Isemi di gelso della rivoluzione da: il manifesto

↳ Ignacio Ramonet e Fidel Castro

È un giorno di tepore pri­ma­ve­rile, pieno della luce e dell’aria cri­stal­lina tanto carat­te­ri­sti­che del magico dicem­bre cubano. Arri­vano gli odori del vicino oceano, le palme verdi ondeg­giano a un vento lieve. Sto pran­zando con un’amica in uno dei pala­da­res ormai molto dif­fusi all’Avana quando all’improvviso squilla il tele­fono. È il mio con­tatto: «La per­sona che volevi vedere ti aspetta fra mezz’ora. Sbri­gati ». Lascio per­dere tutto, saluto l’amica e mi dirigo al luogo indi­cato. Una mac­china discreta mi sta aspet­tando; l’autista parte subito verso l’ovest della capitale.

Sono arri­vato a Cuba da quat­tro giorni. Venivo dalla Fiera di Gua­da­la­jara (Mes­sico) dove ho pre­sen­tato il mio nuovo libro Hugo Chá­vez. Mi pri­mera vida, con­ver­sa­zioni con il lea­der della rivo­lu­zione bolivariana.All’Avana, come ogni anno in que­sti giorni, si sta svol­gendo con enorme suc­cesso il Festi­val inter­na­zio­nale del nuovo cinema lati­noa­me­ri­cano. E il suo diret­tore, Iván Giroud, ha avuto la gen­ti­lezza di invi­tarmi all’omaggio che il festi­val vuole ren­dere al suo fon­da­tore, morto nel 2013: Alfredo Gue­vara, auten­tico genio crea­tore, colui che ha dato il mag­gior impulso al cinema cubano.

Come sem­pre quando arrivo all’Avana, ho chie­sto di Fidel, facen­do­gli arri­vare i miei saluti per mezzo di amici comuni. Non lo vedo da oltre un anno. L’ultima volta era stato il 10 feb­braio 2012, in occa­sione di un grande incon­tro «per la pace e la pro­te­zione dell’ambiente» orga­niz­zato a mar­gine della Fiera inter­na­zio­nale del libro dell’Avana; il Coman­dante della rivo­lu­zione cubana si era intrat­te­nuto allora con una qua­ran­tina di intellettuali.

In quell’occasione erano stati affron­tati i temi più sva­riati, a par­tire da «il potere media­tico e la mani­po­la­zione delle menti», l’argomento che mi era stato asse­gnato in una spe­cie di rela­zione d’apertura. Non posso scor­dare l’osservazione per­ti­nente di Fidel, alla fine del mio inter­vento: «Il pro­blema non è tanto nelle men­zo­gne che ci pro­pi­nano i mezzi di comu­ni­ca­zione domi­nanti. Non pos­siamo impe­dir­glielo. Quel che dob­biamo pen­sare oggi è come noi diciamo e dif­fon­diamo la verità».

Nelle nove ore della riu­nione, quel ristretto udi­to­rio fu molto impres­sio­nato dal lea­der cubano. Egli dimo­strò che, a 85 anni, man­te­neva intatta la viva­cità dello spi­rito e la curio­sità men­tale. Scam­biò idee, pro­pose temi, for­mulò pro­getti, pro­iet­tan­dosi nel nuovo, nel cam­bia­mento, nel futuro; sem­pre sen­si­bile alle tra­sfor­ma­zioni in corso nel mondo. Lo vedrò cam­biato adesso, dician­nove mesi dopo? Me lo chiedo sull’auto che mi porta da lui. Fidel è apparso poche volte in pub­blico nelle ultime set­ti­mane, e ha scritto meno ana­lisi e rifles­sioni degli anni precedenti.

Eccoci. Accanto a sua moglie Dalia Soto del Valle, sor­ri­dente, Fidel mi aspetta all’ingresso del salone della sua casa, una stanza ampia e lumi­nosa aperta su un giar­dino asso­lato. Lo abbrac­cio con emo­zione. Appare in ottima forma, gli occhi bril­lanti, i suoi occhi capaci di scru­tare fin nell’animo dell’interlocutore. È impa­ziente di comin­ciare la con­ver­sa­zione, come se si trat­tasse, dieci anni dopo, di pro­se­guire i lun­ghi col­lo­qui sfo­ciati nel libro Cien horas con Fidel.

Prima ancora di sederci mi fa un’infinità di domande sulla situa­zione eco­no­mica in Fran­cia e sull’atteggiamento del governo fran­cese… Per due ore e mezza, par­liamo tutto, sal­tando da un argo­mento all’altro come vec­chi amici. Ovvia­mente si tratta di un incon­tro ami­che­vole, non pro­fes­sio­nale. Non regi­stro la con­ver­sa­zione, né prendo appunti. E que­sto mio rac­conto, oltre a far cono­scere alcune rifles­sioni attuali del lea­der cubano, è desti­nato soprat­tutto a rispon­dere alla curio­sità di tante per­sone che si chie­dono, con bene­vo­lenza o con mali­gnità: come sta Fidel Castro?

