“Difendo il proporzionale, il maggioritario è fallito” da l’unità

elezioni-come-si-vota-2013-300x225Mentre si escogitano i più stravaganti modelli di legge elettorale e si svolgono trattative più o meno occulte e trasversali per una legge che incontri il gradimento di (quasi) tutti, restano in ombra due dati di fatto macroscopici e però rigorosamente sottaciuti.

Il primo, molto sgradevole, è che – in realtà – non si cerca una legge equa che rispetti la «volontà popolare» presupposto non trascurabile della nozione stessa di suffragio universale. Ma si cerca quella legge dalla quale ciascuno dei corridori in gara immagina di trarre il maggior vantaggio a danno del concorrente. Donde l’estrema difficoltà, se non impossibilità, di trovare un accordo.

Il secondo è che, mentre si elucubra e si intrecciano ultimatum e si fissano scadenze, la legge invece c’è già. È quella che risulta vigente una volta detratti gli «additivi» di tipo maggioritario che la impeccabile sentenza della Consulta ha dichiarato illegali. Detratti gli additivi chimici, detti anche «premi di maggioranza», ciò che resta è la normativa fondata sul principio proporzionale (cioè sull’articolo 48 della Costituzione) con cui l’Italia repubblicana ha funzionato dal 1946 al 1992. Periodo storico fecondo di risultati positivi, durante il quale furono di norma rappresentati in Parlamento assai meno partiti che non nei vent’anni di «maggioritario» che abbiamo dovuto subire e da cui potremmo finalmente uscire.

Da 20 anni facciamo da cavie a un sistema che non ha dato né riduzione dei partiti né stabilità

L’esperienza di questo ventennio maggioritario ha dimostrato che il famigerato argomento che invoca la «governabilità» a sostegno del trucco maggioritario è del tutto inconsistente. Per un ventennio abbiamo fatto da cavie ad un esperimento in corpore vili: esso ha dimostrato che il maggioritario né riduce il numero di partiti presenti in Parlamento né garantisce maggior durata .ai governi.

Fallisce su entrambi i piani per i quali veniva elogiato e additato come modello e «rimedio unico ai mali». Non è difficile capire il perché di tale fallimento.

Il miraggio del «premio» di maggioranza infatti incrementa la pulsione a creare partiti sufficientemente grandi per ottenere il «premio»: partiti raffazzonati e compositi che prima o poi si sfasciano al seguito di scontri «di vertice», che, tra l’altro, nulla hanno a che fare con la volontà e i bisogni degli elettori. Partiti raffazzonati di tal genere incrementano la instabilità e approfondiscono la frattura tra società politica e corpo civico.

Un altro effetto deleterio del maggioritario è la cosiddetta corsa alla «conquista del centro» considerata la principale arma per la vittoria. Questo determina il progressivo rassomigliarsi dei partiti, specie di quelli principali. (Colpisce vedere ex «guardiani» del cavaliere di Arcore – quali ad esempio il ministro Lupi, veterano di pubblici talk-show – tramutarsi, quasi, in militanti del Pd: senza troppo sforzo perché nella sostanza le diversità si sono ridotte di molto, al netto s’intende degli scontri personalistici). Né si capirebbe come mai da oltre due anni siamo governati dall’«unione sacra» degli ex-rivali se non ci fosse per l’appunto una sostanziale concordanza sulle cosiddette «cose che contano» (concordanza che viene quotidianamente esaltata).

L’appannamento delle differenze produce il ritrarsi dalla volontà di partecipazione, già solo elettorale, alla politica da parte di un numero crescente di cittadini. L’assemblea regionale siciliana attualmente in carica così come l’attuale sindaco di Roma sono stati eletti da meno della metà degli aventi diritto al voto.

Por mente a questo fenomeno aiuta a comprendere quanto sia vano l’argomento di chi prevede risultati paralizzanti ove si andasse a votare con il sistema da pochi giorni tornato in vigore, cioè col proporzionale. È una previsione arbitraria e vagamente deterrente. Non è possibile infatti prevedere quale sarà il voto di chi finalmente potrà votare non più ricattato dall’estorsivo criterio del «voto utile».

