Come l’Europa fortezza nega l’asilo ai rifugiati siriani di antonio mazzeo da: antonio mazzeo blog

Come l’Europa fortezza nega l’asilo ai rifugiati siriani

 

 

Più di 2 milioni e 300.000 rifugiati siriani registrati a dicembre, il 52% dei quali minori di età, a cui si aggiungono almeno 4 milioni e 250 mila persone sfollate nel paese. In tutto, più di 6 milioni e mezzo di uomini, donne e bambini che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni per scampare agli orrori del conflitto in Siria, quasi un terzo dell’intera popolazione. Di questi, però, solo 55.000 sono riusciti a entrare nell’Unione europea e a chiedere asilo, ma gli stati membri hanno dato disponibilità ad accoglierne appena 12.000. “Si tratta dello 0,5% dei siriani che hanno lasciato il paese, una dimostrazione che l’Ue ha miseramente mancato di fare la sua parte per fornire un riparo sicuro a coloro che non hanno più niente se non la loro vita”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, in occasione della presentazione del rapporto intitolato Un fallimento internazionale: la crisi dei rifugiati siriani. “Il numero dei reinsediamenti previsti è davvero deplorevole e i leader europei dovrebbero abbassare la testa per la vergogna”, ha aggiunto Shetty. “Le loro parole suonano banali di fronte alla realtà. L’Europa deve aprire i suoi confini, favorire ingressi sicuri e porre fine a queste gravi violazioni dei diritti umani”.

 

Amnesty International denuncia come solo dieci stati membri dell’Ue abbiano offerto il reinsediamento o l’ammissione umanitaria ai rifugiati provenienti dalla Siria. “Coloro che ce l’hanno fatta a passare attraverso le barricate della fortezza europea si sono diretti in buona parte in Germania e Svezia, i paesi che hanno offerto il maggiore aiuto ai richiedenti asilo”, si legge nel report. Dall’ottobre 2011 all’ottobre 2013, la Svezia ha ricevuto 20.490 nuove richieste d’asilo, mentre la Germania 16.100. Gli altri stati dell’Ue si sono impegnati a prendere soltanto 2.340 rifugiati. In Grecia, Cipro e Italia, meno di 1.000 persone hanno chiesto asilo in ciascuno dei tre paesi; la Francia ha offerto disponibilità per 500 persone, lo 0,02% del totale delle persone fuggite, mentre la Spagna si è limitata ad accogliere appena una trentina di richiedenti, ossia lo 0,001% del totale dei rifugiati.

 

Il 97% dei cittadini fuggiti dalla Siria si sono diretti verso i cinque paesi confinanti: Turchia, Egitto, Iraq e soprattutto Libano e Giordania, dove oggi risiedono rispettivamente 835.735 e 566.303 rifugiati. “Ciò ha comportato un aumento della popolazione residente in Libano del 20%, mentre quella della Giordania del 9%”, aggiunge Amnesty International. “In questi due paesi la maggior parte dei rifugiati siriani vive in condizioni assai precarie in campi profughi superaffollati, in centri di accoglienza comunitari o in insediamenti informali”. In Giordania circa un terzo dei rifugiati è ospitato in sei campi, il più affollato dei quali è Zaatari, il secondo campo profughi più grande al mondo, con 117.000 residenti. Il resto dei rifugiati siriani vive in villaggi e cittadine nei pressi del confine settentrionale con la Siria e nella capitale Amman. “Non ci sono invece campi profughi ufficiali in Libano, eccetto quelli che da lungo tempo ospitano rifugiati palestinesi”, riporta Amnesty International. “Così i siriani sono costretti a vivere ai margini delle città, in campi informali che loro stessi hanno realizzato”.

 

Il numero dei rifugiati registrati in Turchia è di 536.765 persone, ma secondo il governo locale la cifra avrebbe già superato quota 700.000. Duecentomila siriani sono “ospiti” di campi profughi gestiti dallo stato. L’organizzazione internazionale in difesa dei diritti umani denuncia tuttavia che dal marzo 2013, più di 600 rifugiati siriani sono stati espulsi dalla Turchia e deportati in Siria. “Da allora – spiega Salil Shetty – abbiamo ricevuto numerose denunce di ulteriori rimpatri forzati di persone accusate dalle autorità turche di condotte criminali o presunte violazioni di legge”.

