Se questo è un uomo di Primo Levi -“Se questo è un uomo” di Primo Levi, interpretata da Dino Becagli su musica di sottofondo di John Williams, coilonna sonora del film “Schindler’s List

CARLO FORMENTI – I tanti equivoci sulla candidatura di Tsipras Fonte: Micromega | Autore: CARLO FORMENTI

Il dibattito a sinistra sulla candidatura di Tsipras alle elezioni europee sta assumendo toni e modalità a dir poco curiosi: la discussione sul forte impatto simbolico che un evento politico del genere potrebbe esercitare, e sulle implicazioni programmatiche che comporterebbe, vengono oscurati dai bizantinismi in merito alla “collocazione” che la lista potrebbe/dovrebbe avere nel quadro degli equilibri parlamentari europei e italiani (vedi l’articolo http://ilmanifesto.it/candidiamo-tsipras-alle-europee di Airaudo e Marcon su Il Manifesto di venerdì 17 gennaio) e dai distinguo in merito a quali soggetti, come e con quali procedure potrebbero/dovrebbero partecipare alla sua costruzione (vedi l’appello http://ilmanifesto.it/a-sinistra-una-lista-per-tsipras dal titolo “A sinistra, una lista per Tsipras”, ancora su Il Manifesto del giorno successivo). Airaudo e Marcon scrivono che “Bene ha fatto Vendola a sottolineare l’esistenza, anche per la sinistra italiana, di uno spazio fra Schultz e Tsipras”. Ma dal momento che tale spazio palesemente non esiste (o si è con Schultz, dirigente di un partito Socialdemocratico che gestisce, in condominio con Angela Merkel, la rappresentanza degli interessi del capitale finanziario che asfissia le classi subordinate di tutta Europa, o si è con Tsipras, che guida la più agguerrita compagine europea che si oppone a quegli interessi nel Paese che più di tutti ne ha pagato il fio), la sensazione è che i nostri mirino soprattutto a giustificare gli equilibrismi di Sel, eternamente in bilico fra il liberismo soft del Pd e un velleitario riformismo radicale. Un riformismo che cerca sponde europee per non confondersi con la sinistra radicale “reducista” e “ideologica”. L’appello apparso il giorno dopo non va in cerca di questo “spazio” immaginario, ma invita a schierarsi con Tsipras senza se e senza ma. Tuttavia, per un “reducista ideologico” come chi scrive, le “falle” programmatiche sono molte ed evidenti. Mi limito ad annotare che in nessuna parte del documento si dichiara esplicitamente che questa Europa e questo capitalismo finanziarizzato sono irriformabili, e che nessun ritorno all’europeismo dei padri fondatori, così come nessuna rianimazione del compromesso fra capitale e lavoro dei “Trenta gloriosi”(chi sono i nostalgici?) sono oggi possibili. Certo: all’inizio del documento si parla di “rivoluzione”, e in altre parti si evoca la necessità di avviare un processo costituente per costruire un’Europa realmente democratica, ma le soluzioni politiche indicate sembrano dare per scontata la possibilità di uscire dalla crisi attraverso alcuni radicali mutamenti di rotta in materia di politica economica, come se ciò fosse possibile senza una svolta in senso socialista, e non semplicemente democratico. Ciò detto, e tenuto conto che in queste elezioni si tratta soprattutto di aggregare un ampio fronte di lotta contro fiscal compact, devastazioni ambientali, privatizzazioni di beni comuni, negazione dei diritti dei migranti, sarei stato tentato di sottoscrivere