Flores d’Arcais: “Alle elezioni europee una lista della società civile con Tsipras” | Fonte: micromega

“Oggi c’è una sola forza politica di sinistra in Europa e si chiama Syriza. Per questo pensiamo che in Italia alle prossime elezioni europee una lista dei movimenti e della società civile, totalmente autonoma (ed estranea alle forze organizzate del “Partito della sinistra europea”), con Tsipras candidato alla presidenza, potrebbe avere un buon risultato”. Pubblichiamo un’intervista del quotidiano greco “Avgì” (Aurora), molto vicino a Syriza, al direttore di MicroMega.

colloquio con Paolo Flores d’Arcais di Argiris Panagopoulos

In Italia sembra che esista una forte maggioranza a sostegno del governo Letta, al punto che il premier insiste che finirà il suo mandato…

Il governo Letta è debolissimo nel paese perché inviso alla schiacciante maggioranza dei cittadini. È debole anche nelle istituzioni, in parlamento, dal momento che il nuovo segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, eletto attraverso le primarie e personaggio di destra “alla Blair” ma fuori dagli schemi tradizionali dei vecchi apparati del partito (è popolare per questo) non ha nessuna intenzione di appoggiare a lungo questo governo.
Il realtà la forza di questo governo è duplice. In primo luogo, non è il governo Letta ma il governo Napolitano, cioè del Presidente della repubblica, che si comporta come un vero e proprio sovrano attribuendosi poteri che la Costituzione non gli dà. In secondo luogo le forze dell’opposizione sono debolissime: l’unica forza di opposizione oggi presente in parlamento è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, una grande forza politica di massa (rappresenta grosso modo il 25% dei votanti) ma strutturata in modo debolissimo e soprattutto con un gruppo dirigente fatto di due persone, Beppe Grillo e un personaggio molto inquietante, che si chiama Casaleggio. Il M5S ondeggia perciò a seconda degli umori di questi due capi. Insomma, la vera forza di Letta è la debolezza dell’opposizione.

Il governo Letta, o del Presidente della Repubblica, non trova appoggi anche come “longa manus” di Bruxelles e Berlino?

“Longa manus” può essere fuorviante. Diciamo che c’è una strettissima convergenza di interessi fra l’establishment delle istituzioni europee e l’establishment italiano rappresentato da Napolitano e da Letta.
Ma se la gigantesca opposizione che c’è nel paese trovasse modo di avere anche una sua rappresentanza politica parlamentare la situazione cambierebbe radicalmente.

Manca una sinistra di opposizione? Non ha fatto nessun riferimento a SEL.

In Italia – a livello politico organizzato – la sinistra non esiste. Ma non esiste da molti anni. Esiste invece nella società civile. E la distanza e lo scarto tra una sinistra sempre meno esistente nella politica ufficiale e una sinistra sempre più forte nella società civile continua ad aumentare.
Non esiste la sinistra come forza politica perché il PD esiste ma non è più di sinistra. Non aveva più nulla di sinistra con D’Alema e Veltroni, che hanno realizzato una vera mutazione antropologica del partito, rendendolo parte dell’establishment. Con Renzi non potrà essere peggio, ma sarà solo una sostituzione dentro l’establishment.
SEL e gli altri piccoli partiti non contano più nulla. SEL forse (molto forse) supererà lo sbarramento elettorale. Il suo leader Vendola sempre di più si trova implicato in inchieste che ormai stanno distruggendo la sua reputazione. Rifondazione, i Verdi e gli altri gruppi politici non rappresentano nulla. Se non si capisce questo non si capisce la situazione italiana.

Però la sinistra sociale rimane forte e non da oggi…

Quasi trent’anni, quando ho fondato “MicroMega” (1986), la chiamavo “sinistra sommersa”. Ma questa sinistra sommersa negli ultimi quindici anni è diventata una sinistra di piazza. In Italia la società civile ha auto-organizzato davvero da sola, senza sindacati e partiti, manifestazioni gigantesche. In quattro persone (ma una era Nanni Moretti, con un peso mediatico molto forte) abbiamo portato a piazza san Giovanni a Roma nel 2002 un milione di persone. Abbiamo fatto da catalizzatori di una voglia di autoorganizzazione che era gigantesca e che è durata svariati mesi. Abbiamo avuto negli anni successive manifestazioni del “popolo viola” e tante altre.