 

Secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, al 30 novembre 2013, erano stati registrati in Libia 15.898 rifugiati siriani, ma la popolazione siriana ivi residente è stimata in non meno di 200.000 persone. Il diritto d’ingresso dei rifugiati in Libia è stato progressivamente ridotto a partire dal settembre 2012, dopo l’attacco terroristico contro il consolato USA di Bengasi. Ulteriori restrizioni sono state decretate nel gennaio 2013 con l’imposizione del visto d’ingresso a tutti i siriani. “Ciò ha costretto centinaia di rifugiati a fare ingresso nel paese utilizzando rotte non ufficiali, esponendosi al pericolo e allo sfruttamento di trafficanti e delle differenti milizie armate esistenti”, denuncia Amnesty. “La Libia non possiede un sistema nazionale di asilo; la maggior parte dei rifugiati che vive nel paese ha uno status migratorio irregolare, nonostante la decisione del Ministero dell’Interno di dare i permessi di residenza a coloro che si registrano presso l’Ufficio passaporti”. Come rilevato da Amnesty International durante una visita in Libia nel novembre 2013, spesso i permessi di residenza non verrebbero riconosciuti dalla autorità locali e dalle milizie armate cresciute numericamente dopo la fine del conflitto del 2011. “In alcuni casi i rifugiati siriani sono stati detenuti arbitrariamente in centri di detenzione per immigrati con l’accusa di risiedere illegalmente in Libia”, aggiunge Amnesty. “Gli intervistati hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche da parte di uomini armati, furti, vessazioni verbali e, in alcuni casi, di sequestri di persona. Altri hanno raccontato di essere stati sottoposti a gravi forme di sfruttamento, a lavori forzati, con salari bassissimi e, talvolta, di non aver percepito perfino alcuna forma di pagamento”.

 

Per 12.000 siriani a cui l’Ue ha riconosciuto il diritto al reinsediamento, altre decine di migliaia sono costretti a rischiare un viaggio pericoloso via terra o via mare per raggiungere un’Europa sembra più barricata e militarizzata. Dall’1 gennaio al 31 ottobre 2013, 10.680 rifugiati siriani hanno raggiunto le coste italiane dopo aver lasciato i porti in Egitto, Libia, Turchia e Siria. Altri hanno raggiunto la Grecia via mare attraverso l’Egeo o dal confine terrestre con la Turchia. “Abbiamo visto centinaia di cittadini siriani perdere la vita nel Mediterraneo”, ha commentato amaramente Salil Shetty. “Ed è deplorevole che chi rischia l’incolumità e la vita per arrivare qui sia respinto in modo violento dalla polizia o dalla guardia di frontiera o posto in stato di detenzione per settimane in condizioni realmente squallide, con cibo acqua e cure mediche insufficienti”.

 

Il viaggio verso l’Italia è sicuramente quello che ha generato le peggiori tragedie. Nei primi dieci mesi del 2013 il numero dei rifugiati e dei migranti provenienti dall’Africa del Nord annegati in mare è stato stimato in 650 persone. Nel suo rapporto sull’incapacità internazionale a dare risposte adeguate alla crisi umanitaria siriana, Amnesty International dedica un passaggio al tragico naufragio di un’imbarcazione con più di 500 persone a bordo, l’11 ottobre 2013, a largo di Lampedusa. “Molti di essi erano rifugiati siriani”, scrive l’Ong. “Secondo il racconto dei sopravvissuti, l’imbarcazione fu danneggiata mentre lasciava le acque della Libia da un’unità militare libica che aprì il fuoco contro di essa. L’imbarcazione danneggiata iniziò velocemente ad essere invasa dall’acqua e successivamente affondò portandosi con sé centinaia di uomini, donne e bambini. I sopravvissuti hanno dichiarato di essere rimasti in acqua per ore prima di essere assistiti dalle unità maltesi e italiane”.

 

Innumerevoli gli abusi e le violazioni compiute dalle autorità di frontiera dell’Unione europea. “Le politiche di controllo dell’Ue sono sempre più pregiudizievoli dei diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti”, denuncia Amnesty. “Le misure di controllo dei confini introdotte negli ultimi anni, inclusa l’esternalizzazione delle funzioni anti-migratorie e la costruzione di reticolati, hanno comportato pesanti effetti a danno dei diritti di coloro che chiedono di fare ingresso nell’Unione europea. L’Unione europea ha certo il diritto di controllare le sue frontiere, ma la maniera con cui lo fa non può comportare la violazione dei diritti umani, come sta accadendo oggi”.