L’ho già detto: sta mera­vi­glio­sa­mente bene. Gli chiedo per­ché non abbia pub­bli­cato niente su Nel­son Man­dela, morto da una set­ti­mana. «Ci sto lavo­rando — mi dice -, sto finendo la bozza di un arti­colo. Man­dela è stato un sim­bolo della dignità umana e della libertà. L’ho cono­sciuto molto bene. Un uomo di ecce­zio­nale qua­lità umana e di una nobiltà d’idee impres­sio­nante. È curioso vedere come anche quelli che ieri soste­ne­vano l’apartheid, oggi si dichia­rino ammi­ra­tori di Man­dela. Che cini­smo! Come ha potuto, quell’odioso e cri­mi­nale apar­theid, durare tanti anni? Ma Man­dela sapeva quali erano i suoi veri amici. Quando uscì di pri­gione, una delle prime cose che fece fu venire a farci visita qui. Non era ancora nem­meno pre­si­dente del Suda­frica! Ma sapeva che senza il corag­gio delle forze cubane, che riu­sci­rono a sba­ra­gliare l’élite dell’Esercito raz­zi­sta suda­fri­cano nella bat­ta­glia di Cuito Cua­na­vale (1988), favo­rendo così l’indipendenza della Nami­bia, il régime dell’apartheid non sarebbe finito, ed egli sarebbe morto in car­cere. E quella cosa che i suda­fri­cani ave­vano varie bombe nucleari, ed erano dispo­sti a utilizzarle!»

Poi par­liamo del nostro comune amico Hugo Chá­vez. È evi­dente che per lui il dolore per que­sta ter­ri­bile per­dita è ancora forte. Ha quasi le lacrime agli occhi men­tre parla del Coman­dante boli­va­riano. Mi dice di aver letto «in due giorni» il libro Hugo Chá­vez. Mi pri­mera vida. «Adesso devi scri­vere la seconda parte. Tutti vogliamo leg­gerla. Lo devi a Hugo», aggiunge. Inter­viene Dalia per segna­larci che oggi (il 13 dicem­bre), per coin­ci­denza, ricor­rono i 19 anni del primo incon­tro fra i coman­danti cubano e vene­zue­lano. Cade il silen­zio. È come se di colpo que­sta cir­co­stanza con­fe­risse alla nostra visita un’indefinibile solen­nità. Quasi par­lando fra sé e sé, Fidel rie­voca quel primo incon­tro con Chá­vez, nel dicem­bre 1994. «Fu un puro caso — ricorda -. Ero stato infor­mato del fatto che Euse­bio Leal lo aveva invi­tato a tenere una con­fe­renza su Bolí­var. Volli cono­scerlo. Andai ad aspet­tarlo ai piedi dell’aereo. Que­sto sor­prese molti, a comin­ciare dallo stesso Chá­vez. Tra­scor­remmo la notte par­lando». «Egli mi rac­contò — gli dico -, che gli era sem­brato di subire un vero e pro­prio esame…». Fidel ride. «Certo! Volevo sapere tutto di lui. E mi impres­sionò… Per la cul­tura, l’acume, l’intelligenza poli­tica, la visione boli­va­riana, la gen­ti­lezza, il senso dell’umorismo…Aveva tutto que­sto! Mi resi conto che ero di fronte a un gigante, all’altezza dei migliori diri­genti della sto­ria dell’America latina. La sua morte è una tra­ge­dia per il nostro con­ti­nente e una sven­tura per­so­nale per me, per­ché ho perso il mio migliore amico…». «Lei riu­scì già a pre­ve­dere, in quell’occasione, che Chá­vez sarebbe stato quel che è stato, ovvero il fon­da­tore della rivo­lu­zione boli­va­riana?». «Par­tiva con uno svan­tag­gio: era mili­tare e si era sol­le­vato con­tro un pre­si­dente social­de­mo­cra­tico, che in realtà era ultra­li­be­ri­sta… In un con­te­sto lati­noa­me­ri­cano, così pieno di gorilla mili­tari al potere, molte per­sone di sini­stra dif­fi­da­vano di lui. Era nor­male. Ma par­lando con lui, dician­nove anni fa, capii subito che Chá­vez appar­te­neva alla grande tra­di­zione dei mili­tari di sini­stra in Ame­rica latina. A par­tire da Lázaro Cár­de­nas (1895–1970), il gene­rale pre­si­dente mes­si­cano che rea­lizzò la più impor­tante riforma agra­ria e nazio­na­lizzò il petro­lio nel 1938…».

Fidel si sof­ferma a lungo sul tema dei «mili­tari di sini­stra» in Ame­rica latina, insi­stendo sull’importanza, per il Coman­dante boli­va­riano, dello stu­dio del modello rap­pre­sen­tato dal gene­rale peru­viano Juan Vela­sco Alva­rado. «Chá­vez lo conobbe nel 1974, in un viag­gio com­piuto in Perú men­tre stu­diava all’Accademia. Anch’io avevo incon­trato Vela­sco, alcuni anni prima, nel dicem­bre 1971, tor­nando dalla visita nel Cile dell’Unidad popu­lar e di Sal­va­dor Allende. Vela­zco fece riforme impor­tanti ma com­mise degli errori, che Chá­vez ana­lizzò e seppe evitare.»

Fra le tante qua­lità del Coman­dante vene­zue­lano, Fidel ne sot­to­li­nea una: «Ha saputo for­mare una gene­ra­zione di gio­vani diri­genti che accanto a lui acqui­si­rono una solida for­ma­zione poli­tica, rive­la­tasi fon­da­men­tale, alla scom­parsa di Chá­vez, per la con­ti­nuità della rivo­lu­zione boli­va­riana. Nico­lás Maduro in par­ti­co­lare, con la sua fer­mezza e luci­dità, ha potuto vin­cere bril­lan­te­mente anche le ele­zioni dell’8 dicem­bre. Una vit­to­ria di capi­tale impor­tanza che raf­forza la sua lea­de­rhisp e dà sta­bi­lità al pro­cesso. Ma intorno a Maduro ci sono altre per­so­na­lità di valore, come Elías Jaua, Dio­sdado Cabello, Rafael Ramí­rez, Jorge Rodríguez…Tutti for­mati da Chá­vez, alcuni di loro quando erano ancora molto giovani».

