ADRANO 27 gennaio 2014 ore 10.30 Manifestazione in ricordo di Carmelo Salanitro

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Partenza da Piazza Umberto alle ore 10.30 per recarsi alla villa comunale presso il

busto del prof. Carmelo Salanitro.

Internato ed ucciso nel campo di concentramento di Mauthausen.

Organizzata dal comune di Adrano, l’ANPI provinciale di Catania partecipa

all’iniziativa e invita tutti gli antifascisti a essere presenti.

Liliana Segre racconta il suo Olocausto ad Auschwitz Caricato in data 26/gen/2012 In occasione del Giorno della Memoria, durante la seduta solenne del Consiglio Regionale Ligure Liliana Segre, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, racconta la sua storia. “Mettete queste immagini sui vostri siti Internet, a disposizione delle scuole, dei ragazzi, delle nuove generazioni. “Fate diventare permanente questa mostra grazie al computer”

Franca Rame, “chi le ha voluto bene saprà ricordarla”. Il ricordo di Dario Fo a Roma Autore: carlo d’andreis da: controlacrisi.org

 

Quando Franca Rame ci ha lasciato Dario Fo l’aveva detto: “chi gli ha voluto bene saprà ricordarla”. L’occasione c’è stata il 19 gennaio con il convegno al Teatro Torlonia (Villa Torlonia, appunto, in via Nomentana 70, Roma) “Roma ricorda Franca Rame” organizzato dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, dal Teatro Villa Torlonia, dalla Zètema progetto cultura, dalla sezione comunicazione e spettacolo dei tre Atenei di Roma e naturalmente dall’Archivio Franca Rame Dario Fo a otto mesi dalla scomparsa.

Proprio in questi giorni è stato in programmazione al Sistina “IN FUGA DAL SENATO”, spettacolo di Franca Rame, dove si vede Franca, in un dipinto di Fo, su una bicicletta con dei fiori sul portapacchi e nel cestino: è un’immagine che comunica Amore, Passione, Rispetto e Libertà.

Una maratona di quasi otto ore, dalla mattina alle 10.00 fino alle 17.30, per tentare di ripercorrere il lavoro artistico ma anche il vissuto di una donna straordinaria che ci ha lasciato così tanto, anche grazie alla lungimiranza con cui Franca ha conservato tutto, prima in forma cartacea e poi digitalizzando e rendendolo disponibile online fin dal 1993 all’indirizzo http://www.archivio.francarame.it/ come ci dice Marisa Pizza (Archivio Fo-Rame,Università di Roma “La Sapienza”).

Nei filmati proiettati, Jacopo Fo: ”uno dei primi ricordi che io ho è quello di mia madre, in camerino con questi enormi fogli di cartoncino che si faceva tagliare apposta da una cartiera e incollava tutti gli articoli di giornale ”, Franca Rame: “Dario non conservava niente, io conservavo tutto…”, Dario Fo:”è il luogo dove si ritrovano i testi che io avevo dato perduti.”

