Lavoro, la Cgil chiede un miliardo e mezzo. Il tesoretto-spread è di più di 5 miliardi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Un risparmio di 5,3 miliardi. E’ ufficiale, in una lettera di palazzo Chigi il calo dello spread viene fissato in un tesoretto non indifferente. Quanto alle stime sull’andamento dello spread, Palazzo Chigi precisa che quota 150 e’ attesa per il 2015. La cifra è stata subito annotata dalla leader della Cgil Susanna Camusso, che ha chiesto subito 1,5 miliardi per creare lavoro: la leader della Cgil Susanna Camusso. Del resto, se è come dicono tutti gli esperti, a cominciare dalle dichiarazioni pubbliche del ministro del Lavoro Enrico Giovannini, il refolo di ripresa non porterà occupazione se non sul lungo periodo, la prima falla da riparare è proprio quella della mancanza di lavoro. Dibattito riacceso dal neosegretario del Pd, Matteo Renzi, che ha preannunciato una proposta, il suo Job Act sul mercato del lavoro. Mentre Giovannini garantisce un cambio di rotta del governo: oggi “la prospettiva va cambiata”. Resta, però, il nodo degli ammortizzatori sociali e del reddito di cittadinanza. Non è un mistero per nessuno, infatti, che il Governo vuole tagliare la cig a cominciare dal capitolo della cassa in deroga. E questo tema sembra per il momento avere la precedenza sull’altro. Un segnale inconfutabile di come l’esecutivo vuole procedere sul tema dell’occupazione, spingendo cioè il ricatto del posto di lavoro fino al più alto grado possibile.“La nostra idea – sottolinea Camusso – e’ che il Paese deve cominciare a investire su se stesso”, puntare su opportunita’ “concrete”, come ad esempio un “piano di emergenza” per la Terra dei Fuochi o nuove iniziative legate a Expo2015, anche spendendo fondi europei. Serve un approccio diverso: “il tema vero oggi deve essere creare lavoro”; Ed il pressing della leader della Cgil e’ per uno Stato che spenda per questo obiettivo: “Bisogna uscire da questa paura che se si crea direttamente lavoro ci sarebbe un pubblico che invade l’economia”, bisogna superare “l’obiezione, che viene sempre fatta, che se si crea lavoro e’ un costo e non ce lo possiamo permettere”, perche’ al contrario “e’ un investimento”. Sul piano Renzi ne’ aperture ne’ chiusure: “Per ora il Job Act non c’e’, e bisognerebbe vederlo prima di poter dire se si e’ a favore o contrari”. E’ sbagliata “una discussione tutta incentrata sulle regole, come se fossero le regole che creano o distruggono lavoro”, avverte. La proposta del contratto unico? Per Susanna Camusso la svolta sarebbe superare un sistema contrattuale improntato ad una “pluralita’ delle forme”, perche’ altrimenti “la scelta del datore di lavoro sara’ sempre quella di
cercare quella meno costosa e che scarica piu’ oneri sul lavoratore”. Una sistema di ammortizzatori sociali universale, che garantisca anche i precari? “Finalmente. E’ un nostro slogan da tempo infinito”. Una stoccata al leader della Fiom, Maurizio Landini, vicino alle tesi di Renzi: sposa ora “proposte dell’ultimo congresso della Cgil, dove era all’opposizione, mi vien da dire meglio tardi che mai”.

Fukushima, emergono legami tra la Yakuza e le opere di bonifica | Autore: antonella frustaci da: controlacrisi.org

Le autorità giapponesi non hanno ancora fatto i conti seriamente con la reale entità del dramma:emergenza sanitaria e contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e del cibo. E intanto stanno venendo fuori strani legami tra l’opera di bonifica e la criminalità. Una storia modello “terra dei fuochi” che, evidentemente, è stata già tirata dentro il vortice della globalizzazione.Tokyo ha stanziato per tutta l’opoerazione 35 miliardi di dollari. E la cuccagna durera’ almeno fino al 2017.

“E’ una guerra nucleare senza una guerra – dice lo scrittore Haruki Murakami – stavolta nessuno ha sganciato una bomba su di noi.i giapponesi hanno fatto tutto da soli:Abbiamo impostato il palco,abbiamo commesso il fatto con le nostre mani, stiamo distruggendo le nostre terre e stiamo distruggendo la nostra vita. Con la collaborazione di una potente forza occulta: la mafia”, la Yakuza.

Prima il disastro atomico causato da terremoto e tsunami, poi le menzogne di governo e media per coprire gli errori della Tepco, tipo lo sversamento di varie tonnellate di acque altamente radioattive fuoriuscite da serbatoi di stoccaggio ”purtroppo costruiti in pendenza”, hanno evidenziato l’imponenza del progetto di bonifica in rapporto alle forze/capacità della Tepco stessa che ha assunto nuovi liquidatori. Nelle città attorno a Fukushima sono al lavoro migliaia di operai. Tubi industriali, ruspe, dosimetri per misurare le radiazioni. Tutto questo per pulire case e strade, scavare terreno vegetale ed eliminare alberi contaminati, per consentire il ritorno degli sfollati.

Centinaia le imprese coinvolte: di queste, secondo il ministero del lavoro, quasi il 70% avrebbe infranto le normative. «A marzo, l’ufficio del ministero a Fukushima aveva ricevuto 567 denunce, relative alle condizioni di lavoro per la decontaminazione: ha emesso 10 avvisi, ma nessuna impresa è stata penalizzata». Una delle aziende denunciate, la Denko Keibi, prima del disastro forniva le guardie di sicurezza privata per i cantieri. «Le pratiche di lavoro Yakuza a Fukushima – spiega il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research” – si basano su un sistema corrotto di subappalto, che non favorisce l’assunzione di personale specializzato competente». Qualcosa che ricorda da vicino gli strani appalti a cascata nei quali si infiltrano le cosche, in Europa e in particolare in Italia, gonfiando i prezzi e spremendo come limoni le aziende che poi i lavori devono farli davvero. «Si crea un ambiente di frode e incompetenza, che nel caso di Fukushima potrebbe avere conseguenze devastanti», visto che ne va della sicurezza di tutti. In compenso, la manovalanza mafiosa è conveniente: «Il subappalto con la criminalità organizzata è un mezzo per grandi aziende coinvolte nella bonifica per ridurre in modo significativo il costo del lavoro»Alla criminalità organizzata giapponese, continua Chossudovsky, è affidata anche la delicatissima rimozione delle barre di combustibile dal reattore 4: il minimo errore potrebbe causare conseguenze apocalittiche, a livello mondiale, desertificando il Giappone e investendo di radioattività tutto l’oriente, dalla Cina all’Australia. In ballo, la rimozione con una gru di 1.300 barre di combustibile nucleare: in caso di incidente (anche solo il contatto fra due barre) si calcola che si produrrebbe un’onda radioattiva pari a 14.000 bombe di Hiroshima. Operazione che, a quanto pare, sarà effettuata da aziende non proprio pulite: la “Reuters” documenta il ruolo della Yakuza e il suo «rapporto insidioso» con la Tepco e i ministeri della salute, del lavoro e del welfare. Solo nella prefettura di Fukushima, conferma la polizia nipponica, operano almeno 50 clan, con oltre mille affiliati. Gli investigatori sono al lavoro per tentare di sradicare la criminalità organizzata dal progetto di bonifica nucleare

Roma, rischia la chiusura la storica libreria “Rebel Store” a san Lorenzo Autore: valerio sebastiani da: controlacrisi.org

Rischia la chiusura la libreria “Rebel Store” a Roma, nello storico quartiere di San Lorenzo. Marco de Rose, il proprietario, sarà costretto a chiudere in caso non dovesse riuscire a saldare la mensilità di affitto.

