Assassinata dai fratelli estremisti la scrittrice Balkis Melhem da: liveunict

balkis1Assassinata dai fratelli, in Arabia Saudita, la scrittrice Balkis Melhem,a causa della sua tolleranza verso le  sette islamiche e per essere vicina ai laici. Le fonti saudite hanno informato che a macchiarsi del delitto sono stati i due fratelli. I colpevoli sono stati arrestati grazie alla denuncia presentata dal figlio della defunta. L’accusa è rivolta allo zio per aver ucciso la madre denunciando, così, la falsificazione del certificato di morte, che descrive la morte di Balkis come naturale, mentre l’atto di violenza ha come causa l’estremismo religioso della famiglia. La defunta, laureata presso il Dipartimento di Studi Islamici dell’Università di Roi Fayçal, era insegnante di scuola elementare, autrice di numerosi articoli e romanzi letterari e madre di cinque figli. Melhem, poco prima della sua morte, ha pubblicato un articolo di denuncia nei confronti dell’estremismo islamico facendo riferimento ai membri della sua famiglia.

Questo l’articolo e queste le parole che, ingiustamente, le hanno causato una morte violenta e prematura.

«Ci hanno insegnato che chi non esegue la preghiera di gruppo presso la moschea è ipocrita! Mio padre ne è stato uno.
Colui il quale fuma è un fornicatore! Mio fratello Mohamed lo è.

 Colui il quale non porta abiti lunghi andrà all’inferno! Mio fratello Trek ne è uno.
Che il bel volto di mia madre è una sedizione! Ma … nessuno somiglia a mia madre.
Che mia sorella Mériem si compiace ad ascoltare le canzoni di Abdel-Halim-Hafedh  avrà senza dubbio il fuoco modellato disciolto nei timpani. Devo aggiungere che lei lo ama, sarà lei giudicata con lui? Temo che decideranno loro, ne ho paura!
Che la mia università mista è un luogo di perdizione! Eppure vi ho appreso il più nobile dei mestieri, la medicina.

Che io stessa, passiva verso la promozione dei costumi e la preservazione contro il vizio, sono complice nel peccato e passibile di pena.
Che la mia amica Salwa, che mi ha invitata al suo compleanno è una cattiva compagnia!
Che la nostra donna di servizio cristiana è impura!
Che la mia collega sciita è più pericolosa dei sionisti!
Che mio zio istruito è laico!
Che l’altro mio zio, appassionato di serie televisive egiziane è effeminato!

Ho scoperto, soltanto, che mio padre è il più gentile al mondo. Mi abbracciava ogni sera prima di dormire. Mi dava la paghetta ogni volta che andava a lavorare. I miei fratelli Mohamed e Tarek hanno superato quello che ho immaginato per loro; Mohamed presiede un ente di beneficenza in una delle scuole australiane. Terek è volontario in un centro per orfani della città, vi insegna arti marziali. Mia sorella Mériem ha rinunciato al matrimonio per crescerci dopo la morte di nostra madre. Mia madre? Lei è sepolta sottoterra, con la soddisfazione di mio padre.   La mia università mista? Mi ha offerto una famiglia felice sposandomi con il caposervizio di chirurgia del quale ho cresciuto i suoi tre bambini orfani del suo primo matrimonio. Per quanto riguarda il mio passatempo, questo è la mia amica Salwa che è stata la mia fuga. Insieme, abbiamo imparato a lavorare a maglia e dipingere scatole vuote per l’asta a favore delle famiglie bisognose. D’altronde, mia sorella Mériem dirigeva questo bazar annuale. La nostra signora di servizio? Ricordo solo le lacrime di cristallo, quel giorno, che ci ha salvati da un incendio che stava per divorare me e i miei fratelli. Lei ne è rimasta ustionata. La mia collega sciita? È quella che mi ha soccorsa durante un viaggio allo zoo. Sono caduta nel laghetto delle anatre. Senza esitazione, si è gettata per salvarmi, si è fratturata il braccio. Mio zio Adnan è un buon suonatore di liuto. Ogni anno organizza una cena di beneficenza al Cairo per gli orfani. Gli ospiti lasciano il suo circolo pieni di pietà.  Egli ha eretto una moschea in nome di mia nonna paraplegica. Continuo a chiedermi perché ci insegnano a odiare gli altri? Fino a quando sarà questo grande grido di protesta dei saggi e dei romanzieri a denunciare questi vili assassini? Chi ha il diritto di togliere la vita ad un essere umano? Quando questi oscurantisti avranno un cervello per fermare il terrorismo e gli omicidi? ».