Proprio dell’Archivio si è parlato nella prima parte, intervallando, il dibattito tenuto dai docenti delle tre Università romane Marisa Pizza (La Sapienza), Giorgio De Vincenzi (Università Roma Tre), Marina Righetti (La Sapienza), Donatella Gavrilovich (Tor Vergata) con filmati e foto dell’Archivio: “il lavoro di Dario Fo e Franca Rame si presta a essere studiato, perché il loro lavoro è un processo di conoscenza, […]i loro spettacoli attingono al grande bagaglio culturale dei due artisti”, cosi Giorgio De Vincenzi ci spiega il tanto e giusto interesse delle Università. Quindi si è parlato delle origini, di Canzonissima, dei caroselli, del cinema fatto da Franca e anche delle parti rifiutate a Visconti, ad Antonioni, perché la relegavano al ruolo tanto odiato della bellona: “allora Franca metteva la scusa di avere lo strabismo per non fare quelle parti” ci dice Marisa Pizza, poi è cominciato il teatro di impegno sociale e politico, quello della Comune, di Soccorso Rosso, di cui si è parlato con Simonetta Crisci (Ass. Donne Diritti e Giustizia) , le lotte per i detenuti, per i compagni vittime di una giustizia sommaria:”quando c’era bisogno di portare alla luce il caso di una persona chiamavo Franca e gli dicevo di andare a fargli visita in carcere e Franca era sempre disponibile”, di Femminismo con Francesca Koch (Casa Internazionale delle Donne): “Franca diceva parole nuove, che mai si erano udite da una donna… in Tutta casa,letto e chiesa usava il comico per far arrivare la tragedia della condizione della donna”, ”lo stupro di Franca, che poi è diventato un monologo straordinario seppur nella sua drammaticità, è stato uno stupro di stato, di un sistema incapace di tollerare tanta libertà”. In chiusura della prima parte Mirella schino (Roma Tre) ci ha presentato l’intervista di Franca con Eugenio Barba, che pur proveniente da un teatro molto diverso, un teatro studiato in maniera ossessiva che non lascia nulla all’improvvisazione, è sempre stato affascinato dal lavoro artistico della Rame nel quale l’improvvisazione è parte importante del suo modo di recitare.

E di tanto ancora si è trattato, ma raccontarvi tutto sarebbe impossibile vista la quantità di un lavoro che trasborda da una intera esistenza, ci scuserete la sommarietà con cui saltiamo da un argomento a l’altro.

Nell’intervallo è stato proiettato “Sesso? Grazie, tanto per gradire!” di Franca Rame per poi riprendere con la tavola rotonda L’ Eco internazionale dell’opera Fo-Rame con Aleksandra Jovicevic (La Sapienza), Donato Santeramo (Queen’s University, Kingstom – Canada) che ci ha ricordato di come in America a Dario e Franca siano stati negati più volte i visti, Marietta Chikhladze (Università di Bologna) ci ha raccontato delle messe in scena di “Tutta casa, letto e chiesa” in Georgia e Ucraina con i testi tradotti dalla versione russa dove “Una donna sola” usciva con il titolo “Ti aspetto amore”.

Per proseguire con il ricordo e i racconti degli amici e di chi ha avuto il piacere di stare in scena con Dario e Franca: Renato Carpentieri (il commissario in Morte accidentale di un anarchico) ha ricordato di come Franca abbia aiutato i Centri Universitari Teatrali mettendo a disposizione la sua esperienza e contribuendo anche con somme di denaro importanti, e di quanta importanza abbiano avuto nella stesura drammaturgica le riprese video che di replica in replica Franca visionava per perfezionare il testo, “in ogni paese un rullo (un video ndr) di riprese, c’erano risate negli stessi punti esatti del testo” conferma Giorgio Biavati (Coppia aperta, quasi spalancata), l’attrice Maddalena Crippa ha voluto recitare un brano tratto da “Una vita all’improvvisa” libro autobiografico di Franca Rame.

Delia Gambelli (Letteratura francese all’Università di Roma “La Sapienza”) a chiusura di una bella lettera:”questo è forse il mio ultimo intervento in pubblico e sono contenta che Dario mi abbia invitata, è la giusta conclusione del mio curriculum, sarei contenta se sul mio epitaffio ci fosse scritto solamente – amica di Franca Rame”.

“Innanzi tutto devo dire che c’è un ritorno incredibile (riverbero d’ambiente ndr) – dice  Dario Fo, che arriva alle 16 – devo dirvelo è il mio mestiere, quando entro in un teatro ho l’abitudine di controllare per prima cosa le luci e come si sente”. E poi è toccato il momento dei “ti ricordi?” con gli amici sul palco, dei duetti e canti improvvisati con Giovanna Marini: un momento unico ed emozionante, e piacerebbe anche noi potervelo raccontare cantando e piangendo tanto ci è piaciuto questo convegno.

