cac­cia­bom­bar­dieri F35 fanno abba­stanza schifo. Con lin­guag­gio tec­nico e diplo­ma­tico il rap­porto segnala che “le per­for­mance sono imma­ture… e che le solu­zioni indi­vi­duate sono inac­cet­ta­bili per le ope­ra­zioni di com­bat­ti­mento” (meno male…). Poi il Pen­ta­gono annun­cia che sono stati fatti dei test sull’affidabilità dell’aereo e che sulle tre varia­bili prese in con­si­de­ra­zione, siamo messi male: non supe­rano il 30% dei risul­tati attesi. Ma non è finita: “i tassi di manu­ten­zione per la gestione di pro­blemi degli aerei sono stati tre volte supe­riori rispetto alle soglie richie­ste”. Tra i pro­blemi tec­nici più pre­oc­cu­panti, ci sarebbe la gestione piena di falle del soft­ware dell’aereo, il peso ecces­sivo dei veli­voli e i caschi dei piloti costo­sis­simi, ma che fanno vedere imma­gini distorte e tra­bal­lanti. E poi c’è il pro­blema dei tem­po­rali e dei ful­mini: in quel caso è meglio che gli F35 riman­gano sulla pista di decollo.

Insomma, un disa­stro. E intanto l’Italia con­ti­nua nella pro­du­zione di aerei che pro­ba­bil­mente non avranno — for­tu­na­ta­mente — alcuna spe­ranza di volare in mis­sione. Avremo but­tato così miliardi di euro per un’operazione sba­gliata e senza senso e con veli­voli che hanno dif­fi­coltà anche a decol­lare. Sul rap­porto del Pen­ta­gono il governo fa finta di niente ed il mini­stro Mauro risulta irre­pe­ri­bile. Abbiamo imme­dia­ta­mente pre­sen­tato una inter­ro­ga­zione urgente, per ora senza risposta.

Que­sto rap­porto del Pen­ta­gono è l’ennesima tegola sugli F35. Eppure il governo ita­liano con­ti­nua imper­ter­rito nella rea­liz­za­zione del pro­gramma vio­lando la stessa mozione par­la­men­tare appro­vata dalla sua mag­gio­ranza a giu­gno: infatti altri tre veli­voli sono stati acqui­stati a set­tem­bre, nono­stante quella mozione avesse impe­gnato il governo a sospen­dere altri acqui­sti fino ad un nuovo pro­nun­cia­mento del par­la­mento, che ovvia­mente non c’è più stato.

E così, nei pros­simi anni spen­de­remo altri 13 miliardi di euro per degli aerei che ser­vono a fare la guerra e a por­tare ordi­gni nucleari, ma che pro­ba­bil­mente — e for­tu­na­ta­mente — dovranno rima­nere a terra fino a che non saranno risolti i pro­blemi tec­nici. 13 miliardi, una enor­mità di soldi, men­tre avremmo biso­gno di quei finan­zia­menti per fare cose più utili: com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione, met­tere in sicu­rezza le scuole, pro­muo­vere le ener­gie rin­no­va­bili. Una fol­lia che il governo fa pas­sare sotto silen­zio, facendo un favore all’industria mili­tare nazio­nale, alla Loc­kheed e alla casta delle gerar­chie mili­tari ita­liane. Tra l’altro, a causa di tutte le man­che­vo­lezze tec­ni­che evi­den­ziate dal rap­porto del Pen­ta­gono, il pro­gramma subirà degli enormi ritardi e costrin­gerà a com­prare o uti­liz­zare veli­voli sosti­tu­tivi per le mis­sioni ope­ra­tive. E natu­ral­mente le inte­gra­zioni di carat­tere tec­nico aggiunte al ritardo della fase pro­dut­tiva pro­dur­ranno ine­vi­ta­bil­mente un aumento dei costi. In Ita­lia c’è chi con­ti­nua a pen­sare che que­sto pro­gramma di cac­cia­bom­bar­dieri F35 sia deci­sivo per le nostre forze armate e una manna per l’occupazione. Le nostre forze armate potreb­bero farne tran­quil­la­mente a meno e i posti di lavoro creati vera­mente mode­sti. Con gli stessi soldi — se inve­stiti in un pro­gramma nazio­nale di pic­cole opere e in un piano del lavoro nei set­tori stra­te­gici del nostro sistema indu­striale — si potreb­bero creare decine di migliaia di nuovi occu­pati. Eppure si con­ti­nua, inu­til­mente, e con uno spreco enorme di risorse che di fronte a que­sta crisi dovreb­bero essere desti­nate ad altro.