Questo l’articolo denuncia che ha tolto la vita a Balkis Melhem e queste le domande che continueranno ad echeggiare senza risposta nel cuore di chi, quotidianamente, è vittima delle idee estremiste e di chi, con la forza, esercita oppressione verso non solo i più deboli, ma anche le menti libere che sperano di poter garantire, sempre, la libertà propria e del proprio popolo.

I medici al Governo: “Non privatizzate il sistema sanitario nazionale” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Il nuovo esecutivo dovrebbe rispondere a una domanda fondamentale: il programma di governo restituira’ allo Stato la tutela della salute pubblica? Oppure intende consegnarla definitivamente alle derive regionaliste puntellate da finanziamenti privati?”. A chiederlo alla politica e’ Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, promotrice del progetto ‘Salviamo il nostro Ssn’. Una domanda molto pertinente visto che dopo i 25-30 mld di euro gia’ sottratti al Ssn per il periodo 2012-2015 e il definanziamento programmato dal Def 2013 che dal 2015 ha ridotto la quota di Pil destinata alla sanita’ pubblica dal 7,1% al 6,7%. “Senza analizzare le disastrose conseguenze della modifica del Titolo V della Costituzione – ha scritto nei giorni scorsi Cartabellotta sull’Huffington Post Italia – e’ indubbio che oggi fatti e dati smentiscono continuamente l’universalita’, l’uguaglianza e l’equita’, ovvero i princi’pi fondamentali su cui si basa il Ssn”.
“Le inaccettabili diseguaglianze regionali – prosegue – documentano che l’universalita’ e l’equita’ di accesso ai servizi sanitari, la globalita’ di copertura in base alle necessita’ assistenziali dei cittadini, la portabilita’ dei diritti in tutto il territorio nazionale e la reciprocita’ di assistenza tra le Regioni rappresentano ormai un lontano miraggio. Inoltre, la stessa attuazione dei principi organizzativi del Ssn, indispensabili per la programmazione sanitaria, e’ parziale e spesso contraddittoria: infatti, la centralita’ della persona, la responsabilita’ pubblica perla tutela del diritto alla salute, la collaborazione tra i livelli di governo del Ssn, la valorizzazione della professionalita’ degli operatori sanitari e l’integrazione socio-sanitaria presentano innumerevoli criticita’”.
Non a caso una ricorrenza importante per il servizio sanitario e’ passata sotto silenzio. “Lo scorso 23 dicembre il Ssn ha compiuto 35 anni nell’indifferenza piu’ totale, consolidando il ragionevole sospetto – afferma Cartabellotta – che le Istituzioni non hanno alcuna voglia di confermare che la fiscalita’ generale concorre a finanziare un servizio sanitario realmente pubblico, equo e universalistico

Mangiare l’amianto… Fonte: il manifesto | Autore: Anselmo Botte

 

Avellino. La testimonianza di due operai dell’Isochimica di Graziano, fabbrica nata dopo il terremoto

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Michele e Anto­nio hanno cin­quanta e cin­quan­tuno anni, ave­vano vent’anni quando hanno comin­ciato a lavo­rare nella Iso­chi­mica di Gra­ziano. Prima di allora qual­che espe­rienza in lavori sta­gio­nali e dopo il ter­re­moto del 1980 la pos­si­bi­lità di intra­pren­dere una atti­vità lavo­ra­tiva che garan­tiva cer­tezza di occupazione.