Avete avuto anche le vittorie dei referendum sul nucleare e sull’acqua.

Certo. In Italia da oltre dieci anni c’è una capacità di autoorganizzazione della società civile attraverso personalità diverse e una miriade di associazioni che è gigantesca. Allo stesso tempo questa opposizione civile e sociale non ha rappresentanza politica. I suoi militanti si sentono cittadini orfani di rappresentanza. Tutto questo si può chiamarlo sinistra in senso tradizionale? Non esattamente.
Perché credo che sia qualcosa di più e di diverso dalla sinistra tradizionale. Rifiuta l’idea del partito, e credo con ragione. Perché ha potuto sperimentare che la struttura di partito inevitabilmente in tempi molto rapidi ripropone (magari in forma soft) le degenerazioni dei partiti di establishment. Sa che c’è bisogno di una forma nuova di rappresentanza. Trent’anni fa avevo scritto che dobbiamo passare dalla politica come mestiere alla politica come bricolage. Gli ultimi quindici anni confermano che questa è la vera sfida. Inventare delle forme organizzative anche di rappresentanza che pero facciano meno della politica come professione, che realizzino quasi unicamente la politica come bricolage.
Il Movimento di Beppe Grillo entrerà in crisi, in due o tre anni. Si devono perciò creare le premesse di una nuova forza politica che abbia le virtù del Movimento Cinque Stelle (la politica bricolage) ma non i suoi gravissimi vizi. Altrimenti l’Italia si troverà in una situazione rischiosissima, perché a questo punto ci sarà lo spazio per una proposta eversiva di destra. Ci sono state “zone rosse” che in questi anni hanno visto vittorie elettorali di Berlusconi. Se in Grecia non ci fosse Syriza potrebbe dilagare Alba Dorata.

Che tipo di sinistra o di opposizione dobbiamo costruire?

La parola sinistra rischia di esser equivoca oggi. Paradossalmente non usarla è meno equivoco che usarla. Perché a volte sinistra indica anche l’opposto dei due suoi ideali fondamentali, giustizia e libertà. Noi abbiamo bisogno di una forza politica Giustizia e Libertà (oltretutto era il nome del movimento della Resistenza non comunista, perche antistalianiano). “Sinistra” per qualcuno richiama a volte ai regimi più antioperai che siano esistiti, quelli stalinisti. “Sinistra” ricorda in periodi più recenti il PCI e le sue continue trasformazioni, che sono state una non-opposizione al berlusconismo, che hanno permesso al berlusconismo di fiorire. “Sinistra” ricorda ora i partitini che si definiscono neocomunisti e sono una parodia.

Come si crea lo strumento politico “Giustizia e Libertà”?

