ANPINEWS n.102

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

APPUNTAMENTI

Le stragi nazifasciste del 1943-1945 – memoria, responsabilità e riparazione”: il 14 gennaio a Roma presentazione del volume curato dall’ANPI e illustrazione del progetto di un Atlante delle stragi

  


 

 

 

“Perché duri la memoria di Sciesopoli di Selvino”: avviata una petizione per conservare un significativo luogo della memoria della deportazione 

 

 


La solidarietà dell’ANPI al Pm Di Matteo

 

 

Piena solidarietà a Nino Di Matteo – Pm nell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia – da Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’ANPI. La presa di posizione è contenuta in una lettera che pubblichiamo qui di seguito, fatta pervenire da Smuraglia a Ottavio Terranova, Presidente ANPI Palermo e Coordinatore regionale della Sicilia, che ha provveduto a farla giungere a Di Matteo (…) 

 


 

Gli auguri dell’ANPI Nazionale a Pierluigi Bersani

 


 

 

ARGOMENTI

 

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

PD e Governo: c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte concezioni, sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da tutti (spesso a parole) come prioritario. Ritengo necessaria, prima di ogni altra cosa, la ricerca e la creazione di nuovi posti di lavoro, di nuove opportunità, il più possibile sicure e dignitose. Mi spiego con un esempio: i disastri ambientali sono un copione che si ripete da anni, sempre lo stesso, con gli stessi guasti, gli stessi danni, le stesse spese per ripararli, ecco, c’è qualcuno che si è chiesto quanto costerebbe investire in manodopera per prevenire? Non sono un economista e quindi non sono in grado di fare simili conteggi; ma vorrei che qualcuno li facesse, che si nominasse una Commissione di “saggi” per studiare il problema sotto questo profilo

Nei giorni scorsi si è verificato un “incidente” che ha coinvolto il nuovo Segretario del PD, Renzi, e il Viceministro dell’economia, Fassina, sempre del PD, ora dimissionario. Naturalmente, non entrerò nella questione particolare, che riguarda, sostanzialmente, un partito e il Governo. Ma voglio esprimere la mia convinzione che sullo sfondo di questioni come questa, c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte concezioni sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da tutti (spesso a parole) come prioritario. C’è una linea di pensiero secondo la quale occorre mettere mano alle “regole”, alla tipologia dei contratti, alle tutele, per creare maggiore flessibilità e maggiori opportunità (…)

Ancora sulle modifiche costituzionali: non pretendo, naturalmente, di essere ascoltato; ma almeno vorrei che si evitasse di continuare a battere su un tasto ormai consumato: “va abolito il Senato, così si risparmiano un po’ di miliardi”. Il Senato è previsto dalla Costituzione come organo di elezione diretta; per trasformarlo in qualcosa di “diverso” e soprattutto per passare ad elezioni di secondo livello, ci vorrebbero ragioni serie e non di mero risparmio

Mi affanno a scrivere che bisogna mettere mano a modifiche alle istituzioni principali solo per ragioni di funzionalità; non pretendo, naturalmente, di essere ascoltato; ma almeno vorrei che si evitasse di continuare a battere su un tasto ormai consumato: “va abolito il Senato, così si risparmiano un po’ di miliardi”. Il Senato è previsto dalla Costituzione come organo di elezione diretta; per trasformarlo in qualcosa di “diverso” e soprattutto per passare ad elezioni di secondo livello, ci vorrebbero ragioni serie e non di mero risparmio. Tanto più che sul tappeto ci sono già soluzioni ispirate alla necessità (condivisa) di differenziare il lavoro dei due rami del Parlamento. Credo che converrebbe insistere su questo e poi – semmai – valutare se per gestire un sistema di bicameralismo “imperfetto” non basterebbe un minor numero complessivo di parlamentari. L’eventuale risparmio di spesa “politica” nascerebbe così da un’esigenza concreta, quella della realizzazione di un sistema più efficiente sul piano della valorizzazione del ruolo del Parlamento (…)