Anto­nio fu il terzo degli assunti nel set­tem­bre del 1982, segna­lato da un tec­nico delle FF.SS. e insieme ad altri quat­tro com­pa­gni di lavoro ini­ziò l’attività di smon­tag­gio e scoi­ben­ta­zione delle vet­ture. L’azienda non era ancora costi­tuita e le prime due vet­ture furono smon­tate nella sta­zione di Avel­lino, a pochi passi dai pas­seg­geri. Misero in piedi un sistema e un pro­cesso di lavo­ra­zione sul quale si costruì il modello dell’attività. Li chia­ma­vano «ingiar­ma­tori», ma la loro espe­rienza di tec­ni­che di lavo­ra­zione costi­tuì la base di par­tenza del lavoro della Iso­chi­mica. Le car­rozze erano state mon­tate tutte a mano, non ce n’era una uguale all’altra, il pro­ce­di­mento di smon­tag­gio doveva tener conto di que­sto. Tutte le car­rozze delle Fer­ro­vie dello Stato erano state coi­ben­tate con l’amianto, si trat­tava adesso, da quando era stata accer­tata la sua peri­co­lo­sità, di smon­tarle e rimuo­verlo. Nelle offi­cine di Genova, Torino, Firenze, Castel­la­mare fiu­ta­rono i peri­coli di que­sta ope­ra­zione e si rifiu­ta­rono di farlo. Toc­cava tro­vare una solu­zione, e la solu­zione la trovò Gra­ziano: c’era un’area del paese depressa, un ter­ri­to­rio deva­stato dal ter­re­moto, nes­suno ci avrebbe fatto caso. Iso­chi­mica nasce così. Quat­tro mesi di lavoro nero per met­tere a punto le tec­ni­che di lavo­ra­zione e si parte.

«Allora d’accordo, per adesso lavo­riamo all’aperto, ma vedete lag­giù… appena saranno ulti­mati quei capan­noni sarete al coperto».

Attrezzi da lavoro: gira­vite, pinze, seghe, spa­tola. Per la pol­vere, una masche­rina di carta. L’organizzazione del lavoro pre­ve­deva gruppi di sette ope­rai e un capo squa­dra per ogni sin­gola vettura.

«Più che una vet­tura sem­brava un tun­nel buio — dice Anto­nio, –le fine­stre erano coperte da lastre di metallo, entrava poca luce, e noi ave­vamo sol­tanto una pic­cola lam­pa­dina. Appena comin­cia­vamo a smon­tare il sot­to­tetto veniva giù una pol­vere di car­bone e amianto. Comin­cia­vamo la spen­nel­la­tura con le spa­tole e la piog­gia s’infittiva. Nei vagoni si for­mava uno strato di neb­bia gri­gia con vena­ture di azzurro nella quale era­vamo immersi per tutto il turno di lavoro. I capelli era pre­gni di pol­vere. L’amianto si depo­si­tava dap­per­tutto, anche sulle cose che man­gia­vamo: respi­ra­vamo e man­gia­vamo amianto. La con­sa­pe­vo­lezza del peri­colo c’è stata subito, ma ci dice­vano che quelle pol­veri non erano peri­co­lose. Poi nel 1983 mi man­da­rono a Firenze per­ché alcune vet­ture non erano state ripu­lite bene dall’amianto. Le vet­ture erano iso­late e prima che comin­cias­simo la lavo­ra­zione furono spo­state all’aperto, in un luogo lon­tano dall’officina. Nella pausa pranzo mi accorsi che gli ope­rai mi evi­ta­vano, li tran­quil­liz­zai dicendo loro che mi sarei fer­mato lì sol­tanto per pochi giorni. Fu allora che uno di loro mi prese per brac­cio e mi portò in un cor­ri­doio le cui pareti erano rico­perte da arti­coli di gior­nale nei quali si par­lava della peri­co­lo­sità dell’amianto. Lì comin­ciò il pro­blema e comin­ciai ad infor­marmi. Senza suc­cesso cer­cai di con­vin­cere anche i miei com­pa­gni di lavoro. Me ne sono andato alla fine del 1984, dopo due anni e mezzo di immer­sione nell’amianto, nes­suno mi seguì. Nes­suno si sal­verà. Sono stato sano come un pesce fino al 2011 quando la tak ha evi­den­ziato plac­che pleu­ri­che, tipico della con­ta­mi­na­zione da amianto. Sono malato… insuf­fi­cienza respi­ra­to­ria, affa­ti­ca­mento fisico e del cuore. Que­sta azienda ha avuto vita facile in una zona disa­strata… si è cal­pe­stato tutto… per­sone senza scru­polo. Sfrut­ta­mento inten­sivo… distru­zione di una gene­ra­zione… era­vamo in 333, tutti giovani».

