Alle europee un voto contro fascismo e razzismo da ufficio stampa anpi roma

“In Italia, come in altre parti d’Europa, l’antifascismo è purtroppo una parola desueta. La persecuzione di una ministra per il colore della sua
pelle è un fatto  gravissimo e le reazioni sono troppo modeste, un Paese civile dovrebbe insorgere rispetto  a queste evidentissime forme di
razzismo. Le elezioni europee in tal senso hanno un’importanza rilevantissima per porre argine al razzismo  e quindi ai neofascismi.
L’Anpi, in occasione  di questo importante appuntamento, farà la sua parte, ma non  può essere sola. Contiamo molto quindi  sull’apporto della
Fir che certamente non mancherà. Chiederemo a gran voce ai candidati un’Europa antifascista e democratica!”

Con queste parole del presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, si è conclusa oggi, sabato 18 gennaio,  a Roma, nella Sala del Carroccio in Campidoglio, l’iniziativa che ha visto riuniti i vertici della Federazione internazionale dei resistenti (FIR) – la più grande associazione dell’antifascismo europeo – per fare un punto sui neofascismi e i neonazismi e rilanciare la necessaria unità degli antifascisti e dei democratici anche in vista delle imminenti elezioni europee.

L’importanza dell’iniziativa è stata sottolineata anche dal presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, dal Sindaco  di Roma, Ignazio Marino e dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, nei messaggi che hanno fatto pervenire.

Rappresentanza, il direttivo approva l’accordo. Rinaldini: “La democrazia non è proprietà della Cgil” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il direttivo della Cgil ha approvato alla fine il Testo unico sulla rappresentanza con 95 si’, 13 no e due astenuti (i rappresentanti della ex Rete 28 aprile sono usciti dalla sala al momento del voto). La Fiom, però, apre lo scontro diretto, sostenendo che “non si sente vincolata dall’accordo”, perche’ trattandosi, a suo giudizio, di “un nuovo accordo” andava sottoposto almeno alla consultazione degli iscritti. Niente consultazione, invece. In più, come aggiunge Gianni Rinaldini, “il direttivo nazionale e’ dimissionario, essendosi aperta la fase congressuale, e puo’ svolgere solo funzioni di ordinaria amministrazione”. Diversi i punti controversi sollevati da Rinaldini, la limitazione delle liberta’ sindacali, le condizioni previste per la partecipazione alle trattative per i rinnovi contrattuali, l’arbitrato tra Confederazioni e Confindustria lesivo dell’autonomia delle categoria, fino ad arrivare alle sanzioni nei confronti delle organizzazioni sindacali e dei delegati nell’applicazione degli accordi. Si puo’ dire – continua Rinaldini – che, a fronte del dispositivo della Corte costituzionale che ha preservato la democrazia nel lavoro, Cgil Cisl Uil e Confindustria hanno concordato le modalita’ per autotutelarsi come se la democrazia fosse di loro proprieta’, senza alcuna validazione democratica da parte dei soggetti interessati. Tutto cio’ e’ inaccettabile”.

Di tutto questo nell’ordine del giorno finale, ovviamente, non c’è traccia. Anzi, secondo il direttivo della Cgil, l’accordo disegna “un modello di rappresentanza sindacale trasparente, democratico e fortemente partecipato dall’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici”, si inverte “la deriva degli ultimi anni fatta anche di intese separate prive di ogni verifica democratica, di discriminazioni ai tavoli negoziali, di limitazione delle liberta’ sindacali per chi dissente”. Un accordo, si legge ancora nel dispositivo al termine delle 8 ore di dibattito sindacale, che “estende gli spazi di democrazia e di partecipazione alle decisioni” e che “puo’ realmente determinare le condizioni per la Legge su democrazia e rappresentanza dando forza e vigore a questi principi ed attuando l’articolo 39 della Costituzione, al fine di determinare l’estensione dell’applicabilita’ in tutti i luoghi di lavoro e l’erga omnes dei contratti”.

Il Comitato Direttivo dunque impegna l’intera organizzazione a “proseguire ed estendere l’iniziativa per allargare l’applicazione di regole democratiche ed esigibili a tutte le controparti datoriali e ad assicurare il pieno coinvolgimento di tutte le nostre strutture nella fase attuativa di quanto pattuito”.

