Il Jobs Act renziano e le illusioni di Cesare Damiano Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

Ogni tanto Cesare Damiano si munisce di traforo e prova a ritagliare dal povero legno deI suo partito qualche improbabilissima ragione di ottimismo, ogni volta platealmente smentita dai fatti. Accadde con la riforma Fornero che faceva scempio delle pensioni di anzianità, quando l’ex ministro del Lavoro si disse determinato a presentare un progetto capace non soltanto di risolvere in radice il guaio grosso degli esodati, ma anche e ben più estesamente di offrire una risposta positiva a quanti dalla sera alla mattina si erano visti mettere sul groppone fino a sei anni di lavoro in più. Fummo facili profeti quando dicemmo che quei buoni propositi sarebbero evaporati come neve al sole. E così è stato, sicché quegli argomenti sono scomparsi da qualsiasi agenda, del governo come del Pd.
Adesso Damiano, instancabile, ci riprova, riscoprendo, sull’odierna pagina on line de l’Unità che “il nostro sistema è iper-elastico e alcune fonti (ma più che di fonti si tratta di leggi, spesso di segno bipartisan, onorevole Damiano, ndr) parlano di oltre 40 forme di impiego a disposizione delle aziende”. Qualcosa che cozza violentemente, lo ammette anche il nostro, contro ogni proposito di combattere la precarietà. ” La legge 30 del centrodestra, detta legge Biagi, ha sicuramente ampliato a dismisura le forme di impiego flessibili – osserva Damiano – aumentando i fattori di discontinuità nel lavoro. Oggi, a causa di quelle scelte, il peso dell’incertezza ricade quasi interamente sulle spalle delle nuove generazioni”.

Ora, a parte la reticenza con cui si nasconde che il copyright di tutte le manomissioni del mercato del lavoro appartiene all’opera di Tiziano Treu e del governo di centrosinistra che con entusiasmo abbracciò il dogma liberista della flessibilità, è paradossale che Damiano trovi nel renziano Jobs Act una potenziale positiva risposta per “l’inserimento incentivato dei giovani nei posti di lavoro”, una resurrezione dell’articolo 18, “non in forma parziale, cioè riconducibile ai soli licenziamenti discriminatori, ma totale ed inclusiva anche di quelli per motivi economici”: ipotesi di cui nel testo del documento e nelle intenzioni di chi l’ha redatto non c’è la più pallida traccia.

L’esponente dei Giovani Turchi (a proposito, esistono ancora?) mette le mani avanti anche sul tema contrattazione, argomento neppure sfiorato dalla proposta del neo-segretario democrat, per ribadire la propria “netta contrarietà a spostarne il baricentro verso la contrattazione aziendale, perché pensiamo che essa debba stare in equilibrio con il contratto nazionale”. Ebbene, bisognerà che qualcuno gli spieghi che gli accordi interconfederali prima e il governo Berlusconi poi hanno già mortificato il contratto nazionale rendendolo niente più che un simulacro, e chiedere al sindaco di Firenze di farlo rivivere ha le stesse probabilità di successo di ottenere da Berlusconi la redenzione degli evasori.

C’è infine, nell’intervento di Damiano un clamoroso silenzio sulla più devastante delle misure ipotizzate dal sindaco di Firenze: l’abolizione della cassa integrazione (sostituita da un’indennità di disoccupazione) grazie alla quale ogni datore di lavoro potrà disfarsi, automaticamente e senza colpo ferire, dei lavoratori che risultano eccedentari nelle fasi di crisi. Mai nessun padrone, neppure il più protervo castigamatti antisindacale, avrebbe mai immaginato si potesse pervenire ad uno stravolgimento tanto radicale dei rapporti sociali e a fare della manodopera una merce così maltrattabile. Occorreva il rottamatore, ultima tappa dell’interminabile trasmutazione liberale del Pd, per giungere là dove Ronald Reagan e Margareth Tatcher erano giunti oltre trent’anni fa. Sveglia, Damiano, sveglia

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