Michele fu assunto nel 1983, aveva 19 anni e 10 mesi.

«L’amianto veniva sot­ter­rato in un ter­ra­pieno, poi furono sca­vate delle appo­site buche, lar­ghe e pro­fonde. Non doveva uscire fuori che lavo­ra­vamo l’amianto. Le prime discus­sioni sulla peri­co­lo­sità dell’amianto ricordo che ini­zia­rono nel mag­gio del 1985 dopo le nostre denunce e uno stu­dio dell’Università La Cat­to­lica di Roma. La per­ce­zione della peri­co­lo­sità l’ho avuta nel 1986. Nel frat­tempo si era pas­sato dalle masche­rine di carta alle maschere multi fil­tro che rico­pri­vano tutta la fac­cia e le tute monouso, dalle quali però fil­trava tutto, fibre d’amianto com­prese. Dove si svi­lup­pava la pol­vere non c’era scampo. Me ne sono andato il 15 gen­naio del 1989. In quell’anno ho vinto un con­corso nella poli­zia muni­ci­pale di Salerno, e sono con­tento e sod­di­sfatto. Ma qual­che pre­oc­cu­pa­zione con­ti­nuava ad agi­tarsi nel cer­vello quando sen­tivo noti­zie gior­na­li­sti­che sull’amianto, le orec­chie mi si driz­zano. Per non sen­tire cose cat­tive ho voluto dimen­ti­care, fino a quando non ho fatto la spi­ro­me­tria (1996). Nella respi­ra­zione for­zata, incon­scia­mente, avevo pre­pa­rato la mia respi­ra­zione per­ché potesse dare il mas­simo nella spe­ranza di supe­rare l’esame e farmi dire che non avevo niente. Da quella volta ho fatto parec­chie notti insonni pen­sando al fatto che l’amianto avrebbe potuto ucci­dermi, poi mi sono quie­tato da solo senza par­lare mai con la fami­glia. Con chi ne devi par­larne di que­sto, diventa dif­fi­cile. Parli con la moglie della paura che hai di morire? Non mi pare pro­prio un argo­mento sano. Ango­sce che non puoi sca­ri­care sugli altri e non sai con chi sfo­garti. Que­sta situa­zione e durata per molto tempo. Poi un giorno mi hanno chia­mato Carlo e Nicola, due ex com­pa­gni di lavoro di Avel­lino, era il 2006, mi hanno chie­sto se avevo con­ser­vato mate­riale della Iso­chi­mica. E’ stata la prima maz­zata in fronte. Anche se erano pas­sati 15 anni avevo ancora tutto: carte chiuse in una busta mai but­tate via (un segno!). Forse riu­sciamo a fare qual­cosa mi dis­sero, c’era biso­gno di mani­fe­stare per noi e per il Borgo Fer­ro­via. Ho comin­ciato a non dor­mire più. Ricordo una frase nuda e cruda di Carlo: guarda che il male o c’è o non c’è. A cam­biare non pos­siamo cam­biare niente, quello che pos­siamo fare è guar­dare al futuro e dare una spe­ranza alle nostre fami­glie. E lì mi è scat­tata la molla di cac­ciare la testa da sotto la sab­bia, nascon­dere a se stessi il pro­blema non serve a niente, la situa­zione va affron­tata, e ho rico­min­ciato a fre­quen­tare i com­pa­gni di Avel­lino. A casa di tutto que­sto non ho mai par­lato, e ancora oggi evito di par­larne. Ho sem­pre soste­nuto che la casa è un rifu­gio per­so­nale. Tenere fuori tutti i pro­blemi, gli acciac­chi. Fuori da que­sta brutta sto­ria. Il male c’è o non c’è, vivere con dignità, lot­tare con dignità, e tra­smet­tere dignità ai figli, e fare in modo che anche loro si edu­chino alla dignità».