 

Amnesty rileva, in particolare, come l’Ue abbia finanziato massicciamente i programmi di potenziamento del controllo delle frontiere esterne della Grecia. Negli ultimi due anni, la Commissione europea – nell’ambito del cosiddetto Return and External Borders Fund – ha assegnato alla Grecia 228 milioni di euro per installare sistemi elettronici di vigilanza e accrescere le capacità di detenzione delle persone entrate illegalmente nel paese. Nello stesso periodo, la Grecia ha ricevuto solo 12 milioni e 220 mila euro dal Fondo Europeo per i Rifugiati che sostiene le attività di accoglienza. Grazie ai contributi finanziari, le autorità greche hanno completato la costruzione di 10,5 km di reticolati anti-migranti lungo i 203 km di frontiera con la Turchia, attivando inoltre 2.000 nuovi vigilantes a partire dell’estate 2012. “Queste misure hanno spesso costretto i rifugiati a percorrere rotte sempre più pericolose nel mar Egeo”, aggiunge Amnesty International. “Nei loro disperati tentativi di ottenere protezione in Europa, molti rifugiati, comprese le famiglie con neonati e bambini piccoli, spendono i loro ultimi risparmi per pagare i trafficanti e navigare a bordo di piccole e superaffollate imbarcazioni, inidonee alla navigazione”. Come il Canale di Sicilia, anche il mare tra la Grecia e la Turchia è lo scenario di infinite tragedie. Dall’agosto 2012 ad oggi, perlomeno 130 rifugiati, provenienti in buona parte dalla Siria e dall’Afghanistan, hanno perso la vita mentre tentavano di approdare in Grecia, negli undici naufragi sino ad oggi accertati.

 

Amnesty International rileva infine come molti rifugiati giunti in Grecia e Bulgaria abbiano subito trattamenti degradanti e disumani. “Rifugiati siriani hanno raccontato di essere stati sottoposti a maltrattamenti dagli agenti di polizia o della guardia costiera della Grecia, che con armi in pugno e protetti dai caschi, li hanno pure privati di tutti i loro beni e, alla fine, li hanno respinti verso la Turchia”. Il numero delle operazioni illegali di respingimento dalla Grecia non è noto, ma l’Ong ritiene che abbia riguardato centinaia di persone. In Bulgaria, nei primi undici mesi del 2013, sono arrivati non meno di 5.000 rifugiati. La maggior parte è ospitata in centri di emergenza, il principale dei quali si trova nella città di Harmanli. “Si tratta, a tutti gli effetti, di un centro di detenzione”, denuncia Amnesty. “Il nostro staff vi ha trovato rifugiati detenuti – in alcuni casi da oltre un mese – in condizioni squallide in container, edifici in rovina e tende. Mancavano strutture igienico-sanitarie adeguate e il cibo, i medicinali e i letti scarseggiavano. Un ampio numero di detenuti, tra cui anche persone ferite durante il conflitto, necessitava di cure mediche, altre avevano contratto malattie croniche o avevano disturbi mentali”.

L’Europa fortezza armata sconosce sempre più diritti e senso d’umanità.

Muos, 15 denunce per l’invasione della base I legali: «Vogliono spaccare il movimento» da. ctzen

 

 

Nuove accuse per gli attivisti che protestano contro la costruzione dell’impianto satellitare Usa: in quindici dovranno rispondere del reato di invasione di suolo militare, in occasione del corteo del 9 agosto. «A quella manifestazione eravamo in centinaia, ma vengono colpiti solo i membri del presidio permanente», sottolineano dal comitato di Niscemi. Anche gli avvocati che li difendono prendono posizione con una nota: «Si reprimono fatti sanzionabili per isolare soggetti ben individuati»

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Quindici denunce per invasione di suolo militare sono state recapitate ieri mattina ad altrettanti attivisti No Muos residenti a Niscemi. Inizia così il nuovo anno per alcune tra le centinaia di persone che lo scorso 9 agosto sono entrate nella base americana a Niscemi, in un corteo di solidarietà per i manifestanti che il giorno prima erano saliti su quattro delle 46 antenne radio già presenti nel territorio. E’ a questa manifestazione infatti che si riferiscono le accuse che si aggiungono alle dieci denunce perchi era salito sui tralicci, e alle altre che hanno ricevuto gli attivisti in questi mesi. Il lavoro per gli avvocati che li difendono si annuncia lungo e complesso, tanto da preparare un documento per denunciare una stategia di «repressione».