l’appello, se non fosse per quanto si legge nell’ultima parte, laddove si spiega che la proposta degli estensori consiste nel costruire una lista che sostenga Tsipras ma non faccia parte del Partito della Sinistra Europea che lo esprime come candidato, cioè una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, che candidi persone, anche con appartenenze politiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio. A parte l’ultima condizione (con la quale si è dichiarato d’accordo http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/1/16/39048-lettera-aperta-a-tutti-e-tutte-coloro-che-vogliono anche il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero – che è uno dei “convitati di pietra” evocati nel documento), tutto il resto solleva interrogativi radicali. 1) Chi sono le “personalità” della società civile? Alla voce personalità il Devoto Oli recita: “Chi gode di grande stima o che occupa una posizione di prestigio in un determinato campo: illustri p. della cultura, della politica, delle scienze” e ancora: ”Culto della personalità, ossequio esagerato verso un personaggio pubblico, spec. politico, che induce a stimarlo e a rispettarlo più per il ruolo e la funzione che ricopre, che non per le doti personali che gli vengono attribuite”. Curioso che un’area politico culturale che rifiuta il culto dei leader carismatici, la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, e rivendica un’ampia democrazia di base, ecc. usi simili parole: con quali criteri si stabilisce che qualcuno è una “personalità”? Non si rischia che a deciderlo siano le “personalità” che promuovono la lista? Il vero peccato del Movimento5Stelle è forse quello di essere guidato da una sola personalità (se fossero tante andrebbe bene)? 2) Che cosa è la società civile? Va bene non essere ideologici, ma sarebbe il caso di ricordare che della società civile fanno parte sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori: li vogliamo rappresentare tutti, indistintamente, oppure stare con Tsipras significa rappresentare gli interessi di una parte sociale, la più debole? Certo la parola parte è pericolosamente contigua alla parola partito, il cui solo suono fa rabbrividire gli estensori. Peccato che Syriza – come molte altre forze della sinistra radicale europea e come praticamente tutte le sinistre unitarie nate dalle rivoluzioni antiliberiste in America Latina – sia il frutto di un processo di aggregazione federativa di partiti, movimenti e associazioni. È per questo che si invita ad appoggiare Tsipras ma non la Sinistra Europea, una scelta paradossale e del tutto incomprensibile, che si giustifica solo tenendo conto delle interminabili faide che dilaniano le nostre sinistre radicali. 3) Naturalmente nell’appello si parla anche di movimenti. Già, ma il guaio è che una parte tutt’altro che trascurabile dei movimenti (vedi quelli che hanno dato vita alle manifestazioni del 18/19 ottobre scorsi) non si riconosceranno mai in un appello che esprime una visione populista di sinistra più che esplicitamente anticapitalista. Ma tanto quelli non votano comunque, qualcuno mi ha obiettato: più che probabile, ma forse, se la smettessimo di dividere i movimenti in buoni (girotondi, popoli viola, liste civiche, paladini della Costituzione, ecc.) e cattivi (gli antagonisti) le cose potrebbero cambiare