  ANPINEWS N. 102

Strasburgo condanna Italia, cognome madre è diritto

Strasburgo condanna Italia, cognome madre è diritto I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che oggi ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia “deve adottare riforme” legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrat

2014: sarà notte fonda per i pensionati. Soprattutto per il 43% più povero Autore: Sante Moretti da: controlacrisi.org

Negli ultimi giorni del 2013 televisioni e quotidiani hanno reso noto che su 16 milioni di pensionati 7.200.000 (43%) percepiscono un assegno mensile inferiore a 1.000 euro al mese e ben 2 milioni e mezzo di 500, in maggioranza donne. Una parte di questi anziani/e sono poveri, altri/e lo saranno in breve tempo. Questi dati erano noti da anni. Dopo il varo degli ultimi provvedimenti dal primo gennaio 2014 è chiaro ciò che cambia nei trattamenti e nella normativa pensionistica: non ci sarà alcun aumento delle pensioni (nemmeno di quelle inferiori a 580 euro al mese), non si prevede la modifica di alcuna norma della legge Fornero, né per i meccanismi di calcolo, né per quanto riguarda l’età necessaria per ottenere il diritto alla pensione, non si prevede il recupero di quei 700/800 euro l’anno relativi alla rivalutazione, persi mediamente nel biennio 2012/2013 dalle pensioni superiori a 1.400 euro lordi mensili.

Come tutti gli anni le pensioni vengono rivalutate in base all’aumento del costo della vita rilevato dall’Istat. Nel 2014 l’entità della rivalutazione varia da 6 a 15 euro lorde al mese in base all’importo dell’assegno percepito. Per ragioni di costituzionalità i 15 euro al mese vengono concessi anche alle pensioni di importo mensile superiore a 2.973 euro. Viene poi previsto un prelievo sulle pensioni d’oro del 6% sulla quota di pensione annua che va da 90.168 euro a 128.811, del 12% fino a 217.000 e del 18% oltre. E’ un prelievo incerto per ragioni costituzionali. Già in passato un’analoga misura è stata cancellata e gli Enti hanno dovuto restituire agli interessati quanto prelevato.

Dal primo gennaio 2014 l’età delle lavoratrici per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia sale a 63 anni e 9 mesi (+9 mesi) se dipendenti e a 64 e 9 mesi (+12 mesi) se autonome. Perchè negarlo, alcune femministe e la ministra Bonino si stanno battendo da anni per parificare l’età uomo/donna e ci sono riuscite senza tener conto che purtroppo in Italia la carenza di servizi ricade tutta sulle spalle delle donne (famiglia, bambini, cura degli anziani, ecc.).

Si è dato una risposta positiva a circa 17.000 esodati, ma altre decine di migliaia sono rimasti nell’incertezza più assoluta. Intanto la possibilità, raggiunta l’età per il diritto alla pensione, di pensionarsi a 70 anni, norma pasticcio dalla legge Fornero, sta finendo nelle aule dei Tribunali in quanto i datori di lavoro la ritengono facoltativa.

Con questo governo, con questo presidente della Repubblica e con personaggi come Letta, Alfano sembra che la borsa, i mercati e le banche vadano meglio e anche le imprese che stanno ricevendo aiuti consistenti. Ma non ci sono speranze per i lavoratori e per i pensionati, per i disoccupati ed i meno abbienti. Poi c’è Renzi: il nuovo. Il segretario del Pd porta avanti un suo preciso disegno che si sostanzia nella cancellazione dell’art. 18 dello Statuto, nell’annullamento del contratto nazionale di lavoro, nella liquidazione del sistema pensionistico (legato al rapporto di lavoro) solidale e universale.

