I padroni israeliani cercano l’accordo con i palestinesi | Fonte: il manifesto | Autore: Michele Giorgio

 

Israele. Un centinaio di industriali e uomini d’affari sono intenzionati ad affermare a Davos che in assenza di un accordo con i palestinesi, Israele si ritroverà isolato anche economicamente

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Il pre­mier Neta­nyahu con ogni pro­ba­bi­lità userà la vetrina della pros­sima Con­fe­renza eco­no­mica di Davos, in Sviz­zera, per ripe­tere le ragioni di Israele al tavolo della trat­ta­tiva (fan­ta­sma) con i pale­sti­nesi e per lan­ciare ulte­riori accuse all’Iran e all’accordo che ha rag­giunto con l’Occidente per il pro­se­gui­mento del suo pro­gramma nucleare. Alla con­fe­renza però pren­de­ranno parte anche un cen­ti­naio di indu­striali, uomini d’affari e varie per­so­na­lità israe­liane, riu­niti nel comi­tato “Brea­king The Impasse”, inten­zio­nati ad affer­mare su quel pal­co­sce­nico che in assenza di un accordo con i pale­sti­nesi, Israele subirà un boi­cot­tag­gio inter­na­zio­nale sem­pre più inci­sivo.
Ofra Strauss, Moshe Licht­man, Yossi Vardi, Shlomi Fogel, Danny Rubin­stein, Ita­mar Rabi­no­vich, Mor­ris Kahn, per citarne alcuni, hanno anche sot­to­scritto un appello «alla pace» ripor­tato con evi­denza dalla stampa israe­liana. Non sono soste­ni­tori dei diritti dei pale­sti­nesi e nep­pure paci­fi­sti. Sono sol­tanto dei grandi impren­di­tori e capi­ta­li­sti pre­oc­cu­pati per i loro futuri pro­fitti. Hanno il merito però di dire aper­ta­mente ciò che il primo mini­stro e il suo governo di destra pre­fe­ri­scono igno­rare, pur di rea­liz­zare il loro dise­gno ideo­lo­gico. Israele affronta un cre­scente boi­cot­tag­gio inter­na­zio­nale, spe­cial­mente dall’Europa, e senza una solu­zione poli­tica all’occupazione dei Ter­ri­tori che dura da quasi 47 anni, le cose non potranno che peg­gio­rare. A pena­liz­zare in modo cre­scente l’economia israe­liana non è più solo il Bds (Boi­cot­tag­gio, disin­ve­sti­mento e san­zioni) attuato da asso­cia­zioni e gruppi di atti­vi­sti di diversi Paesi con­tro l’occupazione mili­tare e a favore dei diritti del pale­sti­nesi, ma sono anche le deci­sioni che stanno pren­dendo grandi società ed imprese pri­vate. Il “Finan­cial Times” rife­ri­sce che oltre a quello olan­dese , altri impor­tanti Fondi-pensione di vari paesi euro­pei hanno deciso di riti­rare i loro inve­sti­menti nelle ban­che israe­liane per­chè ope­rano nelle colo­nie israe­liane costruite in vio­la­zione del diritto inter­na­zio­nale.
Svi­luppi che non inte­res­sano pro­prio al mini­stro dell’economia Naf­tali Ben­nett, lea­der del par­tito ultra­na­zio­na­li­sta “Foco­lare ebraico”, che si è sca­gliato con­tro i nego­ziati. Secondo Ben­nett «Lo stato pale­sti­nese distrug­gerà l’economia israe­liana». Intanto il pre­si­dente dell’Olp e dell’Anp, Abu Mazen, fa sapere a Neta­nyahu e ai media­tori ame­ri­cani di con­si­de­rare «inac­cet­ta­bile» la volontà attri­buita al pre­mier israe­liano di «annet­tere» quat­tro e non tre bloc­chi di colo­nie in Cisgior­da­nia. «Quello che richie­diamo è ciò che ci ha dato la comu­nità inter­na­zio­nale nel 1967», ha detto Abu Mazne durante una visita uffi­ciale in Marocco, facendo rife­ri­mento alle linee di armi­sti­zio pre­ce­denti la guerra dei Sei Giorni.
Neta­nyahu vor­rebbe annet­tere a Israele anche Beit El oltre ai già noti bloc­chi di Ariel al nord, Maale Adu­mim all’est e Gush Etzion al sud. E’ il 13% del ter­ri­to­rio del pos­si­bile Stato pale­sti­nese, in cam­bio del 3 o il 4% di ter­ri­to­rio israe­liano — in bassa Gali­lea, nella zona del “trian­golo” a mag­gio­ranza araba — più una com­pen­sa­zione in denaro per il resto.

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