«Siamo convinti che questa pioggia di denunce non sia altro che una persecuzione delle persone, peraltro già colpite da atti repressivi a vario titolo, più che dei reati – afferma Fabio D’alessandro dei No Muos di Niscemi -. Ci vogliono tagliare le gambe perché stiamo organizzando nuove iniziative». Le denunce subite, secondo i No Muos, sono dirette solo ai niscemesi del presidio, a fronte di un’invasione di moltissime persone quel giorno nella base Usa, sono dei «veri e propri atti intimidatori per metterci paura. Un evidente attacco politico», continua l’attivista.

Ieri pomeriggio nella sede di No Muos del paese si è svolto un incontro con la cittadinanza «per fare il punto e capire dove vogliamo andare», racconta D’Alessandro. Per giorno 6 il comitato delle mamme No Muos ha già deciso di distribuire carbone all’ingresso della base americana, con un travestimento da befane. Giorno 11, in occasione dell’anniversario del passaggio, nel cuore della notte e scortata da un ingente numero di forze dell’ordine, della gru atta a completare la costruzione delle antenne satellitari militari e che i No Muos hanno aspettato per giorni, sono tante le iniziative previste. «Sarà una giornata importante, ricca di eventi tra cui una grande assemblea in piazza», comunica D’Alessandro.

Gli avvocati che si occupano della difesa dei No Muos accusati di vari reati, sono convinti che ci sia un disegno preciso dietro a questa crescita di denunce. «Si assiste ad una escalation della repressione operata dalle forze di polizia ed in parte dall’autorità giudiziaria nei confronti degli attivisti, in particolare durante le manifestazioni svoltesi nel territorio di Niscemi», scrivono in un documento congiunto gli avvocati Goffredo D’antona, Paola Ottaviano, Emanuela Fragalà, Valentina Buonadonna, Luigi Cinquerruni, Carmelo Picciotto, Nello Papandrea, Giuseppe Carnabuci, Salvo Cannata, Francesco Aurichiella e Nicolò Vignanello. Le denunce, secondo i legali, mirerebbero quindi «a reprimere condotte riconducibili a fatti reati o comunque sanzionabili, ma per indebolire e dividere il fronte degli oppositori. Denunce – continua la nota – a macchia di leopardo per dividere i gruppi, isolando e mettendo in difficoltà soggetti ben individuati».

I legali ribadiscono la disponibilità «all’assistenza legale dei soggetti ai quali vengono contestati azioni di disobbedienza civile contro un atto, che appare assolutamente illegittimo, quale è la costruzione del Muos». Il documento degli avvocati si conclude con un auspicio: «Che la solerzia e la celerità poste in essere da varie autorità giudiziarie per verificare eventuali responsabilità penali e amministrative dei singoli manifestanti durante i vari momenti di protesta, sia applicata ugualmente a tutti gli esposti presentati in questi mesi alle varie Procure competenti». Il riferimento è soprattutto alla denuncia presentata a Palermo dall’associazione antimafie Rita Atria nei confronti di Gaetano Gullo, il dirigente regionale che ha firmato l’annullamento della revoca delle autorizzazioni per l’impianto Usa, che sta andando avanti.

Lavoratori stranieri, colonna portante delle Pmi italiane Fonte: rassegna

Nel 2013 l’occupazione nelle piccole e medie imprese torna a crescere (+1,60%). E questa volta l’aumento del totale degli addetti è superiore all’aumento degli addetti stranieri (+0,93%), anche se la principale ragione che spinge ad assumere addetti stranieri rimane la mancanza di manodopera italiana, unita alla disponibilità degli stranieri a svolgere mansioni più pesanti e a lavorare di più. Questi sono i principali risultati emersi da un’indagine condotta dalla Fondazione Leone Moressa su un panel di oltre 1000 aziende italiane con meno di 20 addetti, che analizza le caratteristiche del mercato del lavoro straniero, evidenziandone le trasformazioni congiunturali in corso.