Dario ha voluto come è sua abitudine da sempre che fosse il pubblico a fargli delle domande, che dopo un breve momento di esitazione ed imbarazzo non si sono fatte attendere, così come le puntuali risposte di Dario: ha parlato della precisione, della matematica, del senso della misura di Franca: “attento a non strafare, un bravo attore non esagera mai, se non nel grottesco, nello scherzo con il pubblico” diceva. Ha risposto ad un ragazzo che gli chiedeva un consiglio per i giovani dicendo che bisogna imparare ad indignarsi, che bisogna conoscere, studiare. E a chi gli chiedeva cosa avrebbe pensato Franca dell’incontro tra Renzi e Berlusconi ha detto che Franca si sarebbe indignata per la mancanza di stile, di dignità, di onestà, per la totale assenza del senso della civiltà e dell’umanità.

Lo stesso Dario ha chiuso l’evento dicendo “vi avevo detto di non avere tanto tempo perché mi attendono in teatro per una prova tecnica, ma poi mi è piaciuto così tanto stare con voi che è passata più di un ora e mezza”.

L’organizzazione dell’evento è stata impeccabile e rigorosa nel rispettare il programma, ci auguriamo che tali convegni ed eventi culturali possano ripetersi in quella meravigliosa cornice che è il Teatro Torlonia.

Legge elettorale, la porta della Consulta è aperta | Fonte: Il Manifesto | Autore: Claudio De Fiores

 

I con­te­nuti del patto siglato da Renzi e Ber­lu­sconi ci con­se­gnano una legge pastic­ciata e incom­pa­ti­bile con gran parte delle indi­ca­zioni della Corte Costi­tu­zio­nale. Con­trad­di­cendo lo stesso modello spa­gnolo, al quale dichiara di ispi­rarsi, l’ipotesi illu­strata dal segre­ta­rio del Pd pre­vede l’introduzione di un pre­mio di mag­gio­ranza. Una solu­zione che la Corte non con­si­dera ex se ille­git­tima, a con­di­zione però che la legge sta­bi­li­sca una soglia minima di scatto e che il rela­tivo mec­ca­ni­smo pre­miale non sia «foriero di una ecces­siva sovra-rappresentazione della lista di mag­gio­ranza rela­tiva … tale da com­pro­met­terne la com­pa­ti­bi­lità con il prin­ci­pio di egua­glianza del voto». Una con­di­zione che la legge oggi in gesta­zione acco­glie sì, ma solo in parte non esi­tando a sta­bi­lire un esor­bi­tante pre­mio di mag­gio­ranza (18%) pur a fronte di una soglia del 35%.Una per­cen­tuale, quest’ultima, che Forza Ita­lia e Pd (stando anche agli ultimi son­daggi) potreb­bero age­vol­mente supe­rare… coa­liz­zan­dosi. Ma dal momento che que­ste due for­ma­zioni più che allearsi avreb­bero inten­zione di com­pe­tere, ecco allora che, in soc­corso del bipo­la­ri­smo ita­liano, inter­viene il dop­pio turno.

qui il deli­nearsi di un sistema sgan­ghe­rato che annienta le mino­ranze, tra­volge le forze poli­ti­che non schie­rate pur se di note­voli dimen­sioni (la pre­vi­sione di una soglia di sbar­ra­mento dell’8% è qual­cosa che grida ven­detta) e che, in defi­ni­tiva, appare inca­pace per­sino di instau­rare un maturo e sta­bile bipo­la­ri­smo tra centro-destra e cen­tro sini­stra (il sospetto di aver con­fe­zio­nato un sistema su misura rischia di favo­rire elet­to­ral­mente il terzo polo e non di dissolverlo).

Il nuovo sistema elet­to­rale che dovrebbe con­durre il paese verso la moder­nità e la demo­cra­zia com­piuta, si pre­senta così ai nostri occhi come una sbia­dita e stan­tia ripro­po­si­zione delle vec­chie ricette del mag­gio­ri­ta­rio all’italiana. Le istanze poli­ti­che che ne sono alla base sono le stesse che hanno in que­sti anni avve­le­nato le dina­mi­che poli­ti­che, coar­tato le pra­ti­che demo­cra­ti­che, avvi­lito la par­te­ci­pa­zione sociale: premi di mag­gio­ranza esor­bi­tanti, inie­zione di ana­bo­liz­zanti bipo­lari, disprezzo per le mino­ranze poli­ti­che.