Legge elettorale, ecco la nuova porcata di Renzi (documento in pdf) Fonte: Liberazione.it | Autore: Ro. Ve.

 

Lo chiama “Italicum” e la definisce una «proposta concreta, realizzabilee con tempi certi». Eccola qua la riforma elettorale firmata Matteo Renzi, che il segretario del Pd ha illustrato oggi alla direzione del suo partito, confezionata in «profonda sintonia» con Berlusconi. E che è la proposta sulla quale la Direzione del Pd ha dato il suo via libera, per essere portata a Montecitorio il 27 gennaio, come da caldenario fissato dal medesimo Renzi.

Come primo obiettivo il segretario ha indicato la cancellazione del Senato e il superamento del bicameralismo perfetto, con la conseguente riduzione dei costi della politica. A seguire ha ribadito l’intenzione di mettere ordine al Titolo V della Costituzione, con la razionalizzazione della ripartizione di competenze fra stato centrale e Regioni. Ed è infine entrato nel merito della legge elettorale. Una riforma, vale la pena sottolineare, di cui non c’è alcun bisogno (lo ha chiarito bene la Corte Costituzionale, secondo la quale si può votare con la legge attualmente in vigore, cioè quella uscita dalla sentenza che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum), ma che tanto a Berlusconi quanto a Renzi serve per mantenere lo scettro del comando nei rispettivi partiti/coalizioni, senza il fastidio di dover fare alleanze e senza dover subire “ricatti” dai “piccoli”. Non a caso, la proposta avanzata produce effetti bipolari ed è tesa a premiare i partiti maggiori, a danno di quelli minori. E pazienza se nella sentenza della Consulta, tra l’altro, si faceva esplicito riferimento all’articolo 48 della Costituzione, quello in cui si stabilisce che «il voto è personale ed eguale», mentre tra premi di maggioranza e sbarramenti si finisce con l’alterare «il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi)». Si vede che il parere della Corte costituzionale va bene solo a fasi alterne. 
Tant’è, la proposta di Renzi è così concepita: premio di maggioranza pari al 18% se si raggiunge almeno il 35% (e non è lo stesso una porcata dare la maggioranza assoluta a chi la maggioranza assoluta nelle urne non ha preso? Vale la pena ricordare che la Legge “Truffa” del 1953 assegnava un premio di maggioranza a chi avesse comunque ottenuto la maggioranza del 50% più uno nelle urne), ballottaggio per ottenere il premio se nessuna coalizione raggiunge il 35%, listini corti (e bloccati, bye bye Consulta) di sei candidati per ogni collegio, sbarramento al 5% per le forze che fanno parte di una coalizione e all’8% per chi si presenta da solo. Con tanti saluti alla rappresentanza democratica.

Ma soprattutto, Renzi ha chiarito che Riforme e nuova legge elettorale fanno parte di un unico pacchetto non modificabile frutto anche dell’intesa raggiunta con Silvio Berlusconi. E in questo senso, ha sottolineato, «l’accordo politico non prevede le preferenze». Il segretario ha poi ribadito che il Pd sceglierà i suoi candidati con le primarie («Un’idea già attuata lo scorso anno da Bersani») e di volere per le proprie liste il «vincolo assoluto della rappresentanza di genere», ovvero l’alternanza uomo-donna negli elenchi sottoposti agli elettori.

La proposta del ballottaggio dovrebbe (sarebbe dovuta) servire a limitare i malumori interni, assecondando almeno in parte le richieste di chi fin dall’inizio si era espresso per un doppio turno alla francese o per una legge sul modello di quella con cui si eleggono i sindaci dei comuni sopra i 15 mila abitanti. Non a caso il bersaniano Alfredo D’Attorre, che nei giorni scorsi era arrivato ad evocare una rottura dopo l’intesa con Berlusconi, parla ora di «un passo avanti rilevante» auspicando un ulteriore ritocco con il superamento delle liste bloccate. Stessa linea per il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. Ma dal presidente dei democratici, Gianni Cuperlo, arriva l’altolà:

«La riforma elettorale non risulta ancora convincente perché non garantisce né la rappresentanza adeguata né il diritto dei cittadini di scegliere gli eletti né una ragionevole governabilità». Il leader della minoranza interna, inoltre, vede nella proposta avanzata «profili di dubbia costituzionalità». «Al nostro interno non c’è una maggioranza che spinge per cambiare e una minoranza che vuole restare ferma immobile sulle gambe o peggio intralciare un processo riformatore: vogliamo essere tutti noi protagonisti del passaggio a una repubblica rinnovata consolidando le istituzioni di una democrazia in crisi», ha aggiunto il presidente parlando alla Direzione Pd. E c’è da registrare l’affondo dell’ex viceministro Stefano Fassina, secondo il quale «l’accordo (con Berlusconi, ndr) non è stato fatto dal Pd, che si dovrà esprimere, ma dal segretario Renzi. Mi sono un po’ vergognato come dirigente del Pd nel vedere l’incontro di Renzi con Berlusconi. E’ stato un errore politico. Andava certo coinvolta Forza Italia, ci sono i capigruppo e non dovevamo certo rilegittimare il Cavaliere per la terza volta, dopo che c’è stata una sentenza di condanna». Fassina ha smentito ipotesi scissioniste («Resto e credo nel partito come sempre») ma avanza l’idea di un referendum tra gli iscritti che potrebbe diventare la proposta della minoranza piddina nella Direzione di oggi: «Come prevede lo statuto, sarebbe possibile consultare gli iscritti anche per via telematica, rapidamente, per sapere cosa pensino della legge elettorale». Ma l’obiezione di Renzi è già pronta: sono appena stato votato alle primarie, il mandato degli elettori ce l’ho già (fa niente se “elettori” e iscritti” non sono esattamente la stessa cosa, è roba da partiti novecenteschi).

