lettera al presidente Titta Scidà da Santina Sconza

 

Scidà

Caro Presidente Titta  Scidà

Caro presidente ieri sera sono stata presso l’aula 1 dei Benedettini di Catania per la presentazione del libro sulla raccolta dei tuoi scritti sul giornale Città D’Utopia, sono rimasta colpita e amareggiata. Sembrava che l’antimafia a Catania fosse stata fatta solo dai quei quattro che erano presenti; nessun accenno al giornale Isola Possibile che per anni ha scritto sulla mafia in Sicilia ma soprattutto a Catania. Il Giornale era un mensile che usciva come allegato del Manifesto in tutte le edicole della Sicilia. Puntualmente ogni mese uscivano delle pagine sul caso Catania, il nostro direttore responsabile Marco Benanti si occupava della giudiziaria e tanti giovani sparsi per la Sicilia scrivevano su ciò che accadeva nella nostra regione, magistrati dal calibro di Giancarlo Caselli, Antonio Ingroia, Sebastiano Ardita, Marisa Acagnino e tanti altri hanno collaborato con noi.  Quante notti passati a correggere gli articoli a controllare i documenti (per non beccarci una querela), quante ore e ore per impaginare il giornale. Ma quando era stampato la nostra emozione era fortissima, lo accarezzavamo come se fosse un bambino appena nato. Ieri sera quei quattro non hanno fatto nessun accenno, ti avevano lasciato da solo, una volta ogni tanto durante le elezioni si svegliavano, ti chiamavano s’inventavano un comitato antimafia che moriva subito dopo. Mentre noi continuavamo a scrivere a essere insultati “ è mai possibile che scrivete sempre sul Caso Catania?”, noi andavamo avanti, il giornale veniva portato a Roma al CSM e a tanti altri. Ieri sera è come se tutto quello che è stato fatto non fosse mai esistito, molti di quelli che ti siamo stati vicini fino alla fine della tua vita, siamo rimasti colpiti che coloro che ti avevano abbandonato con la scusa del tuo brutto carattere, qualcuno ti definiva “vecchio sclerotico”  erano presenti ad osannarti e incensarsi. Questa è Catania, quando sei in vita ti isolano da morto ti fanno il Mausoleo.

Caro Titta ti scriverò ancora, non ti ho dimenticato.

Santina Sconza

I CAMPI DI CONCENTRAMENTO – http://www.storia.rai.it

Politica  I CAMPI DI CONCENTRAMENTO      Share on facebook  Alain Resnais, regista di Notte e nebbia, il controverso documentario presentato al grande pubblico nel 1956 e riproposto in questa unità, ci conduce in un viaggio della memoria negli orrori dello sterminio nazista. Le fotografie e i filmati girati dai tedeschi si alternano alle immagini dei campi di concentramento come apparvero nel 1955 agli occhi del regista. I treni carichi di deportati, i prigionieri nei campi, la nudità dei corpi vivi e quella dei cadaveri ammucchiati, i forni crematori, le prigioni, gli ospedali dove si praticavano amputazioni tanto brutali quanto inutili, l’assurda gerarchia del campo e la normalità domestica e familiare che si respirava nelle abitazioni dei comandanti. Scandite da una dialettica che volutamente si snoda tra passato e presente, ma anche tra memoria e oblio, necessità di ricordare e bisogno di dimenticare, le immagini esplorano la paura, l’umiliazione, la fame, la sofferenza, la morte. Ma il filmato lascia emergere anche, insieme all’orrore, l’estrema resistenza dell’uomo che, nonostante tutto, riesce a lavorare, a scrivere, a sognare, a pregare, a organizzarsi politicamente e a mantenere intatto il senso dell’amicizia. Le scene dei più alti ufficiali tedeschi che, al processo di Norimberga, negano ogni responsabilità individuale chiudono il documentario, il quale, se evita ogni esplicito commento politico e ideologico, affida alla crudezza delle immagini l’invito a confrontarsi con l’orrore. Con qualcosa che non può essere confinato in un tempo e in un luogo, ma deve essere inteso come una minaccia perenne all’intera umanità.

