Italicum, peggio della Legge Acerbo voluta dal fascismo Fonte: paoloferrero.it

 

La proposta di legge elettorale avanzata da Renzi, Berlusconi e Alfano è peggio del Porcellum ed è più incostituzionale del Porcellum . Questo per due semplici motivi.

Innanzitutto, come il Porcellum la proposta Pd/Pdl è ipermaggioritaria e nei fatti non ha alcuna soglia minima per far scattare il premio. Semplicemente se il primo partito raggiunge il 35% il premio scatta automaticamente, se questa soglia non viene raggiunta il premio scatta dopo un ballottaggio. Quindi la distorsione della rappresentanza che la Corte Costituzionale ha ravvisato nel Porcellum è pienamente confermata dalla proposta Renzi.

Parimenti la possibilità dell’elettore di scegliere il proprio candidato continua a non esistere in quanto le liste elettorali, per quanto più corte, sono fisse ed insindacabili. Quindi anche il secondo rilievo di incostituzionalità sollevato dalla Corte non viene risolto dalla proposta Renzi .

Sin qui ci troviamo quindi di fronte ad una proposta che riproduce gli effetti del Porcellum e i vizi di costituzionalità dello stesso.

Esiste però un motivo preciso per cui il sistema elettorale proposto da Renzi e Berlusconi è peggiorativo del Porcellum . Nel caso del Porcellum la distorsione della rappresentanza riguardava nella sostanza il premio di maggioranza , cioè chi vinceva. Nella nuova legge elettorale proposta la distorsione si concentra invece anche – per certi versi soprattutto – su chi perde . La scelta di fare sbarramenti che partono dall’8%, ma che in realtà sono molto più alti, riduce nei fatti a 2 o 3 grandi partiti la possibilità di accedere alla rappresentanza istituzionale, mettendo fuori dal Parlamento tutti gli altri. La cosa che salta agli occhi è che questa esclusione non ha alcuna giustificazione: se il premio di maggioranza viene giustificato in nome della governabilità, che cosa giustifica il fatto che solo minoranze sopra l’8% possano entrare in Parlamento?

Il punto allora è questo: la logica di Renzi aggiunge all’assolutizzazione del tema della governabilità, quello della semplificazione autoritaria del sistema politico. Il sistema politico italiano nello schema di Renzi e Berlusconi diventa sempre più simile ad un consiglio di amministrazione di una azienda , in cui il “parco buoi” dei piccoli azionisti non ha mai voce in capitolo. È l’assolutizzazione del principio del governo da parte di minoranze oligarchiche con la riduzione al silenzio della maggioranza disorganizzata della popolazione . Oppure se volete una specie di campionato professionista senza retrocessioni e senza nuovi ingressi: chi ha i soldi per stare dentro il campionato ci rimane, ha il suo ritorno di immagine, e non rischia mai di entrare in concorrenza con chi dal campionato è escluso.

Ovviamente questa scelta non ha nulla a che vedere con la democrazia e la rappresentanza delle opinioni del popolo sovrano . L’idea di fondo è che una volta assunte le politiche di austerità come la strada obbligata di ogni governo, si tratta di impedire al popolo di organizzarsi per far valere le proprie ragioni e per costruire una alternativa. La cancellazione dalla rappresentanza parlamentare – e quindi anche dal circuito mediatico che a quella rappresentanza è connesso – diventa la strada maestra per cercare di confinare nella protesta le istanza alternative. Il nodo fondamentale non è più la governabilità – che come vediamo è garantita in tutta Europa da grandi coalizioni – ma l’espulsione dalla scena della comunicazione di massa di tutte le istanze che pongano il nodo dell’alternativa di sistema.