Il ripristino del principio e dell’attuazione pratica del sistema proporzionale – il cui primo demolitore in Italia fu Mussolini con la legge Acerbo del 1923, premessa per la dittatura – potrebbe forse ancora fare a tempo ad arrestare il processo degenerativo dei partiti italiani, ridotti ormai – quale più quale meno – a galassie dai confini incerti e gravitanti intorno a leader presuntamente carismatici sull’onda dell’ingannevole ed effimero meccanismo delle primarie. È umiliante constatare come proprio al nostro Paese, per tanto tempo laboratorio politico importante, sia toccato un esito siffatto.

LUCIANO CANFORA

da l’Unità

Lampedusa, Chaouki contro Kyenge: essere solo un simbolo non serve più da: redattoresociale.it

Lampedusa, Chaouki contro Kyenge: essere solo un simbolo non serve più

Duro attacco dell’esponente Pd contro la ministra dell’Integrazione, sua collega di partito. “Avrebbe dovuto tutelare i diritti dei migranti e dare risposte concrete, non bastano il pianto e la condanna”

19 dicembre 2013

ROMA – Sul caso di Lampedusa ci sono delle precise responsabilità politiche che non si possono ascrivere solo al ministerno dell’Interno, ma che riguardano anche e soprattutto il ministero dell’Integrazione che più di tutti avrebbe dovuto tutelare i diritti dei migranti. Non usa mezzi termini il deputato del Pd Khalid Chaouki sul ruolo ormai solo “simbolico” della ministra Cécile Kyenge. “Questo è il momento di fare un bilancio – spiega a Redattore sociale – Dopo la tragedia dell’ottobre scorso siamo stati tutti a Lampedusa, abbiamo pianto coi morti e denunciato tutti insieme le gravi condizioni disumane e incivili del centro per un paese come l’Italia. Oggi un ministero come quello dell’Integrazione deve dare delle risposte concrete, non bastano più il pianto e la condanna. Abbiamo sollecitato la nostra ministra, e lo facciamo ancora, a fare una pressione in più sul governo per predisporre un piano di accoglienza degno di questo nome”.Un attacco quello di Chaouki, particolarmente forte e significativo, perché arriva da quella parte del Pd più vicina alla ministra. E il deputato non nasconde il timore di un effetto boomerang su tutto il Partito democratico. “Abbiamo applaudito alla scelta fortemente simbolica del premier Letta di eleggere come ministro Cecile Kyenge, ma oggi questa non può e non deve rimanere una scelta solamente simbolica – aggiunge – spetta alla ministra dare atto di una presa di coscienza e di responsabilità maggiore, non vogliamo che la sua presenza nel governo passi solo come un modo per ripulirsi le coscienze. È compito del governo darle uno spazio maggiore ma è compito anche suo dare risposte concrete non solo agli immigrati ma a tutti gli italiani, anche a quelli che l’hanno criticata in questi mesi, che devono avere delle risposte chiare su come quel ministero deve e può funzionare in una fase così difficile”.

Chaouki chiede inoltre alla ministra di “alzare la voce” anche su un altro tema a lui particolarmente caro, quello della riforma della cittadinanza con l’introduzione dello ius soli. “In Parlamento stiamo facendo pressione perché a metà gennaio finalmente si calendarizzi la discussione della riforma sulla cittadinanza – aggiunge – ma il governo ha molti strumenti in più dei nostri. Sulla cittadinanza, sul superamento dei Cie e sull’abrogazione della Bossi-Fini il governo deve pronunciarsi, e su questo la ministra Kyenge rappresenta la nostra storia e il nostro percorso dentro il governo. Come altri hanno sostenuto la battaglia dell’Imu, anche i diritti di cittadinanza e i diritti civili devono avere rappresentanti che al momento giusto devono pretendere da questo governo iniziative concrete – conclude -. La ministra deve alzare la voce, anche per preservare il suo ruolo e la sua esperienza che non può passare solo come un’esperienza di simpatia verso i nuovi italiani ma deve rappresentare un cambiamento reale nelle politiche dell’immigrazione di questo paese”. (ec)

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Video choc Lampedusa, rimossi i dirigenti del centro | Fonte: redattoresociale.it | Autore: Elisa Manici

“La presidenza di Legacoop Sicilia ha promosso questa mattina l’istituzione di una commissione d’indagine conoscitiva, affidandone la responsabilità a LegacoopSociali, sui fatti verificatesi al centro di accoglienza di Lampedusa dopo il video choc trasmesso dal Tg2”. A darne notizia è la stessa associazione del mondo cooperativo.