 

http://www.raistoria.rai.it/articoli/i-campi-di-concentramento/3828/default.aspx

No Muos Sicilia : Installata la prima delle tre parabole -24 Gennaio 2014: La prima delle tre parabole e’ stata appena installata. Nel volgere di un’ora circa e’ stata imbracata, issata e montata. E’ molto probabile che in questi giorni verranno issate anche le altre due

Ucraina. I “martiri dell’Unione Europea”? Sono neonazisti da: contropiano.org di Marco Santopadre

Ucraina. I “martiri dell’Unione Europea”? Sono neonazisti

E’ davvero singolare l’ipocrisia dell’establishment dell’Unione Europea. Se le grandi famiglie europee del centrodestra e del centrosinistra proprio in queste settimane sono in prima fila nel chiedere ai cittadini del continente di non votare per forze politiche xenofobe o di estrema destra alle prossime e imminenti elezioni europee, allo stesso tempo sono proprio formazioni ultranazionaliste, razziste e a volte apertamente ispirate al fascismo e al nazismo quelle che l’Unione Europea sta sostenendo – e strumentalizzando – in Ucraina per destabilizzare il governo e costringerlo a ridurre i vincoli economici con Mosca e a stringere un patto con Bruxelles dal quale Kiev ha tutto da perdere.

 

Oggi i maggiori quotidiani europei – Repubblica e Corriere della Sera non si sottraggono di certo – utilizzano formule assai stereotipate e retoriche per presentare la tragica situazione di Kiev e parlano senza mezzi termini di ‘martiri filoeuropei’ ammazzati nelle strade dalle forze di polizia agli ordini del governo di Viktor Yanukovich. Non una parola, ovviamente, sulla spregiudicatezza delle cancellerie di Bruxelles e Washington che da mesi soffiano sul fuoco della divisione e della guerra civile e che non hanno esitato negli ultimi giorni a spingere le proprie pedine di nuovo verso lo scontro frontale con l’esecutivo che invece cercava di gestire la crisi attraverso la concertazione con le forze principali dell’opposizione liberal-nazionalista. Era ormai evidente che la mobilitazione di piazza iniziata ormai mesi fa e ampiamente sostenuta dall’Ue e dagli Stati Uniti non avrebbe ottenuto le dimissioni del governo e che anzi le manifestazioni conosciute come ‘euro-Maidan’ si stavano ormai svuotando di forza e contenuto. E così in maniera irresponsabile da occidente si è pensato che era venuta l’ora di ampliare e rafforzare la provocazione contro il governo ucraino, scavalcando i partiti del centrodestra impegnati da giorni in colloqui col governo spingendo allo scontro le formazioni dell’estrema destra. L’obiettivo sembra chiaro: aumentare il livello dello scontro, drammatizzare gli eventi e cercare il morto in maniera da riportare la crisi ucraina al centro dell’agenda internazionale per permettere a Ue, Stati Uniti e Nato di poter imporre sanzioni a Kiev – il che è prontamente avvenuto – e chiedere che la comunità internazionale intervenga contro “il regime che spara contro il suo popolo”. Un modello di destabilizzazione già pù volte sperimentato in altre aree del globo e ampiamente smontato e denunciato. Ma che evidentemente continua a funzionare, basta dare uno sguardo alle prime pagine dei sopra citati quotidiani italiani.

 

Che in piazza a Kiev non ci siano solo decine di migliaia di attivisti dei partiti nazionalisti e liberali che guardano all’Unione Europea è noto da tempo, ma alla stampa sembra non interessare. Eppure un lancio dell’agenzia di stampa Ansa, che riportiamo qui sotto, non sembra lasciare molti dubbi sull’identità di quelli che per Repubblica e Corriere sono ‘martiri della libertà’.

 