Noam Chomsky: «Quello che siamo e facciamo sono soltanto linguaggio» | Fonte: La Repubblica | Autore: FEDERICO CAPITONI

«Non penso che ci sia un politico che abbia mai prestato una qualche attenzione a ciò che scrivo, dico o faccio». A 85 anni, Noam Chomsky si rende bene conto che pure essere uno degli intellettuali più ascoltati del pianeta, non cambia la direzione che il mondo ha preso. Il grande linguista americano, a partire dagli anni Settanta, ha scelto seriamente la strada del pensiero e dell’attivismo politico che lo ha portato oggi a essere l’interlocutore privilegiato nei dialoghi sui problemi di ordine mondiale. Una raccolta dei suoi saggi politici, I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie, in libreria il 23), mette ora in fila tutte le sue risposte, generalmente volte a condannare i sistemi neoliberisti e neocolonialisti. Nel frattempo la sua idea di una grammatica universale (facoltà mentale comune a tutti gli individui) e la teoria della grammatica generativa (l’insieme, finito, delle regole che danno luogo alle potenzialmente infinite formulazioni delle frasi) hanno iniziato a camminare da sole: «La grammatica generativa è ormai una scienza, – dice – e come tale raccoglie i risultati prodotti dalla partecipazione collettiva di tanti studiosi». Il 25 gennaio a Roma, all’interno del Festival delle Scienze, Chomsky terrà una lezione magistrale in cui parlerà del linguaggio e della mente. Ma il pubblico italiano potrà incontrarlo anche la sera prima in un curioso spettacolo musicale, Conversazioni con Chomsky,una talk-opera multimediale del compositore Emanuele Casale, ove il linguista parteciperà a «una sessione di domande sugli argomenti della linguistica, dell’economia e della politica, anche italiana»…

Professor Chomsky, lei parteciperà a un’opera musicale. Si dice spesso che la musica sia un linguaggio universale. Ma, innanzi tutto, la musica è un linguaggio?
«Il concetto di linguaggio nell’uso comune è vago e informale. È comunque possibile formulare almeno alcune chiare domande. Per esempio quali relazioni ci sono tra musica e linguaggio umano? Ci sono studi su questo e molte idee interessanti ma la domanda generale non ha risposta. È come domandarsi se gli aeroplani volino (certo, ma non come le aquile) o se i sottomarini nuotino (non proprio come delfini). Sono faccende che hanno a che fare con le metafore che scegliamo di accettare, non sono questioni fattuali».

Cosa differenzia il linguaggio verbale dagli altri sistemi di segni (suoni, figure, gesti)?
«È importante ricordare che il linguaggio umano non è necessariamente verbale. Può essere espresso attraverso suoni, il modo più comune, o segni grafici. Come abbiamo scoperto in anni recenti, molti linguaggi simbolici che sono nati nel mondo sono particolarmente simili ai linguaggi orali. A ogni modo il linguaggio umano differisce da altri sistemi di segni in alcuni importanti aspetti: struttura, uso, rappresentazione neuronale. È stato anche scoperto che lo stesso gesto può funzionare in maniera diversa se viene usato in un sistema di segni o se in un contesto non linguistico. Le proprietà fondamentali del linguaggio umano appaiono uniche e sono probabilmente emerse relativamente di recente rispetto al processo evolutivo. La facoltà del linguaggio sembra essere ampiamente dissociata da altri sistemi cognitivi umani e completamente differente dai sistemi di comunicazione animali».

Se il linguaggio è generato dalla grammatica e la grammatica fondata su strutture foniche, si potrebbe dire che il linguaggio si origina più probabilmente dal suono che dal segno?
«Quello che possiamo dire è che il suono è solo una delle forme di esternalizzazione del linguaggio e non sembra essere essenziale della sua natura. Concordo con la tradizione che tende a considerare il linguaggio primariamente uno strumento del pensiero e la sua esternalizzazione, in una o un’altra modalità, un processo secondario. È tuttavia vero che i segni grafici sono cosa piuttosto recente nella storia dell’uomo, tra l’altro solo in certe culture, e che non possano essere collegati all’origine del linguaggio».