Una esperienza storica
Componente fondamentale di quel microcosmo sociale, attorno al quale gravitano in perenne attività i “movimenti antagonisti” di estrema sinistra romani, il Rebel Store è una libreria di pochi metri quadrati fondata dal sociologo Valerio Marchi nel 1999, situata accanto agli studi di Radio Onda Rossa.Versa ora in grave crisi economica e Marco de Rose, colui che ha ricevuto il testimone dall’ormai defunto proprietario, sociologo a sua volta e studioso della subcultura ultrà, si è trovato costretto ad aprire una sottoscrizione per chiedere aiuto, ai compagni e alle compagne, che potranno versare un contributo sul blog del negozio. La preoccupante condizione economica in cui verte il “Rebel Store” è solo una delle tante spie dello stillicidio che sta subendo la diffusione della cultura in Italia, stillicidio che però interessa particolarmente quell’ambito della cultura che sicuramente non va per la maggiore nelle librerie Mondadori o IBS. Il “Rebel Store” in questo, grazie all’attività di Valerio Marchi e della sua preparazione sulle controculture giovanili che si sono sviluppate dall’800 a oggi, è sempre riuscito a fornire un’alternativa tangibile, che si è impreziosita col tempo anche grazie all’ampliamento della sezione sull’Anarchia ad opera di de Rose. Per non parlare degli scaffali ben forniti di volumi sulla storia dei Centri Sociali e sulle periferie, e della collezione di dischi ska, punk e rap.

Qualche compromesso pur di sostenere l’editoria indipendente
Da qualche tempo a questa parte Marco de Rose è dovuto scendere a compromessi e far fronte alle esigue entrate, ampliando l’offerta dalla sola libreria a una sezione di abbigliamento, con la consapevolezza del travaglio a cui va incontro chi vuole promuovere l’editoria indipendente. Il contesto italiano in particolare, infatti, dopo l’arrivo del fantasma della crisi nel 2011, presenta preoccupanti carenze dal punto di vista dell’investimento sulla cultura e sulla diffusione libraria. L’assorbimento dell’utenza, peraltro sta giungendo ai minimi storici, e chi si prefigge di promuovere cultura e informazione (che sia alternativa o di mainstream) deve fare fronte a innumerevoli problemi legati alla ricezione di un pubblico che, obiettivamente legge e si informa sempre di meno.

Una politica per legare cultura e diritti
Un piccolo barlume viene dalla recente approvazione da parte del Consiglio dei Ministri delle misure per agevolare chi compra libri, offrendo una detrazione fiscale del 19%. Può essere questa una maniera per incentivare l’acquisto dei libri e far riscoprire a una grande fetta della popolazione italiana il piacere della lettura? La condizione disastrosa in cui vertono i centinaia di editori che hanno dovuto dimezzare tra il 2011 e il 2012 la tiratura dei volumi (circa 162 odierni, contro gli oltre 300 negli anni passati) rende più fosco l’orizzonte. I dubbi sono leciti, pensando al quadro culturale del paese delineato dai recenti dati ISTAT, secondo i quali solo il 40% della popolazione italiana ha letto almeno un libro durante l’anno. Dati che a freddo lasciano ben poco sperare ad una rivalsa del libro sui mezzi mediatici (e-book e Internet) che oramai si sono imposti nell’immaginario collettivo e nella quotidianità.

Del resto gli interessi economici che si muovono dietro i grandi mezzi d’informazione e della gestione delle reti agiscono da rullo compressore anche nei confronti della classe politica. È questa infatti che dimostra di non essere più in grado di decidere alcunché in materia di politica culturale. L’occasione potrebbe essere quella di includere i servizi culturali, e quindi anche i libri, nel pacchetto di reddito di cittadinanza. In questo modo si otterrebbero effetti sicuri, sia sul piano dell’arricchimento culturale delle giovani generazioni, sia sul settore editoriale più direttamente collegato al libro cartaceo.

La distruzione della Grecia: un modello europeo Fonte: vitamina a | Autore: ALEXIS TSIPRAS

 

