I poliziotti della Diaz arrestati dopo 13 anni da:globalist.it

I poliziotti della Diaz arrestati dopo 13 anni

Spartaco Mortola, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri arrestati tra il 30 e il 31 dicembre. Due di loro sconteranno la pena ai domiciliari. I fatti risalgono al G8 del 2001.


Desk2
giovedì 2 gennaio 2014 10:42

Il 31 dicembre sono stati arrestati, dopo be 13 anni, gli ultimi due superpoliziotti finiti sott’accusa per l’irruzione e l’introduzione di prove taroccate nella scuola Diaz di Genova dove dormivano i noglobal, al termine del G8 del 2001. Uno è Spartaco Mortola, volto già conosciuto nel capoluogo ligure, ex capo della Digos genovese poi divenuto questore vicario di Torino, che dovrà scontare otto mesi di domiciliari nella propria abitazione.

L’altro poliziotto arrestato è Giovanni Luperi, ex dirigente Ucigos nelle giornate della guerriglia, poi capo-analista dei servizi segreti e attualmente in pensione: per lui, della condanna definitiva a quattro anni, ne resta uno.

Il pomeriggio del 30 dicembre, l’arresto era scattato anche per Francesco Gratteri, numero tre della polizia italiana prima della condanna, coordinatore d’indagini su attentati e latitanti. È condannato a un anno di domiciliari, potrà beneficiare come gli altri di alcune ore (2 o 4) di libertà durante il giorno e usare il telefono.

I tre otranno chiedere il riconoscimento della buona condotta, e quindi ottenere qualche mese di sconto oltre a ciò che era stato spazzato dall’indulto del 2006.

Ucciso l’ambasciatore palestinese a Praga da : Redazione Contropiano

Ucciso l'ambasciatore palestinese a Praga

L’ambasciatore dell’Autorità palestinese a Praga è rimasto ucciso da un’esplosione avvenuta mentre apriva una cassaforte nella sua residenza. La dinamica al momento è ancora da chiarire, ma già si nota la mano del Mossad nella disinformazione. Alcune fonti di informazione riferiscono infatti di imprecisate voci raccolte tra altrettanto ignoti “investigatori” secondo cui il diplomatico avrebbe «maneggiato in modo maldestro pericolose sostanze esplosive». Come se un diplomatico fosse in realtà un “attentatore” in panni civili.  Tentativo ridicolo, tanto più considerando l’età di Jamal Al Jamal; 56 anni, ambasciatore di ormai lungo corso,

 

Da Ramallah una fonte palestinese ha riferito che l’esplosione sarebbe avvenuta mentre l’ambasciatore apriva una vecchia valigia.Secondo altre fonti, invece, l’esplosione sarebbe stata causata dal sistema di allarme dell’appartamento scattato quando il diplomatico ha aperto una cassaforte.

 

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Ricoverato all’ospedale di Praga, Jamal è stato tenuto in coma farmacologico per oltr tre ore, ma non c’è stato nulla da fare.

La moglie, 52 anni, è stata anche lei ricoverata in stato di shock e intossicata dal fumo successivo all’esplosione. L’autorità nazionale palestinese invierà domani a Praga una equipe di esperti per affiancare la polizia ceca nelle indagini

“In Italia esiste ancora la schiavitù” Intervista esclusiva a Yvan Sagnet: “In Italia la schiavitù esiste ancora”

 

Riprendiamo qui quest’intervista esclusiva di Resapubblica.it a Yvan Sagnet

 

Intervista esclusiva a Yvan Sagnet: “In Italia la schiavitù esiste ancora”

 

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di Mari Albanese –

 

 

 

Guardare Yvan Sagnet dritto negli occhi è come osservare l’intero continente africano e la sua fiera storia. Difficile credere che dietro tanta pacatezza e bon ton si nasconda uno spirito rivoluzionario capace di far esplodere un “conflitto” destinato a rimanere nella storia. Come ha scritto di lui Roberto Saviano: “Questa è una storia d’amore nata per caso tra un bambino e un Paese. Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l’Italia. È una storia d’amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d’Africa nel Mondiale, dalla prima partita con l’Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra”.