Le forze politiche non nascono a tavolino. Nascono se ci sono dei gruppi e delle elite capaci di cogliere le occasioni. Non servono professionisti e burocrati. Con i girotondi abbiamo perduto una occasione. Nanni Moretti pensava che l’area dell’attuale PD fosse ancora recuperabile e lo crede anche ora appoggiandolo. E noi, che non avevamo più questa illusione, non abbiamo avuto il coraggio di dare un seguito organizzato ai girotondi.
Di recente abbiamo perso un’altra occasione con la FIOM, che ha cercato di lanciare con tutti i movimenti della società civile una grande manifestazione. Ma non ha voluto dare alla iniziativa i contenuti coerenti alla situazione. Non ha voluto contrapporsi frontalmente al governo Letta, al PD e al presidente Napolitano. Non si può difendere in modo generico la Costituzione italiana, che in effetti è una delle più avanzate del mondo, ma bisogna indicare chi cerca di distruggerla oggi. Molti movimenti chiedevano che la FIOM facesse la manifestazione con obiettivi politici molto più espliciti dicendo che i nemici della Costituzione oggi non sono solo le destre ma anche Letta, il PD e il presidente Napolitano. Se ci fosse stato questo la manifestazione sarebbe stata gigantesca con effetto di mobilitazione straordinario. E oggi non avremmo moimenti sociali ambigui come il movimento dei Forconi.
Ora abbiamo un’altra occasione con le elezioni europee. Se a maggio ci fossero le elezioni politiche direi che l’unica cosa da fare è votare Beppe Grillo, perche non ci sarebbe spazio reale per una lista nuova di Giustizia e Libertà.
Ma per le elezioni europee si vota con sistema proporzionale puro. Le posizioni di Grillo sull’Europa sono molto ambigue e non è molto credibile.
Con la nuova legge elettorale si può presentare un candidato alla presidenza europea. Per tutti noi che abbiamo partecipato negli ultimi quindici anni a tutti i movimenti possibili di lotta della società civile c’è oggi una sola forza politica di sinistra in Europa e si chiama Syriza (negli altri paesi o non sono di sinistra o non sono “forze”). Per questo pensiamo che una lista rigorosamente della società civile con Tsipras potrebbe avere un buon risultato.
Pensiamo che si possa ipotizzare una lista della società civile, esclusivamente della società civile, che avendo Tsipras come candidato possa essere credibile anche solo nei pochi mesi che abbiamo in avanti e anche in una situazione politica italiana in qui ovviamente le condizioni per una lista nuova sono molto difficili, perché dal punto di vista mediatico tutto ciò che non è contro l’establishment è focalizzata sul nuovo segretario del PD e tutto ciò che è opposizione dal punto di vista mediatico è focalizzata su Beppe Grillo e il suo movimento.
E tuttavia, con le europee si può tentare. Perché questo tentativo abbia un minimo ragionevole di possibilità e non sia destinato già ad una funzione minoritaria ci sono però svariate condizioni. La prima, che Tsipras sia interessato ad essere il candidato di una forza politica della società civile, totalmente autonoma e estranea alle forze organizzate dei partiti della sinistra europea e specialmente dei suoi partitini in Italia.

Syriza, il Partito della Sinistra Europea e i partiti che vi aderiscono hanno un progetto comune per ricostruire l’Europa…

Syriza è una forza. Negli altri paesi i partiti della sinistra non sono una forza. In Italia solo una lista che raccolga esperienze e movimenti della società civile può evitare l’ennesimo fallimento minoritario. Con molti punti del programma del “Partito della sinistra europea” la consonanza può essere molto grande, ma una questione ancora più cruciale è: con quali strumenti? E dal punto di vista degli strumenti (partito, liste, storie ideologiche, rifiuto dei politici di professione) la differenza è enorme.
In Italia, per essere molto espliciti, una qualsiasi lista che poniamo potenzialmente avesse il 10% dei voti se si allea anche con Rifondazione o i Verdi o i Comunisti Italiani prenderebbe il 5%. Una lista autonoma che avesse potenzialmente il 5% dei voti se si allea con Rifondazione e gli altri prenderebbe il 2%. Oggi allearsi con qualsiasi di questi partitini invece di produrre una somma produce una sottrazione. Perche godono di una credibilità negativa.
La seconda condizione è verificare quante delle personalità che in questi anni sono stati punti di riferimento di queste lotte sono convinte della necessità di una lista autonoma e quanti ancora si illudono che si possa trasformare il PD dall’ interno, che si possa trasformare SEL o far rinascere una specie di lista Ingroia. Bisognerà perciò verificare se almeno un centinaio di persone eminenti nei vari campi, scrittori, filosofi, sociologi, scienziati, personalità del cinema, della musica ecc., condividano la nostra ipotesi.
Se saranno in tanti a pensare che la lista abbia senso e “necessità” dovremmo fare un terzo passo: vedere se tutti i movimenti oggi attivi si riconoscono in un progetto di questo genere. Perché alle volte purtroppo questi movimenti sono molto importanti e molto interessanti ma in taluni loro settori ritengono che la rappresentanza parlamentare non sia una cosa fondamentale. Se ci sarà una convinzione molto diffusa tra questi movimenti della necessità di questa lista si farà il quarto passo: una grande assemblea di tutti.
Per avere una successo e non rappresentare una forza minoritaria e sfondare sarà comunque decisivo il quinto passo, la nascita spontanea di nuovi club e associazioni. Ricordo che quando Occhetto sciolse il PCI, la proposta di una “sinistra dei club” vide la nascita di centinaia di gruppi locali in poche settimane. E con i girotondi stava succedendo lo stesso fenomeno.
Naturalmente, anche così non ci sarebbe certezza di un successo elettorale. Ma correre il rischio sarebbe ragionevole, se davvero si vedesse che nella società civile c’è un spinta dell’opinione pubblica per organizzarsi in gruppi in vista delle elezioni per il Parlamento Europeo che va oltre i militanti organizzati nelle varie lotte come per l’acqua, per i beni comuni, contro la TAV, ecc., e gli intellettuali di riferimento. E ovviamente i militanti anche dei piccoli partiti avrebbero tutto lo spazio per dare il loro contributo nell’impegno elettorale in mille modi. Il problema è che questa lista sia autonoma. Organizzata da questi movimenti della società civile. Si tratta di convincere milioni di persone dell’opinione pubblica. Milioni di persone per le quali Rifondazione Comunista o SEL sono dei marchi negativi e neanche per motivi ideologici.