“La commissione – si legge nella nota diffusa dalla presidenza regionale – si avvarrà anche dell’apporto di professionisti esterni, per accertare al meglio disfunzioni e responsabilità. In ogni caso Legacoop Sicilia ha già dato indicazione alle cooperative socie di Lampedusa Accoglienza di rimuovere e rinnovare il management attuale e di avviare immediatamente una migliore organizzazione con altre professionalità ”.

Secondo Legacoop “comportamenti come questi non sono ammissibili, anzi sono contrari all’etica cooperativa e vanno rimossi e sanzionati”. Nel documento redatto al termine di una riunione dell’organismo dirigente si lancia un invito anche ai governi regionale e nazionale e al mondo associativo. “Dopo l’indignazione generale davanti alle scene viste in tv di sindaci, prefetti, ministri, associazioni e cittadini, siamo i primi a chiedere che i riflettori sul delicato tema dell’accoglienza dei migranti restino accesi per affrontare alla radice la questione. Non c’è alcuna giustificazione per quanto è accaduto ma non sottolineare lo stato di assoluta precarietà in cui gli operatori del Centro di Lampedusa sono costretti a lavorare dal punto di vista logistico e strutturale, significherebbe non guardare in faccia la realtà e limitarsi a gridare allo scandalo. E’ bene ricordare che il centro di Lampedusa è stato bruciato, distrutto e mai ricostruito e dunque gli operatori lavorano in condizioni che non assicurano l’assolvimento al meglio dell’accoglienza delle persone. Ricordiamo infatti che la capienza del centro è appena sufficiente ad accogliere 250 persone, mentre ora gli ospiti sono oltre 600 e sono arrivati fino a 1200. Ci sono tante responsabilità rispetto a questo stato di cose. Quella delle cooperative è stata di non avere alzato abbastanza la voce e di non avere preteso interventi immediati ”.

La nota di Legacoop continua con un appello: “Ben vengano le inchieste, si evitino le strumentalizzazioni interessate, si faccia chiarezza e soprattutto si affronti il tema dei Centri di prima accoglienza, su come debbano essere attrezzati, quali standard qualitativi dell’accoglienza debbano offrire e con quali risorse. Come Legacoop ribadiamo che rispetto al fenomeno dell’immigrazione sia necessario uscire dalla cultura dell’emergenza e avviare interventi strutturali per affrontare le questioni alla radice”.

Renzi, dove sta il nuovo nelle sue proposte? Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi. Nonostante il colpo di fulmine che ha provocato in Maurizio Landini, penso che il segretario del PD rappresenti l’ennesima riverniciatura delle politiche liberiste che ci han portato a questa crisi e che ora la stanno aggravando. Lo dimostrano i primi suoi atti di governo.

 

Il suo staff sta preparando un altro attacco all’articolo 18, quello che nell’Italia garantista solo verso i potenti suscita scandalo perché stabilisce che chi è licenziato ingiustamente, se il giudice gli dà ragione, deve tornare al suo posto di lavoro. Questo principio di civiltà ha già molte limitazioni, non si applica sotto i quindici dipendenti ed è reso nullo dalla marea di contratti precari. Inoltre con un accordo con il governo Monti CGIL CISL UIL hanno accettato di liberalizzare i licenziamenti cosiddetti economici, che in una crisi come questa significa via libera alla cacciata di tante e tanti. Ma nonostante questo ultimo atto di autolesionismo sindacale Renzi vuole di più.

 

Il progetto per il lavoro annunciato dal suo staff prevede la cancellazione dell’articolo 18 per tutti i nuovi assunti. In cambio verrebbero diminuiti i contratti formalmente precari. Questo per la ovvia ragione che essendo possibile il licenziamento a discrezione, il contratto precario perderebbe ragione d’essere. Se posso cacciarti quando voglio perché devo scervellarmi a trovare il contratto capestro più adeguato, semplicissimo no?