Cosa pensa delle recenti ricerche neurolinguistiche? I risultati scientifici mettono a tacere la lunga diatriba tra “innatismo” e “comportamentismo”?
«Nonostante io abbia sempre trovato fuorviante parlare di dibattito tra “comportamentismo” e “innatismo” (e soprattutto su questa parola bisognerebbe accordarsi, perché non ha un significato ben definito), non si può seriamente dubitare che ci sia un alto numero di fattori innati che entrano in ogni aspetto della funzione cognitiva. L’unica alternativa è la magia. Il lavoro scientifico è determinare questi fattori: per esempio, qual è la dote biologica che rende il bambino, e non un altro organismo, in grado di sviluppare le capacità che io e lei stiamo usando ora? E così domande simili sulle facoltà mentali e non. Anche i comportamentisti ormai credono a fattori innati».

Se il linguaggio dà forma all’esperienza, quanto i problemi del mondo dipendono dal linguaggio?
«Difficile pensare che esista un’attività umana in cui il linguaggio non sia direttamente coinvolto. Dire che ci sia una dipendenza dal linguaggio è plausibile ma è una questione davvero troppo seria e indefinita per esaminarla».

Il suo ultimo libro si intitola I padroni dell’umanità. Chi sono costoro?
«I centri corporativi delle società industriali avanzate vogliono farsi ricordare come i padroni dell’umanità. Il termine è preso in prestito da una frase di Adam Smith: “la vile massima dei padroni dell’umanità: tutto per noi, niente per gli altri”. È esattamente la proprietà istituzionale delle società capitaliste ».

Lei scrive che potere e verità sono in conflitto e che gli intellettuali o ricercano la verità o comandano. È dunque impossibile il governo dei filosofi sognato da Platone?
«Bakunin predisse che il governo dalla classe emergente della scientific intelligentsia avrebbe portato alle peggiori e brutali autocrazie della storia umana. È risultata un’osservazione lungimirante. Non c’è dunque ragione per aspettarsi che il governo dei filosofi, o quello di una qualsiasi altra élite, sia migliore».

Tra i temi che le stanno più a cuore c’è l’ambiente. Quali rischi dobbiamo temere maggiormente?
«Ci sono due ombre scure che incombono su ogni considerazione riguardo al futuro: la catastrofe ambientale e la guerra nucleare. La prima è già tristemente una realtà; l’altra è un rischio sempre presente che non accenna a dissolversi, è quasi un miracolo che siamo scappati a un disastro nucleare non così tanto tempo fa. Pessimismo e ottimismo sono questioni soggettive, non sono importanti: qualunque sia il proprio stato d’animo, le azioni da intraprendere sono essenzialmente le stesse».

Il contrattacco di Israele sulle colonie Fonte: il manifesto | Autore: Michele Giorgio

 

Territori Occupati. Tel Aviv reagisce con rabbia alle critiche europee. Lieberman convoca ambasciatori di Italia, Spagna, Francia e Gb. Intervista alla Presidente della Camera Boldrini che ieri ha incontrato i parlametari palestinesi a Ramallah

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La rea­zione di Israele è stata imme­diata. In rispo­sta alla con­vo­ca­zione degli amba­scia­tori israe­liani in Ita­lia, Fran­cia, Gran Bre­ta­gna e Spa­gna, dopo l’annuncio, una set­ti­mana fa, della costru­zione di altre 1.800 case per coloni ebrei in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme est, il pre­mier Neta­nyahu gio­vedì sera ha accu­sato l’Unione euro­pea di «ipo­cri­sia». Subito dopo il mini­stro degli esteri Lie­ber­man ha con­vo­cato i rap­pre­sen­tanti diplo­ma­tici di Roma, Madrid, Parigi e Lon­dra in Israele. Il suo por­ta­voce ha spie­gato che «il con­ti­nuo schie­rarsi con­tro Israele e a favore dei pale­sti­nesi è inaccettabile…oltre alla fazio­sità e all’ignoranza della realtà della situa­zione, le posi­zioni di que­sti Stati minac­ciano in maniera signi­fi­ca­tiva la pos­si­bi­lità di rag­giun­gere un accordo tra le parti». Dopo l’accusa di «osses­si­vità» che il mini­stro degli esteri Moshe Yaa­lon ha rivolto al Segre­ta­rio di stato Usa John Kerry per la sua insi­stenza nel volere por­tare israe­liani e pale­sti­nesi a un accordo, adesso Lie­ber­man dice che l’Europa è igno­rante rispetto alla «realtà della situa­zione». Accuse e offese che tra­di­scono la fru­stra­zione del governo Neta­nyahu per il cre­scente iso­la­mento della sua poli­tica di colo­niz­za­zione e occu­pa­zione . Certo, da qui a par­lare di crisi nelle rela­zioni di Tel Aviv con Washing­ton e Bru­xel­les ce ne passa. Qual­che pro­blema comun­que esiste.