Forse li considerano come arnesi inutili…

Appartengono ad un’altra era geologica.

Tsipras però è il presidente di un partito politico …

Syriza rappresenta un miracolo. E’ il frutto di un’impresa eccezionale: partire da realtà ideologiche e decisamente minoritarie, rissose, di piccoli gruppi burocratici e di piccole gelosie e inventare il crogiuolo che le ha trasformate. Tsipras e Syriza hanno convinto l’opinione pubblica greca di aver realizzato una entità nuova, non come la somma di tante piccole realtà. Tsipras ha preso dei rottami di ferro e ne ha prodotto acciaio nuovo. In Grecia si è fatta una trasmutazione che è riuscita molto bene. Invece in Germania Die Linke ha perso il momento giusto, perché sono molto ideologici, molto burocratici e sembrano un vecchio ceto politico che ripropone la forma vecchia del partito. In Italia non esistono proprio e il problema non c’è. Naturalmente ci sono alcune migliaia di militanti di questi piccoli partiti, capaci magari di entusiasmo. Ma non sempre l’entusiasmo supera il settarismo ideologico.
In Italia abbiamo un elettorato mobilissimo. Il PCI aveva il suo elettorato. Da quando ero bambino quando andava malissimo prendeva dal 23% al 24%. Nel momento massimo della espansione con Berlinguer è arrivato al 34%. C’era un quarto o un terzo dell’Italia che votava PCI. Poteva cambiare di volta in volta di qualche piccola percentuale. C’era una fedeltà elettorale. In Italia da vent’anni non c’è più la fedeltà elettorale. Due anni fa Grillo prendeva il 3% in varie città. Nel giro di alcuni mesi ha superato il 25%. Ma può tornare al 3% in un momento. E’ questo vale per chiunque.

Il futuro di questa lista dipenderà dal risultato elettorale?

Per andare al parlamento europeo dovremo superare il 4%. Se questa lista prende un risultato intorno al 5% non avrà futuro. Sarà una manifestazione di testimonianza. Se per caso esplode e arriva a percentuali che superano simbolicamente il 10% avrà un futuro. Comunque quello che interresa a tutti noi è impegnarsi in un’azione politica non minoritaria, se riusciamo a crearne le condizioni, e non fare i Nostradamus.

(28 dicembre 2013)

SPINELLI Con Tsipras contro l’Europa dell’austerità

Migranti, 14 anni fa la strage al Vulpitta: quelle chiavi che ancora non si sono trovate | Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

Accadde la notte del 28 dicembre 1999, a Trapani, nell’allora Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” (oggi chiuso). Accadde quando non c’era la Bossi Fini e questi centri erano stati introdotti in Italia nel 1998 mediante una legge che porta il nome dell’allora ministro dell’Interno e ora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim in quel centro erano stati rinchiusi e avevano provato a fuggire. Si erano calati con una corda fabbricata con le lenzuola, si era immediatamente scatenata la caccia all’uomo, li avevano ripresi e condotti in cella. Uno dei reclusi aveva probabilmente dato fuoco ad un materasso scatenando l’incendio. Le chiavi non si trovavano, gli estintori erano rotti, nessuno volle prendersi la responsabilità di farli uscire. Ma uscirono, in 3 già morti e gli altri destinati alla stessa fine, dopo una tremenda agonia. Altri due ragazzi rinchiusi nella stanza si salvarono, ma portano i segni del rogo ancora addosso.