Renzi non dice una parola e i suoi depu­tati del Pd alla Camera votano rego­lar­mente con­tro tutte le pro­po­ste per fer­mare i cac­cia­bom­bar­dieri. Anche sugli F35 l’intesa con Ber­lu­sconi è piena e senza incri­na­ture. Ma non è ancora finita e, pre­sto, finita l’indagine con­ci­tiamo sugli F35, il par­la­mento se ne tor­nerà a occu­pare; e allora il governo delle medie intese non potrà più fare finta di niente.

Anp: giovane “assassinato” da soldati israeliani | Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio

Cisgiordania. Mohammed Mubarak, 19 anni, sarebbe stato ucciso a “sangue freddo”, denunciano i palestinesi. Per Israele invece il giovane avrebbe estratto un’arma e sparato contro una postazione dell’esercito

Per i pale­sti­nesi è stato un omi­ci­dio, per Israele invece l’uccisione di un “ter­ro­ri­sta”. E’ la vicenda Moham­med Muba­rak, 19 anni, ucciso ieri da sol­dati israe­liani non lon­tano dall’insediamento colo­nico di Ate­ret, vicino Ramal­lah. Per il mini­stro pale­sti­nese dei lavori pub­blici Maher Gha­neim, siamo di fronte a «un omi­ci­dio a san­gue freddo» e deve essere respinta total­mente la ver­sione israe­liana dell’accaduto. Ghneim ha rife­rito che il gio­vane — che era impie­gato in un pro­getto di rico­stru­zione finan­ziato dall’agenzia gover­na­tiva ame­ri­cana “Usaid”, in coo­pe­ra­zione con il mini­stero dei lavori pub­blici pale­sti­nese — stava diri­gendo, nel suo ora­rio di lavoro, il traf­fico nella zona quando è stato col­pito mor­tal­mente dai sol­dati israe­liani. L’agenzia di stampa pale­sti­nese Maan ha aggiunto che Moham­med Muba­rak «men­tre era al lavoro, sol­dati israe­liani sono soprag­giunti ed hanno comin­ciato a ves­sarlo. Lo hanno costretto a togliersi le scarpe e poi a rimet­terle. Poi gli hanno ordi­nato di fare pochi passi in avanti e indie­tro. Quindi gli hanno spa­rato lasciando san­gui­nante e impe­dendo alle ambu­lanze e ai medici di raggiungerlo».

Invece coloni e sol­dati israe­liani sosten­gono che il gio­vane pale­sti­nese avrebbe estratto all’improvviso un’arma e comin­ciato a spa­rare. Secondo una fonte mili­tare, avrebbe spa­rato «17 salve di colpi di un fucile mitra­glia­tore Carl Gustav» verso una posta­zione dell’esercito che ha rispo­sto la fuoco. Lo scam­bio di colpi, ha aggiunto, sarebbe durato due o tre minuti dopo il quale un’unità della Bri­gata Nahal ha ucciso il pale­sti­nese. Ieri pome­rig­gio, in clima di rab­bia e dolore, si sono svolti i fune­rali di Moham­med Muba­rak nel campo pro­fu­ghi di Al-Jalazoon (Ramal­lah), dove il padre dell’ucciso è il lea­der dei comi­tati popo­lari locali. In piazza Manara a Ramal­lah è stato orga­niz­zato un raduno di pro­te­sta e la mag­gior parte dei negozi del cen­tro ha abbas­sato le ser­rande in segno di rispetto per la gio­vane vittima.

Non c’è tre­gua per i rifu­giati anche di un altro campo pro­fu­ghi, non in Pale­stina ma in Siria. Il grup­po­Work­force for Pale­sti­nians in Syria rife­ri­sce la morte a Yar­mouk (Dama­sco), per ine­dia o per man­canza di far­maci, di altre sette per­sone negli ultimi giorni, che si aggiun­gono alle decine di vit­time regi­strate da set­tem­bre. Il campo, dove si sono asser­ra­gliati com­bat­tenti jiha­di­sti in gran parte stra­nieri, dallo scorso luglio è cir­con­dato dall’esercito siriano. Sabato scorso, per la prima volta in sei mesi, erano entrati 200 lotti di aiuti ali­men­tari, men­tre decine di per­sone, in mag­gior parte donne e bam­bini, erano state tra­sfe­rite in ospe­dale. Cibo e medi­cine non suf­fi­cienti per i biso­gni di 18 mila (dei circa 150 mila) abi­tanti rima­sti intrap­po­lati a Yar­mouk e ormai allo stremo.

