Pinelli-Calabresi. La testimonianza di Pasquale Valitutti da : contropiano.org

http://www.contropiano.org/video/item/21387-pinelli-calabresi-la-testimonianza-di-pasquale-valitutti

Anni ’70, quando Pertini non strinse la mano al questore di Milano da: globalist

Dirigeva il carcere di Ventotene ai tempi del fascismo, su di lui l’ombra dell’omicidio Pinelli. Era un’altra Italia. Ora revisionismo Rai. [Checchino Antonini]


Redazione
mercoledì 8 gennaio 2014 15:47

di Checchino Antonini

Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, comandante della Resistenza e allora presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l’allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando l’attività di Guida come direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista. Fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico. Alcuni anni dopo, alla fine del ’73, lo stesso Pertini, intervistato da Oriana Fallaci, aggiunse che a determinare quel gesto fu anche che su Guida «gravava l’ombra della morte» dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta appunto quando Guida era questore di Milano.

Quell’intervista è indicativa di come il problema dell’affidabilità democratica delle forze dell’ordine e delle forze armate è una costante nella storia d’Italia. Per questo Popoff è andato a ripescare l’intervista prima che vada in onda la seconda puntata della triste fiction revisionista di Rai 1 sugli anni ’70, triste e approssimativa sul piano della sceneggiatura e della recitazione. Triste, approssimativa e insidiosa sul piano della deformazione della storia sociale italiana. Appiattire la storia di un decennio sullo stereotipo degli anni di piombo vuol dire negare l’aspirazione delle masse subalterne (che irruppero sulla scena in tutto il mondo) alla liberazione, all’emancipazione, alla giustizia sociale. Pertini, socialista riformista e partigiano, sarebbe divenuto presidente della Repubblica. Era un’altra Italia. Dopo di lui, al Quirinale, sarebbero saliti un banchiere, un picconatore e inventore di leggi speciali e l’uomo che creò i lager per migranti.

«E’ anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato – scriveva Oriana Fallaci su L’Europeo il 27 dicembre 1973 – infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto».

A un certo punto dell’intervista Pertini ricorda come «De Gasperi sbarcò dal governo noi socialisti e si tenne solo i socialdemocratici e fece piazza pulita degli antifascisti che avevamo messo nelle prefetture, ad esempio, nella polizia. Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che eran stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo».

«E il risultato è che oggi la polizia italiana è in gran parte fascista», ebbe a notare la Fallaci. «Oriana, non è che voglia fare il difensore d’ufficio. Ci mancherebbe altro. Ma la colpa non è tutta dei poliziotti e dei carabinieri. La colpa è di chi non gli ha mai spiegato che non devono considerarsi al servizio della classe padronale, che la classe padronale non rappresenta l’ordine. Io gliel’ho detto in tanti comizi, invece: “Non dovete considerare malfattori i lavoratori che scendono in piazza. A parte il fatto che quel diritto gli è concesso dalla Costituzione, essi non sono malfattori. Sono lavoratori che protestano per difendere le loro famiglie. E quindi anche le vostre. Perché anche voi siete figli di contadini, anche voi siete figli di operai. Non lo capite che la classe padronale non scende in piazza perché non ne ha bisogno?”. E agli operai ho detto: “Non dovete considerare i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza come nemici da combattere. Non sono vostri nemici, sono figli di operai e contadini come voi!”. Il guaio è che i nostri carabinieri e ancor più i nostri poliziotti si mettono sull’attenti appena vedono un padrone. Sono rimasti al tempo in cui l’autorità era rappresentata dal parroco, dal feudatario, dal maresciallo dei carabinieri e tutti gli altri eran sudditi. Però com’è che, quando gli spiego certe cose, capiscono? Com’è che a Rimini un colonnello di pubblica sicurezza mi ha detto: “Lei ha parlato come si deve parlare, senza asprezza né settarismo. Permetta che le stringa la mano”. Com’è che a Saluzzo un maresciallo dei carabinieri ha pianto per la commozione? Io conosco un dirigente della polizia che dice: “Tocca a noi rieducarli, presidente. Da soli non possono rendersi conto che a spingere in piazza gli operai sono i padroni. Abbiamo avuto una polizia borbonica, poi una polizia papalina, poi una polizia fascista. Farli diventare democratici è un lavoro lento, faticoso, ma non impossibile”. Oriana, non sono tutti fascisti. Non sono tutti Guida. E lo stesso discorso vale per l’esercito. Non bisogna dimenticare i seicentomila soldati e ufficiali che finirono nei campi di concentramento, i trentamila che vi morirono insieme a settemila carabinieri, la divisione Acqui che combatté a Cefalonia e a Corfù contro i tedeschi, la divisione Sassari che si batté a Porta San Paolo contro i tedeschi, il generale Perotti che fu fucilato insieme a due operai a Torino, gli alpini che andarono coi partigiani di Cuneo. Non devono dimenticarlo nemmeno loro. E, se lo dimenticano, bisogna ricordarglielo!».