Eppure sui mec­ca­ni­smi elet­to­rali la sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale era stata chiara: il legi­sla­tore — ammo­niva — deve limi­tarsi ad «age­vo­lare» la for­ma­zione delle mag­gio­ranze di governo, ma non può imporle, per­ché ciò pro­dur­rebbe una «ecces­siva diva­ri­ca­zione tra la com­po­si­zione dell’organo della rap­pre­sen­tanza poli­tica e… la volontà dei cit­ta­dini espressa attra­verso il voto».

Una volontà tra­dita e desti­nata ad essere, ancora una volta, coar­tata dalla soprav­vi­venza delle liste bloc­cate. Solu­zione anche que­sta in con­tra­sto con la deci­sione della Corte che ha dichia­rato espres­sa­mente ille­git­time quelle dispo­si­zioni della legge Cal­de­roli che «non con­sen­tono all’elettore di espri­mere una pre­fe­renza per i can­di­dati, al fine di deter­mi­narne l’elezione». Un vul­nus che nep­pure la sup­po­sta cono­sci­bi­lità dei can­di­dati in liste brevi può in alcun modo sanare, per­ché ciò che l’ordinamento deve garan­tire non è solo «l’effettiva cono­sci­bi­lità dei can­di­dati», ma «con essa l’effettività della scelta e la libertà di voto». Diver­sa­mente «la cir­co­stanza che alla tota­lità dei par­la­men­tari eletti, senza alcuna ecce­zione, manca il soste­gno dell’indicazione per­so­nale dei cit­ta­dini … feri­sce la logica della rap­pre­sen­tanza con­se­gnata dalla Costituzione».

Ai cit­ta­dini non resterà allora altra sod­di­sfa­zione che appren­dere (ma nem­meno que­sto è certo) il nome del pre­si­dente del Con­si­glio «la sera stessa delle ele­zioni». Avremmo così posto fine ai tor­menti degli elet­tori ita­liani, debel­lando con un sol colpo la grave pato­lo­gia ansio­gena della quale in que­sti anni saremmo stati tutti vit­tima. Una pato­lo­gia sin­go­lare, tutta ita­lica, che non ha riscon­tri in nessun’altra demo­cra­zia par­la­men­tare euro­pea (dalla Ger­ma­nia al Regno Unito), ma che cio­no­no­stante deve essere asso­lu­ta­mente debel­lata. Anche a costo di sacri­fi­care talune istanze fon­da­tive della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva e della stessa Costi­tu­zione.

Ci si augura solo che i par­la­men­tari lo abbiano ben pre­sente quando si appre­ste­ranno a scri­vere la nuova legge elet­to­rale. E si ricor­dino pure che la porta della Con­sulta è stata aperta e con­ti­nuerà ad esserlo anche nei pros­simi anni.

Gioia Tauro, il dossier degli scienziati greci: «Distruzione letale per l’ecosistema» Fonte: Il Manifesto | Autore: Silvio Messinetti