L’Europa boccia l’Italia sul precariato Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Con due sen­tenze del 12 dicem­bre la Corte di Giu­sti­zia euro­pea con sede in Lus­sem­burgo ha boc­ciato la legi­sla­zione ita­liana che nega il rico­no­sci­mento delle tutele dei pre­cari della pub­blica ammi­ni­stra­zione. La prima ordi­nanza, chia­mata con il nome del ricor­rente «Car­ratù», riguarda un con­ten­zioso con le Poste. Azienda ormai pri­va­tiz­zata, che si per­mette di entrare nel capi­tale azio­na­rio di Ali­ta­lia ver­sando 75 milioni di euro, le Poste si com­por­tano come qual­siasi altra ammi­ni­stra­zione sta­tale che assume un eser­cito di circa 250 mila lavo­ra­tori a cot­timo: licen­zia e rias­sume con con­tratti pre­cari 133 mila per­sone nella scuola, 30 mila nella sanità, fino a 80 mila nelle regioni e negli enti locali.

Con­fer­mando una tesi del Tri­bu­nale di Napoli, la Corte euro­pea sostiene che lo Stato ita­liano è il datore di lavoro di ultima istanza e quindi deve rispet­tare la diret­tiva 70 del 1999 della Com­mis­sione Euro­pea che proi­bi­sce a tutti gli stati mem­bri dell’Unione di rin­no­vare i con­tratti pre­cari oltre 36 mesi, cioè tre anni. Lo Stato ita­liano deve quindi prov­ve­dere a sta­bi­liz­zare diret­ta­mente i pre­cari e que­sto vale per tutti i livelli dell’amministrazione.

Per quanto riguarda la seconda sen­tenza, chia­mata «Papa­lia», riguarda un mae­stro della banda musi­cale del comune di Aosta, pre­ca­rio da 30 anni. «Que­sta sen­tenza può essere estesa per ana­lo­gia a tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale – sostiene Mar­cello Paci­fico, pre­si­dente del pic­colo e com­bat­tivo sin­da­cato Anief – il caso esa­mi­nato è equi­pa­ra­bile a quello dei 250 mila pre­cari sto­rici della P.a. Che hanno già svolto almeno 36 mesi di servizio».

La Corte euro­pea ha riba­dito che deve essere appli­cato il decreto 368 del 2001, ema­nato per rece­pire la diret­tiva euro­pea, e mai da allora appli­cato. Per­ché lo Stato, come qual­siasi altra azienda alla ricerca della scor­cia­toia per non assu­mere e pro­lun­gare all’infinito lo sfrut­ta­mento di lavoro inter­mit­tente, senza tutele pen­sio­ni­sti­che e per la disoc­cu­pa­zione, ha modi­fi­cato il testo del decreto nel 2007. Ciò ha pro­vo­cato l’apertura di una pro­ce­dura di infra­zione da parte della Com­mis­sione Euro­pea nel 2010 per quanto riguarda il per­so­nale ammi­ni­stra­tivo (Ata) nella scuola.

Nel 2012 ne è stata aperta un’altra per tutti i docenti pre­cari. Nel corso del 2013, infine, a favore di tutti i pre­cari alle dipen­denze di pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni. Le sen­tenze della Corte di Giu­sti­zia che riguar­dano espli­ci­ta­mente i pre­cari della scuola sono pre­vi­ste tra il luglio e il set­tem­bre 2014. Nel frat­tempo si stanno mol­ti­pli­cando le ordi­nanze dei tri­bu­nali nazio­nali (da Trento a Tra­pani) che con­dan­nano al risar­ci­mento dei danni per il pre­ca­riato plu­rien­nale inflitto. I giu­dici ita­liani dovranno suc­ces­si­va­mente appli­care gli orien­ta­menti della corte euro­pea, deci­dendo se pro­ce­dere ad una sta­bi­liz­za­zione oppure ad un risar­ci­mento. Per il governo ita­liano, sem­pre attento ad appli­care con pun­ti­glio i det­tami della Troika sulla parità del bilan­cio o sulla ridu­zione del debito pub­blico, l’applicazione delle sen­tenze euro­pee a difesa dei diritti dei pre­cari potrebbe essere una cata­strofe finan­zia­ria. Sta­bi­liz­zare la mostruosa ano­ma­lia creata in 20 anni di pre­ca­riato sel­vag­gio ha un costo proi­bi­tivo. Limi­tarsi a risar­cire i danni pro­cu­rati potrebbe essere peg­gio. La Corte potrebbe con­dan­nare lo Stato ita­liano a pagare multe fino a 8 milioni di euro per sin­golo caso.

