Quale sinistra per le europee? Fonte: Esse blog.it | Autore: Nicola Melloni

Europa-680x365 Ci risiamo. Mancano pochi mesi alle elezioni e di nuovo scatta l’allarme. La sinistra deve aver voce istituzionale, l’Europa ha bisogno di un vero cambiamento, dobbiamo fare qualcosa per evitare i fallimenti del 2008 e del 2013.
Eppure, a dispetto di questi fallimenti la sinistra esiste. Le idee, come ha detto Gilioli , non mancano. Non mancano neppure le personalità, da Rodotà a Landini. C’è pure un popolo, seppure apolide, quello che ha riempito tante piazze, a cominciare da quelle romane, durante le manifestazioni del 12 e del 19 Ottobre. Non si riesce però a trasformare questa base sociale in prassi politica quotidiana. Anzi, sembra proprio che si remi in direzione opposta. Ci si domanda ora, in Gennaio, come passare lo sbarramento delle elezioni europee. Il motivo è alto ma i modi sembrano opportunistici: ci ricordiamo solo ora, con 4 mesi a disposizione, che ci sono le elezioni? Vogliamo dare voce ad una Europa nuova, vero, ma lo si fa solo quando si va a votare? Ed in questo anno cosa abbiamo fatto? Quasi nulla, ad esser sinceri. E dire che le occasioni non sono mancate: il risultato elettorale, il caos del Quirinale, il governo tecnico. Tutti a guardare, inorriditi, ma completamente immobili.
Sembra di rivivere il 2012: governo tecnico, PD con PDL, austerity, riforma Fornero, e la sinistra che fa? Nulla. SEL col PD, a prescindere, gli altri che 2 mesi prima delle elezioni provano a mettersi insieme, a tempo abbondantemente scaduto, con una lista elettorale, non politica. Un disastro, che sembra vogliamo ripetere. Cerchiamo di sopperire alle nostre mancanze con una scorciatoia dell’ultimo minuto. Una lista per Tsipras, chiede Barbara Spinelli . Una lista di sinistra ma senza partiti. Anzi no, una lista che non deve neanche essere di sinistra, per Flores , vittima forse inconsapevole della sindrome post-Bolognina: vergogniamoci di quel che siamo e cancelliamo i nostri nomi, cioè cancelliamo anche la nostra storia. E poi, di nuovo, società civile contro partiti e partitini, una dicotomia fuorviante: come se i veri partiti non fossero anche fatti, soprattutto, di società civile, come se la società civile non avesse bisogno dei partiti per organizzarsi politicamente. Questo, in fondo, è quello che dice la nostra Costituzione che tanto difendiamo ma forse troppo spesso non capiamo.
Cosa facciamo? Una volta sognavamo la scalata al cielo, oggi certifichiamo l’ovvio, formazioni politiche rinchiuse in se stesse e una società civile che – al netto di una manifestazione di oltre 10 anni fa – non ha avuto il benché minimo effetto sulle fasi politiche che abbiamo attraversato. Da una parte e dall’altra siamo bloccati da atteggiamenti e tattiche sbagliate, accettando la logica della post-democrazia, per dirla con Colin Crouch. Partitini che sembrano gruppuscoli post-68ini, e una parte consistente, direi maggioritaria della sinistra che non sembra credere nelle forme organizzative della democrazia novecentesca, nei partiti per essere chiari. E che dunque rinuncia anche alla battaglia politica elettorale, se non in forme disordinate, tipo appunto liste dell’ultimo momento. E’ una sinistra che è capace di mobilitarsi su singole battaglie, dal NO TAV alla guerra, al lavoro (perdendo sempre per altro, anche se gloriosamente) ma che sembra volersi estraniare da un progetto di società più complesso e articolato, lasciando dunque le leve del potere ad altri, ai governi tecnici, all’Europa, ai mercati. Una sinistra che vuole essere gruppo di pressione, non avendo capito, forse, che le lobby si fanno con i soldi, i partiti con le idee e con i voti. Un atteggiamento che si riflette poi nell’atteggiamento anche di una classe dirigente che si ostina a voler continuare il proprio lavoro di sempre, sindacalisti, docenti, magistrati, giornalisti, convinta di poter innervare un cambiamento da quei luoghi, da quelle casematte del potere. Non rendendosi conto che la guerra di trincea di Gramsci la si può fare certo anche e soprattutto in quei luoghi, ma solo con la forza di una organizzazione politica radicata. Altrimenti diventa un lavoro di testimonianza, non di cambiamento. Insomma, quel che manca è il contenitore, il partito. Che forse non potrà più essere quello del vecchio PCI ma di cui non si può fare a meno. Si continua a dire no ad altri partitini, salvo poi rimpiazzarli con liste estemporanee. Nessuno vuole un altro partitino, ci mancherebbe, ma con uno sforzo di fantasia, sacrificio e abnegazione da parte di tutti, partiti(ni) e società civile insieme, si dovrebbe forse cominciare a pensare, invece, ad un partitone. Di sinistra