Anticipiamo la Prefazione di Alexis Tsipras al volume di Slavoj Žižek e Srećko Horvat, “Cosa vuole l’Europa?”, in libreria a giorni
Dalla metà degli anni Novanta, e per quasi tutto il decennio del 2000, la Grecia era in piena crescita. Questa espansione economica aveva due caratteristiche principali: un gigantesco aumento dei profitti non tassabili per i ricchi, un sovraindebitamento e un aumento della disoccupazione per i poveri. Il denaro pubblico è stato depredato in molti modi diversi, e il sistema economico si è limitato essenzialmente a favorire il consumo di beni importati dai paesi europei ricchi. Il modello “denaro a buon mercato, manodopera a basso costo” è stato presentato dalle agenzie di rating come un esempio da seguire per ogni economia emergente dinamica.
Ma la crisi del 2008 ha cambiato tutto. Le banche, dopo le loro scommesse speculative, si sono trovate pericolosamente indebitate, e hanno potuto salvarsi solo grazie al denaro pubblico; ma è sulle loro società che gli Stati hanno poi scaricato il peso del salvataggio di queste banche. Il distorto modello di sviluppo della Grecia è crollato e il paese, non potendo più chiedere prestiti sul mercato, si è trovato a dipendere dai prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, accompagnati da misure draconiane.
Tale programma, che i governi greci hanno adottato senza battere ciglio, è composto di due parti: quella della “stabilizzazione” e quella delle “riforme”. Termini la cui connotazione positiva è destinata a mascherare la catastrofe sociale che essi producono. Così, la parte della “stabilizzazione” prevede una fiscalità indiretta devastante, tagli alla spesa pubblica senza precedenti, smantellamento dello stato sociale, in particolare nel campo della sanità, dell’istruzione e della sicurezza sociale, così come numerose privatizzazioni, comprese quelle di beni pubblici di base come l’acqua e l’energia. La parte delle “riforme”, invece, invoca la liberalizzazione dei licenziamenti, l’eliminazione dei contratti collettivi, la creazione di “zone economiche speciali” e, in generale, l’istituzione di regolamenti che dovrebbero permettere a potenti interessi economici di investire in Grecia in modo propriamente coloniale, degno del Sud Sudan. Tutto questo è solo una piccola parte di ciò che prevede il “memorandum” greco, vale a dire l’accordo firmato dalla Grecia con il Fondo monetario internazionale, l’Unione europea e la Banca centrale europea.
Queste misure avrebbero dovuto aprire la strada a un’uscita dalla crisi. Il rigoroso programma di “stabilizzazione” doveva condurre a un avanzo di bilancio – consentendo alla Grecia non solo di non aver bisogno di chiedere prestiti, ma anche di ripagare il proprio debito pubblico; mentre le “riforme” dovevano permettere di riconquistare la fiducia dei mercati che, vedendo smantellato lo stato sociale e il mercato del lavoro riempito di lavoratori a basso costo, disperati e senza protezione, si sarebbero precipitati a investire i loro capitali in Grecia. Così si sarebbe determinata una nuova “crescita” – quella che non esiste da nessuna parte, se non nei libri sacri e nelle menti più perverse del neoliberismo globale.
Questo programma doveva essere applicato in modo rapido e immediato, per permettere alla Grecia di ritrovare velocemente la strada della crescita. Ma tre anni dopo la firma del memorandum, la situazione va di male in peggio. L’economia sprofonda nella crisi e, naturalmente, le tasse non vengono pagate – semplicemente perché le persone non hanno i soldi per farlo. I tagli di spesa hanno raggiunto il cuore stesso della coesione sociale, creando le condizioni per una vera e propria crisi umanitaria. Per essere chiari, stiamo parlando di persone che rovistano tra i rifiuti per mangiare e che dormono sui marciapiedi, di pensionati che non possono nemmeno comprare il pane, di famiglie senza elettricità, di pazienti che non hanno accesso né ai farmaci né alle cure. E tutto questo, all’interno dell’eurozona.
Gli investitori, evidentemente, non si sono visti, dal momento che un “default disordinato” del paese rimane ancora possibile. E gli autori di questo memorandum, di fronte a ogni tragico fallimento, tornano a imporre sempre più tasse e tagli alle spese. L’economia greca è entrata in un circolo vizioso di recessione incontrollata, che non porta a nulla se non al completo disastro.
Il piano di “salvataggio” greco (un altro bel termine per descrivere la devastazione in corso) ignora un principio fondamentale: l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione d’erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte. Essa ne morirebbe, semplicemente. E questo è esattamente ciò che accade oggi all’economia greca.
La sinistra in Grecia ha capito fin dall’inizio che l’austerità avrebbe peggiorato la crisi, invece di curarla. Quando qualcuno sta annegando, gli si lancia un salvagente, non dei pesi. Quanto ai talebani del neoliberismo, insistono nel dire, ancora oggi, che tutto andrà bene. Mentono, e lo sanno – tranne i più stupidi di loro, naturalmente. Ma non si tratta di stupidità o di dogmatismo. Alti dirigenti dello stesso fmi hanno parlato di “errore” nel concepimento del programma di rigore greco: non può portare da nessuna parte, dal momento che la recessione che esso genera è semplicemente incontrollabile. Eppure si continua ad applicare quel programma con una tenacia e una caparbietà che non ha precedenti, e si inasprisce sempre di più. È dunque d’altro che si tratta.
La realtà è che la crisi dell’economia greca non è ciò che interessa all’Europa, né al fmi. Il loro obiettivo principale è di fare del programma imposto alla Grecia il modello da seguire per tutte le economie europee in crisi. Questo programma mette definitivamente fine a ciò che, nell’Europa del dopo guerra, era conosciuto come “contratto sociale”. Non importa se la Grecia alla fine fallisce e sprofonda nella miseria. Ciò che conta è che, in un paese della zona euro, ora si discuta apertamente di salari alla cinese, di abolizione del diritto del lavoro, di dissoluzione della sicurezza sociale e dello stato sociale, e di completa privatizzazione dei beni pubblici. Con il pretesto di combattere la crisi, il sogno neoliberista delle menti più perverse – che, dopo gli anni Novanta, ha dovuto affrontare una forte resistenza da parte delle società europee – diventa finalmente realtà.
La Grecia, comunque, è solo il primo passo. Già la crisi del debito si è estesa ad altri paesi dell’Europa meridionale e penetra sempre più in profondità nel cuore dell’Ue. Ecco dunque cosa significa il grande esempio greco: l’unica cosa di cui sono capaci coloro che fanno fronte agli attacchi speculativi dei mercati è di distruggere completamente ogni traccia dello stato sociale, come è oggi il caso della Grecia. In Spagna e in Portogallo, i rispettivi memorandum già stanno promuovendo cambiamenti di questo tipo. Ma è nel “Trattato europeo di stabilità”, che la Germania vorrebbe vedere applicato all’intera Ue, che questa strategia si rivela in tutta la sua portata: gli Stati membri non sono più liberi di scegliere la loro politica economica, le principali istituzioni dell’Unione hanno ora il diritto di intervenire nelle scelte di bilancio e di imporre drastiche misure fiscali per ridurre i deficit pubblici. Tanto peggio per le scuole, gli asili, le università, gli ospedali pubblici, i programmi sociali. E se i popoli usano la democrazia come uno scudo contro l’austerità, come recentemente in Italia, tanto peggio per la stessa democrazia.
Cerchiamo di essere chiari. Questo modello europeo generalizzato non è il salvataggio della Grecia, ma la sua distruzione. Il futuro europeo, fatto di banchieri felici e di società infelici, è già programmato. In questo modello di sviluppo, il capitale è il cavaliere e le società il cavallo. Si tratta di un progetto ambizioso – ma che non andrà molto lontano, perché nessun progetto può essere realizzato senza il consenso della società e le garanzie per i più deboli. Questo, l’attuale classe dirigente europea sembra averlo dimenticato. Essa tuttavia vi si scontrerà prima di quanto non pensi.
La fine del “capitalismo neoliberale reale” – vale a dire del capitalismo più aggressivo che abbia mai conosciuto l’umanità, e che trionfa da due decenni – è già iniziata. Dopo il naufragio di Lehman Brothers, due strategie opposte di uscita dalla crisi offrono due approcci diversi all’economia globale: la strategia dell’espansione finanziaria, dell’aumento della massa monetaria, della nazionalizzazione delle banche e dell’aumento delle tasse ai ricchi; e quella dell’austerità, del trasferimento del peso del debito bancario agli Stati – e sulle spalle delle classi medie e popolari, sovratassate per consentire ai più ricchi di eludere il fisco. I leader europei hanno scelto la seconda strategia, ma sono già di fronte ai vicoli ciechi ai quali essa conduce, e al conflitto storico che essa provoca in Europa. Questo scontro assume una parvenza geografica – Nord contro Sud – ma è fondamentalmente uno scontro di classe, che si riferisce alle due strategie opposte sopra descritte. La seconda strategia, infatti, difende il dominio assoluto, incondizionato, del capitale, senza preoccuparsi della coesione e del benessere sociale; la prima difende l’Europa della democrazia e dei bisogni sociali. Lo scontro è già iniziato.
Di fronte alla crisi, vi è dunque un’alternativa: le società europee devono proteggersi contro la speculazione del capitale finanziario, l’economia reale deve emanciparsi dall’imperativo del profitto, il monetarismo e la politica fiscale autoritaria debbono finire, la crescita deve essere ripensata secondo il criterio dall’interesse sociale, va inventato un nuovo modello di produzione basato su un lavoro dignitoso, sull’espansione dei beni pubblici e sulla protezione dell’ambiente. Questa prospettiva, ovviamente, non è all’ordine del giorno delle discussioni dei leader europei. Spetta ai popoli, ai lavoratori europei, ai movimenti degli “indignati” imprimere il loro marchio al corso della storia, e impedire il saccheggio e la distruzione su larga scala.
L’esperienza degli anni precedenti porta alla seguente conclusione: c’è un’etica della politica, e un’etica dell’economia. Dopo il 1989, l’etica dell’economia ha cominciato a dominare l’etica della politica e della democrazia. Tutto ciò che era nell’interesse di due, cinque, dieci gruppi economici potenti è stato considerato come legittimo, anche se si dimostrava contrario ai più elementari diritti umani. Oggi, il nostro dovere è di ripristinare l’egemonia dei principi etici politici e sociali, contro la logica del profitto.
Come ci arriveremo? Grazie alla dinamica delle lotte sociali. In primo luogo, spezzando una volta per tutte le catene della passività sociale sulle quali si è fondata la costruzione europea dopo il 1989. Il coinvolgimento attivo delle masse in politica è proprio ciò che temono le élite al potere in Europa e nel resto del mondo. Facciamo in modo allora che le loro paure diventino realtà.
La direzione scelta dagli ambienti economici dominanti è chiara; elaboriamo dunque il nostro orientamento politico e sociale. E difendiamolo con tutti i mezzi, sia a livello centrale sia a livello locale. Dai luoghi di lavoro, dalle università, dai quartieri, fino all’azione congiunta e coordinata in tutti i paesi europei. È una lotta di resistenza, che avrà successo solo se porterà a un programma alternativo per l’Europa. Oggi l’opposizione non è tra paesi in deficit e paesi in surplus, né tra popoli disciplinati e popoli ansiosi. L’opposizione è tra gli interessi delle società europee e l’esigenza del capitale di realizzare costantemente profitti.
Dobbiamo difendere l’interesse sociale europeo. In caso contrario, il futuro, per noi e per i nostri figli, si rivelerà infausto, incerto, e supererà tutte le nostre paure dei decenni precedenti. Il modello di sviluppo costruito sulla “libertà dei mercati” è fallito. Ora le forze dominanti attaccano la società, le sue conquiste e la sua coesione. Questo è ciò che sta accadendo in questo momento in Grecia, e questo è il piano voluto per il resto dell’Europa. Cerchiamo quindi di difenderci con tutti i mezzi necessari. E trasformiamo le resistenze sociali che continuano a emergere e a crescere in una occasione di solidarietà e di strategia collettiva per tutti i popoli d’Europa.
Il futuro non appartiene al neoliberismo, né ai banchieri, né a qualche dozzina di potenti multinazionali. Il futuro appartiene ai popoli e alle società. E il momento di aprire la strada a una Europa democratica, sociale e libera. Perché questa è l’unica soluzione sostenibile, realistica e realizzabile per uscire dalla crisi attuale.