Stroncatura senza appello, invece, dalla Lega, con il segretario Matteo Salvini che invoca una mobilitazione contro quella che definisce «una legge truffa» (detto da chi il Porcellum l’ha pensato e poi votato lascia interdetti). E da Beppe Grillo, che alla nuova proposta di legge ha già dato, di par suo, il nome di «Pregiudicatellum».

Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, «la proposta di Renzi è di una gravità inaudita: calpesta la sentenza della Corte sulla legge elettorale riproponendo nei fatti il Porcellum e con il suo compagno di merende Berlusconi, resuscitato per l’occasione, si vuole pappare tutto il Parlamento. Renzi e Berlusconi, che la pensano nello stesso modo su quasi tutto, vogliono occupare tutto il parlamento impedendo ad altre forze che non condividono le loro politiche di austerità di poter dire la loro. Renzi – conclude Ferrero – si nasconde dietro la prima repubblica ma in realtà vuole affossare la democrazia mantenendo in piedi solo la finzione teatrale del bipolarismo».

ECCO IL DOCUMENTO IN PDF ALLEGATO ALLA RELAZIONE INTRODUTTIVA DI MATTEO RENZI

Micron, proclamate 16 ore di sciopero Fonte: rassegna

 

“La Regione siciliana si faccia parte attiva per fare rientrare i propositi di licenziamento della Micron: è inaccettabile che continui la latitanza delle istituzioni regionali mentre si prospetta un’altre emorragia occupazionale in un settore peraltro non in crisi”. Lo dice Ferruccio Donato, responsabile per l’industria nella segreteria della Cgil Sicilia, criticando il governo siciliano che, “nonostante le raccomandazioni della commissione Attività produttive dell’Ars è stato l’unico grande assente al tavolo in cui la Micron ha annunciato 500 licenziamenti in Italia, 128 dei quali nel sito catanese. Oltre ai sindacati – riferisce Donato – c’erano l’amministrazione di Catania, i sindaci della Brianza, i funzionari del ministero e il rappresentante della regione Lombardia. Dov’era invece la nostra Regione? Intende replicare il 28 gennaio?”.

Il 28 è infatti convocato un altro incontro a Roma presso il ministero dello Sviluppo economico per l’avvio della mobilità. “La sede dell’incontro – rileva Donato – ci fa però pensare che il governo italiano intenda parlare ancora di sviluppo, visto che il luogo naturale per discutere di mobilità sarebbe il ministero del lavoro, in un settore per il quale l’Ue ha previsto ingenti finanziamenti. Parliamo peraltro di un’impresa – sottolinea l’esponente della Cgil – in attivo che ha quadruplicato il valore patrimoniale dopo l’acquisizione da St del ramo memorie e che, cosa assurda e inaccettabile, annuncia licenziamenti in Italia mentre procede all’acquisizione dell’Elpida, azienda in bancarotta”. Contro i tagli, giudicati inaccettabili, Fim, Fiom e Uilm nazionali hanno proclamato 16 ore di sciopero chiedendo il blocco della procedura di licenziamento e annunciando iniziative di mobilitazione in tutta Italia per convincere l’azienda a modificare il piano.