Il Jobs Act renziano e le illusioni di Cesare Damiano Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

Ogni tanto Cesare Damiano si munisce di traforo e prova a ritagliare dal povero legno deI suo partito qualche improbabilissima ragione di ottimismo, ogni volta platealmente smentita dai fatti. Accadde con la riforma Fornero che faceva scempio delle pensioni di anzianità, quando l’ex ministro del Lavoro si disse determinato a presentare un progetto capace non soltanto di risolvere in radice il guaio grosso degli esodati, ma anche e ben più estesamente di offrire una risposta positiva a quanti dalla sera alla mattina si erano visti mettere sul groppone fino a sei anni di lavoro in più. Fummo facili profeti quando dicemmo che quei buoni propositi sarebbero evaporati come neve al sole. E così è stato, sicché quegli argomenti sono scomparsi da qualsiasi agenda, del governo come del Pd.
Adesso Damiano, instancabile, ci riprova, riscoprendo, sull’odierna pagina on line de l’Unità che “il nostro sistema è iper-elastico e alcune fonti (ma più che di fonti si tratta di leggi, spesso di segno bipartisan, onorevole Damiano, ndr) parlano di oltre 40 forme di impiego a disposizione delle aziende”. Qualcosa che cozza violentemente, lo ammette anche il nostro, contro ogni proposito di combattere la precarietà. ” La legge 30 del centrodestra, detta legge Biagi, ha sicuramente ampliato a dismisura le forme di impiego flessibili – osserva Damiano – aumentando i fattori di discontinuità nel lavoro. Oggi, a causa di quelle scelte, il peso dell’incertezza ricade quasi interamente sulle spalle delle nuove generazioni”.

Ora, a parte la reticenza con cui si nasconde che il copyright di tutte le manomissioni del mercato del lavoro appartiene all’opera di Tiziano Treu e del governo di centrosinistra che con entusiasmo abbracciò il dogma liberista della flessibilità, è paradossale che Damiano trovi nel renziano Jobs Act una potenziale positiva risposta per “l’inserimento incentivato dei giovani nei posti di lavoro”, una resurrezione dell’articolo 18, “non in forma parziale, cioè riconducibile ai soli licenziamenti discriminatori, ma totale ed inclusiva anche di quelli per motivi economici”: ipotesi di cui nel testo del documento e nelle intenzioni di chi l’ha redatto non c’è la più pallida traccia.

L’esponente dei Giovani Turchi (a proposito, esistono ancora?) mette le mani avanti anche sul tema contrattazione, argomento neppure sfiorato dalla proposta del neo-segretario democrat, per ribadire la propria “netta contrarietà a spostarne il baricentro verso la contrattazione aziendale, perché pensiamo che essa debba stare in equilibrio con il contratto nazionale”. Ebbene, bisognerà che qualcuno gli spieghi che gli accordi interconfederali prima e il governo Berlusconi poi hanno già mortificato il contratto nazionale rendendolo niente più che un simulacro, e chiedere al sindaco di Firenze di farlo rivivere ha le stesse probabilità di successo di ottenere da Berlusconi la redenzione degli evasori.