Non è un piccolo salto di qualità e rappresenta non solo la distruzione della democrazia nata dalla resistenza ma della democrazia tout court . Per avere un’idea, la famigerata legge Acerbo del 1924, varata dopo la marcia su Roma e fortemente voluta da Mussolini , determinò un risultato elettorale in cui il fascismo ebbe la maggioranza assoluta ma in cui ottennero seggi: Partito Popolare Italiano (9,01%, 39 seggi), Partito Socialista Unitario (5,90%, 24 seggi), Partito Socialista Italiano (5,03%, 22 seggi), Partito Comunista d’Italia (3,74%, 19 seggi), Liberali centristi (3,27%, 15 seggi), Opposizione costituzionale (2,20%, 14 seggi), Partito Repubblicano Italiano (1,87%, 7 seggi) e così via.

In altri termini, la legge prodotta da Renzi e Berlusconi è molto peggio della Legge Acerbo voluta da Mussolini dopo la marcia su Roma. Con le legge Renzi, Matteotti probabilmente non sarebbe mai stato assassinato, per il semplice motivo che non sarebbe stato eletto in Parlamento e non avrebbe mai potuto denunciare in quella sede le malefatte del regime. Forse è un problema che non riguarda solo i piccoli partiti.

Libri & Conflitti. L’estratto da INFINITI AMORI da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti Quanti sono gli amori possibili? Tendenzialmente infiniti, come le soggettività: amori tra donne e uomini, tra donne e donne, tra uomini e uomini, amori transessuali, amori migranti. Per le donne l’amore è stato il centro della vita, la ricerca di senso
nella cura verso l’uomo, un “recinto” che ha finito per sancire il dominio maschile.
Il femminismo ha poi svelato l’inganno, ritenendo che la libertà sessuale fosse garanzia di salvezza, ma ha trascurato la straordinaria ambivalenza che appartiene alla narrazione femminile dell’amore. D’altra parte il discorso amoroso maschile è stato rivoluzionato dal movimento delle donne, accanto a quello antiautoritario e al movimento lgbtqi. Sono cambiati dunque i desideri, gli immaginari e i sentimenti che costruiscono l’amore. 
Questo libro cerca di tessere la trama di un nuovo discorso d’amore e lo fa a partire dalle riflessioni culturali e dalle storie vere di uomini e donne che hanno raccontato la propria esperienza diretta.


Capitolo primo
Amori diversi
Scrivere un libro è un’impresa che si inizia sempre con molto desiderio ma anche molto timore: prevale il primo naturalmente, altrimenti l’impresa non si avvierebbe, ma il secondo mi chiede di rivolgermi, per cominciare e proseguire, alle mie letture preferite, a quelle donne – e uomini – le cui parole mi sono sentita di tradurre nei miei pensieri, scritture e intenzioni. Se poi l’impresa è quella di parlare di ciò di cui sembra impossibile parlare, l’amore, e di farlo assumendo uno sguardo sessuato, cercando cioè di interpretare il tema e la storia dell’amore, la sua attualità, nelle esperienze, vissuti, pensieri di donne e uomini, mettendone in luce le differenze, allora il ricorso alle sapienze di chi ha già scritto sembra urgere e, come sempre, mi aiuta, non mi delude.
Maria Zambrano è una filosofa molto letta, commentata e citata negli studi delle donne, il suo sguardo e quanto scrive non esplicita quasi mai intenzionalmente la sua parzialità di parola di donna, ma parola di donna è, nettamente, e propone uno sguardo sul mondo, sulle relazioni, sul sentire/pensare che è il suo ed è sapienza femminile.
Ritrovo allora in quanto scrive ciò che andavo cercando e sapevo di trovare lì, quasi una rassicurazione a ciò che mi avvio a scrivere, e l’indicazione di uno dei percorsi che provo a prendere per parlare dell’amore e dell’amore delle donne.
Zambrano scrive più in generale di sentimenti e non solo dell’amore, ma poi risulta chiaro che all’amore si riferisce quando dice:
I sentimenti sono molti, sono sfuggenti; per essere la cosa più viva della nostra vita sono la cosa più imprendibile; la cosa più pronta a fuggire e a lasciarci una specie di vuoto palpitante, quando pretendiamo di captarli.
Sono la cosa più ostile alla definizione. Per questo la poesia e il romanzo sono stati i suoi migliori alvei. Perché è proprio dei sentimenti il non essere analizzati, bensì l’essere espressi.
In seguito, nello stesso scritto, un richiamo a uno dei temi che si ripetono nelle parole della filosofa: il silenzio dell’interiorità, l’afasia della vita profonda, che sembrerebbero caratterizzare il contemporaneo.
Ma non si tratta solo di una lamentazione, lei offre una via di espressione e di uscita da questa incapacità o non volontà del dire.
Una delle maggiori sfortune e penurie del nostro tempo è l’ermetismo della vita profonda, della vita vera, dell’opinione che si è nascosta sempre in posti meno accessibili. Fare la sua storia, benché timidamente, sarà un lavoro di liberazione.
Farne la storia e lavoro di liberazione sono le due vie e i suggerimenti che soprattutto mi aiutano, mi danno direzione o confermano
quella che già avevo e che mi/ci ha spinto a pensare, progettare un libro sull’amore curato da una donna e un uomo.
L’amore diverso per donne e uomini ha una storia, più storie narrate, scritte e vissute, che ne hanno formato nel tempo la cultura,
diversa, tra i due sessi e anche competenze al viverla questa cultura o culture molto differenti. E allora farne la storia, usare letteratura e poesia possono liberare da questo ermetismo, dai silenzi della vita profonda che riguardano i sentimenti e l’amore in particolare?