Il governo Letta ha raf­for­zato l’anomalia in nome dell’austerità, bloc­cando il rin­novo del con­tratto per il 2014, gli scatti di anzia­nità e l’ incre­mento per l’indennità di vacanza con­trat­tuale. I 67 mila docenti assunti nei pros­simi tre anni dal mini­stro dell’Istruzione Car­rozza non coprono i pen­sio­na­menti e non c’è nes­suna idea per rias­sor­bire i 138 mila pre­cari assunti solo quest’anno. La legge «D’Alia» ban­dirà con­corsi con riserva di posti al 50% per i pre­cari con tre anni di con­tratto negli ultimi dieci minac­cia anzi di licen­ziarne una gran parte dei 250 mila esi­stenti. O di pro­ro­garli. Il 27 dicem­bre è arri­vata infine la beffa.

Il mini­stero dell?Economia ha chie­sto il gra­duale recu­pero degli scatti matu­rati nel 2012, già ero­gati, fino a 150 euro. Gli assunti dovranno pagare allo Stato i costi dell’austerità. I sin­da­cati sono sul piede di guerra. Per il Movi­mento 5 Stelle «il governo ha oltre­pas­sato la linea get­tan­dosi nell’agghiacciante sce­na­rio in cui versa la Grecia».

Gaza, il convoglio “Per non dimenticare…” bloccato a Rafah in attesa del visto | Autore: vittorio bonanni da: controlacrisi.org

 

Le autorità egiziane chiudono il valico di Rafah e 34 italiani rimangono bloccati a Gaza. Si tratta della delegazione “Per non dimenticare..il diritto al ritorno”, partita dall’Italia il 26 dicembre scorso, che da alcuni giorni si trova nella Striscia, per manifestare la propria solidarietá alla causa del popolo palestinese e per portare un concreto aiuto economico all’ospedale di Al Awda. Ma mentre i media italiani, giornali e televisioni, hanno sostanzialmente ignorato la vicenda, fa bella mostra di sé nel televideo Rai la notizia dei turisti italiani costretti a restare in Messico causa guasto aereo e poi ripartiti oggi. Insomma chi va a portare la solidarietà ad una popolazione ridotta allo stremo da Israele non è degno di essere preso in considerazione. Il motivo che avrebbe portato il governo egiziano, che già non aveva visto di buon occhio l’ingresso a Gaza della delegazione, a fermare il gruppo che intanto ha già perso il volo del 5 gennaio scorso, sarebbe riconducibile al recente attentato avvenuto al posto di frontiera dove avrebbe perso la vita un soldato. Ma, come è noto, i rapporti tra il nuovo governo egiziano e il governo di Hamas non sono certo buoni e ogni iniziativa di questo tipo non gode delle simpatie del Cairo. A rendere più difficile la situazione una serie di scontri sul Sinai ed attacchi terrestri ed aerei da parte degli israeliani che hanno causato la morte anche di alcuni minorenni. Nel frattempo, mentre la diplomazia si è messa in moto per sbloccare la situazione, vale la pena ricordare come Rafah non sia l’unico valico di frontiera percorribile. Ne esistono altri cinque che collegano Gaza ad Israele, tre sempre chiusi ed altri due, Erez e Kerem Shalom, aperti a singhiozzo. Nel primo passano solo persone che hanno un regolare permesso israeliano di solito negato ai palestinesi e a chi solidarizza con loro; l’altro invece serve solo a far passare le merci ovviamente quando lo permette il governo israeliano. Intanto mentre scriviamo l’ufficio stampa della Farnesina ha comunicato che domani mattina la situazione potrebbe finalmente sbloccarsi.