Nel 2013 l’andamento occupazionale nella piccola impresa sembra mostrare un trend positivo. L’aumento del totale degli addetti (1,60%) è superiore all’aumento degli addetti stranieri (0,93%). A livello territoriale, il Nord Ovest è l’area con il maggior aumento di addetti stranieri (3,68%). Il settore con il maggior incremento di addetti stranieri è quello dei Servizi alle persone (2,53%). Le previsioni per il 2014 invitano comunque a restare cauti circa una possibile ripresa: il numero complessivo di addetti è destinato a rimanere invariato (-0,03%), mentre il numero di addetti stranieri dovrebbe aumentare in maniera molto lieve (0,52%).

Oltre un lavoratore su cinque è straniero (23,9%) e il 43,4% delle imprese ha almeno un addetto straniero, e la percentuale arriva al 54,4% nella produzione. Oltre il 60% proviene da Paesi europei (il 26,3% da Paesi UE e il 36,5% da Paesi europei extra UE). Il 26,9% proviene dall’Africa, il 7,8% dall’Asia e il 2,6% dall’America. I Paesi più rappresentati sono Romania (14,5%), Albania (13,0%) e Marocco (8,3%).

I lavoratori stranieri hanno meno frequentemente un contratto a tempo indeterminato (68,7% contro l’83,4% del totale addetti). La componente femminile si attesta al 14,9%, con una punta del 23,1% nel settore dei servizi alle imprese.

Oltre il 75% dei contatti tra domanda e offerta di lavoro avviene per via informale : il 52,0% per contatto diretto e il 24,9% su segnalazione di altri addetti o altri imprenditori. La causa principale per l’assunzione di manodopera straniera rimane la mancanza di manodopera locale (33,6%). Secondo il 27,7%, invece, il motivo principale è la disponibilità degli stranieri a svolgere mansioni più pesanti. Il 21,3% degli imprenditori assume stranieri per la loro disponibilità a lavorare di più.

Sul posto di lavoro, oltre la metà degli addetti stranieri interagisce prevalentemente con altri stranieri (il 38,2% con connazionali e il 21,6% con altri stranieri). solo il 37,5% ha relazioni prevalenti con Italiani. Nonostante questo, gli imprenditori ritengono che la maggioranza degli stranieri impari l’Italiano sul posto di lavoro (42,0%). Tra i canali di apprendimento, al secondo posto troviamo la scuola e corsi di lingua (28,5%) e in seguito i figli in età scolare (13,5%). Oltre la metà degli imprenditori intervistati ritiene che i propri dipendenti stranieri siano bene integrati nella cultura italiana. Il 33,9% ritiene che vi sia solo la conoscenza della lingua, senza integrazione culturale.

“I lavoratori stranieri continuano ad essere una risorsa fondamentale per il sistema della piccola impresa italiana” osservano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa. “Gli imprenditori riconoscono la loro disponibilità a lavorare di più e a svolgere mansioni più pesanti e, in alcuni casi, li considerano anche più affidabili rispetto agli Italiani. Dall’altro lato, per gli immigrati il lavoro rimane il mezzo più importante per avviare un percorso di integrazione: è qui, infatti, che imparano con più facilità la lingua italiana. Un’altra risorsa per l’integrazione sono i figli in età scolare, che trasmettono ai genitori le conoscenze apprese a scuola”.

Pisa, la prima protesta dell’anno è dei licenziati dalla Misericordia Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Fine anno con beffa ai danni di 34 lavoratori e lavoratrici licenziati alla Misericordia di Pisa. La loro, in piazza dell’Arcivescovado è stata quindi la prima mobilitazione del 2014 a Pisa. Misericordia ha licenziato 34 dipendenti dopo avere accumulato debiti per milioni di euro. Si è detto che la causa del debito era legata all’eccessivo numero dei\lle dipendenti salvo poi scoprire che il debito è stato causato da ben altro ( in primis speculazioni immobiliari con la costruzione di una faraonica sede che avrebbe dovuto ospitare palestre per la riabilitazione e centri medici che non sono mai arrivati).”La litania del ‘troppo personale’ diffusa ad arte – scrivono i Cobas in un comunicato – è servita a giustificare lo smantellamento dei servizi e il licenziamento del personale portato avanti da vertici locali della Misericordia che nel corso degli anni abbiamo ritrovato dentro l’associazione o a rappresentare gli interessi di soggetti privati in affari con la Misericordia stessa”. “La litania è stata creduta anche da una parte del sindacato -continuano i Cobas – che solo oggi critica l’Arcivescovo dopo avere taciuto per mesi dinanzi alle responsabilità morali di monsignor Benotto”.