Da molti anni si occupa di educazione, formazione e cultura, con particolare attenzione alle culture di genere. È stata componente del Comitato pari opportunità del Ministero della Pubblica istruzione e consulente presso il Ministero per le Pari opportunità; ha insegnato Pedagogia delle differenze di genere, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Milano Bicocca. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Badaracco, è vicepresidente della Libera Università delle donne; partecipa inoltre al gruppo «Suigeneri» presso la Libera Università dell’autobiografia. Tra le ultime pubblicazioni: Dopo la solitudine (Milano 2007); Soggetti di storie (Milano 2008), Sette vite come i gatti. Generazioni, pensieri e storie di donne nel contemporaneo (Milano 2010).

a cura di: Barbara Mapelli – Alessio Miceli
ediesseonline
pagine: 320
ISBN: 88-230-1818-1

Genova, la procura dà un “nuovo impulso” per l’espulsione degli agenti G8 da: controlacrisi.org

Autore: fabrizio salvatori

 

Non e’ finita, per i funzionari di polizia condannati in via definitiva per le violenze di Genova Bolzaneto durante il G8 del luglio 2001 e che ancora non sono andati in pensione. Un nuovo procedimento disciplinare sara’ avviato dalla Corte di appello di Genova a carico di quei poliziotti che, pur condannati in via definitiva per quelle violenze, non hanno perso il posto di lavoro per decisione del ministero che ha ritenuto ‘colposa’ la condotta dei funzionari di polizia in quel luogo. E’ stato il procuratore generale di Genova Vito Monetti ad annunciare un ‘nuovo impulso’ in questa direzione in occasione del suo discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario a Genova.
“All’esito del processo penale, il mio ufficio ha aperto un procedimento per l’applicazione delle sanzioni disciplinari nei confronti di coloro che risultavano essere ancora in servizio come dipendenti della polizia di Stato”, come Spartaco Mortola, Gilberto Caldarozzi e Filippo Ferri. “La stampa nazionale ha riferito che si sarebbero conclusi nella competente sede ministeriale i procedimenti disciplinari e essendo stata ritenuta la natura colposa delle condotte sono state applicate sanzioni che non hanno implicato la perdita dell’impiego. Di conseguenza – ha ribadito il procuratore generale – il procedimento iniziato dal mio ufficio dovra’ avere nuovo impulso” nei confronti di quei funzionari che sono rimasti in servizio nella Polizia di Stato e che ancora non sono andati in pensione. Nella sua relazione, il procuratore generale ha ricordato il
processo a quei funzionari di polizia che vennero condannati. “In quel processo le imputazioni riguardavano le ‘coperture’ che erano state offerte a quei reati violenti da parte di quei funzionari che per quelle ‘coperture’ sono stati definitivamente condannati”.
Alla fine del processo penale la procura generale, cosi’ come dispongono le norme di attuazione del codice di procedura, ha aperto un procedimento che poteva portare alla sospensione o addirittura all’esonero. Ma la commissione in sede ministeriale non ha proceduto in quel senso. Per questo, e dopo tanti anni, il procedimento “avra’ nuovo impulso” e per questo le vicende processuali del G8, almeno per quello che riguarda quei funzionari di polizia, non potranno ancora dirsi concluse.