“A confrontarsi violentemente a Kiev con i ‘berkut’, le teste di cuoio ucraine, non sono – salvo alcune eccezioni – gli attivisti dell’opposizione che occupano pacificamente il Maidan da tre mesi, ma frange estremistiche riconducibili in gran parte a ‘Right sector’, un gruppo poco noto di estrema destra. Giovani, nazionalisti, spesso ultrà di calcio, provenienti da varie regioni ucraine, ben equipaggiati per gli scontri, ostili alla Russia ma anche alla Ue (“oppressore delle nazioni europee”), abili nell’uso dei social network: sono loro gli “irriducibili” delle barricate, quelli che da quattro giorni stanno tenendo testa ai poliziotti in assetto antisommossa con pietre e molotov nella centralissima via Grushevski, tra lo stadio della Dinamo e i palazzi del potere, non lontano dal Maidan.
‘Right sector’ si è formato sin dai primi giorni delle proteste, ma non ha né un quartier generale permanente né leader né tantomeno iscritti o gruppi formalmente affiliati. Il movimento include però diversi gruppi di estrema destra, da Tridente a Patriota dell’Ucraina, alcuni membri del quale sono stati condannati per aver distrutto una statua di Lenin. Patriota dell’Ucraina è peraltro in ottimi rapporti con Svoboda (Libertà), il partito ultranazionalista di Oleg Tiaghnibok (accusato di razzismo, antisemitismo e omofobia), quello dei tre dell’opposizione più incline agli scontri.
Gli estremisti delle barricate, tra i quali a volte non mancano neppure sedicenti anarchici con tanto di A sullo scudo, indossano generalmente maschere, elmetti e protezioni per mani e piedi, e usano bastoni o sbarre di ferro in caso di scontri con la polizia. Per comunicare con i loro sostenitori, ‘Right sector’ usa il sito dell’organizzazione nazionalista Tridente, Facebook e Vkontakte, popolare rete sociale russa.
Tutti i tre leader della protesta, compreso il campione di pugilato Vitali Klitschko, hanno criticato gli attacchi del movimento alla polizia e hanno definito i suoi attivisti dei provocatori. Ma la presa di distanza non è servita finora ad impedire gli scontri: il rischio ora per l’opposizione è quello di perdere il controllo della piazza e di essere identificata con il radicalismo violento. ‘Right sector’ ha già fatto proclami di guerra, sostenendo che le recenti leggi anti protesta hanno “messo fine alle aspirazioni dell’Ucraina per una soluzione pacifica della crisi”: l’attuale situazione è un’opportunità per “distruggere lo scheletro statale” e costruire un nuovo Stato”.

 

Forse il lancio dell’Ansa fa un po’ di confusione su sigle e parentele politiche, ma il quadro che traccia appare quanto mai fosco e getta una luce assai sinistra su quanto l’Unione Europea, il faro di libertà per la quale i giovani ucraini starebbero manifestando (e morendo), sta combinando nel paese che proprio in questi giorni celebra la sua unificazione nazionale nel 1919.

 

Insomma la palla è passata dai partiti di centrodestra a formazioni paramilitari di estrema destra come il ‘Right Sector’, una specie di federazione di gruppi politici ultranazionalisti, e ad altre che si richiamano apertamente al nazional-socialismo come Svoboda, guidata da Oleh Tyahnibok. Che siano convintamente pro-Bruxelles poco importa a chi le manovra da occidente, l’importante è che siano in grado di trasformare la capitale ucraina in una campo di battaglia e di riempire le cronache di morti e feriti. Soprattutto, che siano abbastanza organizzate e violente da ricattare le opposizioni parlamentari portandole sul terreno dello scontro totale se non vogliono perdere la guida dello schieramento filo-occidentale. Le dichiarazioni dei vari capi delle bande che stanno mettendo Kiev a ferro e fuoco, intervistati da alcuni media europei, non lasciano dubbi su quale sia la strategia dell’estrema destra: “Klichko e gli altri sono politicamente morti. Ora tocca a noi”.

 

In questo quadro caratterizzato dalla propaganda – dall’una e dall’altra parte, ovviamente – le notizie che arrivano da Kiev sembrano abbastanza confuse e contraddittorie. Si parla di manifestanti morti sotto i colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia – che secondo altre fonti sarebbero invece pallottole di gomma – ma non c’è concordanza né sul numero delle vittime, né sulla loro identità. Secondo alcuni giornalisti negli ospedali della capitale negli ultimi giorni sarebbero stati ricoverati centinaia di manifestanti, alcuni dei quali pestati da mazzieri agli ordini del governo, i titushki, provenienti dalle regioni orientali. Ma è difficile in questa fase discernere le notizie vere da quelle fabbricate ad arte.