 

Yvan Sagnet inizia ad amare l’Italia, impara la nostra lingua e, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei che sceglievano le università inglesi e francesi, decide di iscriversi in ingegneria al Politecnico di Torino. Già, la Torino della Juventus, suo mito calcistico italiano. Per mantenersi agli studi incrocia mille lavori e quando nel 2011 perde la borsa di studio, decide di andare a raccogliere pomodori al sud, come molti dei suoi conterranei, come i tanti “disperati” che noi chiamiamo extracomunitari e che in realtà rappresentano l’anello debole e allo stesso tempo più importante della filiera agricola in Italia.

 

Yvan conoscerà ben presto l’altra faccia del nostro paese e vivrà sulla sua pelle la riduzione in schiavitù. Dopo pochi giorni dal suo arrivo a Nardò in Puglia, organizza uno sciopero che vedrà protagonisti 700 lavoratori irregolari che fino a quel momento avevano vissuto in condizioni disumane e vittime del caporalato. 700 invisibili, guidati dal giovanissimo Yvan alzeranno la testa e faranno parlare si sé l’Italia intera. Abbiamo incontrato Yvan Sagnet che oggi lavora per la Flai Cgil lottando ancora al fianco degli invisibili. Questa è la storia straordinaria di un “eroe qualunque” che ha creduto e crede nel diritto alla dignità umana.

 

Yvan, puoi raccontarci del tuo arrivo a Nardò? In quali condizioni vivevano gli immigrati?

 

Gli immigrati vivevano in condizioni disumane. Intanto venivano accolti tutti in una masseria, ma che non era abbastanza grande per ospitare tutti. Chi arrivava per ultimo doveva accontentarsi di dormire per terra o su un materasso che per altro bisognava pagare al caporale. C’erano 5 bagni per 700 lavoratori, io per fare la doccia dovevo fare la fila per ore…ditemi se questo è rispetto della dignità umana.

 

Qual è il ruolo dei caporali? In che modo avviene la riduzione in schiavitù dei lavoratori?

 

I caporali fanno da intermediari, non esiste un regolare ufficio di collocamento. Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti originali ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando ciò accade è inevitabile che i braccianti diventino schiavi. Le condizioni di lavoro, quando sono arrivato erano terribili: diciotto ore consecutive, quasi tutte sotto il sole cocente. Ci alzavamo alle 3 del mattino e tornavamo la sera. I caporali comandavano e comandano ancora su tutto. Essendo lontani dalla città eravamo costretti a pagare a loro un panino 5 euro, l’acqua 1,50 e addirittura il trasporto per andare al lavoro. La mattina infatti ci caricavano su furgoncini fatiscenti e stipati come animali per chilometri… e dovevamo pagare 5 euro anche per questo.

 

Ma quanto guadagnavate al giorno?

 

Il guadagno era di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo di pomodori ci voleva molto tempo, ore. Al massimo io riuscivo a riempirne 4 o 5, quindi per un guadagno di 17 euro al giorno, provate a sottrarre da questo tutto quello che dovevamo ai caporali e ditemi se non era schiavitù.

 

Quando hai deciso che era l’ora di scioperare per poter cambiare queste regole disumane?

 

I braccianti in genere strappavano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori potessero cadere facilmente e tutti. Ma un giorno il caporale decide di imporci un altro metodo perché servivano pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi da selezionare uno a uno. Si trattava di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significava raddoppiare la fatica, ma mantenendo sempre la stessa paga. Quindi decisi di insorgere e convinsi tutti i miei compagni di sventura. In pratica iniziò così la rivolta. Ma lo sciopero non fu facile da gestire perché era quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini, per gli altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese. Ma nonostante le diversità, lo sciopero continuò e gli italiani sembrarono prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni furono costrette ad ammettere il problema caporalato.

 

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Non hai avuto paura per la tua incolumità?

 

Alessandro Leogrande nell’intervista finale che accompagna il mio libro svela che c’è un piano per uccidermi, ordito da alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. Ma io non ho paura di inseguire i miei sogni e di aiutare i tanti lavoratori che ancora oggi vengono sfruttati in maniera disumana come se niente fosse mai accaduto!

 

Quali sono stati i risultati del tuo, del vostro coraggio, cosa è accaduto dopo la rivolta di Nardò?