Prima di Natale La Regione toscana ha sottoscritto una intesa con le associazioni di Vlontariato per i servizi socio sanitario. Un accordo senza salvaguardia dei posti di lavoro e con lo smantellamento del welfare attraverso il principio della sussidiarietà, che i Cobas giudicano inaccettabile

Oceano, un mare di acqua nucleare: l’inchiesta del Wall street journal | Autore: antonella frustaci da: controlacrisi.org

Sta facendo il giro del mondo, sui media di lingua inglese, il racconto struggente, tragico e a suo modo poetico di un marinaio, Ivan Macfadyen, che ha ripetuto la traversata del Pacifico effettuata dieci anni fa. Allora fra l’Australia e il Giappone bastava buttare la lenza per procurare pranzo e cena succulenti. Stavolta in tutto due sole prede. Dal Giappone alla California, poi, l’oceano è diventato un deserto assoluto formato da acqua e rottami. Uno dei pochissimi esseri viventi incontrati dal Giappone alla California era una balena che sembrava in fin di vita per un grosso tumore sul capo.

Nessun altro animale. Non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha dato il via alla crisi di Fukushima.

Ma Fukushima ha solo amplificato un problema innescato dall’abitudine americana di affondare scorie nucleari al largo delle coste occidentali. Il Wall Street Journal, che sulla vicenda ha avviato un’inchiesta, reputa ci siano dai 29 ai 60 siti di sversamento di scorie non esattamente definite.Una legge della California del 1983 ordinava test annuali sui pesci per tenere sotto controllo l’impatto sulla fauna;ebbene nell’unico effettuato risultò che i pesci pescati fino a 100 chilometri dal maggiore sito di deposito scorie al largo della California, presentavano tracce di Americio, un elemento metallico radioattivo derivato dal plutonio. Inoltre, sui fondali nei pressi dei barili carichi di rifiuti, il livello di plutonio era 1000 volte maggiore di quello normale.Dal marzo 1999 è diventato operativo Il Wipp (Waste Isolation Pilot Plant), questo il nome della discarica atomica; si trova a Carlsbad, nello Stato del New Mexico, in una miniera di sale a 700 metri sotto terra . L’impianto, capace di accogliere 175.600 metri cubi di rifiuti transuranici,il cui intero trasferimento potrà essere completato prima del 2034. La messa in sicurezza del deposito sarà completata nel 2039. Solo tra più di un secolo, nel 2134, cesseranno, infine, i controlli attivi.

Ma, il lupo perde il pelo e non il vizio,forse hanno solo cambiato tratto di mare;certamente sono stati antesignani del malcostume presto assunto a uso proprio da noi italiani,che come ogni discepolo tendiamo a superare il maestro.

AVVOCATI SULLE VICENDE GIUDIZIARIE DELLA COSTRUZIONE DEL MUOS

4 gennaio 2014 alle ore 9.46

Sono tanti gli avvocati che in questi mesi si sono occupati a vario titolo di vicende legate alla costruzione del MUOS di Niscemi.

Questi non possono non rilevare che si assiste ad una escalation della repressione operata dalle forze di polizia ed in parte dall’Autorità giudiziaria nei confronti degli attivisti. in particolare durante le manifestazioni svoltesi nel territorio di Niscemi.