Nel botta e rispo­sta di ieri si è inse­rita anche la rap­pre­sen­tante della poli­tica estera dell’Ue, Cathe­rine Ash­ton, che attra­verso la sua por­ta­voce ha riba­dito che «Gli inse­dia­menti (colo­nici) sono ille­gali per la legge inter­na­zio­nale e costi­tui­scono un osta­colo alla pace, minac­ciando di ren­derla impos­si­bile». La linea di Bru­xel­les sulle colo­nie è stata affer­mata anche dalla Pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini, ieri in visita al Con­si­glio legi­sla­tivo pale­sti­nese. « Sugli inse­dia­menti la posi­zione dell’Europa è chiara, adesso si tratta di capire le moda­lità di tutto que­sto», ha detto Bol­drini, durante un punto stampa orga­niz­zato dopo l’incontro avuto a Ramal­lah con un gruppo di depu­tati pale­sti­nesi. Al ter­mine la Pre­si­dente della Camera ha rispo­sto bre­ve­mente ad alcune nostre domande.

In que­sti giorni lei ha avuto modo di visi­tare e veri­fi­care di per­sona tante situa­zioni. Non crede che ci sia un biso­gno urgente di appli­care le riso­lu­zioni inter­na­zio­nali per dare una solu­zione giu­sta a que­sto con­flitto.
Sicu­ra­mente ci sono tanti livelli, tante stra­ti­fi­ca­zioni. Per avere un punto di con­ver­genza, biso­gna par­tire prima del 1967 ma anche creare i pre­sup­po­sti per dare soste­ni­bi­lità al pro­cesso (di pace). Oggi durante l’incontro (con i par­la­men­tari pale­sti­nesi) sono emerse parec­chie pro­ble­ma­ti­che. I pale­sti­nesi ci chie­dono come Europa di essere più pre­senti, di essere parte dei nego­ziati, riten­gono che (al momento) non ci sia quella equi­di­stanza per una com­pleta credibilità.

Come può l’Europa far parte del nego­ziato. Israele non vuole un ruolo dell’Ue al tavolo delle trat­ta­tive. La fun­zione dell’Europa secondo gli israe­liani deve essere solo quella di soste­gno economico.
Non c’è biso­gno di pren­dere parte diret­ta­mente al nego­ziato per svol­gere un ruolo. Occorre che le con­tro­parti cre­dano nella ter­zietà di chi nego­zia. Quello è il pre­sup­po­sto per fidarsi e per andare avanti. La parte pale­sti­nese chiede più Europa nel nego­ziato e a mio avviso occorre andare incon­tro a que­sta richie­sta senza intac­care il nego­ziato che (il segre­ta­rio di stato) Kerry sta facendo. Tutti gli rico­no­scono un impe­gno gene­roso. Allo stesso tempo i pale­sti­nesi chie­dono che a que­sto sforzo gene­roso si accom­pa­gni una pre­senza più deter­mi­nante da parte euro­pea. E’ com­pli­cato ma dovremmo pren­dere atto di que­sta richie­sta, poi si deci­derà nelle sedi oppor­tune, però que­sto è quello che è uscito da que­sto incon­tro. Più Europa e più atten­zione alle richie­ste palestinesi.

E anche più atten­zione e appli­ca­zione della lega­lità internazionale
I pale­sti­nesi hanno molto insi­stito sul ritorno dei rifu­giati che per loro è ancora un punto cru­ciale e irri­nun­cia­bile. E’ una delle que­stioni non risolte da parte israe­liana. Sul ritorno dei rifu­giati ci sono tan­tis­sime riserve. I nodi ci sono tutti, però c’è anche l’intento di volere arri­vare a dei risul­tati. Il capo­gruppo di Fatah que­sto lo ha sot­to­li­neato più volte: cre­diamo nel dia­logo, vogliamo andare avanti, nel fare que­sto ci sarebbe biso­gno di più Europa.