C’è infine, nell’intervento di Damiano un clamoroso silenzio sulla più devastante delle misure ipotizzate dal sindaco di Firenze: l’abolizione della cassa integrazione (sostituita da un’indennità di disoccupazione) grazie alla quale ogni datore di lavoro potrà disfarsi, automaticamente e senza colpo ferire, dei lavoratori che risultano eccedentari nelle fasi di crisi. Mai nessun padrone, neppure il più protervo castigamatti antisindacale, avrebbe mai immaginato si potesse pervenire ad uno stravolgimento tanto radicale dei rapporti sociali e a fare della manodopera una merce così maltrattabile. Occorreva il rottamatore, ultima tappa dell’interminabile trasmutazione liberale del Pd, per giungere là dove Ronald Reagan e Margareth Tatcher erano giunti oltre trent’anni fa. Sveglia, Damiano, sveglia

L’Italia è razzista? Rispondono i giornalisti delle testate per gli stranieri Fonte: redattoresociale.it | Autore: Lucia Ghebreghiorges

Insulti, intimidazioni, sit in di protesta. Per Cécile Kyenge sono praticamente questione di tutti i giorni, da quando si è insediata al ministero dell’Integrazione. E si intitola appunto “ I giorni della vergogna” il libro in cui il portale StranieriinItalia.it ha scelto di raccoglierei principali episodi e che è stato presentato ieri a Roma alla presenza dell’interessata.

Gli autori, Gianluca Luciano e Eugenio Balsamo, hanno composto un vero e proprio mosaico di attacchi differenziati, sul web, sulla carta stampata, sui muri: quasi tutti a sfondo politico. Non mancano ovviamente le offese del vice presidente del Senato Roberto Calderoli: “Quando la vedo non posso non pensare ad un orango”. O dell’eurodeputato Borghezio: “Faccetta nera, non degna di essere considerata italiana e tanto meno abilitata ad occupare un posto di ministro”. Ma soprattutto ci sono i muri imbrattati, i gruppi Facebook in cui tra sbeffeggi vari si diffondo vere e proprie minacce e istigazioni alla violenza. Attacchi a Kyenge per colpire le politiche di cui si è fatta sponsor: “L’immigrazione uccide”, firma Forza Nuova nei muri e nei manifesti. E sempre da questo gruppo arrivano i manichini insanguinati che hanno dato più volte il “benvenuto alla ministra “in occasione di incontri pubblici, con l’obiettivo di dire no allo ius soli.

E proprio dagli insulti nascono le riflessioni, riportate nel libro, dei giovani stranieri o di origine straniera, che scrivono per le testate coordinate dal portale: alla domanda “L’Italia è un Paese razzista?” le risposte sono diverse e variegate, ma su una cosa convergono tutti: il razzismo c’è e sopratutto cresce il linguaggio razzista. “L’Italia non è razzista – scrive Milton Kwami , redattore di africanouvelles.com – non lo è la stragrande maggioranza degli italiani, come testimonia il cammino del paese per l’integrazione dei nuovi cittadini, che sono stati accolti e che l’hanno eletta seconda patria”. “Un percorso – continua – che ha permesso l’approdo dei deputati di origine straniera al Parlamento e la recente nomina della ministra Kyenge nel governo Letta”.

Per Sorin Cehan, di Gazeta Romaneasca , arrivato in Italia nel 92, il razzismo non è aumentato: se ne parla di più: “con internet c’è più informazione al riguardo e su alcuni atteggiamenti. La gente può sembrare più razzista parlando di quello che ha letto oggi sulla stampa”. “Nonostante le discriminazioni e gli stereotipi – prosegue – a livello privato, rispetto all’immagine pubblica che ne dà la stampa, gli italiani hanno atteggiamenti diversi. Chiedete ad un italiano cosa ne pensa dei romeni, vi dirà che quelli che conosce personalmente sono bravi”.

Samia Oursana , giornalista per il blog italiani più, racconta di non aver avuto esperienze dirette di razzismo, ma in generale per lei “il razzismo esiste. Nel nostro paese non è presente una reale forma di razzismo e odio verso l’altro perché diverso, ma dal mio punto di vista si manifesta più una diffidenza, una rivalità: ci rubano il lavoro, gli assegnano tutte le case popolari, c’è una forma di rivalità, di concorrenza”.

Infine Stephen Ogongo di Africanews, riferendosi agli attacchi alla ministra Kyenge scrive che “ l’Italia non è razzista, ma piena di razzisti a livelli alti ”. Ed è quindi nel linguaggio politico, per lui, che si manifesta sopratutto e si diffonde il seme dell’intolleranza.

Ma come difendersi dalle discriminazioni? L’unica arma è la conoscenza dei propri diritti, secondo gli autori. Per questo la pubblicazione si conclude con una breve guida giuridica in cui, come una sorta di promemoria, si citano i principali provvedimenti italiani e internazionali di contrasto alle discriminazioni.