Rappresentanza, Cremaschi fa ricorso: “Ecco perché vìola lo statuto della Cgil” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sull’accordo del 10 gennaio, meglio noto come accordo sulla Rappresentanza, Giorgio Cremaschi fa ricorso al Collegio Statutario nazionale del sindacato. Non è certo la prima che nella fase congressuale vengono fuori magagne e intoppi tali da dover chiedere il pronunciamento dei “vertici istituzionali” del sindacato, ma stavolta la questione è piuttosto capitale. E anche se non riguarda direttamente (non ancora, ndr) lo svolgimento del congresso, certo che lo investe politicamente. Tanto che lo stesso Cremaschi, come rappresentante del documento di opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, nel presentare il testo del ricorso nel corso di una conferenza stampa sottolinea che questo è il primo di una serie di atti “che faremo nel corso del congresso”.
La tesi di fondo del “Secondo documento” è che l’accordo vìola lo Statuto della Cgil, soprattutto per quanto riguarda la sua “natura democratica e partecipativa”. “Di conseguenza se la Cgil dovesse conformarsi a tali nuovi vincoli la sua vita e le sue pratiche democratiche ne sarebbero stravolte”. Questa violazione dello Statuto, proprio in contemporanea del percorso congressuale, farebbe saltare una seconda norma, quella che vieta modifiche della “carta costituzionale” del sindacato proprio durante l’assise nazionale.
Nel merito, quindi, Cremaschi chiede la revoca della decisione del Comitato direttivo del 17 gennaio che a stragrande maggioranza ha approvato quell’accordo. Il Cd, infatti, non poteva decidere proprio perché le norme dell’accordo sono “incostituzionali” per il sindacato stesso.
Dove, l’accordo del 10 gennaio entra in contraddizione con lo Statuto della Cgil? In più punti, naturalmente. Quello capitale è che l’articolo 2 parla di “libertà sindacale”, “pluralismo”, rifiuto di “qualsiasi monopolio dell’azione sindacale”. Tutti passaggi che vengono stracciati dal passaggio dell’accordo in cui si prevede che i diritti di rappresentanza sono accessibili solo ai firmatari dell’intesa. Si tratta di un punto che, secondo Cremaschi e anche secondo la Fiom, è rintracciabile nella sentenza della Corte costituzionale contro la Fiat, dove i lavoratori “hanno il diritto ad essere rappresentati da organizzazioni effettivamente rappresentative a prescindere dalla legittimazione della controparte datoriale”.
Ovviamente, Cremaschi, respinge pure la tesi della continuità tra l’accordo del 28 giugno 2011 e il testo sul regolamento, ragione per cui varrebbe, come ha detto Susanna Camusso, la consultazione fatta all’epoca. Quindi, non essendoci stata consultazione ci sarebbe un ulteriore motivo di non validità del pronunciamento del direttivo. Su un punto relativo a questo argomento Cremaschi ha una ragione stellare: nel testo del 28 giugno il passaggio sulle sanzioni, che sbuca fuori a gennaio 2014, non c’è. Quella delle sanzioni, tra l’altro, è un’altra nota dolente. Non solo la Cgil non avrebbe alcuna legittimità a stabilire sanzioni rispetto a un atto, quello dello sciopero, di cui è titolare il singolo lavoratore, ma è anche incappata nel madornale errore di prevedere l’attività di una commissione arbitrale in cui comunque verrebbe a trovarsi sempre in minoranza. Né varrebbe il fatto che ad essere investiti delle sanzioni sarebbero i rappresentanti sindacali in quanto, sempre secondo Cremaschi, non hanno alcuna titolarità giuridica.
Ce ne è abbastanza, insomma, da lasciar prefigurare che se il ricorso non dovesse trovare accoglimento nelle istanze interne, con i medesimi contenuti dovrà essere trasferito alla Corte Costituzionale.
La presentazione del ricorso è stata anche l’occasione per fornire alcuni flash sull’andamento del congresso. E non sono mancate le sorprese. La prima è che la partecipazione è molto scarsa e difficilmente il sindacato riuscirà a bissare il risultato di quattro anni fa, quando sulla carta la Cgil contò quasi due milioni di votanti. La valutazione di Cremaschi è che i numeri di questa tornata stanno tendenzialmente sotto il milione. E se è così che sarà certificato, il Secondo documento avrà portato a casa, sempre sulla scorta di una valutazione sommaria, “tra il cinque e il dieci per cento”. Ma non è finita qui, perché evidentemente la maggioranza non sta a guardare. E allora si moltiplicano gli episodi, tipici di tutti i congressi, di intervento a gamba tesa. Il Secondo documento è pronto a documentare tutto a breve presentando un dossier con tutti gli episodi rilevanti. E intanto i suoi rappresentanti presso la Commissione nazionale di garanzia sono pronti a ritirare la loro firma dal verbale finale qualora non si verificasse un intervento su irregolarità, anomalie e forzature.