Altro che fallimento, il «berlusconismo» è la norma | Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Nencioni

berlusconi-pd-640

Il 26 gen­naio del ’94 Ber­lu­sconi annun­ciava, con un cele­bre mes­sag­gio tele­vi­sivo, la sua «discesa in campo». Venti anni dopo, lo stesso Ber­lu­sconi si trova inglo­rio­sa­mente fuori dal Par­la­mento, asse­diato da ricor­renti guai giu­di­ziari, il suo movi­mento poli­tico appare in piena crisi, diviso e sfi­brato. Si può tut­ta­via par­lare di «fal­li­mento del berlusconismo»?

Non certo del fal­li­mento della cul­tura poli­tica di cui Ber­lu­sconi si è fatto portatore.

Il suo «anti-antifascismo» – come lo ha clas­si­fi­cato il suo più lucido stu­dioso, Gio­vanni Orsina – fino agli anni Ottanta rele­gato in posi­zioni mino­ri­ta­rie dello spet­tro poli­tico, si basava e si basa su una cri­tica orga­nica al carat­tere pro­gram­ma­tico dell’antifascismo, ben tra­dotto nella nostra Costi­tu­zione. Ebbene, è pur­troppo dif­fi­cile negare che il «discorso» ber­lu­sco­niano sui limiti e i difetti con­ge­niti della carta costi­tu­zio­nale (e della demo­cra­zia dei par­titi da essa sca­tu­rita) man­tenga una salda ege­mo­nia nel senso comune di tutti gli schie­ra­menti poli­tici. A que­sto mirava la bat­ta­glia delle idee della destra ita­liana, e que­sto obiet­tivo ha rag­giunto gra­zie al berlusconismo.

Si dirà, è la cri­tica che pro­viene da ambienti del «mode­ra­ti­smo», che Ber­lu­sconi non ha saputo attuare quella rivo­lu­zione «libe­rale», della quale a parole si era pre­sen­tato come araldo. Ma, senza tirare in ballo l’utopia di Adam Smith, biso­gnerà ammet­tere che l’ordine neo-liberale è stato bene o male restau­rato nel ven­ten­nio. I par­titi asso­mi­gliano sem­pre più a club di nota­bili, sul modello libe­rale otto­cen­te­sco, che non alle ese­crate mac­chine ideo­lo­gi­che di massa che hanno strut­tu­rato la poli­tica nel Nove­cento. La pre­senza dello Stato nell’economia è oggi ai minimi rispetto agli altri paesi civi­liz­zati; «lacci e lac­ciuoli» all’iniziativa pri­vata ce ne sono ancor meno.

Biso­gne­rebbe sem­mai affron­tare un ragio­na­mento serio su come que­sta libertà asso­luta sia stata usata dalle nostre classi diri­genti eco­no­mi­che. Ma que­sto tipo di ragio­na­mento non è molto con­ge­niale al nostro «mode­ra­ti­smo», troppo occu­pato a chie­dere capar­bia­mente «di più» in que­sta sui­cida dire­zione, senza fer­marsi a con­si­de­rare le con­se­guenze di quanto fino ad ora otte­nuto.
Se si getta poi uno sguardo oltre­con­fine, ci si accor­gerà che il ber­lu­sco­ni­smo, lungi dal rap­pre­sen­tare un’anomalia rispetto al pano­rama poli­tico dell’Occidente, ben si è con­fi­gu­rato come l’aspetto ita­liano di un feno­meno più gene­rale. Il legame di ferro tra inte­ressi affa­ri­stici (diret­ta­mente rap­pre­sen­tati ai ver­tici dello Stato) e potere media­tico ha con­trad­di­stinto tanto l’Italia ber­lu­sco­niana quanto gli Stati Uniti di Bush, la Spa­gna di Aznar e la Gran Bre­ta­gna di Blair. In tutti que­sti paesi si è assi­stito ad un ingente pro­cesso di redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza attra­verso l’attacco al sala­rio diretto e dif­fe­rito, di asser­vi­mento dei mezzi di comu­ni­ca­zione e di restrin­gi­mento dei tra­di­zio­nali spazi demo­cra­tici. Ancora una volta, la fase getta una luce sini­stra sull’utilizzo di que­sti mar­gini di mano­vra da parte delle classi diri­genti; ma a tanto esse hanno mirato, e tanto hanno ottenuto.