 

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Appello dei giuristi: Italicum peggio del Porcellum, fermatevi da: controlacrisi.org

 

Riforme. L’appello dei più autorevoli costituzionalisti italiani ai parlamentari. Sotto accusa premio di maggioranza, liste bloccate e sbarramento

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La pro­po­sta di riforma elet­to­rale depo­si­tata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segre­ta­rio del Par­tito Demo­cra­tico Mat­teo Renzi e il lea­der di Forza Ita­lia Sil­vio Ber­lu­sconi con­si­ste sostan­zial­mente, con pochi cor­ret­tivi, in una rifor­mu­la­zione della vec­chia legge elet­to­rale – il cosid­detto “Por­cel­lum” – e pre­senta per­ciò vizi ana­lo­ghi a quelli che di que­sta hanno moti­vato la dichia­ra­zione di inco­sti­tu­zio­na­lità ad opera della recente sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale n.1 del 2014.

Que­sti vizi, afferma la sen­tenza, erano essen­zial­mente due.

Il primo con­si­steva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rap­pre­sen­tanza poli­tica deter­mi­nata, in con­tra­sto con gli arti­coli 1, 3, 48 e 67 della Costi­tu­zione, dall’ enorme pre­mio di mag­gio­ranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – asse­gnato, pur in assenza di una soglia minima di suf­fragi, alla lista che avesse rag­giunto la mag­gio­ranza rela­tiva. La pro­po­sta di riforma intro­duce una soglia minima, ma sta­bi­len­dola nella misura del 35% dei votanti e attri­buendo alla lista che la rag­giunge il pre­mio del 53% dei seggi rende insop­por­ta­bil­mente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del prin­ci­pio di rap­pre­sen­tanza lamen­tata dalla Corte: il voto del 35% degli elet­tori, tra­du­cen­dosi nel 53% dei seggi, ver­rebbe infatti a valere più del dop­pio del voto del restante 65% degli elet­tori deter­mi­nando, secondo le parole della Corte, “un’alterazione pro­fonda della com­po­si­zione della rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica sulla quale si fonda l’intera archi­tet­tura dell’ordinamento costi­tu­zio­nale vigente” e com­pro­met­tendo la “fun­zione rap­pre­sen­ta­tiva dell’Assemblea”. Senza con­tare che, in pre­senza di tre schie­ra­menti poli­tici cia­scuno dei quali può rag­giun­gere la soglia del 35%, le ele­zioni si tra­sfor­me­reb­bero in una roulette.