Il killer amianto colpisce ancora | Fonte: il manifesto | Autore: Riccardo Chiari

 

Strage bianca. Dalla Philips alla Fiat, dalla Pirelli all’Ilva: la grande industria sotto accusa per le morti operaie

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Men­tre a Torino i giu­dici d’appello con­fer­mano le respon­sa­bi­lità di due ex diri­genti della Phi­lips per le morti nello sta­bi­li­mento di Alpi­gnano, a Milano otto ex mana­ger della Franco Tosi vanno a pro­cesso per i 33 ope­rai uccisi dal meso­te­lioma pleu­rico, lo spie­tato tumore pro­vo­cato dalle fibre di amianto. La deci­sione del gup Luigi Gar­giulo chiude una inchie­sta che ha riguar­dato quasi vent’anni di lavoro quo­ti­diano nella sto­rica fab­brica di tur­bine, dai ’70 fino al 1992. Quando — con cri­mi­nale ritardo rispetto alle già com­pro­vate evi­denze scien­ti­fi­che – l’amianto fu messo al bando.

Gli ex diri­genti della Franco Tosi, accusa il pm Mau­ri­zio Ascione, hanno vio­lato le norme per la pre­ven­zione di infor­tuni sul lavoro e malat­tie pro­fes­sio­nali. Gli impu­tati, fra i quali l’attuale numero uno di Ital­ce­menti, Giam­piero Pesenti, si difen­dono: “Il mate­riale c’era solo nei dispo­si­tivi di pro­te­zione per­so­nale per i lavo­ra­tori impe­gnati nei pro­cessi di fusione metal­lur­gica”. Al di là di quanto emer­gerà al dibat­ti­mento, la Franco Tosi si aggiunge a una lunga lista di aziende. Nomi di rilievo come Ilva, Pirelli, Fiat-Alfa Romeo, Anic-Enichem, Oli­vetti e Phi­lips. Tutte sotto inchie­sta, o già a pro­cesso, per non aver messo in pra­tica ade­guati dispo­si­tivi di sicu­rezza con­tro il rischio mor­tale pro­vo­cato dalle fibre e dalla pol­vere di amianto. Spesso senza nep­pure infor­mare i lavoratori.

Solo la deter­mi­na­zione di asso­cia­zioni come Medi­cina Demo­cra­tica, in paral­lelo al gran lavoro di magi­strati come Benia­mino Deidda e Raf­faele Gua­ri­niello, ha per­messo di fare luce su una “strage bianca” di dimen­sioni ter­ri­bili. A causa dell’amianto muo­iono due­mila per­sone l’anno, stima rica­vata dall’Inail sulla base dei dati del Regi­stro nazio­nale dei meso­te­liomi. Nel periodo 1993–2008 sono stati dia­gno­sti­cati 15.845 casi, con altret­tante dia­gnosi di tumore pol­mo­nare e pro­gnosi infau­sta. Per giunta il numero delle pato­lo­gie è andato cre­scendo negli ultimi cin­que anni, e si sta­bi­liz­zerà solo dal 2015.

I pm allievi di Deidda e Gua­ri­niello fanno del loro meglio. A dicem­bre si è chiuso a Torino, con quat­tro con­danne, il pro­cesso per i 14 morti e le malat­tie ope­raie nelle sto­ri­che Fer­riere: “A loro va il nostro pen­siero – li ha ricor­dati Fede­rico Bel­lomo della Fiom — viste le ragioni, rico­no­sciute dal tri­bu­nale, di quanti hanno lot­tato per la salute e la sicu­rezza in quel luogo, a ini­ziare da chi vi lavo­rava e che in molti casi ha pagato con la vita”. A Milano è in corso un pro­cesso con­tro la Pirelli (e un altro è in arrivo) per la con­ta­mi­na­zione di 24 ope­rai, in sta­bi­li­menti dove l’amianto era anche nel talco usato in alcune lavo­ra­zioni e nella mensa. Delle 24 “parti lese” solo quat­tro sono ancora vive. “Non abbiamo mai usato masche­rine – ha rac­con­tato al giu­dice Anto­nio Dinetta — e nes­suno ci ha mai par­lato dei peri­coli deri­vanti dall’amianto”.

Un altro pro­cesso si sta svol­gendo a Taranto per le vit­time all’Italsider-Ilva (31 morti da meso­te­lioma e altri tumori da sostanze tos­si­che), e a Ravenna sono pros­simi al rin­vio a giu­di­zio una ven­tina di ex diri­genti del polo chi­mi­coo Anic-Enichem (75 fra lavo­ra­tori e loro fami­liari morti per amianto). Sem­pre a Milano è stato chie­sto il pro­cesso dell’ex ad Paolo Can­ta­rella e altri sei mana­ger Fiat dell’epoca per 21 vit­time da amianto all’Alfa Romeo di Arese, e nel tori­nese si sta inda­gando anche sulla Oli­vetti nel periodo 1978–92, quando era gui­data da Carlo De Benedetti.