Accoglienza, le chiavi ancora non si sono trovate
Anni e anni di indagini, mai nessuno pagò per queste morti oscene, neanche l’allora prefetto. Solo un misero risarcimento, mentre l’allora ministro dell’Interno (succeduto a Napolitano), l’onorevole Enzo Bianco, ora sindaco di Catania, dichiarava che il “Vulpitta era un albergo a 5 stelle”. Una strage di centro-sinistra che dà inizio ad una stagione senza ritorno, di cui le vicende di questi giorni costituiscono un continuum mai interrotto, indipendentemente dai governi. Chi ha seguito non ha fatto altro che inasprire le condizioni di vita dei trattenuti perché privi di permesso di soggiorno (quindi non per un reato commesso ma per ciò che si è), aumentando il numero di centri, cambiando loro nome, accrescendo i tempi massimi di trattenimento, inibendo l’accesso ai giornalisti. E poi, di fronte all’incapacità strutturale di gestire i movimenti di persone dall’Africa Sub-sahariana prima e dal Magreb poi, dopo le rivoluzioni e le dinamiche innestate dalla crisi, ancora tentativi miseri di proibizionismo: esternalizzazione delle frontiere con i campi in Libia, missioni militari congiunte, respingimenti al di fuori di ogni norma internazionale, processi a chi tentava di salvare naufraghi e infine, centri di accoglienza di dubbia natura. Da Lampedusa spesso trasformata in carcere a cielo aperto fino agli ultimi spazi requisiti e utilizzati per strutture ubicate in un vero e proprio limbo giuridico, a volte di detenzione, poi di ospitalità per richiedenti asilo, poi di prima accoglienza, tutto affidato all’improvvisazione e alla discrezionalità delle prefetture.

Nell’epoca di mezzo
Per ora tanto il sistema dei Cie che quello dell’accoglienza stanno franando miseramente. Non sono più un affare per gli enti gestori che vincono le gare di appalto, un tempo si riusciva ad avere – è il caso di Modena – 72 euro al giorno, pro capite per trattenuto, oggi si vincono le gare al ribasso, a meno di 30 euro. Quindi diminuisce il numero dei dipendenti, delle persone che è possibile detenere, e peggiorano le condizioni di vita. Aver portato inutilmente a 18 mesi i tempi massimi di trattenimento ha acuito la trasformazione in penitenziari dei centri, sbarre e gabbie sono una condizione umana ed esistenziale in cui non si regge. E allora continue e mai cessate rivolte, atti di autolesionismo, suicidi riusciti o meno. Oggi dei 13 centri previsti ne sono in funzione 6. Crotone è stato chiuso questa estate dopo la morte per cause non ancora chiarite di un 32enne. Gradisca d’Isonzo ha avuto lo stesso destino a novembre, dopo che in estate, durante una rivolta, un altro recluso era caduto dal tetto e da allora è in coma irreversibile all’ospedale di Trieste. Prima erano stati chiusi i centri di Lamezia Terme, il “Vulpitta” di Trapani, il “Restinco” di Brindisi, poi quelli di Bologna e Modena. E proprio da Modena è giunta in questi giorni la nota ufficiale con decreto del Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, in data 23 dicembre. In attesa di futura(?) ristrutturazione la Prefettura ha avviato le procedure per la disdetta del contratto di locazione dell’immobile e dei contratti di manutenzione per la gestione degli impianti del Centro. Insomma in maniera ambigua ma soppresso. In questi giorni la potente protesta delle “bocche cucite” nel Cie di Ponte Galeria a Roma ha fatto irruzione negli schermi e nell’agenda politica. Si è parlato meno, perché più periferici di quanto accadeva a Bari e a Torino, scioperi della fame e sommosse e in molti hanno cominciato a parlare di revisione del sistema ma la confusione regna sovrana. In parlamento, prima delle rivolte, era stata approvata con i voti di Pd, Sc e Ncd, una mozione che dichiarava di voler cambiare tutto ma non interviene nell’immediato su nulla. Al Viminale, il Ministro dichiara che la Bossi Fini non si tocca, il suo vice parla di rapida e drastica riduzione dei tempi di trattenimento, nello stesso Pd si fronteggiano posizioni diverse e disparate. Durante il precedente governo, una task force del Viminale aveva poi redatto un rapporto, curato dal sottosegretario Ruperto, che per certi versi inaspriva le condizioni di vita nei centri con la boria di volerli rendere più efficienti. La Campagna LasciateCIEntrare (www.lasciatecientrare.it) ha prodotto un documento che è stato inviato a tutti i parlamentari dal titolo diretto, “Mai più Cie”.