Una rela­zione shock, che sbu­giarda i nostri gover­nanti. Un’informativa che getta un’ombra ancor più fosca sull’arsenale siriano che farà rotta verso il porto di Gioia Tauro tra qual­che giorno. È Pino Romeo, urba­ni­sta, coor­di­na­tore del tavolo tec­nico di tutela ambien­tale della Piana, tra i fon­da­tori del comi­tato con­tro il rigas­si­fi­ca­tore di San Fer­di­nando, a con­se­gnarla al mani­fe­sto dopo averla espo­sta suc­cin­ta­mente nell’infuocata assem­blea di lunedì sera, alla pre­senza dei sin­daci in par­tenza per Roma. Dove ieri “l’operazione Gioia Tauro” ha avuto il via libera del governo. Un atto d’imperio, un sopruso. Con­tro la popo­la­zione. In spre­gio alla legge ita­liana e alla Con­ven­zione di Aarhus, rati­fi­cata dall’Italia con la legge 108 del 2001, che mette al cen­tro di ogni pro­cesso deci­sio­nale la par­te­ci­pa­zione. E lo sce­na­rio è alquanto tetro, secondo quanto emerge dalle carte in nostro pos­sesso. «Siamo entrati in con­tatto con gli alti espo­nenti della comu­nità scien­ti­fica di Demo­cri­tos (gli omo­lo­ghi del Cnr, ndr) di Atene e del Poli­tec­nico di Creta, che par­lano di com­pleta distru­zione dell’ecosistema che gra­vita intorno al Medi­ter­ra­neo cau­sato dalla distru­zione delle ogive» spiega Romeo. La neu­tra­liz­za­zione delle armi siriane, insomma, avrà effetti letali, a due passi da noi. Per­chè, una volta scelto Gioia Tauro, come porto su cui effet­tuare il tra­sbordo, la que­stione ancora irri­solta, su cui Bonino, Lupi, Mauro, Orlando e Letta prima o poi dovranno dar conto, riguarda il luogo dove verrà distrutto l’arsenale mediante idro­lisi. E gli studi degli scien­ziati greci ras­si­cu­rano ben poco. «L’armamento sarà distrutto nella zona di mare ad ovest di Creta, con la con­ni­venza delle auto­rità gre­che, ita­liane e mal­tesi» ha detto a chiare let­tere il col­la­bo­ra­tore scien­ti­fico di Demo­cri­tos, ed ex pre­si­dente dell’Unione dei chi­mici greci, Nikos Katsa­ros. «Se tale neu­tra­liz­za­zione sarà effet­tuata tra­mite il pro­cesso di idro­lisi, non c’è da stare tran­quilli. Si tratta di un metodo estre­ma­mente peri­co­loso, con con­se­guenze impre­ve­di­bili per l’ambiente medi­ter­ra­neo e i popoli vicini». Gli effetti saranno la necrosi com­pleta dell’ambiente inte­res­sato e l’inquinamento marino tra il mar Libico ed il mar di Creta. Il pesce sarà avve­le­nato dalla con­ta­mi­na­zione, al pari della popo­la­zione che lo con­su­merà. Di seri rischi parla il pro­fes­sor Evan­ge­los Gida­ra­kos, del Poli­tec­nico di Creta, che ha lan­ciato l’allarme alle auto­rità gre­che, che per ora pre­fe­ri­scono tacere. «Que­ste sostanze chi­mi­che sono miscele di agenti peri­co­losi e tos­sici» sot­to­li­nea.