L’unica cosa certa è che gli appetiti europei e della Nato sul paese stanno portando l’Ucraina sull’orlo di una sanguinosa e duratura guerra civile che potrebbe avere ripercussioni affatto scontate. E che potrebbe convincere Mosca che dalla fase del “contenimento” per quanto attivo della destabilizzazione occidentale sia giunto il momento di passare all’offensiva

Turchia, Gezi Park: giustizia per la “ragazza in rosso” da: osservatorio Iraq

Turchia, Gezi Park: giustizia per la “ragazza in rosso”

Il suo nome è Ceyda Sungur, studentessa. E’ diventata famosa, suo malgrado, durante i giorni della resistenza di Gezi contro le imposizioni del governo e le aggressioni degli agenti. Una sentenza del tribunale ha condannato chi le ha sparato il gas da distanza ravvicinata.

 

Una ragazza, in un parco. Indossa un abito rosso, leggero, come la giornata di primavera che sparge intorno i raggi di sole. Davanti a lei, un poliziotto le scarica addosso con violenza, a distanza ravvicinata, una dose massiccia di gas lacrimogeno mescolato con  agenti irritanti.

Lei si gira per proteggersi mentre i capelli e il vestito si sollevano per la forza d’urto e l’uomo continua, continua ad attaccarla, non molla.

Il parco è quello di Gezi.

Il nome di questa ragazza è Ceyda Sungur, ed è una studentessa. Diventata famosa, suo malgrado, durante i giorni della resistenza contro le cariche degli agenti. I fatti sono avvenuti il 28 maggio 2013.

E questa immagine, catturata da video e fotografie, è diventata una delle icone del movimento Gezi Park.

Foto e illustrazioni che ritraggono la scena sono comparse ovunque, l’hanno riprodotta, e moltiplicata. Sui manifesti, sui giornali, sui libri. Un’immagine che ha scosso, ed emozionato, il mondo intero.

Perché è una delle immagini che testimoniano, con molta eloquenza, gli abusi della polizia contro i cittadini inermi, disarmati.

L’unica arma di Ceyda era la sua voce, innalzata, insieme alle altre, in difesa del parco. Ma soprattutto, in difesa dei principi della democrazia.

Contro la furia del poliziotto è rimasta lì, in piedi, senza armi, senza protezioni.

Il contrasto tra la sua figura femminile, con il vestito rosso che svolazza intorno alle gambe, e l’immagine del poliziotto armato, protetto da scudi, maschere antigas ed elmetto, ha rivelato – più di qualunque parola di denuncia – la brutalità di un attacco spropositato.

Ora la “donna in rosso”, come è stata chiamata finché i giornalisti non hanno scoperto il suo nome, ha finalmente avuto giustizia.

L’agente (la stampa turca lo indica come F.Z.) è stato riconosciuto colpevole di aver violato le regole per l’uso del gas durante i movimenti di protesta, avvicinandosi a meno di un metro e puntando dritto al volto della ragazza.

Né prima né dopo quell’attimo immortalato nella fotografia, Sugur ha mostrato alcun proposito di aggressione.

La sua è stata una resistenza pacifica. E adesso, finalmente, quella resistenza pacifica le è stata riconosciuta.

Il poliziotto, ventitreenne,  dovrà scontare tre anni di prigione, riporta l’agenzia stampa  Doğan.

Per una volta, sembra che la polizia sia rimasta scoperta.

Quella foto rimarrà nella mente di molti come simbolo, come icona rappresentativa di una protesta in cui i cittadini hanno mostrato volti molto diversi da quelli dei “terroristi” evocati da Erdoğan.

Una riflessione si impone. Grazie al contributo dei presenti che hanno scattato foto, girato video, affiancando il lavoro del giornalismo tradizionale, è stato possibile mostrare una realtà che sconfessava le dichiarazioni governative. Sono state le fotografie di gente qualunque, spesso, a testimoniare gli eventi.

Sicuramente ci sono stati episodi violenti anche da parte di alcune frange di manifestanti. La verità non è mai monolitica.

Ma questa immagine dimostra, nel suo misto di crudezza e innocenza, la capacità di un popolo di sollevarsi senza usare le armi, senza ricorrere all’aggressione.

Quei giorni, a Gezi, hanno evidenziato il potere di migliaia di cittadini  scesi  in piazza disarmati, diversi, ma uniti, estremamente uniti.

E stavolta, chi sta dall’altra parte dovrà pagare.

Perché la legge del più forte non vince sempre e comunque. Non stavolta, almeno.

 

23 Gennaio 2014
di:
Francesca Pacini
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