Il secondo pro­filo di ille­git­ti­mità della vec­chia legge con­si­steva nella man­cata pre­vi­sione delle pre­fe­renze , la quale, afferma la sen­tenza, ren­deva il voto “sostan­zial­mente indi­retto” e pri­vava i cit­ta­dini del diritto di “inci­dere sull’elezione dei pro­pri rap­pre­sen­tanti”. Que­sto mede­simo vizio è pre­sente anche nell’attuale pro­po­sta di riforma, nella quale pari­menti sono escluse le pre­fe­renze, pur pre­ve­den­dosi liste assai più corte. La desi­gna­zione dei rap­pre­sen­tanti è per­ciò nuo­va­mente ricon­se­gnata alle segre­te­rie dei par­titi. Viene così ripri­sti­nato lo scan­dalo del “Par­la­mento di nomi­nati”; e poi­ché le nomine, ove non avven­gano attra­verso con­sul­ta­zioni pri­ma­rie impo­ste a tutti e tas­sa­ti­va­mente rego­late dalla legge, saranno decise dai ver­tici dei par­titi, le ele­zioni rischie­ranno di tra­sfor­marsi in una com­pe­ti­zione tra capi e infine nell’investitura popo­lare del capo vincente.

C’è poi un altro fat­tore che aggrava i due vizi sud­detti, com­pro­met­tendo ulte­rior­mente l’uguaglianza del voto e la rap­pre­sen­ta­ti­vità del sistema poli­tico, ben più di quanto non fac­cia la stessa legge appena dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale. La pro­po­sta di riforma pre­vede un innal­za­mento a più del dop­pio delle soglie di sbar­ra­mento : men­tre la vec­chia legge, per que­sta parte tut­tora in vigore, richiede per l’accesso alla rap­pre­sen­tanza par­la­men­tare almeno il 2% alle liste coa­liz­zate e almeno il 4% a quelle non coa­liz­zate, l’attuale pro­po­sta richiede il 5% alle liste coa­liz­zate, l’8% alle liste non coa­liz­zate e il 12% alle coa­li­zioni. Tutto que­sto com­por­terà la pro­ba­bile scom­parsa dal Par­la­mento di tutte le forze minori, di cen­tro, di sini­stra e di destra e la rap­pre­sen­tanza delle sole tre forze mag­giori affi­data a gruppi par­la­men­tari com­po­sti inte­ra­mente da per­sone fedeli ai loro capi.

Insomma que­sta pro­po­sta di riforma con­si­ste in una rie­di­zione del por­cel­lum , che da essa è sotto taluni aspetti – la fis­sa­zione di una quota minima per il pre­mio di mag­gio­ranza e le liste corte – miglio­rato, ma sotto altri – le soglie di sbar­ra­mento, enor­me­mente più alte – peg­gio­rato. L’abilità del segre­ta­rio del Par­tito demo­cra­tico è con­si­stita, in breve, nell’essere riu­scito a far accet­tare alla destra più o meno la vec­chia legge elet­to­rale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichia­rata incostituzionale.

Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti esprimono il loro sconcerto e la loro protesta

Con­tro la pre­tesa che l’accordo da cui è nata la pro­po­sta non sia emen­da­bile in Par­la­mento, ricor­dano il divieto del man­dato impe­ra­tivo sta­bi­lito dall’art.67 della Costi­tu­zione e la respon­sa­bi­lità poli­tica che, su una que­stione deci­siva per il futuro della nostra demo­cra­zia, cia­scun par­la­men­tare si assu­merà con il voto. E segna­lano la con­creta pos­si­bi­lità – nella spe­ranza che una simile pro­spet­tiva possa ricon­durre alla ragione le mag­giori forze poli­ti­che – che una simile rie­di­zione pale­se­mente ille­git­tima della vec­chia legge possa pro­vo­care in tempi più o meno lun­ghi una nuova pro­nun­cia di ille­git­ti­mità da parte della Corte costi­tu­zio­nale e, ancor prima, un rin­vio della legge alle Camere da parte del Pre­si­dente della Repub­blica onde sol­le­ci­tare, in base all’art.74 Cost., una nuova deli­be­ra­zione, con un mes­sag­gio moti­vato dai mede­simi vizi con­te­stati al Por­cel­lum dalla sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. Con con­se­guente, ulte­riore discre­dito del nostro già scre­di­tato ceto politico.