Congresso Cgil, partono il 7 le assemblee di base. A Roma l’assemblea con Cremaschi Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il 7 gennaio 2014, giorno in cui partono le assemble di base all’interno del percorso che porterà al congresso della Cgil prima settimana di maggio), presso la sala Fredda della Cgil regionale di Roma e del Lazio (Via Buonarroti 12), si terrà l’assemblea di presentazione del documento “Il sindacato è un’altra cosa”, alla presenza del primo firmatario Giorgio Cremaschi.

 

“Al prossimo congresso della Cgil, il nostro sarà l’unico documento alternativo alle posizioni della Camusso – dice Cremaschi – attorno alla quale si riunisce una sorta di documento delle larghe intese tra la segretaria generale della Cgil, il segretario generale della Fiom e le vecchie sinistre sindacali. A sentire loro pare che non ci siano stati errori da parte della Cgil e che si siano combattute tutte le lotte possibili!”.

 

Le richieste del documento “Il sindacato è un’altra cosa”
“Il nostro documento – prosegue Cremaschi – raccoglie le adesioni di militanti che vengono dalla Rete28Aprile, da Lavoro e Società, da La Cgil che vogliamo, dalla stessa vecchia maggioranza congressuale e propone una critica radicale alle scelte sbagliate della Cgil di questi anni.”“Avanziamo delle richieste chiare – gli fanno eco i componenti del coordinamento di Roma e del Lazio Fabrizio Burattini, Claudio Amato, Giulio De Angelis, Gennaro Spigola e Nando Simeone – come ad esempio: la rottura con le politiche europee di austerità; la disdetta del fiscal compact; l’abrogazione della legge Fornero per riportare il sistema delle pensioni ai 40 anni di contributi per quelle di anzianità e ai 60 anni di età per la vecchiaia; un salario mimino orario stabilito per legge e indicizzato automaticamente di 10 euro lordi l’ora; la riduzione dell’orario di lavoro per tutte e tutti a parità di salario, come strumento di lotta alla disoccupazione; la rimessa in discussione di tutte le leggi e gli accordi sulla precarietà; il ripristino dell’articolo 18; la garanzia un reddito ai disoccupati.”

 

Totale abbandono dell’austerità
Riprende Cremaschi: ”Per finanziare tutto questo chiediamo l’abbandono totale delle politiche di austerità, la lotta all’evasione fiscale, agli sprechi e alla corruzione, la tassazione dei grandi patrimoni.”Il giudizio che i sindacalisti dannosull’operato del sindacato in questi ultimi anni è allo stesso tempo duro e propositivo: “Il nostro giudizio è che il sindacato confederale, così come è oggi, serve poco o niente alle lavoratrici e ai lavoratori. Occorre una rottura profonda con le pratiche, le politiche, i gruppi dirigenti di questi anni. Occorre una vera piattaforma con cui il sindacato deve ricominciare a chiedere. Non si deve assecondare le richieste delle controparti, pensando di ridurre il danno: i risultati deleteri sono sotto gli occhi di tutti.”Per quello che riguarda la situazione interna le proposte per una “rinascita democratica della Cgil” si basano su due principi di fondo: il sindacato deve vivere soltanto dei soldi dei suoi iscritti e non di enti bilaterali o altre forme di finanziamento pubblico o privato; i lavoratori hanno il diritto di farsi rappresentare da chi vogliono e la legge deve garantire il diritto di ogni organizzazione sindacale a concorrereliberamente alla rappresentanza dei lavoratori. Per questo chiediono alla Cgil di ritirare la firma dagli accordi del 28 giugno 2011 e 31 maggio 2013, che, al contrario, “affermano un principio già dichiarato incostituzionale: i diritti sindacali spettano soltanto a chi firma gli accordi‚.

Infine Cremaschi e i componenti del coordinamento di Roma e del Lazio rivolgono un appello a tutte le strutture perchè “il congresso sia improntato sui principi della pari dignità delle posizioni politiche garantendo le agibilità, della massima partecipazione attiva dei lavoratori soprattutto spalmando le assemblee di base in tutto il periodo utile, della garanzia di trasparenza e di rispetto delle regole”