Quella del «fal­li­mento del ber­lu­sco­ni­smo» pare dun­que una cate­go­ria autoas­so­lu­to­ria per chi, durante que­sto ven­ten­nio, al ber­lu­sco­ni­smo si è pre­sen­tato come alternativo.

Ma non è stato piut­to­sto il centro-sinistra, che in que­sti anni di Ber­lu­sconi è stato il con­tral­tare, a fal­lire? Attorno al Cava­liere si è infatti cemen­tato un blocco sociale fatto di inte­ressi nuovi, sorti dalla crisi dell’età dell’oro del capi­ta­li­smo, e di inte­ressi paras­si­tari ata­vici, ed a que­sto blocco sociale i governi ber­lu­sco­niani hanno dato rispo­ste con­crete: governi dura­turi, infatti, per­ché rispon­denti ad inte­ressi reali, per quanto retrivi. I governi di centro-sinistra invece, del poten­ziale blocco sociale che attorno alle varie coa­li­zioni sem­brava via via pren­der forma, hanno cre­duto di poter fare a meno: pren­de­vano voti da una parte, ma li met­te­vano a ser­vi­zio dell’altra.

Si ras­si­cu­ra­vano «l’Europa», i «mer­cati», gli «alleati», men­tre gli elet­tori e i mili­tanti della sini­stra vede­vano, una dopo l’altra, nau­fra­gare le con­qui­ste otte­nute a fatica nel corso della pre­ce­dente espe­rienza repubblicana.

Di qui, a ben vedere, la crisi reale del centro-sinistra ita­liano degli ultimi vent’anni: coa­li­zioni che hanno pen­sato di poter com­pen­sare con l’alchimia poli­tica le pro­prie defi­cienze di com­pren­sione del reale e di azione su di esso. Le spie­ga­zioni com­plot­ti­sti­che delle dif­fi­coltà espe­rite dalla sini­stra al governo, con al cen­tro le mene dei vari Ber­ti­notti, D’Alema, Mastella, rap­pre­sen­tano la spia di un atteg­gia­mento tutto poli­ti­ci­sta, appan­nag­gio non a caso di gruppi diri­genti ripie­gati su se stessi.

All’uscita di scena di Ber­lu­sconi può insomma non cor­ri­spon­dere una crisi del ber­lu­sco­ni­smo: è una cul­tura poli­tica desti­nata a carat­te­riz­zare anche il futuro del Paese, a meno di un radi­cale cam­bia­mento di rotta da parte dei suoi oppositori.

I padroni israeliani cercano l’accordo con i palestinesi | Fonte: il manifesto | Autore: Michele Giorgio

 

Israele. Un centinaio di industriali e uomini d’affari sono intenzionati ad affermare a Davos che in assenza di un accordo con i palestinesi, Israele si ritroverà isolato anche economicamente