Ci rag­giunge suo figlio Álex Castro, foto­grafo, autore di tanti libri ecce­zio­nali. Fa alcune foto «per ricordo» e con discre­zione se ne va.

Par­liamo con Fidel dell’Iran e dell’accordo prov­vi­so­rio con­cluso a Gine­vra lo scorso 24 novem­bre; è un tema che il Coman­dante cono­sce molto bene e che svi­luppa det­ta­glia­ta­mente, per con­clu­dere dicen­domi: «L’Iran ha diritto al nucleare civile». Poi, subito avverte del peri­colo nucleare che corre il mondo intero, a causa della pro­li­fe­ra­zione ato­mica e dell’esistenza, nelle mani di diverse potenze, di un numero enorme di bombe che «pos­sono distrug­gere il nostro pia­neta molto volte».

Da molto tempo lo pre­oc­cu­pano i cam­bia­menti cli­ma­tici. Mi parla del rischio rap­pre­sen­tato dalla ripresa dello sfrut­ta­mento del car­bone in diverse parti del mondo, con con­se­guenze nefa­ste in ter­mini di emis­sioni di gas serra: «Ogni giorno — dice -, per inci­denti nelle miniere di car­bone muo­iono un cen­ti­naio di lavo­ra­tori. Un’ecatombe, peg­gio che nel secolo XIX…»

Poi tocca que­stioni di agro­no­mia e bota­nica. Mi mostra alcuni vasetti pieni di semi: «Sono di gelso — mi dice -, un albero molto gene­roso dal quale si pos­sono trarre tanti pro­dotti e le cui foglie sono l’alimento dei bachi da seta… sto aspet­tando pro­prio adesso un pro­fes­sore, spe­cia­li­sta di gelsi, per parlarne».

«Vedo che lei non smette mai di stu­diare», gli dico. «I diri­genti poli­tici — risponde -, quando sono in ser­vi­zio non hanno tempo. Non rie­scono nem­meno a leg­gere un libro. È una tra­ge­dia. Ma io, anche adesso che non fac­cio più poli­tica attiva, mi rendo conto che non ho ugual­mente tempo. Per­ché l’interesse per un argo­mento ti porta ad altri argo­menti col­le­gati. E così aggiungi let­ture su let­ture, con­tatti su con­tatti, e ti rendi conto che ti manca il tempo per sapere anche solo una parte di quelle tante cose che vor­re­sti sapere…».

Le due ore e mezza pas­sano al volo. Sull’Avana comin­cia a calare una sera senza cre­pu­scolo, e il Coman­dante ha altri incon­tri pre­vi­sti. Mi con­gedo con affetto da lui e da Dalia, felice di aver potuto con­sta­tare che Fidel con­ti­nua ad avere lo spet­ta­co­lare entu­sia­smo intel­let­tuale di sempre.

*Diret­tore di Le Monde diplo­ma­ti­que, edi­zione spa­gnola (Tra­du­zione di Mari­nella Correggia)

Ciao!

Ho appena firmato la petizione “Obiettivo 100%: Aziende sanitarie trasparenti ora #riparteilfuturo” su Change.org.

È importante. Puoi firmarla anche tu? Qui c’è il link:

http://www.change.org/it/petizioni/obiettivo-100-aziende-sanitarie-trasparenti-ora-riparteilfuturo?share_id=ANBCAkmbRB&utm_campaign=signature_receipt&utm_medium=email&utm_source=share_petition

Grazie!

Che ripresa è mai possibile con il disastro dei trasporti ormai alle porte? | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Un contratto nazionale di lavoro scaduto il 31 dicembre del 2007, più della metà delle 1.500 aziende locali tecnicamente fallite (come afferma il sottosegretario Erasmo D’Angelis),e un movimento contro la privatizzazione che si va consolidando sempre di più. Il Governo ha annunciato un decreto che dovrebbe dare una ulteriore spinta alla concentrazione proprietaria, e quindi ad una fase di licenziamenti, e mettere contemporaneamente “ordine” nel settore. E’ quello dei trasporti quindi uno dei primi dossier che il 2014 presenta al mondo del lavoro, imprenditoriale e politico del Bel Paese. Oltre al forte aumento del costo delle autostrade, fa da sfondo, ma non troppo, l’imbuto in cui si sta cacciando Trenitalia, la cio scelta sulla Tav l’ha praticamente condannata ad un deciso disimpegno dalle reti locali.
Secondo Franco Nasso, segretario generale del sindacato di categoria della Cgil, “e’ esemplare che il trasporto pubblico locale e regionale, arrivato a un punto di gravita’ tale da rappresentare una vera e propria emergenza ma che puo’ diventare un’importante opportunita’ sul piano sociale in quanto quantita’, qualita’ e riassetto dell’offerta possono determinare anche effetti redistributivi del reddito, come conseguenza del valore economico del settore”. “Bisogna ripartire – spiega il segretario generale della Filt – dalla domanda per ricostruire l’intero settore a cui puo’ dare certezza per un periodo transitorio, utile alla riorganizzazione, una legislazione nazionale costante e, nella carenza di risorse, la dotazione del 2013. Fondamentale inoltre la riorganizzazione industriale del sistema delle imprese con la costituzione di aziende che integrino il servizio su gomma e su ferro e che possano servire l’intero bacino regionale”. Lo stesso dirigente della Cgil fa poi presente che “e’ indispensabile il contratto unico della Mobilita’, area Tpl, bloccato ormai da 6 anni dalla controparti datoriali Asstra e Anav, contratto per il quale – dice ancora – abbiamo proclamato un nuovo sciopero nazionale di 24 ore il 5 febbraio”. “Rivendichiamo – sostiene infine Nasso – una profonda riforma del tpl, i tentativi di rinnovamento messi in campo dal Governo ci sembrano ancora timidi e aspettiamo di conoscere nel dettaglio i provvedimenti nelle giornate di lavoro programmate per gennaio”.
A gennaio, intanto, ci sarà la grande assemblea nazionale degli autisti “autoconvocati” che in almeno cinque città (Torino,Roma, Livorno, Pisa e Firenze) hanno dato vita in queste settimane a un forte movimento contro la privatizzazione e contro le pessime condizioni di lavoro. Sarà l’occasione per contarsi, visto che molte altre città sono rimaste al palo, ma anche per mettere mano ad una piattaforma che non mancherà di far sentire il suo peso