 

È ovvio che questo è solo un passaggio intermedio verso l’abolizione totale della tutela contro i licenziamenti ingiusti. Infatti se tutti i nuovi assunti saranno privi di quella tutela per un bel po’ di tempo, le aziende saranno interessate a chiudere e licenziare per riassumere senza diritti. E chi li dovesse mantenere sarebbe considerato un privilegiato da combattere. Il renziano Pietro Ichino sostiene anni che nel mondo del lavoro vige l’apartheid come nel Sudafrica prima della vittoria di Mandela. Peccato che così si faccia l’eguaglianza a rovescio. Come se in quel paese, invece che estendere ai neri i diritti dei bianchi, si fosse deciso di rendere tutti eguali togliendo quei diritti a tutti.

 

La soppressione dell’articolo 18 non è certo una novità. Da sempre in Italia è rivendicata dalle organizzazioni delle imprese quando non sanno che dire e fu tentata dal governo Berlusconi nel 2002. La CGIL di allora però riuscì a impedirla.

 

In Spagna i governi hanno da tempo liberalizzato i licenziamenti, e quel paese oggi è l’unico grande stato europeo con un tasso di disoccupazione superiore al nostro. In Francia ci provò il presidente Sarkozy a introdurre una misura simile a quella che piace oggi a Renzi. Fu fermato da una gigantesca protesta giovanile e popolare.

 

La seconda iniziativa del neoeletto leader è stata quella di mettersi di traverso rispetto a quella che è stata chiamata la Google tax. Cioè un tenuissimo provvedimento di tassazione sugli affari delle grandi multinazionali che operano nella rete e che hanno sede legale in paradisi fiscali. Queste società guadagnano miliardi da noi e non pagano un centesimo, come ha ricordato quel comunista di Carlo De Benedetti. E come soprattutto ricorda la Corte dei Conti, che da tempo afferma che la quota più rilevante dei tanti miliardi che mancano al fisco viene dalla elusione fiscale delle grandi società che giocano con le sedi legali all’estero.

 

Il progressista Renzi ha subito detto a Letta che questa tassa non s’ha da fare, e così è stato.

 

Viene da chiedersi, ma dove sta il nuovo in tutto questo? Sviluppare l’economia con la flessibilità del lavoro e la detassazione dei ricchi e delle multinazionali, è il principio guida delle politiche liberiste che hanno dominato negli ultime trenta anni. Siamo ancora qui, sono queste le “riforme”?

Se è così, il progetto di Matteo Renzi più che essere il nuovo che avanza, è l’avanzo di quel nuovo che ci ha portato al disastro attuale

“SPIAGGIOPOLI”: LA SANATORIA PER BALNEATORI MOROSI Fonte: Abruzzo Independent | Autore: Clemente Manzo

Concessionari potranno saldare debiti fiscali con lo sconto. Bonelli (Verdi): «E’ uno scandalo. Non pagano quasi nulla»

NELLA LEGGE DI STABILITA’ UNA SANATORIA ANCHE AI BALNEATORI. Nel novembre scorso la lobby dei balneatori era riuscita a convincere il governo delle larghe intese, ad emanare un emendamento alla legge di stabilità che avrebbe sostanzialmente privatizzato le nostre spiagge, vendendole ai concessioni del demanio marittimo. Gli emendamenti presentati sia del Pdl che dal Pd, in perfetta, sintonia avrebbero consentito ai concessionari, di diventare “proprietari o di ottenere la concessione di lungo periodo” sui terreni del demanio marittimo. Dopo la denuncia del leader dei Verdi, Bonelli e la sollevazione popolare contro la sdemanializzazione, in tutta fretta, gli emendamenti furono ritirati. Ma la lobby dei balneatori non si è arresa è ha ripiegato su un obbiettivo minore, concesso dalla commissione bilancio della camera su proposta del relatore del Pd Maino Marchi. In base all’emendamento approvato, i concessionari del demanio marittimo potranno sanare i pagamenti in contenzioso verso l’erario pagando solamente il 30% di quanto dovuto in un’unica soluzione oppure il 60% in sei rate.