Colpi di Stati Fonte: Sbilanciamoci | Autore: Luciano Gallino

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Il tracollo finanziario di questi anni non è dovuto a un incidente del sistema ma è il risultato dell’accumulazione finanziaria perseguita ad ogni costo per reagire alla stagnazione economica di fine secolo. L’introduzione al libro del sociologo Luciano Gallino, “Il colpo di Stato di banche e governi”

La crisi esplosa nel 2007-2008 è stata sovente rappresentata come un fenomeno naturale, improvviso quanto imprevedibile: uno tsunami, un terremoto, una spaventosa eruzione vulcanica. Oppure come un incidente tecnico capitato fortuitamente a un sistema, quello finanziario, che funzionava perfettamente. In realtà la crisi che stiamo attraversando non ha niente di naturale o di accidentale. E stata il risultato di una risposta sbagliata, in sé di ordine finanziario ma fondata su una larga piattaforma legislativa, che la politica ha dato al rallentamento dell’economia reale che era in corso per ragioni strutturali da un lungo periodo. Alle radici della crisi v’è la stagnazione dell’accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni Settanta del secolo scorso. Al fine di superare la stagnazione, i governi delle due sponde dell’Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiantesi nella produzione di denaro fittizio. Questo singolare processo produttivo ha il suo fondamento nella creazione di denaro dal nulla vuoi tramite il credito, vuoi per mezzo della gigantesca diffusione di titoli totalmente separati dall’economia reale, quali sono i «derivati», a fronte dei quali – diversamente da quanto avveniva alle loro lontane origini – non prende corpo alcuna compravendita di beni o servizi: sono diventati di fatto l’equivalente dei tagliandi di una lotteria. Tuttavia, essendo possibile venderli e trasformarli cosi in moneta, essi rappresentano una nuova forma di denaro che insieme con la creazione illimitata di denaro mediante il credito ha invaso il mondo, rendendo del tutto impossibile stabilire quanto denaro sia in circolazione, tolta la piccola quota – pochi punti percentuali – di monete e banconote stampate e di denaro elettronico creato dalle Banche centrali. Il problema è che il denaro creato dal nulla può sì essere prontamente convertito in beni e servizi reali, ma altrettanto velocemente può scomparire in ogni momento, come avvenne con straordinaria ampiezza tra il febbraio e l’ottobre del 2008.

Fatta eccezione del contante e del denaro creato dalle Banche centrali per le loro finalità istituzionali, quasi tutto il denaro in circolazione viene creato da banche private mediante la concessione di crediti o la confezione di titoli. Nella Ue, le banche private sono arrivate a concedere in totale trilioni di euro di crediti ovvero di prestiti, mentre possedevano nei loro caveau reali o elettronici non più del 4-5 per cento di capitale proprio, o in riserva presso la Bce non più dell’1-2 per cento del totale dei prestiti erogati. Sono in ciò insite due distorsioni del sistema finanziario in essere che si collocano persino al di là della creazione patologica di fiumi di denaro dal nulla che ha concorso a causare la crisi. Su di esse si ritornerà ampiamente nel testo. Basti annotare per ora, in primo luogo, che il potere di creare denaro è uno dei poteri fondamentali di uno Stato. Averlo lasciato da lungo tempo per nove decimi alle banche private, e averne anzi favorito con ogni mezzo l’espansione, è un vizio che sta minando alla base l’economia mondiale. In secondo luogo, le banche creano denaro dal nulla con pochi tocchi sulla tastiera di un Pc, ma poi da coloro che ricevono quel denaro in prestito – famiglie, imprese, lo Stato – pretendono sostanziosi interessi. E nel caso di mancato pagamento degli interessi o delle quote di capitale in scadenza hanno diritto di sequestrare a essi ogni sorta di beni mobili e immobili, per tal via convertendo il nulla in case o terreni o impianti industriali che diventano una loro proprietà. È una (il)logica che sfida l’immaginazione più accesa (1).

In questo modo la politica ha attribuito alla finanza, non da oggi bensì da generazioni, un potere smisurato. Negli anni Cinquanta del Novecento si parlava di «complesso militare-industriale» facendo riferimento agli stretti rapporti economici, politici, ideologici stabilitisi nelle società industriali avanzate tra le forze armate e le maggiori aziende industriali. Fu il presidente Eisenhower, nel suo discorso di congedo (gennaio 1961) a sollecitare gli Stati Uniti e il mondo a guardarsi dal «disastroso aumento di potere» che tale complesso lasciava intravedere (2). Dagli anni Ottanta in poi si dovrebbe invece parlare di «complesso politico-finanziario», in presenza dei rapporti sempre più stretti che si sono sviluppati tra politica e finanza, nella Ue come negli Usa.

Stabilito che la crisi in atto è un fenomeno strutturale, non un incidente di percorso, e che ha alle spalle distorsioni profonde dell’intero sistema finanziario e monetario, per vari aspetti connesse con la stagnazione dell’economia reale, va precisato che le «strutture» non operano da sole. Hanno bisogno di persone che ne interpretano le logiche, le modificano per adattarle ai tempi e le applicano. Sebbene vi siano notevoli differenze tra politica ed economia quanto a possibilità di imputare determinate azioni a certi gruppi o individui, la crisi è stata ed è l’esito di azioni compiute da un numero ristretto di uomini e donne che per lungo tempo, tramite le organizzazioni di cui erano a capo o in cui operavano, hanno perseguito consapevolmente determinate finalità economiche e politiche. Hanno compiuto quelle azioni in parte perché l’ideologia da cui erano guidate non consentiva loro di scorgere alternative; in parte per soddisfare i propri interessi o quelli di terze parti. Azioni compiute con la possibilità di avvalersi di risorse enormi, in campo economico come in quello politico, senza però darsi minimamente pensiero delle conseguenze che le azioni stesse potevano produrre a danno di un numero sterminato di individui. Il sistema che tali soggetti hanno costruito e guidato, il complesso politico-finanziario, era affetto sin dagli inizi da gravi difetti progettuali e aveva già manifestato nei decenni precedenti ripetuti segnali di malfunzionamento. Dinanzi alle sue cause e conseguenze, la crisi esplosa nel 2007 può essere definita come il più grande fenomeno di irresponsabilità sociale di istituzioni politiche ed economiche che si sia mai verificato nella storia (3).

Nel sistema economico i principali attori di tale fenomeno sono stati i dirigenti di vari generi di mega-entità finanziarie. L’elenco di queste è molto lungo. Inizia con Banche centrali quali la Bce, la Fed americana, la Banca d’Inghilterra, e organizzazioni intergovernative come il Fondo monetario internazionale. Poi viene una folla di altri enti, a cominciare dai conglomerati formati da «società che controllano banche» (bank holding companies), enti che nel dominio della finanza svolgono attività di ogni genere concepibile, comprese quelle bancarie. Seguono le «banche universali» sia private come, per dire, Bnp-Paribas o Unicredit, sia pubbliche, quali le Landesbanken (banche regionali) tedesche, le une come le altre impegnate per decenni a trarre maggiori entrate dagli investimenti e dalla speculazione per conto proprio che non dai risparmi che gestiscono; gli investitori istituzionali, quali fondi pensione pubblici e privati, fondi di investimento e compagnie di assicurazione (4).

E ancora, tra gli attori economici i quali, ne fossero consapevoli o no, hanno concorso sia a scatenare la crisi sia a protrarre senza fine la ricerca di soluzioni pur parziali e temporanee, troviamo le società immobiliari lanciatesi sui mercati finanziari; i fondi del mercato monetario; i fondi speculativi (hedge funds); i fondi detti sovrani perché il loro capitale è formato soprattutto da titoli di Stato; le società specializzate nel creare e trattare sul mercato titoli commerciali che hanno alla base crediti ipotecari; le casse di risparmio e quelle di depositi e prestiti, attive in tutti i maggiori Paesi; le società pubbliche o sponsorizzate dallo Stato con il compito di assicurare e riassicurare le ipoteche sulla casa, tipo le americane Fannie Mae (che sta per Federai National Mortgage Association), Ginnie Mae (Government National Mortgage Association) e Freddie Mac (Federal Home Loan Mortgage Corporation). A chiudere, numerose fondazioni che hanno come capitale una grossa quota di azioni bancarie, più quote cospicue di fondi di investimento, un genere che comprende anche le fondazioni su cui si reggono alcune delle maggiori università private del mondo, come Harvard o Stanford.