Migranti, dal Cie di Roma due lettere per Napolitano | Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Due lettere indirizzate al presidente della Repubblica di Roma Giorgio Napolitano per chiedere l’annullamento della legge Bossi-Fini Gli immigrati del Cie di Ponte Galeria a Roma continuano nella loro protesta. E dalle bocche cucite e sciopero della fame passano ad una offensiva diplomatica, ma sempre ferma sullo stesso punto. Le lettere sono state consegnate al presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi che oggi all’ora del pranzo ha visito il centro.
Una delle lettere e’ firmata da 84 immigrati, tutti quelli attualmente detenuti nel Cie, 26 donne e 58 uomini, ed un’altra firmata soltanto dai 16 immigrati marocchini proveniente da Lampedusa che la scorsa settimana hanno partecipato alla protesta pacifica delle ‘bocche cucite’. Dal Cie di Ponte Galeria gli immigrati avevano scritto nei giorni scorsi anche una lettera-appello al Papa lamentando soprattutto i tempi di detenzione troppo lungi.

“Egregio signor presidente, ci aiuti ad avere una vita normale”
“Egregio presidente iniziamo con il ringraziarla – scrivono i 16 – per l’interesse che ha rivolto alla nostra situazione qui al Cie di Ponte Galeria. Le chiediamo di aiutarci ad evitare il nostro rimpatrio in Marocco perche’ sarebbe per noi troppo doloroso, dopo aver  affrontato un viaggio cosi’ difficile. Noi abbiamo cercato di far arrivare la nostra manifestazione ai mass-media in maniera pacifica e in questo modo finalmente qualcuno si e’ accorto della nostra problematica. Vorremmo che lei potesse intervenire per velocizzare il cambiamento della legge sull’immigrazione, sappiamo che noi qui dentro, ad oggi, non potremmo usufruirle perche’ i tempi per il cambiamento della legge sono lunghi. Per cui le chiediamo almeno di aiutarci – aggiungono – a regolarizzare la nostra permanenza in Italia. Abbiamo viaggiato dal Marocco in Libia in cerca di una situazione migliore, ma ci siamo trovati nella guerra e nella poverta’ abbiamo affrontato il viaggio verso l’Italia sperando di trovare fortuna ma abbiamo scampato la morte. Ora ci troviamo qui rinchiusi senza speranze e per questo che le chiediamo – concludono la missiva – di aiutarci ad avere il diritto ad avere una vita normale”. La lettera dei 16 si conclude con le firme e il percorso fin qui da loro compiuto: Marocco, Libia, Lampedusa, Caltanissetta e Roma.

“No alla Bossi-Fini”
Nella lettera, firmata da tutti i reclusi del Cie, viene chiesto “l’annullamento della legge Bossi-Fini: una legge che – sostengono – obbliga le persone a rimanere sempre fuori legge, perche’ qualsiasi extracomunitario che ha avuto problemi con la legge non puo’ usufruire permesso di soggiorno e nessuno oggi assume persone senza permesso di soggiorno”. Manconi ha, tra gli altri, incontrato una coppia di sposi tunisini fuggiti “per amore” perche’ i parenti di lei non accettano il matrimonio. “Mi sono impegnato – ha detto Manconi – a far ottenere loro il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, cosa prevista”.

Il magistrato Patrizia Todisco “Personaggio Ambiente 2013” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

E’ il magistrato Patrizia Todisco, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto e firmataria di numerosi provvedimenti nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva, il ‘Personaggio Ambiente 2013′. La sua nomina ha un prestigio tutto particolare perché è il risultato di una consultazione con voto popolare svoltasi sul web attraverso il sito http://www.personaggioambiente.it.Fabio Matacchiera, presidente del Fondo Antidiossina onlus, plaude «con sincera stima e gratitudine» al risultato, parlando di «un riconoscimento meritatissimo per un lavoro estremamente delicato e difficile». Per certi aspetti Patrizia Todisco è più di un magistrato antimafia, dell’antimafia degli anni d’oro. E questo perché è andata controcorrente su tutta la linea, anche contro quei lavoratori, e quelle organizzazioni sindacali, completamente soggiogate dal ricatto del posto di lavoro, minacciato dall’Ilva. E’ stata Patrizia Todisco a disporre il sequestro di beni del gruppo Riva, per equivalente sino alla concorrenza di 8.1 miliardi di euro, ritenuta la somma risparmiata dalla proprieta’ dell’Ilva dal 1995 ad oggi non adeguando gli impianti alla normativa ambientale. Decisione che scatenera’ la reazione dei Riva, con la chiusura di alcuni stabilimenti collegati a Taranto nel nord Italia e la successiva revoca del provvedimento da parte dei giudici di Cassazione. Proprio nel 2014 arriverà al traguardo del processo in aula la prima “tranche” delle inchieste aperte da Todisco.