IL LEADER DEI VERDI BONELLI CRITICA IL M5S CHE AIUTA SPIAGGIOPOLI. Nei giorni precedenti l’approvazione dell’emendamento, c’era stata una vivace polemica tra il leader ecologista Bonelli e il M5S che ha presentato un emendamento firmato da ben 14 deputati del movimento e che prevedeva un regalo ai balneatori ancor più grande di quello approvato ieri in commissione bilancio della camera. Esso prevedeva la sospensione del “pagamento dei canoni per le concessioni marittime sino alla data del 30/9/2014, in atttesa di una normativa “chiara e congrua”. In risposta a Bonelli che li aveva accusati di aiutare “spiaggiopoli”, i deputati pentastellati hanno fatto presente che il settore che comprende 30.000 piccole imprese con 10.000 addetti e non va criminalizzato”. Mentre per i Verdi i balneatori non se la passano poi così male perché, come sostiene Bonelli, “lo Stato incassa 3.400 € a concessione, mentre gli incassi che gli stabilimenti balneari realizzano in Italia, si aggirano intorno ai 10 miliardi di € . Che, a conti fatti, significa un ricavo lordo di oltre 333.000 € per stabilimento”.

LO SCANDALO DEI SUBAFFITTI DELLE CONCESSIONI DEMANIALI. Che la materia vada riformata in senso liberale, senza criminalizzare nessuno, lo dimostra lo scandalo dei subaffitti. Quando i titolari delle concessioni, subaffittano le concessioni creano molto spesso una rendita di posizione a loro vantaggio, moralmente inaccettabile, che uno Stato liberale non dovrebbe tollerare . Uno dei casi più noti, denunciato da Enrico Rossi, il Presidente della regione Toscana, riguarda l’arcinoto ex play boy e imprenditore Flavio Briatore che per il suo stabilimento balneare Twiga, “paga ad un signore, che non fa niente, ben 300.000 € l’anno per il semplice fatto che costui è detentore di una concessione ricevuta tanti anni fa”. A rincarare la dose non c’è addirittura un balneatore anzi il Presidente Nazionale dei Balneatori Confesercenti secondo cui “gli affitti a più zeri che si chiedono su terreni demaniali e che portano nelle casse del concessionario guadagni elevati, sono roba da latifondisti più che da imprenditori. E vanno scoraggiati se non impediti”. Concludiamo l’argomento con le parole del Presidente della Regione Toscana che si domanda” che aspetta il parlamento ad intervenire e una volta tanto, a fare una riforma liberale contro una rendita assurda?”.

Comuni, unioni e fusioni nascondono una trappola per i lavoratori. L’analisi Cobas P.I. | Autore: federico giusti

 

Le Unioni di Comuni ormai sono lo strumento preferito da Europa e Governi nazionali per la gestione associata delle funzioni comunali. I Cobas del Pubblico impiego hanno prodotto un documento in cui c’è una analisi approfondita del fenomeno. Spacciato come un elemento positivo in realtà si inquadra nettamente nel campo della spending review perseguendo una gestione economicista che di fatto taglia il costo del lavoro e inteviene sulle stesso condizioni di lavoro perché impone peggioramenti spesso non contrattati.

Ci chiediamo se le fusioni siano il frutto consapevole della volontà delle comunità locali di scegliere forme solidali di gestione e organizzazione dei servizi pubblici al fine di garantirne l’ erogazione con carattere di universalità, oppure se le Unioni siano solo lo strumento imposto per limitare il potere di cittadine e cittadini di incidere e decidere direttamente in materia di indirizzo, finalità, gestione dei servizi e dei beni comuni.

La risposta è evidente, in considerazione del fatto che gli enti locali, la sanità sono alle prese con tagli di ogni genere che si ripercuotono negativamente sui servizi e sul personale, tagli che scaturiscono dalle decisioni imposte a livello europeo e nazionale per far passare la logica che l’unico modo di gestire i servizi sia quello di accorparli.

Unioni e fusioni di per sé non sarebbero una sostanziale novità, perché già ad inizio degli anni duemila il TUEL aveva introdotto la possibilità di gestire e organizzare i servizi degli Enti Locali in forma associata, ma ne privilegiava gli aspetti funzionali favorendo le forme di convenzione ovvero la creazione di enti strumentali come i consorzi.