 

Abbiamo ottenuto la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. Ma purtroppo devo tristemente constatare che nulla è cambiato, assolutamente nulla. Esistono ancora i caporali ed esistono ancora gli uomini ridotti in schiavitù in un paese come l’Italia che dice d’essere democratico e giusto. Tuttavia la giustizia è stata dalla nostra parte. La magistratura trovò la forza per continuare le indagini già in corso e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestarono 16 persone nell’ambito dell’operazione “Sabr” che mirava a colpire un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Io e ad alcuni miei compagni ci ritrovammo, avendo scelto di costituirci parte civile, dinanzi ai nostri sfruttatori, con la soddisfazione di vederli condannati. Ma tutto questo non basta ancora, bisogna davvero andare oltre e continuare a lottare.

 

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Yvan cosa hai fatto dopo la rivolta di Nardò e quali sono le tue battaglie di oggi?

 

Ho fatto un Master sulle Energie Rinnovabili dell’Università la Sapienza di Roma e sono il Vice-Presidente del CETRI-TIRES (Circolo Europeo della Terza Rivoluzione Industriale) di Bruxelles-Roma-Palermo ispirato alle idee dell’economista americano Jeremy Rifkin. Sono anche il responsabile dell’Associazione NO-CAP, associazione che lotta contro le schiavitù nel mondo del lavoro e nella società. Intanto continuo a lavorare con la Cgil n Puglia per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nella filiera dell’agricoltura. Sto portando avanti la battaglia per fare approvare in parlamento la tracciabilità dei prodotti agricoli che prevede, tra l’altro, anche la realizzazione di un disciplinare con il quale la grande distribuzione può rifiutare i prodotti provenienti da territori agricoli in cui è presente il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori. Un’altra battaglia è quella sulla confisca dei terreni e dei beni per quegli imprenditori agricoli che praticano lo sfruttamento dei lavoratori.

 

Quindi il tuo impegno è per un sindacato in “trincea”?

 

Il mio è un impegno per il sindacato di strada, per essere presente nei luoghi dei conflitti. Questo ricorda molto il lavoro e il sacrificio dei vostri sindacalisti siciliani che pagarono con la vita la lotta per la riforma agraria.

 

Fonte: resapubblica.it

AUGURI E SOLIDARIETA’ da: ANPI Palermo

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Anpi Palermo

L’ANPI Palermo rivolge a tutti gli iscritti il ringraziamento per il contributo di militanza antifascista che rende possibile questa aggregazione democratica sempre più vasta e speriamo sempre più presente nella nostra realtà. A tutti un messaggio di augurio in un momento certamente tra i più difficili nella storia della nostra Repubblica.

 

Un Augurio che l’ANPI vi esprime con le significative parole di solidarietà ed impegno che il presidente nazionale Carlo SMURAGLIA ha espresso, tramite il nostro presidente Ottavio Terranova, “al Magistrato Di Matteo ed a quanti, a Palermo e in Sicilia, sono sottoposti a minacce o comunque a rischio perché si occupano professionalmente di criminalità organizzata e in particolare di mafia”.

 

Nel caso del dott. Di Matteo, scrive Smuraglia, c’è stato addirittura qualcosa di più: …. il riferimento al procedimento di cui Di Matteo ed altri si stanno occupando è di natura particolarmente delicata, proprio perché riguarda i rapporti tra mafia e politica (e addirittura tra mafia e istituzioni)”.

 

Questo qualcosa di più, dice ancora Smuraglia, deve fare scattare un nostro impegno, far si che  la situazione del Dott. Di Matteo e degli altri Magistrati e funzionari che si occupano di queste vicende, non costituisca un loro “problema personale” ma un problema nostro, delle Istituzioni, della politica, delle Associazioni democratiche, del Paese; e in definitiva di ognuno di noi. E’ questa la ragione per cui non basta neppure esprimere una pur doverosa solidarietà, ma occorre fare di più: impegnare questo Stato a fare davvero tutto quanto necessario (e ancora di più, se possibile) per estirpare questa  mala pianta che ormai affligge non solo la Sicilia, ma tutta l’Italia.

 

…..E’ con questa convinzione profonda e soprattutto con questo impegno, mio personale e di tutta l’Associazione che presiedo, che mi sento di solidarizzare con chi è più esposto e di essergli vicino; perché è proprio questo impegno che rende la solidarietà veramente attiva e proiettata su una linea non più e solo di difesa, ma di attacco alle troppe malepiante che affliggono la nostra Italia. Carlo Smuraglia