Il magistrato ha raccolto il 46.9% dei voti in una lista comprendente 19 nomi scelti da un comitato tecnico composto da giornalisti che si occupano dei problemi dell’ambiente, da direttori di riviste di ecologia e green living, nonchè da main blogger di settore.
Il Fondo Antidiossina onlus pur ritenendo “non opportuna questa mobilitazione di massa a colpi di click”, esprime soddisfazione. “Non l’abbiamo osteggiata ma nemmeno incoraggiata – continua – perchè convinti che il rispetto per il ruolo di un magistrato consista nel prendere semplicemente atto del suo lavoro senza trasformarlo in strumento o simbolo di una lotta che dovrebbe vedere la maggioranza assoluta dei tarantini come protagonisti. Il rischio che si corre è chiaro: portare acqua al mulino di chi ha tutto l’interesse a dipingere determinati magistrati come “toghe rosse” o “toghe verdi”, parziali e quindi non credibili. Sarebbe stato molto più serio e coraggioso per il “popolo” tarantino ottenere con le sue forze il riconoscimento di “Personaggio Ambiente” votando in massa al referendum sulla chiusura parziale o totale dell’Ilva. Ma su questo terreno – quello della realtà quotidiana vissuta nelle strade, nelle piazze, nei salotti, nei luoghi di lavoro – c’è ancora tanto da seminare in termini di conoscenza e consapevolezza su quali siano le effettive priorità di Taranto. Un percorso incompleto che non può e non deve accontentarsi di vittorie “virtuali”.

Fiat, molta cautela da parte della Fiom che chiama il governo alle sue responsabilità | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“In queste ore sembrano i botti di Capodanno, ma non vorrei che a noi ci lasciassero solo la puzza di zolfo”. E’ improntata allo scetticismo la reazione della Fiom alla notizia della conquista di Chrysler da parte della Fiat. Il responsabile del settore Michele De Palma è molto cauto e pone tutta una serie di domande. “Ora la Fiat puo’ giocare a mano libera. La testa del gruppo rimarra’ in Italia? La capacita’ installata di produzione sara’ confermata? Avremo finalmente una missione industriale anche per Mirafiori e Cassino? Il governo dovrebbe convocare tutte le parti al tavolo e chiedere garanzie sul futuro degli stabilimenti italiani”, dice il coordinatore Fiat della Fiom. “Non sappiamo nulla sulle ripercussioni dell’intesa per i lavoratori italiani ed europei del gruppo. Il presidente del Consiglio deve pretendere chiarezza”, aggiunge De Palma
Più o meno dello stesso la reazione della Fiom Piemonte. “Il re e’ nudo. Ora Fiat deve calare la carte sugli investimenti in Italia. Bisogna aprire subito un confronto sul destino di Mirafiori ma anche degli altri stabilimenti italiani”, afferma Vittorio De Martino, segretario generale della Fiom Piemonte. “Tutto era bloccato perche’ bisognava risolvere il problema con Veba – aggiunge De Martino – ora non ci sono piu’ alibi, la Fiat dica cosa intende fare”.
“Era tutto previsto, un percorso segnato. Non ha neppure senso discutere di baricentro geografico che si sposta perche’ il baricentro e’ gia’ negli Usa”, dice Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese. “Mi aspetto che il governo chieda subito piu’ chiarezza sugli stabilimenti italiani senza aspettare la fine del primo trimestre”.
Di tutt’altro avviso il giudizio del segretario della Cisl Raffaele Bonanni. “Oltre ad essere un fatto storico – dice – questa operazione avra’ positive ripercussioni non solo per gli stabilimenti Fiat in Italia ma per tutto il nostro sistema-paese. La Fiat avra’ certamente piu’ risorse da destinare agli investimenti in Italia, con positive ricadute anche per l’indotto. Sul piano produttivo tutti sanno che gli stabilimenti negli Stati Uniti sono saturi, quindi ci saranno ampi margini di produzione per tutti gli stabilimenti italiani attraverso i nuovi modelli gia’ annunciati di alta gamma, ma anche per la 500 e gli altri modelli”

Mentre Fiat diventa americana l’indotto di Termini Imerese esplode | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Inizio d’anno drammatico per gli operai della Lear e della Clerprem, aziende dell’ex indotto Fiat di Termini Imerese (Palermo), specializzate nella produzione di sedili e imbottiture. Per i 174 lavoratori sono arrivate le lettere di licenziamento e da ieri hanno ufficialmente perso il loro posto di lavoro. Adesso c’e’ tempo fino al 7 gennaio per l’iscrizione nelle liste di mobilita’. Un epilogo amaro che arriva praticamente in contemporanea con l’annuncio dell’acquisizione da parte della Fiat di Chrysler. Quasi una beffa, per le tute blu di Termini Imerese, abbandonate dal Lingotto.