Il Tuel salvaguardava i valori tipici delle autonomie locali e non lasciava le decisioni solo a chi si sente “proprietario del patrimonio pubblico e del modello organizzativo e di gestione dei servizi pubblici”.

Solo come estrema ratio era prevista la possibilità di costituire un unione fra comuni, ritenendo che la creazione di un soggetto avente anche ruoli politici e di programmazione finanziaria non direttamente eletto, fosse circostanza eccezionale applicabile solo a limitati contesti con precise caratteristiche territoriali e ambientali, e di conseguenza per specifiche e limitate funzioni.

Le scelte fatte successivamente dal legislatore, rendendo di fatto impossibile la creazione di consorzi, hanno trasformato le unioni in un “obbligato” punto di arrivo di un processo perverso di evoluzione delle convenzioni, soprattutto di quelle imposte agli enti locali di piccola dimensione obbligati ad associare, passo dopo passo, le funzioni fondamentali fino in prospettiva a scomparire essi stessi.

Se a questo associamo il fatto che le Unioni convengono, perché sottratte per convenienza europea e scelta del Governo ai patti di stabilità, il quadro si delinea in tutta chiarezza.

E se in prospettiva passasse l’ impostazione contenuta nel disegno di legge del Ministro Delrio, si rafforzerebbe il ruolo e il potere dei Sindaci, per cui sarebbero del tutto evidenti gli effetti nefasti sulla struttura delle relazioni politiche sociali delle comunità, ma anche sui valori di democrazia.

Se a questo aggiungiamo che le normative vigenti poi consentono, da parte statale e regionale, l’ erogazione di incentivi di varia natura, è del tutto evidente che queste tendono ad apparire come l’ unica alternativa ai “tagli lineari o alla spending review” demotivando comunque qualsiasi partecipazione in forma di cittadinanza attiva, per trovare una sponda \un consenso anche nelle organizzazioni sindacali.

Leggiamo testualmente che tra le finalità delle Unioni c’è quella di «irrobustire l’associazionismo comunale, di avere Unioni con Presidenti forti» con l’obiettivo di «riordino della caotica situazione oggi esistente “.

Ma alla fine, aumentano le figure politiche che vanno dal Presidente, al Comitato dei Sindaci e al Consiglio dell’Unione….

Queste figure sono a costo zero per la cittadinanza o rappresentano lo strumento con cui collocare ai vertici delle istituzioni locali un gruppo di potere ? Propendiamo per la seconda ipotesi, anche perché le forme di controllo e di incidenza su questi soggetti da parte dei cittadini è sostanzialmente nulla.

Le unioni (prima tra comuni fino a 1000 abitanti, oggi fino a 5000) non sono obbligatorie come vogliono far credere,anche se ci sono poi le unioni cosiddette speciali che non si estendono solo a poche funzioni ma riguardano praticamente tutte le funzioni.

Per una maggiore conoscenza delle normative rimandiamo a http://www.regione.emilia-romagna.it/affari_ist/Supplemento1_12/Politi.pdf

Per non parlare poi delle fusioni….. Dal 1990, quando le fusioni avevano carattere provvisorio e sperimentale, e per lo più orientate a privilegiare e tutelare“le identità locali” in termini storici, sociali ed economici contro le “forme globalizzanti”, oggi siamo passati ad aggregazioni che diventano lo strumento preferito per “garantire la governabilità”.

E’ arrivato il momento di un bilancio, per esempio di quanti soldi sono stati destinati ad incentivare le fusioni dei comuni, ma anche dei benefici per la cittadinanza in termini di servizi rivolti a garantire i diritti sociali. Sono migliori? Sono maggiori quantitativamente? Più efficienti? Allargano la democrazia partecipativa? Verranno utilizzati per rispondere ai bisogni o produrre consenso politico?

Una riflessione specifica va fatta sulle funzioni fondamentali e sulle modalità di gestione all’interno delle forme associate, soprattutto quelle delle unioni.