“Torneremo a farci sentire”
Ma sono tante le forze esterne o interne ad essa che chiedono di chiudere l’ignobile capitolo della detenzione amministrativa. Competenze collettive organizzate, da associazioni umanitarie a quelle direttamente antirazziste, hanno comprovato come sia impossibile riformare tali istituzioni, la sola via è quella che non si vuole intraprendere. Un coraggioso stop. Del resto, per stessa ammissione del Ministero, ad oggi, causa l’inagibilità di parte delle stesse strutture aperte, nei Cie italiani ci sono 440 persone. Una questione quindi politica e non numerica. Si è in un momento di transizione, se prevarrà l’inerzia, i reclusi che hanno scritto tanto al Papa che a Napolitano, torneranno rapidamente a farsi sentire. Non torneranno indietro, sono determinati, non hanno nulla da perdere. A Ponte Galeria c’è chi ha tranquillamente garantito che si impiccherà e chi intende cucirsi anche le palpebre oltre che la bocca. I dipendenti degli enti gestori si sentono sulla bocca di un vulcano.

La fine dell’accoglienza
Accolti da chi? Il crollo dei Cie è nulla rispetto a quanto si è verificato e si sta verificando anche in queste ore in Sicilia sul fronte dell’accoglienza. C’è voluta la clamorosa e giusta iniziativa di protesta di Khalid Chaouki, parlamentare Pd, per far uscire dall’inferno del Cpsa di Lampedusa, buona parte dei profughi da mesi in attesa di conoscere il proprio destino. Sono rimasti, in condizioni pessime i 17, fra cui una donna in stato di grave prostrazione, sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre. Sono testimoni e si attendono le decisioni della magistratura per deciderne nuova allocazione. Alcuni legali, Alessandra Ballerini, Michele Passione, Fulvio Vassallo Paleologo, hanno realizzato un esposto per denunciare un trattenimento collettivo illegale. Il testo, da inviare al Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, alla Commissione Europea e ad altre autorità comunitarie, costituisce un duro atto di accusa nei confronti del governo italiano. Saranno in molti, fra associazioni e individui, ad inviarlo a proprio nome, ovviamente anche il Prc procede in tal senso. Accanto a questo un appello, firmato da LasciateCientrare e Asgi, rivolto a tutto il tessuto politico e sociale. Le immagini fortunosamente giunte e trasmesse al Tg2 non possono essere cancellate.