Goodyear di Amiens, i lavoratori liberano i manager ma occupano l’impianto Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

I due manager della Goodyear di Amiens Nord rinchiusi dai dipendenti ieri mattina sono stati alla fine liberati dopo 24 ore, ma i lavoratori hanno comunque deciso di occupare il sito produttivo. Il direttore della produzione della fabbrica dei pneumatici Michekl Dheilly e il direttore delle Risorse umane Bernard Glesser erano stati rinchiusi in una sala riunioni bloccata con un grosso pneumatico di trattore come forma di protesta degli operai in vista di un piano di ristrutturazione dell’azienda.Questa mattina si era svolta una riunione di emergenza tra i sindacati, i manager dell’azienda e l’ispettorato al lavoro per cercare di trovare una via d’uscita alla situazione.

I due sono usciti scortati dalla polizia, dopo che i rappresentanti sindacali della Cgt, sigla maggioritaria sul sito, avevano chiesto che qualcuno andasse “a prenderli”. Mentre l’auto delle forze dell’ordine si allontanava, gli operai scandivano lo slogan “i cattivi non siamo noi”. Nello stesso momento, i sindacalisti hanno annunciato l’occupazione dello stabilimento.

La direzione di Goodyear Francia aveva scelto la linea dura e posto la condizione della liberazione dei due dirigenti per iniziare qualsiasi confronto. Il responsabile dell’azienda Dumortier aveva addirittura annullato la sua partecipazione all’incontro in prefettura previsto per questa mattina.
Mesi e mesi di manifestazioni e ricorsi giudiziari non sono bastati a scongiurare un esito drammatico della vicenda. Cosi’ i dipendenti dello stabilimento Goodyear di Amiens, nel nord della Francia, hanno deciso ieri di mettere l’azienda di fronta alla prova di forza. I due dirigenti sono stati rinchiusi in una stanza della direzione bloccata alle porte da pneumatici alti due metri.
Vogliamo “che i dirigenti capiscano che dopo 7 anni di lotta la nostra motivazione e’ intatta. E’ la nostra fabbrica, punto”, avevano scritto gli operai, ribadendo che i due manager “sarebbero rimasti li’ tutto il tempo che ci vorra’” per raggiungere un accordo”.
Lo stabilimento Goodyear di Amiens, che da’ lavoro a quasi 1.200 persone, e’ in attesa di chiusura dal 31 gennaio 2013, quando i vertici dell’azienda avevano ufficializzato l’avvio di dismissione di un impianto che, secondo i loro dati, generava perdite per oltre 60 milioni di euro l’anno. Negli scorsi dodici mesi gli operai sono stati piu’ volte protagonisti di proteste sfociate in disordini, con strade bloccate e copertoni bruciati, e hanno tentato tutte le vie legali possibili per scongiurare la chiusura. Ma invano: le prime lettere di licenziamento, dice la stampa locale, partiranno gia’ nelle prossime settimane.

Quel silenzio nella sala docenti Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Bagni

 

Quando mi capita d’essere invi­tato a par­lare di scuola in qual­che luogo più o meno poli­tico, ormai sono quasi in imba­razzo. E non credo sia una que­stione solo sco­la­stica. C’è di più. C’è un cam­bia­mento radi­cale di para­digma riguardo la società e il lavoro, che spiazza. Inten­dia­moci, la scuola la si può sem­pre rac­con­tare. E – almeno a me, pro­gram­ma­ti­ca­mente otti­mi­sta fino quasi all’imbecillità – viene sem­pre fuori un rac­conto tutto som­mato bello. Non si può inse­gnare qual­cosa a qual­cuno se non si ha un po’ fidu­cia in lui o in lei. A me sem­bra che suc­ce­dano ancora nelle classi delle cose intense e impor­tanti. Rela­zioni signi­fi­ca­tive e anche affet­tive pur nella asim­me­tria. Sco­perte, pic­cole lam­pa­dine che si accen­dono. Micro­sa­pere che ha den­tro il senso della grande conoscenza.