“Rappresentanza, un modello corporativo improntato al Marchionnum”. Intervento di Giorgio Cremaschi da:controlacrisi.org

Autore: giorgio cremaschi

Il regolamento applicativo dell’accordo sulla rappresentanza sindacale ha provocato in pieno congresso il big bang nel gruppo dirigente della CGIL.

Dopo anni di contrapposizione tra gruppo dirigente della FIOM e gruppo dirigente confederale si era siglata la pace con il documento congressuale sottoscritto sia da Susanna Camusso sia da Maurizio Landini. Solo la piccola minoranza del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa” si era opposta.

Ora Maurizio Landini definisce come incostituzionale l’intesa che trasforma quell’accordo in regole cogenti e aggiunge che così il modello dell’accordo separato di Pomigliano viene esteso a tutti. Ha ragione, potremmo chiamare Marchionnum le nuove regole sulla rappresentanza sindacale, ma tutti i principi che hanno portato a questa conclusione erano già contenuti nell’intesa del 31 maggio e in quella precedente del 28 giugno 2011, intese assunte ed approvate dal documento congressuale di maggioranza.

Il congresso della CGIL deflagra così a seguito dell’intesa firmata il 10 gennaio ed è giusto, perché quelle regole cambiano la natura stessa del sindacato.

Da tempo la CGIL aveva subordinato il conflitto sociale alla concertazione, assumendo la fisionomia di una grande forza sociale che fa pressione sulla politica. Negli ultimi venti anni questa scelta ha portato la CGIL e tutti i sindacati confederali ad assumere un ruolo centrale nel sistema di potere del paese, cosa che ha fatto persino sopravvalutare la loro forza reale. Al tavolo triangolare della concertazione, tra aziende, sindacati e governo si amministravano e cogestivano le tendenze di fondo, ma non le si cambiavano. Così mentre CGIL CISl UIL si rafforzavano nei palazzi, il mondo del lavoro scivolava in basso nella società; caduta dei salari e precarizzazione di massa, privatizzazioni e perdita di diritti sociali dilagavano.

Con la crisi, con la svolta autoritaria della Fiat e con le politiche di austerità la concertazione è saltata per aria. A CGIL CISL UIL è venuta meno anche l’apparenza del contare.

Ovunque si ricorda con rabbia la passività e la impotenza con cui CGIL CISL UIL subirono la riforma Fornero delle pensioni. Quella vicenda è diventata il paradigma di un sindacato confederale che non conta più niente. E che per questo subisce una contestazione di fondo da parti opposte. Da chi pensa che sia giunta l’ora di togliere di mezzo un soggetto fortemente Indebolito, ma ancora ingombrante. E da chi invece vorrebbe che la forza residua del sindacato confederale venisse usata davvero.

Impauriti e sentendosi sotto assedio, i dirigenti della CGIL hanno scelto di seguire la via di fuga già individuata da quelli di CISL e UIL: il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità aziendale.

Fu un testo programmatico dell’allora ministro Sacconi ad usare per la prima volta in senso positivo questo termine. Poi vennero gli accordi Fiat rifiutati dalla FIOM, che in cambio della promessa del lavoro peggioravano brutalmente tutte le condizioni e i diritti del lavoro e permettevano di esistere solo ai sindacati firmatari.

Ora quel principio, solo i firmatari hanno i diritti sindacali, viene istituzionalizzato ed esteso dall’accordo confederale sulla rappresentanza. E davvero poco pare contare la recente sentenza della Corte Costituzionale, che proprio quel principio ha condannato. Del resto non si sta facendo la stessa cosa a livello politico, con i principali partiti impegnati a realizzare una riforma elettorale che eluda la sentenza che ha condannato il porcellum? Con il Marchionnum le “parti sociali” sono state più veloci. La Costituzione non si abbatte, si aggira.

Parti sociali è il nuovo logo con cui il regime della complicità sostituisce quello della concertazione sindacale. Questo termine, di antica provenienza democristiana, descrive un sistema nel quale da un lato ci sono le istituzioni politiche, dall’altro quelle economico sociali unite tra loro. Imprese e sindacati diventano una sola istanza corporativa comune, il vecchio tavolo triangolare della concertazione perde un lato, quello della residua autonomia sindacale. Rappresentanti dei padroni e dei lavoratori siedono dalla stessa parte, sono tutti nella stessa barca.