«Sì, più degli sciagurati che volevano ammazzarci (Pertini era nella lista nera di milleseicento antifascisti da liquidare in caso di golpe della Rosa dei Venti, ndr) a me interessano i mandanti: non è possibile che le piste rosse si trasformino sempre in piste nere! Strage di piazza Fontana: il questore Guida annuncia subito la pista rossa, Pinelli e Valpreda, poi viene fuori che è una pista nera. Bomba in via Fatebenefratelli: idem. Episodi di Padova: idem. Ora sono a Padova e non è possibile che si tratti di episodi isolati, indipendenti l’uno dall’altro. C’è dietro un’organizzazione che assomiglia tanto a quelle di altri paesi. Ma è così chiaro che si vuol turbare l’ordine pubblico per ristabilire con la forza l’ordine pubblico! Come coi colonnelli in Grecia, coi generali in Cile. E noi non vogliamo che l’Italia diventi una seconda Grecia, un secondo Cile».

«Cultura è libertà» Una campagna per la Palestina Fonte: Il Manifesto

Venerdì e sabato pros­simi a Roma si terrà la pre­sen­ta­zione di «Cul­tura è Libertà, una cam­pa­gna per la Pale­stina», pro­mossa dall’omonima asso­cia­zione, con l’obiettivo di soste­nere e dif­fon­dere la ric­chezza della cul­tura pale­sti­nese e di met­terne in luce la sua forza crea­tiva, fuori da ste­reo­tipi e mani­po­la­zioni media­ti­che. Ospite d’onore sarà il prof. Salim Tamari, dell’Institute for Pale­stine Stu­dies, diret­tore della rivi­sta Jeru­sa­lem Quar­terly e autore di opere di socio­lo­gia poli­tica e sto­ria sociale e di studi sulle cul­ture del Medi­ter­ra­neo. La Pale­stina e i rap­porti tra le città del Vicino Oriente (Geru­sa­lemme, Dama­sco, Bei­rut, Ales­san­dria, Il Cairo, Jaffa), saranno al cen­tro del suo inter­vento il pome­rig­gio del 10 gen­naio, nella splen­dida cor­nice del Museo di Arte Orien­tale «Giu­seppe Tucci».

Salim Tamari sarà pre­sen­tato da Wasim Dah­mash, pro­fes­sore all’Università di Cagliari e infa­ti­ca­bile dif­fu­sore del patri­mo­nio cul­tu­rale pale­sti­nese. Accanto a lui saranno Luciana Castel­lina, che inter­verrà sul rap­porto tra poli­tica e cul­tura, ed Eli­sa­betta Donini, che anti­ci­perà i per­corsi di «Pale­stina Rac­con­tata. Viaggi dall’occidente, viaggi dell’interno», un pro­gramma in sei ses­sioni, con incon­tri, film e musica, frutto del lavoro della prof. Ada Lonni, dell’Università di Torino, che si svol­gerà da marzo in que­sta e in altre città, all’insegna della cen­tra­lità pale­sti­nese e dello scam­bio tra cul­ture. Nel corso dell’evento ver­ranno pro­iet­tate foto, anti­che e attuali, della Pale­stina, assag­gio della mostra Pae­saggi Rin­chiusi, di Bruna Orlandi, ed esempi di cal­li­gra­fia araba di Giu­lia Giorgi, che pre­sen­terà bre­ve­mente la sua pros­sima mostra «Le forme della Libertà». Le due espo­si­zioni saranno gen­til­mente ospi­tate dal Museo d’Arte Orien­tale nei mesi successivi.