Però mi sem­bra che dal rac­conto non venga più fuori un discorso poli­tico. Soprat­tutto non viene di “poli­tica sco­la­stica”. Vive un’idea di sapere e di poli­tica mille miglia lon­tana dalle pra­ti­che e dal discorso pub­blico che attra­versa il pre­sente. Non è solo una que­stione di scuola. È che pro­prio quella poli­ti­cità delle rela­zioni rav­vi­ci­nate sem­bra una dimen­sione let­te­ra­ria o eso­tica, ricac­ciata indie­tro dal bara­tro che ha sepa­rato la città isti­tu­zio­nale dalla società. E la società da se stessa. Per­ché non si tratta solo della crisi di Bisan­zio, chiusa den­tro le sue mura, pure in via di crollo. La cri­tica del potere pensa se stessa in una forma del tutto nuova. Come una tota­lità con­tro un’altra tota­lità. Tipo lo Stato e la volontà gene­rale del Popolo, tutto con la maiu­scola. Da una parte il vec­chio ceto poli­tico, castale, pri­vi­le­giato; dall’altra i cit­ta­dini comuni, i sin­daci delle città, gli impren­di­tori corag­giosi. Gli spi­riti ani­mali della società civile. Nuovi lea­der, ma che si sono fatti altrove dalla poli­tica, per cui Firenze sta a Renzi come il Milan a Ber­lu­sconi, la rete a Grillo. Loro biglietto da visita. L’azienda vin­cente che hanno creato dal nulla.

Il modello com­mer­ciale è la dimen­sione vitale che ci è con­cessa. Il resto è acca­de­mia o poli­tica. I tre­dici minuti di Ettore Serra alla Leo­polda sono stati illu­mi­nanti. Da una parte il Bene: i gio­vani impren­di­tori intra­pren­denti costretti all’esilio, dall’altra il Male: la poli­tica, i pen­sio­nati, il pub­blico impiego. Insomma i garan­titi dallo stato, i pro­tetti dai con­tratti nazio­nali. I paras­siti con­tro i meri­te­voli, uomini del fare.

Una delle parole fon­da­men­tali infatti è meri­to­cra­zia. L’uguaglianza diventa ideo­lo­gico egua­li­ta­ri­smo, non il pre­re­qui­sito (anche libe­rale) del merito, senza il quale resta l’ élite chiusa degli ari­stoi : i migliori per nascita – socio­lo­gica se non di san­gue. Chi è cre­sciuto nelle peri­fe­rie dell’esistenza e non ha mai visto in casa un libro, non ha molte chance di com­pe­tere con i “meritevoli”.

Alla fine la sem­pli­fi­ca­zione che ride­fi­ni­sce il con­flitto come il sotto con­tro il sopra fun­ziona alla grande. Per­mette di dare voce alla rab­bia e anche avan­zare una nuova spe­ranza – magari nella forma «pro­viamo anche con Renzi, è diverso e vin­cente, basta per­dere». Peral­tro, “man­dia­moli tutti a casa” è l’altra espres­sione chiave.

Anche nelle vicende che hanno carat­te­riz­zato il “movi­mento del 9 dicem­bre”, quello detto dei for­coni, è pos­si­bile leg­gere lo stesso segno. Noi siamo gli Ita­liani. Tutti. Voi siete i poli­tici, quelli di Equi­ta­lia. Siamo non i poveri o gli sfrut­tati ma gli impo­ve­riti. Quelli che erano e non sono più. Immi­se­riti dallo Stato nazio­nale tra­di­tore della nazione. Le tasse, che erano state lo stru­mento per otte­nere la rap­pre­sen­tanza poli­tica, ora nella crisi della rap­pre­sen­tanza tor­nano a essere il nemico mostruoso.