L’inferno contiene altri inferni
Ma l’inferno contiene altri inferni. Quello del Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Mineo, in provincia di Catania, 4000 persone rinchiuse in un luogo che ne può contenere 2000, minorenni costrette alla prostituzione per pochi euro con la compiacenza dei gestori. Lì si può restare anche oltre 18 mesi prima di conoscere il proprio destino di richiedente asilo, li si può finire come è accaduto ad un ragazzo eritreo di 21 anni, di aspettare da maggio una risposta, non poterne più e poi decidere di impiccarsi. Un’altra morte assurda ed evitabile, punta di iceberg di condizioni di disumanizzazioni collettive, con centri improvvisati messi in piedi dalle prefetture, senza medici o mediatori, da cui la gente può solo fuggire. A Messina, circa 200 profughi si son ritrovati sommersi dall’acqua. Erano in una tendopoli realizzata a forza, contro il parere del Comune, guai ad utilizzare le strutture turistiche. Son dovuti intervenire i vigili del fuoco per drenare l’acqua e mettere delle passerelle in legno fra le tende. Alcuni hanno accettato di farsi ospitare in un convento, gran parte sono rimasti nel fango. Hanno chiesto al Comune e l’assessore era con loro, volevano anche intraprendere uno sciopero della fame che per ora sembra interrotto. Non è colpa del maltempo, di certo prevedibile in questa stagione se il campo da baseball dove è posta la tendopoli, in Viale dell’Annunziata, si è allagato. È perché l’idea stessa di accoglienza non esiste, nonostante fra fondi europei e nazionali, fiumi di denaro si impieghino in nome di questa. Anche sapere che fine fa quel denaro, come quello dei Cie, potrebbe essere una risposta necessaria. L’anno finisce insomma con storie di sofferenza e di morte. E non è un buon augurio, ripensando a quel rogo di 14 anni fa.

Rivolta al Cairo, in fiamme l’università | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giuseppe Acconcia

Violenti scontri nella capitale, un morto. I giovani della «Fratellanza» contro golpe e normalizzazione. Proteste ovunque dopo la messa al bando del partito di Morsi come gruppo «terrorista»

Scorre di nuovo il san­gue dei soste­ni­tori dell’ex pre­si­dente Moham­med Morsi desti­tuito nell’estate scorsa da un golpe mili­tare, in seguito all’incendio dell’Università di Al Azhar. Gli edi­fici delle facoltà di Agra­ria, Eco­no­mia e la caf­fet­te­ria della facoltà di Scienze sono stati dati alle fiamme sabato mat­tina. Un gio­vane soste­ni­tore di Morsi è stato ucciso dalla poli­zia, nume­rosi sono i feriti men­tre sono 101 gli stu­denti arre­stati in seguito allo scop­pio dell’incendio. Secondo le forze di sicu­rezza, ad appic­care le fiamme sono stati gli affi­liati alla con­fra­ter­nita, alcuni dei quali colti men­tre tra­spor­ta­vano fuo­chi d’artificio, pistole e bot­ti­glie molo­tov. I Fra­telli musul­mani hanno par­lato invece di «accuse fab­bri­cate». Nell’ateneo erano in corso le ses­sioni di esami inver­nali che sono state imme­dia­ta­mente sospese.

Mah­moud al Azhari, por­ta­voce del gruppo «Stu­denti con­tro il golpe», ha dichia­rato che il gio­vane ucciso si chiama Kha­led al Had­dad ed è stato col­pito da alcuni pro­iet­tili spa­rati dalla poli­zia alle porte della facoltà di Eco­no­mia. Secondo un’altra asso­cia­zione stu­den­te­sca pro-Morsi, diversi stu­denti coin­volti negli scon­tri sono rima­sti feriti. Uno di loro, Tamim Mah­moud è stato col­pito da un pro­iet­tile alla testa ed è in con­di­zioni cri­ti­che. Bakr Zaki, pre­side della facoltà di Eco­no­mia, ha soste­nuto che i respon­sa­bili degli scon­tri sareb­bero per­sone estra­nee all’Università che hanno bloc­cato l’ingresso alle facoltà a stu­denti e al per­so­nale dell’ateneo. Il cam­pus di Nassr City si trova a pochi metri dal viale occu­pato dalla Fra­tel­lanza in seguito al colpo di stato del 3 luglio scorso.

Ma le vio­lenze non si pla­cano in tutto il paese in seguito alla dichia­ra­zione della Fra­tel­lanza come «gruppo ter­ro­ri­stico» secondo l’articolo 86 del codice penale. In Egitto l’appartenenza a un gruppo ter­ro­ri­stico è puni­bile con una reclu­sione fino a cin­que anni, men­tre il finan­zia­mento e la par­te­ci­pa­zione al movi­mento pos­sono costare anche la pena di morte. Secondo il vice pre­mier Hos­sam Eissa, tutti gli affi­liati alla Fra­tel­lanza sono sog­getti a prov­ve­di­menti restrit­tivi per ogni atti­vità di «pro­mo­zione ver­bale, scritta e finan­zia­ria» della con­fra­ter­nita.