Primi fir­ma­tari:

Gae­tano Azza­riti, Mauro Bar­be­ris, Miche­lan­gelo Bovero, Erne­sto Bet­ti­nelli, Fran­ce­sco Bilan­cia, Lorenza Car­las­sare, Paolo Caretti, Gio­vanni Cocco, Clau­dio De Fio­res, Mario Dogliani, Gianni Fer­rara, Luigi Fer­ra­joli, Angela Musu­meci, Ales­san­dro Pace, Ste­fano Rodotà, Luigi Ven­tura, Mas­simo Vil­lone, Ermanno Vitale.

Pie­tro Adami, Anna Fal­cone, Gio­vanni Incor­vati, Raniero La Valle, Roberto La Mac­chia, Dome­nico Gallo, Fabio Mar­celli, Valen­tina Pazè, Paolo Solimeno

Per ade­rire inviare una mail a: perlademocraziacostituzionale@gmail.com

“Sospetti su Napolitano infondati”. E Di Matteo se ne va da : antimafia duemila

olivieri-vincenzo-c-michele-naccari studio-cameradi Salvo Palazzolo – 26 gennaio 2014
Palermo. L’inaugurazione dell’anno giudiziario si trasforma presto in un inedito processo. Il presidente della Corte d’appello, Vincenzo Oliveri, mette sotto accusa l’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato. «Si è tentato di offuscare l’immagine del presidente della Repubblica — dice — col sospetto di sue interferenze in un grave procedimento in corso qui a Palermo». E aggiunge: «Sospetti che i nostri giudici hanno dichiarato da subito totalmente infondati, per questo sentiamo di rinnovare al presidente della Repubblica l’impegno di fedeltà alla legge e alla Costituzione, di cui egli è il supremo garante».
I magistrati che hanno istruito il processo trattativa sono lì, davanti a Oliveri, nell’affollatissima aula magna della Corte d’appello: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene. Ascoltano in silenzio, restano immobili quando parte un applauso alla fine dell’intervento. E pochi minuti dopo, mentre il consigliere del Csm Roberto Rossi inizia a parlare, Di Matteo e Teresi escono dall’aula e tornano nel bunker al secondo piano del palazzo di giustizia. I loro volti sono visibilmente amareggiati, ma non arriva alcuna replica al discorso di Oliveri. Discorso durissimo, anche perché nessun pm di-matteo-c-barbagallo-67di Palermo ha mai messo sotto accusa Napolitano, che è solo testimone nel processo per la trattativa mafia-Stato.
È Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, il leader della Agende Rosse, a esplicitare la polemica: «Il presidente della Corte d’appello non ha detto una sola parola sulle minacce in carcere di Totò Riina a Nino Di Matteo. Che strano destino: anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone erano stati attaccati dai loro stessi colleghi poco prima di essere uccisi. Speriamo davvero che quella stagione non si ripeta».
Sulle minacce ai pm di Palermo, non usa invece mezzi termini il procuratore generale Roberto Scarpinato. «Stiamo assistendo a un’escalation di intimidazioni nei confronti dei magistrati di Palermo e Trapani», dice. «Sappiamo bene come un certo passato sia un pericolo costante. Davanti a queste situazioni non bisogna mai abbassare la guardia». Parole che ribadisce il presidente del Senato, Piero Grasso, seduto in prima fila nell’aula magna della Corte: «Sono qui per testimoniare la presenza e la vicinanza dello Stato verso quei magistrati che operano contro la mafia e corrono rischi».
Ma la polemica sulle parole di Oliveri è ormai innescata. Nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario ci sono anche bacchettate per «l’esposizione mediatica» di alcuni magistrati, per i «comportamenti impropri e le carriere politiche inaugurate nel medesimo distretto dove il giorno prima il candidato indossava la toga». Chiaro il riferimento all’ex pm Antonio Ingroia, che ha fondato il movimento “Azione Civile”.