21est1f03-davos-reuters-638211

Il pre­mier Neta­nyahu con ogni pro­ba­bi­lità userà la vetrina della pros­sima Con­fe­renza eco­no­mica di Davos, in Sviz­zera, per ripe­tere le ragioni di Israele al tavolo della trat­ta­tiva (fan­ta­sma) con i pale­sti­nesi e per lan­ciare ulte­riori accuse all’Iran e all’accordo che ha rag­giunto con l’Occidente per il pro­se­gui­mento del suo pro­gramma nucleare. Alla con­fe­renza però pren­de­ranno parte anche un cen­ti­naio di indu­striali, uomini d’affari e varie per­so­na­lità israe­liane, riu­niti nel comi­tato “Brea­king The Impasse”, inten­zio­nati ad affer­mare su quel pal­co­sce­nico che in assenza di un accordo con i pale­sti­nesi, Israele subirà un boi­cot­tag­gio inter­na­zio­nale sem­pre più inci­sivo.
Ofra Strauss, Moshe Licht­man, Yossi Vardi, Shlomi Fogel, Danny Rubin­stein, Ita­mar Rabi­no­vich, Mor­ris Kahn, per citarne alcuni, hanno anche sot­to­scritto un appello «alla pace» ripor­tato con evi­denza dalla stampa israe­liana. Non sono soste­ni­tori dei diritti dei pale­sti­nesi e nep­pure paci­fi­sti. Sono sol­tanto dei grandi impren­di­tori e capi­ta­li­sti pre­oc­cu­pati per i loro futuri pro­fitti. Hanno il merito però di dire aper­ta­mente ciò che il primo mini­stro e il suo governo di destra pre­fe­ri­scono igno­rare, pur di rea­liz­zare il loro dise­gno ideo­lo­gico. Israele affronta un cre­scente boi­cot­tag­gio inter­na­zio­nale, spe­cial­mente dall’Europa, e senza una solu­zione poli­tica all’occupazione dei Ter­ri­tori che dura da quasi 47 anni, le cose non potranno che peg­gio­rare. A pena­liz­zare in modo cre­scente l’economia israe­liana non è più solo il Bds (Boi­cot­tag­gio, disin­ve­sti­mento e san­zioni) attuato da asso­cia­zioni e gruppi di atti­vi­sti di diversi Paesi con­tro l’occupazione mili­tare e a favore dei diritti del pale­sti­nesi, ma sono anche le deci­sioni che stanno pren­dendo grandi società ed imprese pri­vate. Il “Finan­cial Times” rife­ri­sce che oltre a quello olan­dese , altri impor­tanti Fondi-pensione di vari paesi euro­pei hanno deciso di riti­rare i loro inve­sti­menti nelle ban­che israe­liane per­chè ope­rano nelle colo­nie israe­liane costruite in vio­la­zione del diritto inter­na­zio­nale.
Svi­luppi che non inte­res­sano pro­prio al mini­stro dell’economia Naf­tali Ben­nett, lea­der del par­tito ultra­na­zio­na­li­sta “Foco­lare ebraico”, che si è sca­gliato con­tro i nego­ziati. Secondo Ben­nett «Lo stato pale­sti­nese distrug­gerà l’economia israe­liana». Intanto il pre­si­dente dell’Olp e dell’Anp, Abu Mazen, fa sapere a Neta­nyahu e ai media­tori ame­ri­cani di con­si­de­rare «inac­cet­ta­bile» la volontà attri­buita al pre­mier israe­liano di «annet­tere» quat­tro e non tre bloc­chi di colo­nie in Cisgior­da­nia. «Quello che richie­diamo è ciò che ci ha dato la comu­nità inter­na­zio­nale nel 1967», ha detto Abu Mazne durante una visita uffi­ciale in Marocco, facendo rife­ri­mento alle linee di armi­sti­zio pre­ce­denti la guerra dei Sei Giorni.
Neta­nyahu vor­rebbe annet­tere a Israele anche Beit El oltre ai già noti bloc­chi di Ariel al nord, Maale Adu­mim all’est e Gush Etzion al sud. E’ il 13% del ter­ri­to­rio del pos­si­bile Stato pale­sti­nese, in cam­bio del 3 o il 4% di ter­ri­to­rio israe­liano — in bassa Gali­lea, nella zona del “trian­golo” a mag­gio­ranza araba — più una com­pen­sa­zione in denaro per il resto.