E così l’esasperazione esa­cerba lo scon­tro tra laici e isla­mi­sti. Negli ultimi giorni, tre per­sone sono state uccise in scon­tri tra pro e anti Morsi a Minia e Damietta, due ad Assuan. Subito dopo la deci­sione di ina­sprire le misure con­tro la Fra­tel­lanza, il mini­stero dell’Interno ha annun­ciato l’apertura di una linea dedi­cata alle denunce di cit­ta­dini comuni con­tro chi fosse sospet­tato di far parte della con­fra­ter­nita. Un prov­ve­di­mento di que­sto tipo potrebbe deter­mi­nare il supe­ra­mento di una linea rossa che por­te­rebbe il paese verso il bara­tro di nuove vio­lenze. Qua­lora venis­sero col­piti i nervi della base sociale isla­mi­sta, cioè scuole, opere cari­ta­te­voli e ospe­dali con­trol­lati dalla Fra­tel­lanza, gli scon­tri tra pro e anti Morsi potreb­bero diven­tare incon­trol­la­bili. Per que­sto, il rap­pre­sen­tate regio­nale di Human Rights Watch, Sarah Leah Whi­ston ha dura­mente cri­ti­cato il governo egi­ziano. «Il governo vuole ster­mi­nare i Fra­telli musul­mani come prin­ci­pale gruppo di oppo­si­zione poli­tica», si legge in una nota.

Anche il por­ta­voce del Segre­ta­rio di Stato, Jen Psaki si è detto «pre­oc­cu­pato» per i recenti arre­sti di isla­mi­sti chie­dendo un «pro­cesso poli­tico inclu­sivo».
A inne­scare que­sti nuovi scon­tri è stato l’attentato con­tro la sta­zione di poli­zia di Man­soura che il 24 dicem­bre scorso ha cau­sato 16 vit­time tra gli agenti. Poche ore dopo decine di cit­ta­dini comuni hanno dato fuoco alle case di espo­nenti della Fra­tel­lanza in alcune città, roc­ca­forti del movi­mento, nella regione di Dakhleya. Men­tre il popo­lare pro­prie­ta­rio del canale tele­vi­sivo al Faraeen, Taw­fiq Oka­sha è apparso sugli schermi tele­vi­sivi inco­rag­giando i cit­ta­dini della regione a uscire di casa e con­ti­nuare negli attac­chi, seguendo l’esempio dei resi­denti di Man­soura. Con­tem­po­ra­nea­mente, il gior­nale online pro Morsi Al Mogaz è stato oscu­rato.

A ripor­tare in Egitto il clima del ter­ro­ri­smo degli anni Ottanta ci sono anche una lunga serie di esplo­sioni e rin­ve­ni­menti di ordi­gni in soli due giorni. Vari feriti aveva cau­sato una bomba ritro­vata pro­prio all’ingresso dell’Università Al Azhar lo scorso 25 dicem­bre. Altri tre ordi­gni sono stati rin­ve­nuti a due passi da piazza Rabaa al Ada­weya. Una bomba è stata fatta esplo­dere ieri dagli arti­fi­cieri della poli­zia di Kafr al Sheikh alle porte della sede del gover­na­to­rato locale.

Subito dopo l’attentato alla sede dei Ser­vizi di sicu­rezza e di poli­zia di Man­soura, l’ex primo mini­stro dell’anno di pre­si­denza Morsi, Hisham Qan­dil è stato tratto in arre­sto men­tre ten­tava di supe­rare il con­fine con il Sudan. L’accusa per Qan­dil riguarda la man­cata nazio­na­liz­za­zione della Tanta Oil Com­pany nono­stante una sen­tenza in que­sto senso della Corte ammi­ni­stra­tiva del Cairo.