“Tra i lavoratori c’e’ una profondissima rabbia” dice Roberto Mastrosimone, segretario provinciale della Fiom di Palermo. Ma il destino, secondo il leader sindacale, non e’ segnato solo per la fabbrica del parlermitano, perche’ “senza un cambio di direzione il percorso e’ uguale per tutti. Marchionne chiude stabilimenti in Italia e questo accordo dimostra come l’azienda guardi a scenari diversi. I facili entusiasmi a cui assistiamo oggi – prosegue – sono ridicoli: nel nostro Paese sta scomparendo l’industria automobilistica, un pezzo importante della storia italiana”.

Ma a preoccupare Mastrosimone non e’ solo il futuro dei lavoratori della Lear e della Clerprem, ma anche di tutti gli altri. Lo scorso 5 dicembre, infatti, era arrivato il via libera alla cassa integrazione in deroga per sei mesi, a partire da gennaio, per i circa 200 lavoratori di quattro delle sei aziende dell’indotto Fiat: la Bienne Sud, Servizi e sistemi ambientali, Pellegrini e Manital. “Il 30 giugno, quando scadra’ la cassa integrazione – spiega – rischiano di essere licenziati tutti gli altri. Dalla prossima settimana avvieremo la mobilitazione, perche’ non possiamo piu’ aspettare. Mentre Marchionne annuncia accordi qui noi contiamo i ‘morti'”.

Entro il 15 gennaio al Mise e’ in programma un incontro per il piano di reindustrializzazione dell’area di Termini Imerese. “Ad oggi questo tavolo – conclude Mastrosimone – non ha prodotto nulla. Il Paese e’ privo di una qualsiasi idea di politica industriale e va avanti con un Governo impegnato in difficili equilibrismi politici”. Da qui un appello agli Esecutivi nazionale e regionale perche’ “invecedi ligare mettano a punto una strategia per salvare lo stabilimento di Termini Imerese”.

Le europee spiegate a un bambino Fonte: Esse blog | Autore: Paolo Andreozzi

Alexis TSIPRAS

1. A Strasburgo eleggeremo circa 750 parlamentari europei.

2. L’Italia ne elegge 73.

3. Si dividono praticamente in otto grandi gruppi inter-nazioni:

– estrema destra (AENM)

– euroscettici (EFD)

– liberal-conservatori (ECR)

– popolari&cristiani (PPE)

– liberal-riformisti (ALDE)

– socialisti&democratici (PSE)

– verdi&regionalisti (ALE)

– sinistra (GUE)

più un gruppetto misto.

4. Per capirci, la collocazione dei partiti italiani nei gruppi sarebbe:

– estrema destra: Fratelli d’Italia, Destra di Storace

– euroscettici: 5stelle, Lega

– liberal-conservatori: Scelta Civica

– popolari&cristiani: Pdl (forzaitalia), Udc

– liberal-riformisti: radicali

– socialisti&democratici: Pd, Sel

– verdi&regionalisti: verdi, autonomie locali (Svp…)

– sinistra: comunisti (Prc, Pdci), antineoliberisti…

5. In Italia si vota col proporzionale, e sbarramento al 4%.

6. Per i sondaggi attuali il prossimo parlamento avrebbe, più o meno:

– 30 deputati alla destra estrema (+30 rispetto a oggi)

– 30 euroscettici (=)

– 40 liberalconservatori (-20)

– 220 popolari&cristiani (-50)

– 80 liberalriformisti (-10)

– 220 socialisti&democratici (+25)

– 40 verdi&regionalisti (-20)

– 60 alla sinistra (+25)

– 30 gruppomisto (+30)

7. Per la prima volta le liste nazionali di tutti gli orientamenti dovranno dichiarare quel è il loro candidato alla presidenza della Commissione europea (il ‘premier’ continentale). al momento si conoscono le candidature di Martin Schulz (Spd tedesca) per i socialisti&democratici e di Alexis Tsipras (Syriza greca) per la sinistra.

8. Per i sondaggi attuali, nessuno dei 73 europarlamentari eletti dall’Italia apparterrebbe al gruppo della sinistra con Tsipras candidato (anche perché il ‘laboratorio’ per una lista di sinistra in Italia ancora non si è neppure ufficializzato).

9. Tuttavia, a sinistra non c’è il ‘vuoto quantico’: Rifondazione comunista si è già dichiarata per la costituzione plurale – di partiti (Prc, Pdci…), movimenti e singoli – di una lista unitaria proprio per smentire il sondaggio e riempire quel vuoto (purché si superi ovviamente il 4 per cento di sbarramento).

10. E, per quello che conta, io – da indipendente – farò questo e poco altro nei prossimi mesi: contribuire alla costituzione di quella lista e invogliare tutta la gente di sinistra che conosco a sostenerla. Perché a maggio in europa il voto utile – il voto del meno peggio, il voto a naso turato, il voto contro qualcuno – davvero non ha senso. Nel 2014 per Strasburgo si vota in libertà, secondo coscienza di cittadine e cittadini dell’Europa come la vorremmo. E, soprattutto, come faremo il possibile che diventi.

Toni Negri su elezioni europee e candidatura di Tsipras Fonte: EuroNomade | Autore: SANDRO MEZZADRA e TONI NEGRI

 

Segnaliamo dal sito EuroNomade l’editoriale di Sandro Mezzadra e Toni Negri.