Il mat­tino del giorno 11, alla Casa inter­na­zio­nale delle donne, ci sarà un’immersione nella sto­ria e nell’attualità fem­mi­nile e nei loro riflessi sulla cul­tura e sulla poli­tica: Salim Tamari par­lerà di tre pio­niere del fem­mi­ni­smo in Medio Oriente (Libano, Pale­stina, Israele); la prof.ssa. Isa­bella Camera D’Afflitto, autrice di «Cento anni di cul­tura pale­sti­nese», met­terà in rilievo l’impronta fem­mi­nile sulla cul­tura; Luisa Mor­gan­tini, atti­vi­sta paci­fi­sta, già vice­pre­si­dente del Par­la­mento euro­peo, offrirà uno sguardo sul movi­mento delle donne pale­sti­nesi negli anni recenti.

Info: 3339872815; 3356513615

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Insegnare il mondo senza capirlo | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giuseppe Aragno

 

E’un tiro al pic­cione e non è que­stione di colore poli­tico. Come si parla di scuola e di inse­gnanti, tutti hanno un colpo da spa­rare, anche chi a scuola ci vive. Per­sino in una rifles­sione sen­sata ti puoi imbat­tere in un attacco gene­rico e super­fi­ciale. La scuola, sostiene Giu­seppe Mon­te­sano, scrit­tore e docente, «deve dire […]chi è Pla­tone, non può non dirlo, e non solo per­ché sta scritto nel misero pro­gramma mini­ste­riale, ma per­ché è il suo unico com­pito, la sua unica chance, deve spie­gare la geo­gra­fia astro­no­mica, i ter­re­moti, i pia­neti, le cose ele­men­tari e impor­tanti della cul­tura. Però si tratta di un punto di par­tenza, quando invece è con­si­de­rato il punto di arrivo, diven­tando così una stu­pida gab­bia, e non un gri­mal­dello per aprire la gab­bia. Que­sto non suc­cede solo per­ché molti inse­gnanti sono pigri, ripe­ti­tivi, figli di que­sta società e quindi uguali agli alunni, ma anche per­ché gli alunni ado­le­scenti hanno sì una grande poten­zia­lità, che gli inse­gnanti, adulti, in genere non hanno più, ma que­sta ener­gia spesso non sanno nem­meno di averla e non sanno che pos­sono usarla per sapere e capire il mondo: tutto gli inse­gna, dalla scuola alla fami­glia alla società, che il mondo devono solo accet­tarlo senza capirlo».

Gli inse­gnanti sono figli di que­sta società, scrive Mon­te­sano. E’ pro­prio così o si tratta di una banale gene­ra­liz­za­zione? Si inse­gna per qua­ranta anni; in ser­vi­zio ci sono, quindi, docenti nati negli anni Cin­quanta, che si sono for­mati quando la repub­blica era gio­va­nis­sima: anni Sessanta-Settanta. C’è chi è nato invece quando altri docenti com­ple­ta­vano gli studi o ini­zia­vano la car­riera e ha comin­ciato a inse­gnare negli anni Novanta. L’Italia era pro­fon­da­mente cam­biata. E c’è anche una terza gene­ra­zione, i più gio­vani, quelli entrati da pochis­simi anni. Anche qui le dif­fe­renze sono enormi e non sono figli di società uguali tra loro. Se poi società sta per epoca della sto­ria e indica in senso lato un mondo, un «tempo» con le sue carat­te­ri­sti­che gene­rali e la sua cul­tura, beh, que­sto è acca­duto e acca­drà sem­pre e nes­suno potrà evi­tarlo, ma le dif­fe­renza esi­stono ugualmente.

Gli sto­rici del Nove­cento non hanno inter­pre­tato i fatti della sto­ria tutti allo stesso modo e nes­suno si azzar­de­rebbe a soste­nere che gli arti­sti, diven­tati «adulti», per­dono la crea­ti­vità. Non si capi­sce per­ché, invece, i docenti peg­gio­rano con gli anni e lavo­rano tutti allo stesso modo. Si tratta di un’affermazione che non è solo gene­rica e super­fi­ciale, ma deci­sa­mente defor­mante, per­ché induce a riflet­tere su uno ste­reo­tipo di docente, un inse­gnante che non esi­ste, non sui docenti in carne ed ossa. Stesso discorso per la scuola, che, secondo Mon­te­sano, inse­gne­rebbe ad accet­tare il mondo senza capirlo. E’ un’affermazione molto par­zial­mente vera e somi­glia male­det­ta­mente a un luogo comune. Che la scuola sia figlia di un «tempo della sto­ria» è vero. Vero è anche, però, che in una società chiusa e repres­siva come quella russa della seconda metà dell’Ottocento, quando una riforma di carat­tere demo­cra­tico aprì le porte della for­ma­zione a tutti, anche ai figli dei con­ta­dini, i docenti «pro­gres­si­sti» tira­rono su la gene­ra­zione di rivo­lu­zio­nari che scar­dinò l’impero.