La sini­stra mi pare abbia rea­gito al movi­mento con gli anti­chi schemi: un’insorgenza sociale, legit­tima e per­fino pre­ziosa, ma pre-politica, che aspetta le venga spie­gato l’insieme del piano del capi­tale o della finanza sovra­na­zio­nale. Fare poli­tica come peda­go­gia. A me sem­bra, invece, più che l’espressione di qual­cosa di pre-politico la mani­fe­sta­zione di un atteg­gia­mento post-politico. Figlio di que­sta destrut­tu­ra­zione: delle sog­get­ti­vità, dei corpi inter­medi e dei lin­guaggi, sem­pli­fi­ca­zione del con­flitto. Ridu­zione a due del mondo, e in chiave molto maschile. Uno scon­tro di folle e caste che can­cella le rela­zioni concrete.

Tutto que­sto c’entra in qual­che modo con il senso di spae­sa­mento che con­nota le scuole. Intanto è biz­zarro che dopo aver pas­sato anni a pole­miz­zare con la ridu­zione dell’insegnamento a pre­sta­zione impie­ga­ti­zia, si fini­sca per essere col­lo­cati in quanto impie­gati pub­blici nella cate­go­ria dei pri­vi­le­giati. Una cor­po­ra­zione di illi­cen­zia­bili impro­dut­tivi, ancora un po’ malati di cul­tura del Ses­san­totto — che resta il grande nemico di que­sta nuova poli­tica, nell’epoca della fine della polis . Nes­suno nelle scuole prova più a difen­dere le con­di­zioni di lavoro o gli sti­pendi. Il blocco dei con­tratti è pas­sato susci­tando al mas­simo mugu­gni. Abbiamo inte­rio­riz­zato che nella crisi è già molto averlo un impiego. Un pri­vi­le­gio. Ma è tutto il lavoro che ha cam­biato sta­tuto. In tanta meri­to­cra­zia, è come se fosse scom­parso il merito del lavoro, cioè la sua fun­zione per la col­let­ti­vità, il carat­tere se non arti­gia­nale comun­que legato alle per­sone e alla crea­ti­vità. Il mondo di rela­zioni che vi si costruisce.

Chiaro quindi che per chi inse­gna si metta male. Se lavo­rare nello spa­zio pub­blico (vedi anche la sanità) non signi­fica costruire cit­ta­di­nanza, rela­zioni di atten­zione e di cura con le per­sone, sapere — allora dalla scena scom­pa­iono bam­bine e bam­bini, ragazze e ragazzi, e si accam­pano ammi­ni­stra­zione sta­tale e sin­da­cati, pro­to­colli e Invalsi. Una mega­mac­china di impie­gati sta­tali. Tri­sti. Fuori poi non è facile tro­vare come un tempo il “mondo del lavoro” cui col­le­garsi. Niente lotta di classe, solo il mas­sa­cro di una classe sull’altra – che ha per­duto da un pezzo, da quando è andata distrutta la sua iden­tità. Classe in sé ma non per sé. Non più sog­getto poli­tico, solo fat­tore fra gli altri della pro­du­zione, ingra­nag­gio qua­lun­que, domi­nato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Negri e Hart ave­vano festeg­giato la mol­ti­tu­dine in arrivo, invece è arri­vata la fran­tu­ma­glia del grande libro di Elena Fer­rante. Buona al mas­simo per il vaffanculo.