La Repubblica del 26 gennaio 2014

In foto: Olivieri Vincenzo (© Michele Naccari / Studio Camera),
Nino Di Matteo (© Giorgio Barbagallo)

Rom, disabili, gay: ecco l’altra memoria da: globalist

Film, dibattiti, mostre, incontri, flash mob. Diverse iniziative in tutta Italia ricordano l’omocausto, l’uccisione di oltre 10 mila omosessuali nei campi di concentramento.


Desk3
sabato 25 gennaio 2014 16:57

Dieci, forse 13 mila. È difficile stimare quanti omosessuali siano morti nei campi di concentramento. Valutare con certezza quale sia stata la portata dell’omocausto, come è stato ribattezzato, è un’impresa complessa. Perché, una volta che i carri armati alleati hanno abbattuto i cancelli dei lager nazisti, moltissime delle persone che fino a quel momento erano state costrette a indossare una divisa a righe con cucito un triangolo rosa, hanno preferito ritirarsi nell’anonimato, perché la persecuzione, per loro, ancora non era finita.

“Quello che non si dice – spiega Marco Reglia, referente per le iniziative sulla memoria di Arcigay – è che la repressione degli omosessuali, che nel periodo nazista ha fatto registrare il suo picco, era in vigore prima di Hitler e lo è stata dopo”. Molti dei sopravvissuti, infatti, vennero riarrestati, perché il Paragrafo 175 del codice penale tedesco – in vigore dal 1871 – che aveva portato al loro arresto lo rimase sino al 1969 e, anche se in parte riformato, venne abolito definitivamente solo nel 1994: il Paragrafo 175 considerava un crimine ogni gesto tra uomini giudicato sconveniente. “Nel periodo nazista l’omosessualità era considerata un handicap, una malattia contagiosa che avrebbe potuto compromettere la perfezione della razza ariana – continua Reglia -: era, quindi, un problema interno”. Si iniziava tentando di curare la malattia: moltissime sperimentazioni vennero fatte sugli omosessuali nei lager (la percentuale dei morti è stimata intorno al 60 per cento, nel caso di prigionieri politici è del 41). Poi, si passava alla castrazione: “Moltissime volte erano gli stessi omosessuali a chiederla: si sentivano sbagliati”.

L’ultimo passaggio, l’eliminazione. In Italia, il primo codice penale italiano, il Codice Zanardelli del 1889, non prevedeva una norma contro l’omosessualità (al contrario del codice penale sardo poi esteso, dopo il 1861 a tutta la penisola): “Ma questo non significa apertura, anzi: se ci fosse stato un articolo specifico, ci sarebbero stati degli arresti e, di conseguenza, pubblicità. Invece, non si disse nulla, così nessuno ne avrebbe parlato. A una repressione corrisponde una reazione che la contrasta. Senza una norma che nega un diritto, tutto è sepolto nel silenzio”. Un silenzio durato fino agli anni Settanta, quando alcuni militanti hanno cominciato a fare ricerche e a parlare di quello che successe agli omosessuali e ad altre minoranze nei lager nazisti. Un silenzio che, per alcuni versi, arriva sino a oggi. Per questo, per dare voce, oltre che a ebrei, anche a gay, lesbiche, travestiti, rom, sinti, prostitute, testimoni di Geova, anarchici, sono moltissime le iniziative che si rincorrono in tutta Italia in occasione del Giorno della Memoria.