Secondo gli annunci uffi­ciali, le armi chi­mi­che, dopo essere tra­spor­tate dalla Siria, saranno cari­cate nel porto di Gioia nel reci­piente di tita­nio della nave ame­ri­cana Cape Ray. «E poi saranno distrutte col pro­cesso di idro­lisi in acque inter­na­zio­nali tra l’Italia e la Gre­cia, nel tratto di mare tra Malta, Libia e Creta». Sulla con­si­stenza dell’arsenale, i greci danno poi ben altri numeri rispetto a quelli for­niti da Lupi. Gida­ra­kos ha rife­rito che, da fonti atten­di­bili, esi­ste­reb­bero 1.250 ton­nel­late di arma­menti prin­ci­pali ad effetto mor­tale, come i gas sarin e i gas mostarda, ed altre 1.230 ton­nel­late di sostanze pre­cur­sori, uti­liz­zate per la fab­bri­ca­zione delle armi vere e pro­prie, prin­ci­pal­mente com­po­sti chi­mici di cloro e fluoro, di per sé alta­mente tos­si­che. E poi esi­ste una gamma di altre sostanze acqui­state da Dama­sco dopo l’embargo, di pro­ve­nienza e natura ignota. A met­tere inquie­tu­dine è, non­di­meno, l’ultimo punto dello stu­dio del Poli­tec­nico cre­tese. Sostiene Gida­ra­kos che l’idrolisi pro­durrà una terza com­po­nente tos­sica che sarà for­mata diret­ta­mente nelle acque marine. Per­ché l’idrolisi non è più un pro­cesso rela­ti­va­mente sicuro (durante la distru­zione delle armi chi­mi­che al largo del Giap­pone nel secondo dopo­guerra, ad esem­pio) in quanto oggi pro­duce anche scarti in forma liquida, cosa che non suc­ce­deva in pas­sato. Gli atti­vi­sti della Piana, peral­tro, scon­fes­sano Lupi anche in merito al tran­shi­p­ment delle armi nel porto di Gioia. «A Roma si vuol annac­quare il vino con l’acqua usando tec­ni­ci­smi per creare volu­ta­mente con­fu­sione. I por­tuali del Sul, al pari di altri lavo­ra­tori, ci hanno con­fer­mato che è vero che mate­riale tos­sico di que­sta cate­go­ria ne è pas­sato negli anni lungo le ban­chine gio­iesi, ma sostanze letali mai. Sarebbe la prima volta» con­clude Romeo. Il porto cala­brese si tro­ve­rebbe, dun­que, in una situa­zione di ecce­zio­nale e pro­lun­gata peri­co­lo­sità visto che l’imminente carico di gas siriani equi­vale all’intero movi­mento di un anno. In una zona, che secondo la Pro­te­zione civile, è «in piena allerta sismica». Nei due giorni fati­dici Gioia dovrà così smal­tire un carico di sostanze peri­co­lose che di solito assorbe (da nave a nave) in un anno intero. Pos­si­bile? Man­te­nendo suf­fi­cienti e «ordi­nari» stan­dard di sicu­rezza? Agli atti­vi­sti e ai por­tuali il dub­bio rimane