Nel sistema politico hanno contribuito alla crisi, sin dagli anni Ottanta quando ne elaborarono tramite i Parlamenti le fondamenta legali, un buon numero di componenti dei governi Usa e Ue che si sono succeduti da allora a oggi; nonché membri di organizzazioni intergovernative, tra le quali spicca la Commissione europea. Più alcuni capi di Stato, fra i quali sono stati in primo piano ai loro tempi democratici come Bill Clinton e François Mitterrand. Agli attori suddetti vanno ancora aggiunti i dirigenti dei partiti politici che hanno espresso e sostenuto i governi in questione, nonché i parlamentari che ne hanno seguito le direttive, votando in quasi tutti i Paesi Ue alcune leggi presentate come sicuri rimedi alla crisi, mentre in realtà hanno finito per aggravarla. Basti pensare agli inauditi interventi nel tessuto stesso delle sovranità politica ed economica degli Stati, costituiti dall’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio o dall’approvazione parlamentare del cosiddetto «patto fiscale», che saranno esaminati in dettaglio in un apposito capitolo.

Se le strutture sono lo scenario e la trama che hanno bisogno di attori economici e politici affinché il dramma si svolga, gli attori medesimi hanno bisogno di aiutanti al fine di meglio individuare, legittimare, alimentare, eseguire passo passo, per anni e decenni, le linee di azione che hanno condotto alla crisi. Si sono prestati a esercitare tale ruolo in modo diretto i traders, gli addetti ai trilioni (in dollari come in euro) di transazioni finanziarie giornaliere le quali, moltiplicando per miliardi i centesimi guadagnati su ogni transazione con l’ausilio dell’ high frequency trading, capace di effettuare per via informatica decine di migliaia di operazioni al secondo, recano sostanziosi profitti alle banche; gli esperti della confezione di titoli strutturati, formati ciascuno da migliaia di ipoteche di malcerta origine; i legali che hanno elaborato le vesti giuridiche dei titoli e dei veicoli (società di scopo create dalle banche per far portare fuori bilancio i crediti concessi e poterne cosi concedere altri) che li hanno immessi in commercio. Mentre in ruoli indiretti hanno operato stuoli di consiglieri economici dei capi di governo e dei capi di Stato; gli economisti che hanno inventato, proposto agli enti finanziari, insegnato nelle università e nelle scuole di amministrazione aziendale le teorie del rischio, dei mercati del capitale, delle funzioni del denaro ovvero della moneta meglio idonee a orientare le azioni dei dirigenti finanziari o quantomeno a conferirvi parvenza scientifica. A essi vanno aggiunti gli intellettuali che hanno elaborato il corpus ideologico, formato in gran parte dalle dottrine neoliberali, volto a dimostrare la superiorità non solo tecnica, ma persino morale, dell’agire dell’Homo oeconomicus in tutti i settori della vita sociale.

A causa dei difetti strutturali del sistema finanziario, connessi a quelli del sistema produttivo, a creare e aggravare i quali il personale politico ed economico ha contribuito in modo diretto e indiretto – nel secondo caso per la palese incapacità di affrontare la situazione soprattutto in tema di occupazione –, la crisi iniziata nel 2007 ha devastato l’esistenza di un’immensa quantità di persone nei soli Paesi sviluppati. Quale che sia l’indicatore considerato, coloro alla cui drammatica situazione esso rimanda si contano sempre a milioni. A milioni hanno perso il lavoro e stentano a ritrovarlo: su 36 Paesi sviluppati, a fine 2011 soltanto 6 facevano registrare un tasso di occupazione uguale o più alto a quello del 2007. In tutti gli altri risultava diminuito, e l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che ben difficilmente esso tornerà ai livelli pre-crisi prima della fine del 2016 e oltre – una previsione che a fine 2013 appariva oramai troppo ottimistica. Sommando i disoccupati che cercano attivamente lavoro a quelli che hanno smesso di cercarlo dopo troppi tentativi andati a vuoto, si tratta di 50 milioni di persone, divisi pressappoco a metà fra Stati Uniti e Unione europea. Appartengono quasi tutte alla classe operaia e alle classi medie. L’Oil ha stimato che nel 2012 il 40 per cento dei disoccupati fosse senza lavoro da oltre un anno. Nella sola Ue a 27, Eurostat stimava che a febbraio 2013 i disoccupati fossero oltre 26 milioni; nel 2000 erano meno di 20. Alla stessa data, in Italia e Portogallo la disoccupazione dei giovani (15-24 anni) sfiorava il 40 per cento, e in Spagna e Grecia superava il 55.

Si aggiunga che il rovescio positivo del tasso di disoccupazione, la quantità di occupazione che ancora rimane, nasconde il peggioramento della qualità di quest’ultima. Infatti quasi tutti i Paesi sviluppati hanno ridotto negli ultimi anni i dispositivi a protezione del lavoro a tempo indeterminato, per cui molti, i giovani e anche i meno giovani, hanno trovato lavoro solo accettando contratti di breve durata e sottopagati, quelli che caratterizzano l’universo dell’occupazione precaria. Da tempo, in Italia, l’8o per cento delle nuove assunzioni avviene ogni anno con tali contratti.

L’elenco dei costi sociali della crisi comprende ovviamente altre voci. I tassi di povertà sono aumentati quasi ovunque. A fine decennio i poveri erano 50 milioni negli Stati Uniti (un sesto della popolazione), e 6-7 milioni in Spagna, in Italia, nel Regno Unito (5). Altri dati sono stati diffusi da Eurostat a fine 2012. Nel 2011 si annoveravano, entro la Ue a 27, 120 milioni di persone, un quarto della popolazione, a rischio di povertà o di esclusione sociale. Eurostat contempla in tale categoria coloro che presentano almeno una di queste condizioni: 1) il reddito disponibile dopo i trasferimenti sociali li colloca sotto la soglia di povertà del loro Paese; 2) sono affetti da severa deprivazione materiale; 3) sono individui tra zero e 59 anni facenti parte di famiglie con una bassissima intensità di lavoro, quelle cioè in cui gli adulti hanno lavorato l’anno prima erogando meno del 20 per cento del loro potenziale di lavoro effettivo totale. Si tratta di 12 milioni di famiglie in cui c’erano uno o più membri che potevano lavorare in media 40 ore la settimana a testa, ma hanno lavorato appena 8 ore.

Occorre altresì sottolineare che, mentre vi sono rilevanti differenze tra i Paesi quanto a rischio di povertà e tasso di deprivazione materiale, la quota di persone facenti parte di famiglie a bassissima intensità di lavoro varia solamente, con l’eccezione di Cipro e Lussemburgo, tra il 7 per cento della Repubblica Ceca e il 14 per cento del Belgio. Poiché coloro che lavorano oltre i sessant’anni sono relativamente pochi, si può quindi stimare che il numero di persone toccate in totale da una bassissima intensità di lavoro si aggiri nel complesso, nella Ue, tra i 40 e i 45 milioni (6). Ad accrescere il tasso di povertà contribuisce pure il numero dei lavoratori poveri – coloro che hanno un lavoro più o meno regolare, ma pagato talmente poco da far ricadere loro e i conviventi al di sotto della soglia di povertà (7). Se si allarga il quadro al di là delle condizioni di lavoro, si scopre che a causa della chiusura delle fabbriche di cui vivevano, della disoccupazione e della precarietà che ne è seguita, della caduta dei consumi, della scomparsa di artigiani e commercianti, intere comunità sono state disastrate.