Secondo una stima del Cnr, nella peni­sola esi­stono ancora 2,5 miliardi di metri qua­drati di coper­ture rea­liz­zate con mate­riali con­te­nenti amianto, circa 32 milioni di ton­nel­late. E le prime vit­time già segna­late nel set­tore delle ristrut­tu­ra­zioni edi­li­zie non fini­scono ancora nella car­tina del Regi­stro dei meso­te­liomi, dove com­pa­iono solo i disa­stri più ecla­tanti. Per­fino la magi­stra­tura fa fatica: all’indomani del vit­to­rioso pro­cesso per la strage all’Eternit di Casale Mon­fer­rato, Raf­faele Gua­ri­niello ricor­dava a “La Stampa”: “Di inda­gini e pro­cessi se ne fanno pochini. Un col­lega di una delle aree più mar­to­riate mi ha con­fi­dato: ‘non ci segna­lano i casi’. Poi ha aggiunto: ‘per for­tuna, se lo faces­sero non sapremmo come fare’”.

Spregiudicato | Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi

Legge elettorale. Tra le minacce di crisi di governo e di diserzione nel Pd, il segretario stringe con Berlusconi. E mette in campo una versione nazionale del modello spagnolo che può essere accettata anche dagli alleati di governo

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Gio­vedì Mat­teo Renzi ha annun­ciato l’intenzione di andare a tro­vare Pier­luigi Ber­sani — ancora in ospe­dale a Parma, ma da ieri uffi­cial­mente fuori peri­colo – prima di chiu­dere sulla legge elet­to­rale. Enrico Letta lo ha anti­ci­pato: ci è andato ieri. Così al capez­zale dell’ex lea­der che prima l’uno poi l’altro hanno tro­vato il modo di, poli­ti­ca­mente, col­pire, si con­suma la spac­ca­tura tra le due macroa­ree demo­cra­ti­che: gover­na­tivi e no. La faglia passa oltre le divi­sioni del con­gresso e per que­sto è più peri­co­losa per Renzi. Molti gover­na­tivi sono nella sua mag­gio­ranza. Se non il voto nella dire­zione di lunedì, il rispetto di quel voto nel com­por­ta­mento par­la­men­tare dei gruppi demo­cra­tici è a rischio. Avvisi non man­cano, da una parte e dall’altra. Men­tre il segre­ta­rio si avvia ad incon­trare Ber­lu­sconi, la guerra di nervi si avvi­cina al punto di rot­tura. Il punto in cui in genere si trova un accordo.

Lo sug­ge­ri­sce l’analisi delle rispet­tive con­ve­nienze. Quella di Renzi a non pre­ci­pi­tare verso le ele­zioni con il pro­por­zio­nale uscito dalla sen­tenza della Con­sulta, un sistema elet­to­rale che lo pena­lizza, e la patente di ria­bi­li­ta­tore di Ber­lu­sconi; quella di Letta di non dover lasciare palazzo Chigi pro­prio alla vigi­lia del seme­stre euro­peo; quella di Alfano di evi­tare un sistema elet­to­rale letale per i pic­coli par­titi anche al costo di rinun­ciare al dop­pio turno; e quella di Ber­lu­sconi di stare comun­que nella par­tita per ritor­nare pro­ta­go­ni­sta a pieno titolo accanto al nuovo lea­der Pd, alla vigi­lia dell’affidamento in prova. Può finire così. Con una nuova crea­tura uscita dal labo­ra­to­rio renzian-berlusconiano aperto dal pro­fes­sor D’Alimonte e da Ver­dini. O con un ritorno al punto di par­tenza, il vec­chio Mat­ta­rel­lum, per quanto cor­retto. Quest’ultimo è noto. La prima sarebbe invece una ver­sione ita­lica del sistema spa­gnolo: man­ter­rebbe i col­legi pic­coli (il numero si ricorda, è quello del pronto soc­corso: 118) e dun­que un’alta soglia di sbar­ra­mento (più del 5% nomi­nale), ma rega­le­rebbe ai par­titi pic­coli un recu­pero nazio­nale, cioè un sostan­zioso diritto di tri­buna. L’ultima fan­ta­sia della scienza elet­to­rale nazio­nale, pro­get­tata per stare den­tro i vin­coli recen­te­mente sta­bi­liti dalla Con­sulta, rischia però di non con­se­gnare al vin­ci­tore una mag­gio­ranza solida. Con il pre­mio limi­tato a una novan­tina di seggi, e la quota da tro­vare per i pic­coli, il rag­giun­gi­mento della fati­dica soglia 316 alla camera si gioca sulle unità.