Rompere l’incanto neoliberale: Europa, terreno di lotta

Chi come noi non ha interessi elettorali è nella migliore posizione per riconoscere la grande importanza che avranno, nel 2014, le elezioni per il parlamento europeo. E’ facile prevedere, nella maggior parte dei Paesi interessati, un elevato astensionismo e una significativa affermazione di forze “euroscettiche”, unite dalla retorica del ritorno alla “sovranità nazionale”, dall’ostilità all’euro e ai “tecnocrati di Bruxelles”. Non sono buone cose, per noi. Siamo da tempo convinti che l’Europa ci sia, che tanto sotto il profilo normativo quanto sotto quello dell’azione governamentale e capitalistica l’integrazione abbia ormai varcato la soglia dell’irreversibilità. Nella crisi, un generale riallineamento dei poteri – attorno alla centralità della BCE e a quel che viene definito “federalismo esecutivo” – ha certo modificato la direzione del processo di integrazione, ma non ne ha posto in discussione la continuità. La stessa moneta unica appare oggi consolidata dalla prospettiva dell’Unione bancaria: contestare la violenza con cui essa esprime il comando capitalistico è necessario, immaginare un ritorno alle monete nazionali significa non capire qual è oggi il terreno su cui si gioca lo scontro di classe. Certo, l’Europa oggi è un’“Europa tedesca”, la sua geografia economica e politica si va riorganizzando attorno a precisi rapporti di forza e di dipendenza che si riflettono anche a livello monetario. Ma solo l’incanto neoliberale induce a scambiare l’irreversibilità del processo di integrazione con l’impossibilità di modificarne i contenuti e le direzioni, di far agire dentro lo spazio europeo la forza e la ricchezza di una nuova ipotesi costituente. Rompere questo incanto, che in Italia è come moltiplicato dalla vera e propria dittatura costituzionale sotto cui stiamo vivendo, significa oggi riscoprire lo spazio europeo come spazio di lotta, di sperimentazione e di invenzione politica. Come terreno sul quale la nuova composizione sociale dei lavoratori e dei poveri aprirà, eventualmente, una prospettiva di organizzazione politica. Certo, lottando sul terreno europeo, essa avrà la possibilità di colpire direttamente la nuova accumulazione capitalistica. E’ ormai solo sul terreno europeo che possono porsi la questione del salario come quella del reddito, la definizione dei diritti come quella delle dimensioni del welfare, il tema delle trasformazioni costituzionali interne ai singoli paesi come la questione costituente europea. Oggi, fuori da questo terreno, non si dà realismo politico.

A noi pare che le forze di destra abbiano da tempo compreso che l’irreversibilità dell’integrazione segna oggi il perimetro di ciò che è politicamente pensabile e praticabile in Europa. Attorno a un’ipotesi di sostanziale approfondimento del neoliberalismo si è ormai organizzato un blocco egemonico che comprende al proprio interno varianti anche significativamente eterogenee (dalle aperture non solo tattiche in direzione di ipotesi socialdemocratiche di Angela Merkel alla violenta stretta repressiva e conservatrice di Mariano Rajoy). Le stesse forze di destra che si presentano come “anti-europee”, quantomeno nelle loro componenti più avvertite, giocano questa opzione sul terreno europeo, puntando ad allargare gli spazi di autonomia nazionale che nella costituzione della UE sono ben presenti e recuperando su un piano meramente demagogico il risentimento e la rabbia diffusi in ampi settori della popolazione dopo anni di crisi. Il riferimento alla nazione si dimostra qui per quel che è: la trasfigurazione di un senso di impotenza in aggressività xenofoba, la difesa di interessi particolari immaginati come architravi di una “comunità di destino”. Per contro la sinistra socialista, anche dove non è direttamente parte del blocco egemonico neoliberale, fatica a distinguersene in modo efficace e ad elaborare proposte programmatiche di segno chiaramente innovativo. La candidatura di Alexis Tsipras, leader di Syriza, a presidente della Commissione europea riveste in questo quadro un indubbio significato, e ha determinato in molti Paesi una positiva apertura di dibattito a sinistra, anche se in altri (primo fra tutti l’Italia) sembrano prevalere gli interessi di piccoli gruppi o “partiti”, incapaci di sviluppare un discorso politico pienamente europeo.

Se così stanno le cose, perché ci sembrano importanti le elezioni europee del prossimo maggio? In primo luogo perché tanto il relativo rafforzamento dei poteri del parlamento quanto l’indicazione da parte dei partiti di un candidato alla presidenza della Commissione fanno necessariamente della campagna elettorale un momento di dibattito europeo, in cui le diverse forze saranno costrette a definire e ad enunciare quantomeno un abbozzo di programma politico europeo. A noi pare dunque che si presenti qui un’occasione di intervento politico per tutti coloro che si battono per rompere tanto l’incanto neoliberale quanto il suo corollario, secondo cui l’unica opposizione possibile alla forma attuale dell’Unione Europea è il “populismo” anti-europeo. Non escludiamo in linea di principio che questo intervento possa trovare interlocutori tra le forze che si muovono sul terreno elettorale. Ma quello a cui pensiamo è prima di tutto un intervento di movimento, capace di radicarsi all’interno delle lotte che negli ultimi mesi si sono sviluppate, sia pure in forme diverse, in molti Paesi europei (cominciando a investire con significativa intensità anche la Germania). Decisivo è oggi riqualificare un discorso di programma, e solo dentro e contro lo spazio europeo questo è possibile. Non v’è oggi da indagare sociologicamente, magari all’ombra di qualche forcone, la “composizione tecnica di classe” nell’attesa messianica della “composizione politica” adeguata. Così come oggi non c’è da attendersi che si diano movimenti di classe vincenti che non abbiano interiorizzato la dimensione europea. Non sarebbe la prima volta, anche nella recente storia delle lotte, che taluni movimenti fossero obbligati dal modificarsi del quadro politico a ripiegare da grandi esperienze locali ad asfittiche chiusure settarie. Si tratta di ricostruire immediatamente un orizzonte generale di trasformazione, di elaborare collettivamente una nuova grammatica politica e un insieme di elementi di programma che possano aggregare forza e potere dall’interno delle lotte, contrapponendosi alle derive che abbiamo visto in Italia nelle scorse settimane, dove non a caso il simbolo unificante è stato il tricolore. Qui e ora, lo ripetiamo, l’Europa ci appare il solo spazio in cui questo sia possibile.