Negli Stati Uniti, in Spagna, nel Regno Unito, in Irlanda almeno sei milioni di famiglie hanno perso la casa perché non riuscivano più a pagare le rate del mutuo che erano state indotte dalle banche a sottoscrivere benché non avessero le risorse economiche necessarie. Altri milioni di famiglie hanno perso gran parte dei loro risparmi, del valore del fondo pensione, o dell’assicurazione sanitaria, a causa della caduta del corso dei titoli in cui erano stati investiti, oppure del tracollo dell’impresa cui il fondo o l’assicurazione facevano capo. In totale, fra Paesi sviluppati e Paesi emergenti, si stima che il valore di immobili e di titoli che è evaporato soltanto nei primi due o tre anni della crisi si aggiri su 50-60 trilioni di dollari – una cifra prossima al Pil del mondo. Una parte di tali perdite ha coinvolto grandi patrimoni, che però dal 2009 in poi le hanno in genere rapidamente recuperate. Per contro, quelle che riguardavano i risparmi di milioni di famiglie sono rimaste o si sono aggravate.

Ove si ponga mente alla quantità e tipologia delle vittime della crisi, raffrontandole con gli attori che insieme con i loro aiutanti l’hanno provocata e legittimata, diversi aspetti colpiscono. Il primo è che le vittime di oggi sono in gran parte figli e nipoti di membri della classe operaia e della classe media che furono colpiti, soprattutto negli Usa, dalla stagnazione dei salari intervenuta sin dagli anni Settanta. Una condizione alla quale cercarono di sottrarsi, con l’aiuto dei loro governi e delle istituzioni economiche, accrescendo in misura spropositata i loro debiti – una delle maggiori concause dirette della crisi. In altre parole, non solo la crisi quando arriva suona sempre due volte, ma quando ritorna sta ben attenta a suonare sempre alla stessa porta di prima.

In secondo luogo va rilevata la relativa esiguità del numero degli attori e dei loro aiutanti rispetto al numero enorme delle vittime. Gli attori che si possono considerare veri protagonisti della crisi, nell’insieme dei Paesi sviluppati, sono poche decine di migliaia; con gli aiutanti, gli attori di secondo piano e però indispensabili per lo svolgimento del dramma, si arriva forse a qualche centinaio di migliaia. Per contro le vittime assommano, come s’è visto, a parecchie decine se non centinaia di milioni. Si potrebbe dire, parafrasando (e rovesciando) il famoso detto di Churchill, che mai cosi pochi hanno inflitto danni cosi gravi a un numero cosi grande di persone.

È vero che si potrebbe accrescere la stima del numero dei responsabili notando che i dirigenti economici responsabili della crisi agivano, in realtà, non solo per conto proprio ma pure per conto di milioni di proprietari di grandi patrimoni, una intera classe sociale che ha affidato loro il compito di moltiplicare i suoi capitali. Peraltro pare opportuno stabilire una distinzione tra chi ha manovrato direttamente le leve della macchina che ha portato alla crisi, e chi su tale macchina si è limitato a caricare i propri capitali. Sono due livelli di responsabilità, correlati ma non assimilabili se si vogliono analizzare le origini prossime della crisi. Per questo motivo il testo che segue intende compiere un esame soprattutto delle azioni compiute dal primo gruppo, gli attori della finanza, senza ovviamente ignorare l’importanza del secondo gruppo, la classe sociale più benestante del pianeta. Formata da circa 29 milioni di adulti, lo 0,6 per cento della popolazione del mondo, che detiene oltre il 39 per cento della ricchezza globale, quasi 88 trilioni (cioè ottantottomila miliardi) di dollari. E la sola classe cui la crisi abbia recato vantaggi cospicui.

Un terzo aspetto che colpisce è il fatto che a sei anni dallo scoppio della crisi (agosto 2007), erano pochissimi i responsabili economici e politici di essa che fossero stati chiamati a rispondere dei danni che hanno concorso a provocare. È vero che a seguito dei tracolli di grandi gruppi industriali susseguitisi tra il 2000 e il 2003 – dalla Enron alla WorldCom alla Parmalat – un periodo da considerare di fatto come il prologo della crisi attuale, è stato riconosciuto colpevole e condannato a pene severe un certo numero di dirigenti. Per contro, dal 2007 a oggi nemmeno un singolo procedimento istruttorio o accusatorio paragonabile a quelli del periodo anzidetto è stato avviato in America o in Europa. Con una sola eccezione: nel 2011 il titolare di un fondo speculativo, Bernie Madoff, si è visto infliggere da un tribunale federale statunitense centocinquant’anni di carcere. Ma va subito rilevato che in questo caso, come in quelli menzionati sopra, si trattava di autentici truffatori, dirigenti e finanzieri che avevano falsificato all’ingrosso i bilanci e ingannato in modo macroscopico gli investitori. Non a questi ci si vuole qui riferire, bensì alle decine di migliaia di dirigenti e operatori i quali hanno condotto l’economia al disastro globale che sappiamo, sfruttando le leggi predisposte appositamente per loro dai politici. Al riguardo il presidente Obama è stato chiaro. Ha detto infatti, sia pure in una conversazione informale: «La condotta dei grandi gruppi finanziari va considerata riprovevole sotto il profilo etico, ma dal punto di vista legale non si può imputare loro nulla».

Il fatto è che, da un lato, le leggi che hanno permesso di disastrare l’economia sono state concepite e fatte approvare dai governanti in carica a quel momento, spesso in accordo preventivo con i dirigenti del mondo finanziario e industriale; dall’altro, l’espansione forsennata e rapidissima della finanza dagli anni Ottanta in poi ha aperto nuovi territori che per il diritto penale, secondo i giuristi che da qualche tempo hanno iniziato a occuparsene, sono tuttora terra incognita. Il risultato è quello che si diceva: i dirigenti di gruppi finanziari nei cui bilanci si sono aperte voragini a causa delle loro manovre sono giunti a esprimere al più un tot di dispiacere – per la verità lo hanno fatto solo in qualche caso – in merito ai danni arrecati a risparmiatori e contribuenti. Al massimo è avvenuto che le loro società abbiano sborsato ciascuna centinaia di milioni alla Fed o alla Banca d’Inghilterra al fine di evitare che una causa civile – avviata, ad esempio, da risparmiatori danneggiati dai cosiddetti titoli tossici – si trasformasse in una causa penale. Però di tasca loro, in genere, i massimi dirigenti non ci hanno rimesso un dollaro o un euro. Persino nei casi in cui sono stati forzati alle dimissioni, se ne sono andati recando intatti con sé i loro compensi e risparmi miliardari. In sintesi, nessun responsabile della crisi è stato riconosciuto come tale, né sottoposto a una qualsiasi sanzione che non fossero le critiche di una quota marginale dei media. Dal 2010 in poi, è intervenuto nei Paesi dell’Unione europea un altro paradosso: i milioni di vittime della crisi si sono visti richiedere perentoriamente dai loro governi di pagare i danni che essa ha provocato, dai quali proprio loro sono stati colpiti su larga scala. Il paradosso è una catena che comprende diversi anelli. I principali sono cosi formati e disposti:

  1. Le maggiori banche europee, in stretto rapporto con quelle americane, hanno accumulato debiti colossali prima e durante la crisi, in specie per via della finanza ombra e del denaro che esse medesime hanno privatamente creato dal nulla o ampiamente utilizzato allo scopo di continuare a concedere montagne di crediti senza avere in bilancio i relativi fondi. In diversi Paesi Ue il totale di codesti debiti privati è pari o addirittura grandemente superiore al rispettivo debito pubblico.
  2. I bilanci pubblici, compreso in parte quello della Bce, hanno sofferto prima di un forte calo delle entrate a causa dei vantaggi fiscali concessi dai governi ai contribuenti più ricchi e alle imprese nell’ultimo decennio del secolo scorso e nel primo decennio del nuovo; poi, dopo il 2007 e dal lato delle uscite, sono stati prosciugati a causa delle somme spese o impegnate anzitutto per salvare le banche (oltre 4 trilioni di euro a livello Ue nel periodo 2008-11, di cui almeno 2 realmente utilizzati), nonché a causa dell’accresciuto volume dei sussidi di disoccupazione e similari, dovuto principalmente agli effetti della crisi.
  3. Le banche hanno convinto i governi e i politici che li sostengono che se anche solo alcune di esse avessero dovuto fallire, e neppure delle maggiori, ne sarebbe seguito un disastro per l’intera economia e società europee.
  4. In vista del suddetto pericolo, accresciuto dal fatto che dopo le spese e gli stanziamenti a loro garanzia nei bilanci statali non esistono più risorse sufficienti per salvare una seconda volta le banche, la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario internazionale hanno dato manforte ai governi nel diffondere una rappresentazione della crisi dei bilanci pubblici come se fosse dovuta all’eccessiva generosità dello stato sociale nei decenni precedenti.
  5. In presenza dei vuoti scavati nei bilanci, i governi hanno pertanto deciso di avviare una severa politica di austerità volta a ridurre soprattutto le spese, a cominciare dalla voce principale formata dai capitoli pensioni-sanità-istruzione, che sono i pilastri del cosiddetto modello sociale europeo.
  6. Le politiche di austerità si sono concretizzate sia in riforme nazionali, sul genere della riforma delle pensioni introdotta in Italia dal governo Monti nel giro di pochi giorni nell’autunno 2011, sia in severi diktat forgiati a Bruxelles. Tra questi spiccano vari documenti su cui si ritornerà (al cap. vii): il Memorandum di intesa imposto alla Grecia; il precitato «patto fiscale» (per la precisione «Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance») firmato dai capi di governo Ue nel marzo 2012 e approvato a larga maggioranza dal Parlamento italiano, senza minimamente discuterne la micidiale portata, il 20 luglio dello stesso anno; infine l’istituzione del Meccanismo europeo di stabilità.
  7. In appena tre anni, 2010-12, le politiche di austerità, congegnate e presentate come se fossero sicuri antidoti alla crisi, in realtà l’hanno aggravata e prolungata. La stagnazione dell’economia si è trasformata in una severa recessione. Il caso italiano è indicativo al riguardo, ma lo stesso si constata in altri Paesi europei e financo in Germania.
  8. Come conseguenza dell’aggravamento della crisi, il numero delle vittime di questa, in specie quello dei senza lavoro e delle legioni di precari, è ulteriormente cresciuto.
  9. Nessuno potrebbe seriamente credere nel 2013, a sei anni di distanza dal suo inizio, che una fine reale e definitiva della crisi sia prossima.

Se ci si chiede come una simile paradossale concatenazione di decisioni e di eventi sia stata possibile, vien fatto di pensare sulle prime a una colossale serie di errori commessa dai governi Ue. In effetti bisogna essere piuttosto ottusi in tema di politiche economiche per credere di poter rimediare alla crisi ponendo in essere, nel pieno corso di questa, robusti interventi dagli effetti recessivi affatto certi. Ciò nonostante, sebbene l’ottusità economica di parecchi governanti Ue sia fuor di dubbio, sarebbe far torto ai loro stuoli di consiglieri e funzionari supporre che non siano riusciti a far comprendere a ministri e presidenti del Consiglio e capi di Stato che l’austerità, nella situazione data, era una ricetta suicida dal punto di vista economico, se non anche da quello politico.

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni. Essa è stata messa in pericolo dal fallimento delle politiche economiche fondate sull’espansione senza limiti del debito e della creazione di denaro privato a opera delle banche, diventato palese con l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007. I cittadini della Ue, al pari di quelli Usa, hanno già sopportato pesanti oneri prima per il processo di espropriazione cui sono stati sottoposti, in seguito per le conseguenze dirette della crisi. I loro governi debbono aver pensato che difficilmente avrebbero sopportato senza opposizione alcuna altri costi sociali e personali, sotto forma di smantellamento dei sistemi di protezione sociale e di peggioramento delle condizioni di lavoro di cui hanno goduto per almeno due generazioni. Però questo è l’ultimo territorio da conquistare per poter proseguire nel drenaggio delle risorse dal basso in alto. Esso è formato dalle migliaia di miliardi spesi ogni anno per i suddetti sistemi – gran parte dei quali, a cominciare dalle pensioni, rappresenta salario differito, non elargizioni da parte dello Stato.

I governi Ue hanno quindi posto in opera, al fine di ottenere che la classe da essi rappresentata possa proseguire senza troppi ostacoli la distribuzione dal basso in alto, due strategie che si sono rivelate negli anni post-2010 assai efficaci. La prima è consistita, come ricordato sopra, nel camuffare la crisi come se questa volta non avesse origini nel sistema bancario, bensì fosse dovuta al debito eccessivo degli Stati, provocato a loro dire dall’eccessiva spesa sociale. In secondo luogo, nella previsione che tale schema interpretativo non fosse sufficiente per tenere mogi i cittadini, hanno imboccato la strada dell’autoritarismo emergenziale. Cosi come in caso di guerra non si tengono elezioni per stabilire chi e come debba razionare i viveri, di fronte all’emergenza denominata «debito eccessivo dei bilanci pubblici» le misure da intraprendere per sopravvivere sono concepite da ristretti organi centrali: a partire dal Consiglio europeo, formato dai capi di Stato o di governo degli Stati membri. Ai suoi lavori collaborano la Commissione europea (il cui presidente fa parte del Consiglio) e la Bce. Inoltre godono dell’apporto esterno del Fondo monetario internazionale (Fmi). Le misure da prendere sono poi messe a punto dalla Troika costituita da Commissione, Bce e Fmi e inviate ai rispettivi Parlamenti per l’approvazione. Cosi è avvenuto per molti documenti: il memorandum inviato alla Grecia; il pacchetto di misure – mirate espressamente a smantellare lo stato sociale – chiamato Euro Plus; il cosiddetto «patto fiscale» ovvero Trattato sulla stabilità ecc.; la creazione del Meccanismo europeo di stabilità. Essendo l’approvazione «chiesta dall’Europa», i Parlamenti obbediscono, come è costretto a fare un organo politico in situazione di emergenza. Sono i governi a comandare.

Mediante codesto processo che è guidato a livello Ue da poche dozzine di persone, la democrazia nell’Unione appare in corso di rapido svuotamento. Persino il Trattato della Ue, nel quale il concreto esercizio della democrazia riceve assai meno attenzione del libero mercato e della concorrenza, appare aggirato sotto il profilo legale e costituzionale dai dispositivi autoritari messi in atto di recente dai governi e dalla Troika. Alle centinaia di milioni di cittadini della Ue, ciò che quel ristretto gruppo decide è presentato come alternativlos, cioè privo di qualsiasi alternativa: pena, minacciano i governi, il crollo dell’euro, dei bilanci sovrani, dell’intera economia europea. Posti dinanzi a simili minacce, che i media ripropongono ogni giorno a tamburo battente, i cittadini degli Stati cardine della Ue hanno finora subito si può dire a capo chino gli interventi dell’autoritarismo emergenziale dei loro governi e della Troika di Bruxelles, sebbene esso stia assumendo sempre più il profilo di un colpo di Stato a rate (ne tratta ampiamente il cap. vii).

Quando si espongono le considerazioni di cui sopra si arriva sempre alla domanda sul che fare. E inutile nascondersi che per coloro i quali pensano che potrebbe esistere un altro mondo al di là del totalitarismo neoliberale, la situazione è pressoché disperata. Il fatto è che codesta ideologia ha stravinto, a cominciare dall’ambito della cultura, delle idee, dell’informazione. Istruttivo a questo proposito è il caso del Powell Memorandum. Lewis F. Powell, un avvocato poi giudice della Corte suprema americana, nel 1971 inviò un memorandum confidenziale al presidente del Comitato Educazione della Camera di commercio Usa per contrastare quello che definiva l’attacco al sistema della libera impresa. Oggi sarebbe deliziato nel vedere come le sue proposte siano state applicate con successo, oltre che negli Usa, in tutta la Ue.