Capi­sco le col­le­ghe e i col­le­ghi silenti che appena sfo­gliano il gior­nale al bar. Che altro si può fare? Un po’ si pro­teg­gono. Forse pro­teg­gono anche la scuola, il rap­porto con le ragazze e i ragazzi. È già qual­cosa non man­dare il mes­sag­gio deva­stante che tutto è merce, o lo sarà. Che si tratta di attrez­zarsi per la com­pe­ti­zione nella giun­gla di indi­vi­dua­li­smi vari che aspetta fuori. Che tutta la didat­tica è bene si modelli sulle prove ogget­tive e sulla som­mi­ni­stra­zione di test, per­ché solo ciò che è ogget­ti­va­mente rile­va­bile è rile­vante. Il resto è poesia.

E però mi sa che non basterà preservarsi.

Rischia di suc­ce­derci come al per­so­nag­gio inna­mo­rato dei libri di un grande epi­so­dio di “Ai con­fini della realtà”. Quando esce dalla nic­chia in cui si è sal­vato dal disa­stro trova il mondo distrutto e un sacco di libri sparsi dap­per­tutto. Ma gli occhiali per leg­gerli li ha inav­ver­ti­ta­mente schiac­ciati con un gesto disattento.

E ora Israele vuol fare la guerra pure contro gli immigrati africani | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Ieri 20-30 mila stipati nella Piazza Rabin, oggi altri 10 mila impegnati a scandire slogan di protesta di fronte alle ambasciate di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada. Dopo aver vissuto negli ultimi anni ai margini della societa’, i migranti africani in Israele ora hanno scelto di passare all’azione. Hanno dato vita a un movimento ben organizzato, hanno indetto uno sciopero generale di tre giorni e hanno invaso le piazze centrali di Tel Aviv.
“Vogliamo la liberta’, non il carcere”, “Siamo profughi, non criminali”, hanno urlato, in inglese ed in ebraico, mentre la polizia si e’ limitato a seguire da lontano. A dar loro man forte – oltre ad attivisti israeliani di gruppi che lottano per i diritti civili – e’ giunto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i profughi che ha accusato il governo israeliano di aver ”seminato la paura” fra i migranti, mentre al contrario – ha aggiunto – dovrebbe garantire loro protezione.
Le immagini della folla, peraltro pacifica, di eritrei e sudanesi nelle ”strade buone” di Tel Aviv hanno disorientato gli israeliani. Da un lato i drammi personali trovano ampia eco e una dose di comprensione nei mass media. Ma dall’altro il loro passaggio ad un movimento politico con rivendicazioni di carattere generale innesca anche timori.
”Fermiamoli prima che si impadroniscano” delle citta’, ha esclamato la parlamentare del Likud, Miri Reghev. ”Queste manifestazioni ci servano come campanello di allarme” ha convenuto, altrettanto preoccupato, l’ex ministro degli interni Eli Yishai (Shas).
Il premier Benyamin Netanyahu ha oggi ribadito: ”Proteste e scioperi non serviranno. Cosi’ come abbiamo fermato completamente le loro infiltrazioni in Israele, cosi’ siamo determinati ad espellere quanti sono entrati illegalmente”: secondo le stime, 50-60 mila persone. ”L’ anno scorso sono ripartiti in 2.600. Quest’anno il loro numero sara’ maggiore”.
Israele, fa notare il governo, e’ l’unico Paese occidentale che puo’ essere raggiunto via terra dall’Africa. Per scoraggiare una migrazione di ancora maggiori dimensioni ha dunque adottato una legge anti-asilo che prevede la raccolta obbligatoria di migliaia di migranti in un centro di accoglienza del Neghev e che impedisce loro di lavorare.
I portavoce del movimento di protesta sostengono che Israele dovrebbe invece garantire a tutti lo status di profughi in quanto questi migranti sono sfuggiti a guerre civili o, nel caso dell’ Eritrea, ad un regime dispotico. Un funzionario di governo israeliano ha replicato che negli ultimi cinque anni sono state esaminate 10 mila richieste di asilo politico e che solo 32 sono state trovate giustificate. Altre tremila richieste sono adesso al vaglio.