Nel Sud bor­bo­nico, dopo il 1848, le scuole pri­vate libere, come quella di De Sanc­tis, furono tutte chiuse: erano una minac­cia per l’ordine costi­tuito e la for­ma­zione fu affi­data al clero. Per non dire dell’Italia risor­gi­men­tale, che non fu mai larga di mani­che con la scuola — troppo alfa­beto fa male alla salute — ma si ritrovò coi mae­stri socia­li­sti che face­vano guerra all’analfabetismo nono­stante gli sti­pendi da fame.

Non c’è dub­bio, la scuola è figlia di un tempo sto­rico, ma dav­vero è pen­sa­bile che quo­ti­dia­na­mente tutti gli inse­gnanti si met­tano all’opera per con­vin­cere gli stu­denti che il mondo migliore è quello che hanno e devono accet­tarlo? E’ cre­di­bile che essi vadano a scuola per fare dei nostri ragazzi degli utili idioti, ras­se­gnati, imbot­titi di nozioni e inca­paci di capire? Tutti gli inse­gnanti, in tutte le nostre scuole? Le cose non stanno così. Ogni scuola, in realtà, è una sorta di repub­blica a sé, una col­let­ti­vità con carat­teri distinti, con inse­gnanti pigri, inse­gnanti attivi, lavo­ra­tori solerti, menti aperte e gente chiusa e ottusa. All’interno di ognuna delle nostre isti­tu­zioni sco­la­sti­che ci sono mani­poli di docenti che hanno un’idea eman­ci­pa­trice della for­ma­zione. Biso­gna stare attenti alle sem­pli­fi­ca­zioni. Esse hanno una valenza divul­ga­tiva, un impatto molto con­di­zio­nante e spesso sono dan­nose. Gene­ra­liz­zare vuol dire cogliere i carat­teri gene­rali e per­dere quelli par­ti­co­lari. I det­ta­gli, però, non sem­pre sono dati secon­dari e spesso sono deci­sivi per dise­gnare un pro­filo. Quando si dice tota­li­ta­ri­smo, per esem­pio, si rie­sce a met­tere age­vol­mente assieme fasci­smo, nazi­smo e bol­sce­vi­smo. Chiun­que si metta a guar­dar bene, però, si accorge che è un imbro­glio. Tre dit­ta­ture, certo, ma l’Italia fasci­sta non è la Ger­ma­nia nazi­sta e soprat­tutto nazi­smo, fasci­smo e bol­sce­vi­smo sono tre pia­neti lon­tani e pro­fon­da­mente diversi tra loro.

E’ vero, un inse­gnante deve dire chi era Pla­tone, ma è vero anche che non può farlo senza pas­sare per Socrate, senza indurre cioè a rifiu­tare un mondo che non si è capito.

Occupazione, Italia maglia nera in Europa (12,7%). E Renzi specula per spingere il Job Act Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Disoccupazione ancora galoppante in Italia. Lo dice l’Istat, che la fissa al 12,7%, e lo sottolinea anche l’Eurostat, che coglie l’Italia in controtendenza rispetto alla media europea, ferma al 12,1%, insieme a Cipro e Grecia: tra gli Stati membri gli incrementi piu’ rilevanti della disoccupazione su base annua si sono registrati a Cipro (da 13,3% a 17,3%), in Italia (da 11,3% a 12,7%) e in Grecia (da 26% a 27,4%). Se lo dice Matteo Renzi che i numeri sono “devastanti” (parole sue) c’è da crederci. Peccato che è così ormai da anni. Che Renzi si sia svegliato adesso lo si deve, evidentemente, alla speculazione montante sul Job Act.Dunque, il tasso di disoccupazione pari al 12,7%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,4 punti nei dodici mesi. Nella stima provvisoria, l’Istat documenta che a novembre 2013 gli occupati sono 22 milioni 292 mila, in diminuzione dello 0,2% rispetto al mese precedente (-55 mila) e del 2% su base annua (-448 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,4%, secondo l’istituto diminuisce “di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,0 punti rispetto a dodici mesi prima”. Invece il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 254 mila, “aumenta dell’1,8% rispetto al mese precedente (+57 mila) e del 12,1% su base annua (+351 mila). La crescita tendenziale della disoccupazione e’ piu’ forte per gli uomini (+17,2%) che per le donne (+6,1%). Il tasso di disoccupazione e’ pari al 12,7%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,4 punti nei dodici mesi”. Il tasso di disoccupazione resta cosi’ a livelli record dal 1977.