Se ci fermiamo alle funzioni fondamentali, numerosi i servizi che dovrebbero essere erogati dalle forme aggregative, servizi di fatto già esternalizzati in tutto o in parte, come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i servizi scolastici. Se guardiamo al settore dei rifiuti vediamo una giungla contrattuale e retributiva, condizioni di disparità tra lavoratori delle aziende committenti e appaltatrici, esternalizzazioni a vasto raggio, l’ingresso dei privati che sui rifiuti hanno costruito un vero e proprio business mentre le tassazioni a carico dei cittadini risultano in costante aumento.

I lavoratori e le lavoratrici trasferiti alle Unioni, nella prima fase erano è posti in comando e con un incentivo al passaggio, a cui seguiva la possibilità di scelta\opzione per il ritorno nell’Ente di provenienza che conservava il posto nella dotazione organica.

Nel corso degli ultimi anni le funzioni demandate alle Unioni hanno di fatto hanno soppresso, non solo le funzioni in capo dei singoli comuni, ma la loro stessa dotazione organica. E’ di fatto scomparso in tali strutture il personale comandato, vanificando nei fatti la possibilità , per ogni singolo lavoratore, di esercitare il diritto di opzione.

Non solo, ma per effetto di norme successivamente intervenute per legge sono state spesso rideterminate le dotazioni organiche degli Enti costringendoli a limitare in maniera sempre più stringente le reali possibilità di rientro, anche attraverso la ricostituzione di rapporti di lavoro.

Con le fusioni oggi in corso, gli Enti aggirano il patto si stabilità ed evitano di incentivare il passaggio di personale presentando come irreversibile il percorso di svuotamento dei comuni, di cessioni di rami di azienda. Il contratto resta lo stesso ma con le fusioni è possibile che a un dipendente possa essere imposto di cambiare il luogo di lavoro, del resto le intrusioni della politica negli aspetti organizzativi-gestionali portano ad accorpamenti, trasferimenti …. In prospettiva intravediamo il concreto rischio che le nuove forme aggregate potranno anche decidere di esternalizzare alcuni servizi a favore di società ex in house trasformate in aziende private a tutti gli effetti.

La linea di Cgil Cisl Uil è quella di non discutere dei processi in atto ma di assecondarli monetizzando il loro silenzio \assenso, evitando di mettere in atto una strategia che porterebbe all’ apertura di veri e vasti conflitti sociali, in considerazione che il processo ha alla base logiche liberiste che attraverso la privatizzazione della gestione dei servizi pubblici puntano alla sostanziale riduzione dei posti di lavoro e dei salari.

Che fare? Ovviamente dovrebbe essere aperta una vertenza più vasta, mettendo in discussione prima di tutto gli effetti generali.

Sul Piano organizzativo e di ridistribuzione del salario, le Unioni rappresentano il chiaro esempio di una forma di concentrazione delle risorse salariali fisse e accessorie a favore delle strutture di vertice, a cui va aggiunto un danno indiretto che deriva dall’ accentramento di funzioni e competenze che rendono la posizione unione monopolistica in termini di conoscenze nell’ ambito territoriale di riferimento. Questo di fatto rende irreversibili i processi di riappropriazione di competenze, anche in caso di scioglimento, delle funzioni operative ai singoli comuni. Una volta perso il controllo sui servizi, distrutte le competenze umane sarà praticamente impossibile impadronirsene di nuovo rendendo , a quel punto, inevitabili i processi di privatizzazione

Per cui (paradossalmente) se le Unioni dovessero sciogliersi, e in considerazione che svolgono prevalentemente attività “back office”, costituirebbero un incentivo a forme di contrazione ulteriore della gestione diretta dei servizi pubblici, essendo più facile affidare certi compiti a “strutture esterne”, sempre più improntate a includere soci privati, anziché a ricostruire competenze in ciascun ente locale.

In questi anni abbiamo subito un indebolimento progressivo delle conoscenze e ormai i lavoratori e le lavoratrici sono in balia di una paurosa disinformazione, vittime di ricatti continui, lungi da una seria programmazione dei percorsi formativi e senza strumenti di reale controllo sui servizi, sui processi in atto.