Bologna. Tante le iniziative a Bologna. Si comincia questa sera alle 19 al Cinema Odeon con la proiezione di “Il rosa nudo” (ingresso 3,5 euro), film che racconta storia di Pierre Seel, internato e torturato dai nazisti nel 1941. Lavoro sperimentale del regista cagliaritano Giovanni Coda, “Il rosa nudo” prende spunto da “Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel”, autobiografia di Seel in cui racconta il suo internamento nel campo di Schirmeck, dove assistette alla morte atroce del compagno. Dopo il film, interverranno il regista, Luki Massa, direttrice di Some Prefer Cake, Porpora Marcasciano, direttrice di “Divergenti” ed Enza Negroni, presidente di DER-documentaristi Emilia-Romagna. Lunedì 27 gennaio alle 9.45 al giardino di Villa Cassarini, commemorazione delle vittime gay, lesbiche e trans del nazifascismo presso la lapide che le ricorda. Sempre lunedì, ma alle 16, a Palazzo Marescotti sarà proiettato “Paragraph 175” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, uno dei primi documentari sull’omocausto. La proiezioni sarà preceduta da una conferenza di Marco Reglia su “Nazismo e omosessualità: l’apice di una lunga e continua repressione”. Infine, alle 21 nella sede del circolo Arcigay, inaugurazione di “Rosa Cenere”, mostra curata da Jacopo Camagni realizzata dai volontari del gruppo Peopall e prodotta da Cassero gay lesbian center in collaborazione con Renbooks. Diacissette tavole di 19 giovani artisti – illustratori e fumettisti – per raccontare 11 storie di gay e lesbiche perseguitati durante il nazifascismo. All’inaugurazione parteciperà Lucy, transessuale sopravvissuta ai campi di concentramento.

Roma. Per domenica 26 gennaio l’Associazione 21 luglio e l’Associazione Sucar Drom organizzano “Samudaripen. Tutti morti. Memorie dello sterminio dimenticato di rom e sinti”. Alle 18, presentazione di “Memors, il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia. La persecuzione dei Rom e dei Sinti nell’Italia fascista”. Alle 19, il convegno “Respingere, contenere, concentrare. Le declinazioni dell’esclusione dallo sterminio nazifascista alle attuali politiche securitarie”. Interverranno Luca Bravo dell’Università Telematica L. Da Vinci di Chieti, Gabriele Rigano dell’Università per Stranieri di Perugia, Sergio Bontempelli di OsservAzione onlus, con la video testimonianza di Moni Ovadia. Alle 20, proiezione di ‘Terrapromessa’: il campo rom di Masseria del Pozzo a Giugliano, Napoli, protagonista del documentario di Mario Leombruno e Luca Romani. Anche quest’anno, l’Istituto Statale Sordi (Iss) conferma la propria adesione alla Risoluzione Onu 60/7 Holocaust Remembrance organizzando un seminario di commemorazione delle vittime dell’olocausto. ‘Testimonianze Silenziose’ si terrà giovedì 30 gennaio 2014 alle ore 16 presso la Sala Seminari dell’Istituto Statale Sordi. Per l’occasione sarà proiettato il documentario “Noi c’eravamo. La seconda guerra mondiale nelle testimonianze dei sordi romani”, prodotto da una collaborazione tra l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione – CNR e l’Istituto Statale Sordi e Cooperativa Le Farfalle. ‘Noi c’eravamo’ racconta i mesi dell’occupazione nazista di Roma dal punto di vista di bambini e ragazzi sordi che guardavano il mondo degli adulti e cercavano di comprendere la ferocia della guerra. Divenuti anziani, i bambini di un tempo hanno deciso di affidare la memoria del proprio vissuto alle nuove generazioni di sordi. La narrazione e le testimonianze sono rese interamente in Lingua dei Segni Italiana (LIS). La proiezione sarà accompagnata da una performance teatrale tratta dallo spettacolo “Oltre gli occhi” della Compagnia CineTeatro Laboratorio Zero con la regia di Dario Pasquarella.

Torino. Domenica 26 gennaio, in piazza Castello, dalle ore 16 ‘Attenti a non ripetere’, flash mob dedicato a dedicato a tutte le vittime dell’Olocausto: per ricordare Ebrei, Rom, Sinti, omosessuali, disabili, oppositori politici, testimoni di Geova e tutti coloro che sono caduti durante l’occupazione nazista dell’Europa nella Seconda Guerra Mondiale. (ambra notari)