Per questo al centro dell’accordo stanno le deroghe ai contratti nazionali mentre viene messa sotto accusa la libertà di sciopero. Le condizioni di lavoro vengono di continuo peggiorate, ma il conflitto tra i firmatari del patto sulla rappresentanza non è ammesso. Chi confligge va punito e chi dissente verrà giudicato da una commissione di arbitri dove la Confindustria ha una preventiva maggioranza politica. Il sindacato viene governato da una catena di comando che parte dai vertici confederali e giunge fino ai delegati nei luoghi di lavoro. Tutti devono rispondere a direttive che vengono dall’alto, tutti sono nei fatti nominati, come il parlamento votato con il Porcellum.

Da quando si insediò il governo Monti il debito pubblico è aumentato di 200 miliardi. Cosa c’entra? C’entra perché la riduzione del debito è la giustificazione principale delle politiche di austerità. Di quelle politiche che han portato i disoccupati a 6 milioni e fatto sprofondare in basso salari e pensioni. Ma se tutto il mondo del lavoro è più povero e il debito è aumentato, dove son finiti i soldi? Ai ricchi, alla finanza e alle banche.

200 miliardi di debito in più sono serviti per finanziare una colossale redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto. È la lotta di classe vincente dei ricchi contro i poveri, l’unica autorizzata.

Si capisce allora a cosa serve il patto sulla rappresentanza. Serve a impedire la reciprocità della lotta di classe dei poveri contro i ricchi: chi la vuole fare è fuori dal sistema.

Il Marchionnum trasforma le politiche di austerità in un autoritario sistema di relazioni sindacali: è incostituzionale non solo nelle sue norme, ma nel suo spirito di fondo. Per questo va combattuto come e più del porcellum elettorale.

Rappresentanza, è scontro tra Cgil e Fiom. Al direttivo Landini chiederà il ritiro della firma | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Ritiro della firma al testo sulla Rappresentanza firmato con Cisl, Uil e Confindustria. C’è da giurare che il Comitato direttivo di domani in corso d’Italia sarà un bello spettacolo di fuochi artificiali. La Fiom, che oggi ha tenuto il suo Comitato centrale, per bocca del segretario generale Maurizio Landini, dice che quello non è un regolamento attuativo dell’accordo del 31 maggio ma un accordo nuovo di zecca che Susanna Camusso (ha snobbato il Comitato centrale nonostante l’invito ad intervenire) non aveva nessun titolo a firmare. E quindi è lo stesso Landini a chiedere alla sua organizzazione il mandato per andare domani al direttivo della Cgil e porre la questione del ritiro della firma.
Ma non è soltanto una questione di metodo quella sollevata dalla Fiom. “Vogliamo che si giunga ad un accordo senza sanzioni e senza l’arbitrato – ha dichiarato Landini al termine del suo intervento ai giornalisti. Chiediamo che si dia alle categorie l’autonomia e l’autorita’ di negoziare sulla materia nei contratti nazionali. Inoltre, che sia garantito il voto dei lavoratori e delle lavoratrici ad ogni livello”. Landini ha quindi insistito sulla necessita’ di applicare la sentenza della Corte Costituzionale, in modo che non ci siano “limiti alla liberta’ dei lavoratori”.
“I lavoratori e le lavoratrici coinvolte dall’accordo (cioe’ di aziende aderenti a Confindustria) devono essere messi in condizioni di poter essere consultati e di poter decidere”.
Landini ha inoltre illustrato al comitato centrale il documento programmatico della Fiom in vista del congresso della Cgil, con le proposte su cui la federazione dei metalmeccanici intende confrontarsi con forze politiche, Parlamento, governo.

Domani, quindi, al Comitato direttivo della Cgil ci sarà battaglia. Un gruppo di rappresentanti sindacali della Fiom di Pomigliano hanno invitato le altre Rsu/Rsa della Cgil ad andare a Roma per manifestare il loro dissenso da quello che ritengono un passaggio nel merito e nel metodo sbagliato. “In nome dei valori e dei principi della CGIL, fondati sulla democrazia e la partecipazione – si legge in una lettera postata su Fb – riteniamo sbagliato chiudere questa vicenda così importante solo con un voto ‘di fiducia’ del Direttivo della Cgil nazionale e chiediamo all’organismo dirigente della Cgil di aprire una fase vera di discussione e decisione democratica sull’accordo del 10 gennaio, convocando direttivi e assemblee che coinvolgano almeno i lavoratori delle categorie interessate”.