E la repressione che qui si intende non è quella finalizzata a reprimere condotte riconducibili a fatti reati o comunque sanzionabili, ma quella utilizzata per indebolire e dividere il fronte degli oppositori. Ed invero si assiste ad una serie di denunzie penali o sanzioni amministrative a macchia di leopardo. Vi è la sensazione che i fatti che, in tali provvedimenti vengono individuati come ipotesi di reato o illeciti amministrativi, non siano contestati uniformemente a tutti i soggetti che li avrebbero commessi ma solo alcuni.  Circostanza questa che apparirebbe finalizzata a dividere i gruppi che a vario titolo e con modalità diversa contestano la costruzione di un qualcosa che appare comunque i legittimo, isolando e mettendo in difficoltà soggetti ben individuati. Parimenti si è verificato l’accadimento di fatti di significativa gravità posti in essere dalle forze dell’ordine, durante pacifiche dimostrazioni di protesta che meritavano una dovuta attenzione da parte dell’Autorità Giudiziaria e che comunque andavano ad essa rappresentati. Si ribadisce la disponibilità all’assistenza legale ai soggetti ai quali vengono contestati atti di disobbedienza civile contro un atto, che appare assolutamente illegittimo,quale è la costruzione del Muos.  Ed invero l’illegittimità del Muos è rilevabile dalle varie denunzie presentate alle Procure della Repubblica competenti nonché dalla circostanza che i trattati con i quali sono state istituite le servitù militari sono illegittimi perché non approvati e ratificati ai sensi degli artt. 80 e 87 della Costituzione, e contrari ai principi sanciti dall’art. 11, I e II comma della stessa Costituzione; che le autorizzazioni ambientali sono state annullate dalla Regione per motivi di legittimità il 29 marzo, cosa che rende illegittime le successive revoche del 24 luglio sicché i lavori sono abusivi fin dall’inizio; abuso che promana anche dal fatto che i lavori erano stati avviati ben prima dell’ottenimento delle autorizzazioni ambientali e in carenza di concessioni edilizie dalle quali sono dispensate solo le opere eseguite dal Ministero della Difesa o suo concessionario e non le forze armate straniere.

Si auspica infine che la solerzia e la celerità poste in essere da varie Autorità Giudiziarie per verificare eventuali responsabilità penali e amministrative dei singoli manifestanti durante i vari momenti di protesta, sia applicata ugualmente a tutti gli esposti presentati in questi mesi alle varie Procure competenti.

Catania  3 gennaio 2013

 

Primi Firmatari

GoffredoD’antona, avvocato del foro di Catania, Paola Ottaviano avvocato del foro di Modica,  Emanuela Fragalà avvocato del foro di  Catania,  ValentinaBuonadonna avvocato del foro di Palermo, Luigi Cinquerruni avvocato del foro di Niscemi, Carmelo Picciottoavvocato del foro di Messina, Nello Papandrea avvocato del foro di Catania,Giuseppe Carnabuci avvocato del foro di Catania, Salvo Cannata avvocato delforo di Catania , Francesco Aurichiella avvocato del foro di Catania, Nicolò Vignanello del foro di Agrigento,  Antonella Petrosino avvocato del foro di Catania,Loredana Mazza avvocato del foro di Catania.