“Clandestino non è reato”. Ma per una volta sola. Autore: Stefano Galieni da: controlacrisi.org

 

La permanenza “irregolare” in Italia per i cittadini migranti, volgarmente detta clandestinità, non è più da ieri per il Senato un reato penale. Una decisione non ancora effettiva (dovrà passare al vaglio della Camera), dal forte valore simbolico quanto dallo scarso impatto sulle condizioni concrete di vita. Quando il ministro Maroni mediante la legge 94 (2 luglio 2009) nel quadro del pacchetto sicurezza, fece introdurre tale reato nel codice penale, non solo dalla parte della Lega Nord si disse che finalmente si era trovato lo strumento per rendere le città più sicure. Una legge propaganda che rapidamente si mostrò fallimentare: espunta per ragioni di incostituzionalità la possibilità di detenere in carcere i “clandestini”, il governo di allora si dovette accontentare di disporre una sanzione pecuniara dai 5000 ai 10000 euro per chi permaneva in tale condizione. Nel pacchetto in questione si era proposto anche di disporre l’aumento di un terzo della pena nei casi di reati commessi da persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale. Nel luglio 2010 tale disposizione venne bocciata per manifesta incostituzionalità. Da allora l’introduzione della sanzione penale è servita unicamente ad intasare i tribunali di procedimenti fondamentalmente inutili. Il solo risultato che si otteneva è che il condannato, ad una sanzione penale, automaticamente perdeva qualsiasi possibilità di regolarizzare la propria presenza in Italia, non in nome di un reato compiuto ma di una condizione attinente all’essere stesso della persona. Una ragione per cui dall’Europa sono giunti moniti non solo formali. I processi che sono stati istruiti da allora solo in pochi casi hanno poi portato alla commutazione definitiva della sanzione, in gran parte dei casi sono ancora in piedi senza ragione alcuna di allarme sociale. E suona grottesco se non portasse spesso a conseguenze tragiche che in un Paese dove sono fermi circa 9 milioni di procedimenti penali si debbano aggiungere, va ribadito, inutilmente, ulteriori reati da punire. Ma pesava e pesa ancora, il valore simbolico del reato. La possibilità di tenere in una condizione giuridica ancora più subalterna i cittadini di paesi terzi, soprattutto in un contesto in cui mille sono le ragioni per cui si può perdere il diritto a restare in Italia, dalla perdita del lavoro, a piccoli reati, al non avere l’idoneità alloggiativa nella casa in cui si risiede. Un insieme di norme, spesso in contraddizione fra loro, fa tra l’altro si che viga fra procura e procura un ampio margine di discrezionalità nell’applicazione delle stesse, si va da scelte drasticamente restrittive tali ad esempio da non concedere la regolarizzazione a chi si sottrae allo sfruttamento sessuale e denuncia gli aguzzini a chi invece opera una scelta, anche semplicemente realistica, basandosi sui criteri di sicurezza sociale. La discrezionalità trasforma inevitabilmente diritti in privilegi. L’abolizione del reato penale votata ieri a stragrande maggioranza in Senato e da molti applaudita (solo la Lega, alla ricerca disperata di consenso ha inscenato la solita pantomima), riporta la situazione a come configurata dalla Bossi – Fini, altro testo che brilla per inefficacia. Con un inasprimento non rimosso. In caso di recidività, ovvero se a seguito di una espulsione la persona irregolare viene ritrovata sul territorio nazionale, torna a scattare la sanzione penale. In pratica si salvano coloro che per la prima volta incappano nel decreto di espulsione non rispettato. Tornare alla Bossi Fini significa che il cittadino identificato come irregolarmente presente subisce, al primo colpo unicamente, si fa per dire, una sanzione amministrativa. Stanti questi limiti, che denunciano come permanga una lentezza immotivabile nel modificare l’impianto legislativo sull’immigrazione, tanto antiquato e inadatto al presente, quanto inutilmente cattivo, razzista e volutamente inefficace, il risultato c’è ed è senza dubbio positivo. Si tratta di un primo segnale che la politica che si rappresenta nelle istituzioni, torna a dare in materia. Ma va detto che è un segnale insufficiente che dimostra una forte lontananza dalle questioni reali. Se alcune forze xenofobe stanno infatti rialzando la testa, non più in nome della sicurezza ma utilizzando la crisi come pretesto per attaccare gli immigrati e sperare di raggranellare consenso. E se tornano a farsi sentire le voci suadenti della borghesia conservatrice come Angelo Panebianco, che dalle pagine del Corriere della Sera riaffermava la scorsa settimana, partendo da una disponibilità a rivedere le leggi vigenti, invitava a programmare una selezione dei migranti in ingresso basata non solo sulle capacità lavorative ma sulle culture di provenienza. Quelli che ci convengono insomma, però “bianchi e cristiani”. Se riemergono queste spinte che riaffermano il valore della guerra fra poveri personalizzando anche gli attacchi contro figure simboliche contro la ministra Kyenge, è vero anche che si stanno muovendo componenti diverse di società. Componenti di società meticcia e conflittuale, capaci di manifestare insieme per il diritto all’abitare, di ragionare in maniera alternativa di frontiere come si farà dal 31 gennaio al 2 febbraio prossimi a Lampedusa, (www.cartadilampedusa.org) che ragionano su una idea diversa di Italia e di Europa. Forze grandi e piccole che stanno definendo punti di convergenza per irrompere sulla scena politica con richieste di cambiamento. Si aprono insomma scenari interessanti.

“Se questo è un uomo” è un romanzo testimonianza di Primo Levi scritto tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947. Rappresenta la coinvolgente testimonianza di quanto fu vissuto in prima persona dall’autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi ebbe infatti la fortuna di sopravvivere alla deportazione nel campo di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell’impianto Buna-Werke proprietà della I.G. Farben. “Voi che vivete sicuri nelle vostre case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo”. Sono questi alcuni dei versi introduttivi del romanzo, ispirati all’antica preghiera dello Shema e ne spiegano il titolo. Documentario della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) con testimonianze di sopravvissuti alla Deportazione ed ai lager nazisti. Questo video è dedicato a tutti coloro che non fecero più ritorno: antifascisti, democratici, socialisti, comunisti, prigionieri di guerra, internati militari italiani (IMI), studenti, partigiani, operai, professionisti, ebrei, zingari, ecc. Per non dimenticare! Contro il fascismo ed il razzismo di ieri e di oggi ora e sempre Resistenza!