Un punto ci sembra particolarmente importante. La violenza della crisi farà sentire ancora a lungo i suoi effetti. All’orizzonte non c’è la “ripresa”, se per ripresa intendiamo un significativo riassorbimento della disoccupazione, la diminuzione della precarietà e un relativo riequilibrio dei redditi. Tuttavia, un ulteriore approfondimento della crisi sembra da escludere. L’accordo sul salario minimo su cui si è fondata la nuova grande coalizione in Germania pare piuttosto indicare un punto di mediazione sul terreno del salario sociale che può funzionare – a geometria e geografia variabili – come criterio di riferimento generale per la definizione di uno scenario di relativa stabilità capitalistica in Europa. E’ uno scenario, non è la realtà attuale, ed è uno scenario di relativa stabilità capitalistica. Sotto il profilo della forza lavoro e delle forme della cooperazione sociale, questo scenario assume come dati di partenza l’estensione e l’intensificazione della precarietà, la mobilità all’interno dello spazio europeo e dall’esterno, il declassamento di quote rilevanti di lavoro cognitivo e la formazione di nuove gerarchie all’interno di quest’ultimo, che si sono determinati nella crisi. Più in generale lo scenario di relativa stabilità di cui parliamo registra la piena egemonia di un capitale le cui operazioni fondamentali hanno una naturaestrattiva, combinano cioè alla persistenza del tradizionale sfruttamento un intervento di “prelievo” diretto della ricchezza sociale (attraverso dispositivi finanziari ma anche assumendo come terreno privilegiato di valorizzazione “beni comuni” come, fra gli altri, la salute e l’istruzione). Non a caso i movimenti hanno compreso che su questo terreno si danno le lotte capaci di colpire il nuovo regime di accumulazione, come hanno mostrato in Italia il 19 ottobre.

Dentro questo scenario si tratta ovviamente di guardare alla specificità delle lotte che si sviluppano, di analizzarne l’eterogeneità e di misurarne l’efficacia in contesti politici, sociali e territoriali che possono essere anche molto diversi. Ma si tratta anche di porre il problema del modo in cui possono convergere, moltiplicando la loro stessa potenza “locale”, entro la cornice europea. La delineazione di nuovi elementi di programma può prendere intanto la forma dellascrittura collettiva di una serie di principi inderogabili, sul terreno del welfare e del lavoro, della fiscalità e della mobilità, delle forme di vita e della precarietà, su tutti i terreni su cui si sono espressi e si esprimono i movimenti in Europa. Non è una carta dei diritti scritta dal basso, e da proporre a qualche assise istituzionale, quella a cui pensiamo: è piuttosto un esercizio collettivo di definizione programmatica che, come comincia a mostrare in queste settimane la stesura della “Carta di Lampedusa” per quel che riguarda la migrazione e l’asilo, può diventare strumento di organizzazione a livello europeo. Senza dimenticare che in questo lavoro possono sorgere impulsi decisivi, fin da subito, per la costruzione di coalizioni di forze locali ed europee, sindacali e mutualistiche, in movimento.

Forconi, flop anche a Palermo dell’ala di Calvani. Gli altri si danno appuntamento a Verona sabato Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Manifestazione flop a Palermo dell’ala dura dei Forconi. All’appuntamento in piazza Indipendenza, davanti Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione siciliana, alla fine si sono presentati in pochi. Solo qualche decina per annunciare che la mobilitazione non si ferma. Anzi, a partire dal 10 gennaio sara’ protesta ad oltranza in tutto il Paese con blocchi, presidi e manifestazioni. A guidarli, come a piazza del Popolo a dicembre, dove si è registrato un altro flop, Danilo Calvani, il leader del Coordinamento 9 dicembre, insieme a lui Martino Morsello, assente, invece, Mariano Ferro, storico leader dei Forconi in Sicilia. Un’assenza che conferma la spaccatura del movimento.”Dispiace che ancora una volta Calvani, con la manifestazione di Palermo con un centinaio di persone, abbia lanciato certi messaggi di ‘mandare tutti a casa’”, commenta Ferro. “E’ un atteggiamento masochista che distrugge un grande lavoro. Purtroppo la mente di qualcuno non cammina alla pari con il buonsenso”, aggiunge Ferro, che annuncia per sabato a Verona una riunione con il coordinamento nazionale in cui si tenterà di formalizzare “una strategia seria per avere risposte da un governo che sfrutta le occasioni come quella odierna di Palermo per dire che siamo una sparuta minoranza”.
Ferro accusa alcuni “ambienti di destra” di strumentalizzare la protesta “ e fare come hanno fatto quelli di Alba Dorata in Grecia”. “Ma tanto – conclude – non ci riusciranno perche’ troveranno noi come muro che vogliamo giocare una partita seria portando a casa veri risultati per il bene della gente”.