Diaz, «non si sono mai pentiti» Fonte: Il Manifesto | Autore: Katia Bonchi

Non si è mai pen­tito, non ha voluto risar­cire le vit­time e non ha col­la­bo­rato con la magi­stra­tura. Per que­sto il Tri­bu­nale di sor­ve­glianza di Genova ha negato l’affidamento in prova a Fran­ce­sco Grat­teri, ex numero tre della poli­zia ita­liana. Dodici pagine di ordi­nanza con cui i giu­dici geno­vesi sot­to­li­neano come Grat­teri non abbia fatto nulla di quanto richie­sto dal Tri­bu­nale, vale a dire una pub­blica assun­zione di respon­sa­bi­lità e il risar­ci­mento almeno par­ziale delle vit­time. Ma fin dall’udienza dello scorso aprile, quando i ver­tici della Que­stura geno­vese arri­va­rono a Palazzo di Giu­sti­zia a por­tare soli­da­rietà a lui e agli altri super poli­ziotti della Diaz, era chiaro che scuse non ce ne sareb­bero state.
Grat­teri, in par­ti­co­lare, dopo aver saputo del parere con­tra­rio all’affidamento della Pro­cura gene­rale, ha depo­si­tato un appunto in cui si è limi­tato a defi­nire la Diaz un «grave inci­dente che cer­ta­mente non ho cer­cato né voluto», seguito da una memo­ria in cui ha riba­dito che la con­danna non è per le vio­lenze e sarebbe deri­vata dal fatto che altri non hanno voluto assu­mersi le pro­prie respon­sa­bi­lità. Per i giu­dici di sor­ve­glianza invece Grat­teri è stato respon­sa­bile di «gra­vis­simi atteg­gia­menti di mini­miz­za­zione», in par­ti­co­lare quando si pre­sentò alla Com­mis­sione par­la­men­tare di inda­gine (a pochi mesi dal G8), davanti alla quale «lungi dal pale­sare il pro­prio ram­ma­rico» parlò di «con­dotta ener­gica» e moda­lità ope­ra­tive «legit­ti­ma­mente adot­tate». Posi­zione che non cam­bia nem­meno dopo, con un «per­si­stente atteg­gia­mento men­tale giu­sti­fi­ca­tivo del pro­prio com­por­ta­mento anti­do­ve­roso». Negando ogni «mani­fe­sta­zione di per­so­nale con­tri­zione per il male ad altri arre­cato — scri­vono i giu­dici — ma anche insi­stendo nell’individuare la con­se­guenza più impor­tante della vicenda nella pro­pria per­so­nale mor­ti­fi­ca­zione, Grat­teri ha dato prova di non essere dispo­ni­bile a quel per­corso di revi­sione cri­tica che costi­tui­sce ele­mento por­tante delle misure alter­na­tive alla deten­zione».
Anche per quanto riguarda il risar­ci­mento delle vit­time, «pur aven­done la pos­si­bi­lità in forza dell’ottimo trat­ta­mento eco­no­mico rice­vuto» (5.600 euro al mese di pen­sione e 200 mila euro di liqui­da­zione), «ancora nell’udienza odierna — si legge nell’ordinanza — ha con­te­stato la fonte dell’obbligazione ipo­tiz­zando l’inesistenza di un danno deri­vante dal reato di falso» quando invece la sen­tenza lo ha espli­ci­ta­mente con­dan­nato a risar­cire anche quei danni. La difesa ha poi sot­to­li­neato che il con­dan­nato Grat­teri avrebbe col­la­bo­rato con gli inqui­renti. Non è così dicono i giu­dici. «Sono note le dif­fi­coltà incon­trate dagli inqui­renti nella rico­stru­zione dei fatti e nell’identificazione degli ope­ra­tori di poli­zia coin­volti» e il fatto che Grat­teri abbia «rinun­ciato ad avva­lersi della facoltà di non rispon­dere» ai pm viene liqui­dato dai giu­dici come «atto dove­roso» per un alto fun­zio­na­rio di ps. D’altra parte, rin­ca­rano la dose i magi­strati, ciò che emerge non è la col­la­bo­ra­zione, anzi: «L’unica pre­oc­cu­pa­zione […]era quella di otte­nere dai pm la spe­ci­fica indi­ca­zione di ele­menti di prova […]e/o di con­vin­cere gli inqui­renti dell’inconsistenza di tali prove». A riprova di que­sto Grat­teri non ha mai voluto ren­dere dichia­ra­zioni davanti al Tri­bu­nale.
I giu­dici di sor­ve­glianza hanno invece con­cesso l’affidamento in prova a Pie­tro Tro­iani, l’uomo che mate­rial­mente intro­dusse le molo­tov nella Diaz, sot­to­li­neando che «è stato uno dei pochi impu­tati a fare ammis­sioni di respon­sa­bi­lità». Tro­iani, attual­mente sospeso dalla poli­zia (con un asse­gno ali­men­tare di circa mille euro), dovrà risar­cire il Mini­stero con 4 mila euro. La deten­zione domi­ci­liare per Grat­teri non sarà troppo dura: l’ordinanza dei giu­dici geno­vesi gli con­sente di uscire di casa per quat­tro ore al giorno e, per scon­tare la pena, il pre­fetto in pen­sione potrà con­ti­nuare ad usu­fruire di un appar­ta­mento di lusso in uno dei quar­tieri più esclu­sivi di Roma, messo a dispo­si­zione dal Mini­stero dell’Interno e giu­sti­fi­cato come «misura di sicu­rezza» in seguito a pre­sunte minacce subite. Che il Vimi­nale sia par­ti­co­lar­mente indul­gente con gli uomini della Diaz lo dimo­stra l’azzeramento del pro­ce­di­mento disci­pli­nare a carico dell’ex capo della Digos geno­vese Spar­taco Mor­tola: il Mini­stero, visto che è in corso un disci­pli­nare pro­mosso dalla Pro­cura gene­rale di Genova, a fine novem­bre ha dichia­rato estinto il pro­prio. C’è una dif­fe­renza: il disci­pli­nare mini­ste­riale avrebbe potuto por­tare alla desti­tu­zione dei con­dan­nati men­tre quello della Pro­cura solo a 6 mesi di sospen­sione. Se, come pro­ba­bile, così sarà per tutti, chi non è andato in pen­sione potrà rien­trare in servizio.