Una capriola, un azzardo tec­nico ma un suc­cesso poli­tico per Renzi, nel caso riu­scisse alla fine a met­tere insieme tutti, da Alfano a Letta a Ber­lu­sconi. Ela­bo­rata nella notte la deter­mi­na­zione mostrata da Renzi in dire­zione, dige­rita anche la cena finita male tra il segre­ta­rio e il pre­si­dente del Con­si­glio, l’unità di crisi di palazzo Chigi ha pun­teg­giato la gior­nata di ieri di con­ti­nui allarmi. Prima Fran­ce­schini, poi il col­lega alfa­niano Lupi sono andati a col­lo­quio da Renzi. Poi la fran­tu­ma­glia cen­tri­sta ha messo insieme una nota col­let­tiva di avver­ti­mento, chie­dendo un ver­tice di mag­gio­ranza per lunedì. Il giorno in cui la camera dovrebbe comin­ciare a discu­tere la legge elet­to­rale, che in teo­ria sarebbe affi­data ai depu­tati della prima com­mis­sione. Ma soprat­tutto il giorno della dire­zione «finale» del Pd.

L’ala let­tiana del par­tito demo­cra­tico, insieme a quella ber­sa­niana che è più avversa al segre­ta­rio ma meno gover­ni­sta, hanno visto lo spa­zio per costrin­gere il lea­der a una media­zione finale. E sono par­tite all’attacco. Annun­ciando una pub­blica diser­zione al modello spa­gnolo puro. Non solo nel primo pas­sag­gio alla camera dov’è pos­si­bile il voto segreto, ma anche al senato dove que­sta even­tua­lità non c’è. Bat­ta­glia a viso aperto: «Al senato Renzi e Ber­lu­sconi non hanno i numeri». Il che signi­fica – visto che la mate­ma­tica non è un’opinione e che i gruppi di Pd e Forza Ita­lia anche senza la Lega sono oltre la mag­gio­ranza asso­luta di palazzo Madama – l’annuncio di una cla­mo­rosa spac­ca­tura in aula. Alla quale segui­rebbe, come messo in chiaro da Renzi in dire­zione, la crisi del Pd, e anche prima la crisi del governo. Uno show-down diretto a votare a mag­gio con il proporzionale.

Renzi, che aveva comin­ciato la gior­nata col grido di bat­ta­glia, per quanto in 140 carat­teri — «non mollo» — ha solo il pro­blema di non dover con­ce­dere troppo alla media­zione, nel senso di una legge che lasci aperto un varco per Alfano dove però può infi­larsi Grillo, scip­pan­do­gli la vit­to­ria annun­ciata. Ma se potrà dire di aver costretto tutti ad un accordo sulla legge elet­to­rale dopo sette anni di ritardi, avrà un bel san­tino con il quale pre­sen­tarsi agli elet­tori demo­cra­tici. Migliore della foto dell’incontro galeotto con Berlusconi.

Neonazi al Politecnico e la polizia carica gli antifascisti Fonte: il manifesto | Autore: Giorgio Salvetti

Le autorità dell’Ateneo ospitano un convegno di Lealtà e Azione che era programmata alla Statale ma che non era stato autorizzato. Gli studenti manifestano e vengono caricati. Il rettore si giustifica: “Lo spazio ci è stato chiesto da un’associazione studentesca riconosciuta dall’Ateneo, ma non sapevamo che sarebbe stato usato per questo tipo di iniziativa”