Il Powell Memorandum, reso pubblico soltanto vari anni dopo, proponeva anzitutto di intervenire sulle università, in specie sulle facoltà di scienze sociali, dato che scienziati, politici, economisti, sociologi e molti storici erano orientati nell’insieme in senso liberal, «anche là dove non siano presenti dei sinistrorsi» . Da esse si doveva pretendere un tempo uguale per i conferenzieri; i libri di testo dovevano essere assoggettati a revisione e critica da parte di eminenti studiosi che «credono nel sistema»; lo squilibrio esistente fra dimensioni e peso delle facoltà doveva essere corretto. Indicazioni analoghe forniva il memorandum per quanto riguarda la televisione, la radio, la stampa, le riviste scientifiche, la pubblicità. Il testo proponeva persino di intervenire sulle edicole, perché queste esponevano ogni sorta di libri e riviste «inneggianti a tutto, dalla rivoluzione al libero amore, mentre non si trova quasi nessun libro o rivista attraente e ben scritto che stia “dalla nostra parte”» (9).

Nel volgere di alcuni decenni le dettagliate proposte del Powell Memorandum sono state messe in pratica negli Usa e in Europa, facendo registrare uno straordinario successo. I pensatoi o think tanks neoliberali sono passati da poche decine ad alcune centinaia. Le modeste somme in dollari o euro investite in campagne di lobbying per ottenere dai Parlamenti leggi favorevoli al mercato, alla libera impresa, alla privatizzazione di tutti i beni comuni sono diventati miliardi l’anno. Nella stessa misura sono aumentati i contributi versati ai candidati idonei al momento delle elezioni. Nelle università americane ed europee si sono salvate le facoltà di economia, previa una colonizzazione pressoché totale da parte dei «ragazzi di Chicago», gli ultraliberali discendenti di Milton Friedman. Invece tutte le facoltà di scienze sociali, e più in generale di scienze umane, sono state ridotte ai margini. Lo mostrano le classifiche concepite per selezionare quelle che dovrebbero essere le migliori università del mondo. L’eccellenza nei suddetti campi, quale possono vantare, per dire, la Sorbona o la Normale di Pisa, garantiscono in tali classifiche una posizione collocantesi fra il centesimo e il trecentesimo posto (10).

Quanto alla Tv e a ciò che espongono le edicole, il predominio dell’informazione neoliberale non potrebbe essere più evidente. La fabbrica dell’egemonia, gramscianamente parlando, del consenso che non ha bisogno (quasi mai) di ricorrere alla violenza, gira a pieno regime. Senza di essa il colpo effettuato da banche e Stati europei contro lo stato sociale e il lavoro non sarebbe stato possibile. Anche se in una prospettiva propriamente politica a un certo punto si dovrà pur arrivare a riforme profonde del sistema finanziario, del Trattato Ue, delle politiche economiche, appoggiate da adeguate forze elettorali, è forse dallo smontaggio di tale fabbrica che bisognerebbe cominciare.

(1) Su codesta illogica ( Unlogik ) cfr. H.R. Haeseler e F. Hörmnan , Banken (überwachung) am Pranger. Inkompetenz, Betrug oder Systemische Krise?, in «Jahrbuch für Controlling und Rechnungswesen», 2010, n. 29, pp. 6 sgg.

(2) Cfr. L. Gallino, Complesso militare-industriale, in Dizionario di Sociologia, Utet Libreria, Torino 20043.

(3) Su teoria e pratica di fenomeni del genere rinvio a Id., L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino 2005.

(4) Per definizioni e approfondimenti vedi L. Gallino, Con i soldi degli altri. Il ca pitalismo per procura contro l’economia, Einaudi, Torino 2009.

(5) Economic Policy Institute, «Issue Brief», 24 luglio 2012, n. 339, p. 3.

(6) Eurostat, In 2011, 24 per cent of the population were at risk of poverty or social exclusion, in «newsrelease», n. 171, 3 dicembre 2012, passim.

(7) E considerato soglia della povertà relativa un reddito personale netto pari o inferiore al 60 per cento del reddito mediano pro capite.

(8) L. F. Powell, Confidential Memorandum. Attack on American Free Enterprise System, inviato il 23 agosto 1971 a E. B. Sydnor jr, Chairman of Education Committee, US Chamber of Commerce, p. 8. Cito dalla riproduzione autentica del testo dattilografato ricostruito da Thwink.org ( www.thwink.org/ sustain/articles/017_PowellMemo/index.htm). Il numero delle pagine è stato ridotto da 37 a 20, pur mantenendo intatti testo e note dell’originale.

(9) Ibid., p. 14.

(10) Si veda la classifica, molto apprezzata dagli esperti, diffusa nell’estate 2012 dall’Università di Shanghai.

© 2013 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Il testo pubblicato costituisce l’introduzione al libro di Luciano Gallino, “Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (2013, Einaudi, pp. 352, 19,00 euro)

Con Tsipras, se solo la gente lo conoscesse | Fonte: Micro Mega | Autore: Matteo Pucciarelli

Alexis-Tsipras640

Puntuale come un orologio svizzero, rieccoci con l’apertura der dibbattito su liste, partiti e/o movimenti e/o società civile, a sinistra, in vista di elezioni. In questo caso le europee. Appassionato e violento, come da tradizione, er dibbattito ruota attorno alla figura (bella, giovane, piena di speranze) di Alexis Tsipras, leader di Syriza, raggruppamento (vincente) della sinistra radicale, antiliberista e postcomunista greca.

La sua candidatura a presidente della Commissione europea ha lo scopo di fornire un’alternativa (di sinistra, ovvio) all’Europa rigorista retta da popolare e socialdemocratici, tra larghe intese nazionali e sovranazionali. Di Tsipras ha parlato e bene Barbara Spinelli, prima in un’intervista al giornale di Syriza e poi su Repubblica . Stessa cosa ha fatto Paolo Flores d’Arcais, allo stesso giornale greco. Ancora, su MicroMega , un contributo di Alessandro Gilioli. Si è avventurato persino Nichi Vendola, con la solita fumisteria democristiana che ormai lo contraddistingue e che grida vendetta. Ma mentre nel circolo ristretto della sinistra radicale italiana er dibbattito divampa – la lista come si fa? Con i partiti? Senza? Società civile? Con le “élite”? Senza? – esiste una cosa che si chiama Paese, Italia.

Ecco, al Paese, all’Italia, er dibbattito non appassiona e anzi, lo schifa. Schifa i partiti, schifa gli intellettuali; ma il Paese vive; e vive il disagio, vive la mancanza di soluzioni che la politica offre, che questa politica offre. È vero che noi militanti e illuminati sappiamo benissimo che un’Europa diversa – quella di Tsipras, quella che immagina con sfumature diverse questa eventuale lista – potrebbe aprire delle speranze, potrebbe cambiare davvero i rapporti di forza in una società, potrebbe influire quindi nelle scelte vere della politica e dell’economia. Il problema è che lo sappiamo noi , e non lo sanno gli altri. Nel mentre ci si azzuffa, gran parte della popolazione italiana ignora completamente chi sia e cosa voglia Tsipras. Ignora gli editoriali, ignora le interviste, ignora i blog, ignora il nostro mondo e le sue mille sfaccettature spesso autoreferenziali.

Allora, piuttosto che sprecare fiato, inchiostro, voce, per riaprire l’infinito dibattito su sinistra, comunismo vecchio e nuovo, composizioni di liste, società civile, militanza e lavoro intellettuale, media di regime e lotta di classe ( sic ), questo dibattito antico e identitario, utilizzassimo tempo ed energie per spiegare a nostra madre, a nostra sorella, chi è Tsipras, e chi siamo noi, e cosa vogliamo noi davvero – nelle cose semplici, nelle scelte semplici – sarebbe tutto molto più facile. E forse vincente. Meno innamoramenti di noi stessi e della nostra storia e dei nostri mondi, più concretezza, più lavoro in comune, più umiltà. Meno recriminazioni e accuse reciproche, più intelligenza (e perché no, furbizia): mancano pochi mesi, più che litigare tra apostoli conviene fare discepoli.

riunione comitato provinciale ANPI

anpi
 lunedì 13 gennaio 2014 alle ore 17,30( puntuale)
presso la sede arcigay via vittorio emanuele n.245
si terrà la riunione del comitato provinciale
o.d.g.
rinnovo della segreteria
iniziative 27 gennaio giornata della memoria
seguirà alle 18’30 riunione con partiti e associazioni

la presidente santina sconza