L’istituto di statistica rileva inoltre che a novembre “i disoccupati tra i 15-24enni sono 659 mila”, con un’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni, “sulla popolazione in questa fascia di eta’ pari all’11%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 0,4 punti su base annua”.

“Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, e’ pari al 41,6%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4 punti nel confronto tendenziale”.

Secondo un’altra ricerca, di Coldiretti-Inex, infine, sette italiani su dieci (70%) si sentono minacciati dal pericolo di perdere il lavoro che rappresenta la principale preoccupazione dei cittadini nel 2014. Oltre la meta’ degli italiani, poi, teme per il futuro di non riuscire ad avere un reddito sufficiente per mantenere la propria famiglia. Se il 42% degli italiani vive infatti senza affanni, il 45 % riesce a pagare appena le spese senza permettersi ulteriori lussi, mentre il 10% non hanno oggi – precisa la Coldiretti – reddito a sufficienza neanche per l’indispensabile a vivere. Per uscire dalla crisi e sostenere la ripresa la maggioranza degli italiani (54%) considera la produzione di cibo il vero motore dell’economia e il 18% punta sulla moda. Il cibo e la moda – conclude la Coldiretti – sono anche considerati trainanti anche per l’immagine dell’Italia e del Made in Italy all’estero rispettivamente dal 45 e dal 38% degli italiani.

Boom delle domande di disoccupazione: +32,5% Fonte: rassegna

 

Boom delel domande di disoccupazione. Tra gennaio e novembre 2013 sono state presentate all’Inps, 1.949.570 richieste con un aumento del 32,5% rispetto alle domande presentate nei primi 11 mesi del 2012. Lo rileva l’Inps spiegando che a novembre sono state presentate 130.795 domande di ASpI, 45.844 di mini ASpI e 556 domande di disoccupazione (tra ordinaria e speciale edile).

L’Inps ricorda che da gennaio 2013 è cambiata la normativa di riferimento per la disoccupazione e la mobilità con l’entrata in vigore delle nuove prestazioni per la disoccupazione involontaria, ASpI e mini ASpI. Le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria, mentre per quelli avvenuti dopo il 31 dicembre 2012 le domande sono classificate come ASpI e mini AspI.

Nello stesso mese sono state inoltrate 9.027 domande di mobilità, mentre quelle di disoccupazione ordinaria ai lavoratori sospesi sono state 82.

Per quanto riguarda la cig, invece, nel 2013 le ore autorizzate di cassa integrazione hanno abbondantemente superato il miliardo (1.075 milioni) registrando un calo dell’1,36% sul 2012. L’Inps spiega che a dicembre le ore autorizzate sono state 85,9 milioni (-0,7% su dicembre 2012).

Il lieve calo registrato a dicembre rispetto a dicembre 2012 e’ totalmente imputabile agli interventi di cassa integrazione ordinaria e in deroga, calate rispettivamente del -9,4% (da 26,1 milioni a 23,6 milioni di ore autorizzate) e del -16,7% (a 22,4 milioni di ore).

La cassa integrazione straordinaria , sottolinea l’Inps, fa segnare un aumento del +18,8% raggiungendo i 40 milioni di ore. Il calo dell’1,36% delle ore di cassa registrato nell’intero 2013 e’ stato determinato interamente dalla riduzione della cassa straordinaria in deroga (-22,93%), mentre la cassa ordinaria è cresciuta su base annua del +2,37% e quella straordinaria del +14,64%.