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I neo­na­zi­sti a con­ve­gno in un aula del Poli­tec­nico e gli anti­fa­sci­sti fuori cari­cati dalla poli­zia. E’ suc­cesso ieri a Milano. Uno sfre­gio e un ribal­ta­mento dei valori demo­cra­tici che ha come prin­ci­pale respon­sa­bile il ret­tore del Poli­tec­nico Gio­vanni Azzone. Di fatto ha con­cesso spa­zio agli estre­mi­sti di destra e non poteva non sapere che cosa stava suc­ce­dendo nelle aule della sua uni­ver­sità. Si tratta dell’ennesimo ten­ta­tivo dei neo­fa­sci­sti di met­tere radici in una città che fino a pochi anni fa per loro era del tutto impra­ti­ca­bile. Ieri il col­pac­cio gli è quasi riu­scito. E se gli stu­denti non fos­sero corsi a denun­ciare e a mani­fe­stare l’avrebbero fatta franca con la com­pli­cità delle auto­rità acca­de­mi­che e la pro­te­zione della poli­zia.
Da giorni all’Università Sta­tale gli anti­fa­sci­sti sono mobi­li­tati. Il gruppo “Alpha” dell’associazione Lealtà e Azione, vicina alla Ski­n­house mila­nese aveva chie­sto uno spa­zio, l’aula 111, per met­tere in scena ieri mat­tina un con­ve­gno dal titolo “Il mondo verso un futuro mul­ti­po­lare” con per­so­na­lità dell’estremismo di destra ita­liane e stra­niere. Appena le auto­rità della Sta­tale hanno capito quale era la pater­nità e la fina­lità dell’iniziativa, però, hanno rifiu­tato di auto­riz­zarla. Ieri gli stu­denti anti­fa­sci­sti si sono tro­vati comun­que in via Festa del per­dono per pre­si­diare l’università. Ma i neo­na­zi­sti nel frat­tempo e senza pre­av­viso si erano già intru­fo­lati nelle aule del Poli­tec­nico con il bene­stare dei diri­genti dell’ateneo. A quel punto gli anti­fa­sci­sti sono corsi in piazza Leo­nardo da Vinci ma appena si sono avvi­ci­nati ai can­celli del Poli­tec­nico sono stati cari­cati dalla poli­zia. L’azione di pro­te­sta però ha sve­lato la pre­senza dei neo­na­zi­sti all’interno dell’istituto e ha costretto le auto­rità acca­de­mi­che a inter­rom­pere il con­ve­gno.
«In rife­ri­mento agli scon­tri avve­nuti nei pressi del Poli­tec­nico di Milano — spiega una nota del diret­tore gene­rale dell’ateneo, Gra­ziano Dra­goni — spe­ci­fico che la richie­sta di uti­lizzo dell’aula in cui si stava svol­gendo il con­ve­gno con­te­stato è stata inol­trata all’amministrazione da un’associazione stu­den­te­sca rico­no­sciuta dall’ateneo, e deno­mi­nata Azione Poli­tec­nica, per una pro­pria ini­zia­tiva. Nel momento in cui il Poli­tec­nico di Milano è venuto a cono­scenza della pre­senza di gruppi non auto­riz­zati, pre­senza igno­rata dagli stessi pro­po­nenti dell’iniziativa, l’incontro è stato imme­dia­ta­mente sospeso». Si tratta però di una giu­sti­fi­ca­zione tar­diva che non regge. E’ impos­si­bile imma­gi­nare che dopo quello che era suc­cesso in Sta­tale al Poli­tec­nico non sapes­sero nulla dell’iniziativa neo­na­zi­sta. Se non altro le auto­rità del Poli­tec­nico si sono mac­chiate di una negli­genza grave di cui adesso il ret­tore deve rispon­dere alla città e che in altri tempi avrebbe com­por­tato le sue dimissioni.

Cgil, 515mila in cig nel 2013, -8mila euro a testa da: controlacrisi.org

 

Oltre 515 mila lavoratori relegati per l’intero 2013 in cassa integrazione a zero ore, in ragione di un miliardo e 75 milioni di ore di cig, richieste e autorizzate lo scorso anno, ovvero il terzo peggior risultato degli ultimi quattro. Lo rileva la Cgil. Una mole tale che porta il totale di ore messe a segno nei passati sei anni di crisi economica, a partire cioe’ dal 2008, a piu’ di 5,4 miliardi. La forzata astensione dal lavoro per l’oltre mezzo milione di lavoratori coinvolti nei processi di cassa a zero ore nel 2013 ha inciso inoltre pesantemente sul reddito con la perdita complessiva – calcola la Cgila – di oltre 4,125 miliardi di euro, ovvero 8 mila euro in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore. Questo in estrema sintesi il bilancio degli effetti determinati dalla crisi sullo scorso anno in termini di ricorso alla cassa integrazione secondo l’elaborazione delle rilevazioni dell’Inps da parte dell’Osservatorio Cig della Cgil nazionale nel rapporto di dicembre 2013 .