L’impoverimento delle comunità locali, le decisioni dall’ alto calate sui lavoratori e sulla cittadinanza hanno stravolto la cultura che dovrebbe connotare il lavoro pubblico e il servizio pubblico per affermare invece un modello tecnocratico manageriale molto lontano dagli interessi dell’utente e della forza lavoro.

L’indebolimento del potere di contrattazione ha determinato condizioni sfavorevoli e ormai è difficile un controllo efficace sui processi per avere voce in capitolo sulle decisioni che contano. Da qui nasce la difficoltà di dare una vera e propria impostazione agli istituti salariali improntata ad equità e al riconoscimento delle professionalità fino ad affermare un modello di gestione dei servizi democratico, trasparente, efficiente e sotto la direzione e il controllo della cittadinanza.

In ordine al modello di gestione dei servizi dobbiamo porre attenzione a quelle operazioni che si connotano di fatto come “cessioni di rami d’azienda” nel passaggio di funzioni da comune ad unioni, in quanto di norma riguardano servizi molto caratterizzati organizzativamente in forma di “front office” con una forte presenza di profili professionali di esecutori o di figure ad essi equivalenti.

La degenerazione ulteriore del processo è che dopo una prima fase questo potrebbe poi svilupparsi pericolosamente in forma di società pubblica, ma potrebbe anche proseguire in forma di società mista attraverso lo sviluppo di partneriati pubblico-privati mediante gare con cui si sceglie il socio privato che di fatto assume la gestione operativa.

In questi casi l’ obiettivo che si nasconde dietro la scelta politica è proprio la gestione “economicista” del servizio pubblico improntata a ridurre i costi, ovvero il costo del lavoro, applicando CCNL diversi da quello delle Autonomie Locali, per i minori salari e il peggior trattamento giuridico.

Nello specifico a prescindere dai contenuti di singoli accordi od intese, sul piano operativo ai fini delle tutele e della salvaguardia dei diritti individuali e collettivi si delineano almeno 4 strade:

1. la via giudiziaria per impugnare il trasferimento disposto in forma obbligatoria. Si tratta di una via ad ostacoli e dagli esiti incerti che varia oltremodo da situazione a situazione.

2. accettare il trasferimento nelle Unioni, costruendo una opposizione sindacale e sociale ai processi in atto, delegittimando Cgil Cisl Uil e il loro ruolo di garanti dei processi in atto

3. contestare ogni perdita di salario e di potere di acquisto insieme alla lenta privatizzazione dei servizi nell’ottica di studiare tutte le forme contrattuali e giuridiche necessarie a non perdere situazioni di miglior favore scongiurando future cessioni a soggetti privati. Una strada impervia che si scontra con la debolezza del potere di contrattazione e con normative che favoriscono le fusioni tra comuni senza garanzie e tutele per la forza lavoro

4. denunciare i costi delle Unioni e il disegno che sorregge questi processi.

In ogni caso , i lavoratori e le lavoratrici dovranno fare molta attenzione ai processi in atto non delegando ai sindacati maggiormente rappresentativi la loro difesa, del resto in questi anni tra esternalizzazioni, cessione di rami di azienda, privatizzazioni i risultati ottenuti ai tavoli negoziali sono stati per lo più negativi per l’accettazione supina , da parte sindacale, di processi che avrebbero dovuto avversare non prima di averne denunciato le nefaste conseguenze sul potere di acquisto dei salari e sul potere di contrattazione.

Proteste e 14 fermi contro il vertice Ue a Bruxelles in cui si parlerà di guerra | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

E’ un assetto quasi da guerra quello che ha accolto i leader dei 28 paesi europei in arrivo a Bruxelles alla sede del Consiglio europeo per il vertice Ue. La capitale belga e’ rimasta paralizzata per diverse ore da 1.000-2.000 manifestanti secondo gli organizzatori e dei 600-900 secondo la polizia: i principali assi d’accesso al centro sono stati bloccati e la circolazione interrotta agli incroci stradali chiave, elicotteri hanno sorvolato il quartiere europeo e camionette e blocchi della polizia sono stati dislocati dappertutto. I manifestanti, riuniti dietro un’inedita sigla ‘D19-20’, che raggruppa una cinquantina tra associazioni di cittadini, ong e alcuni sindacati, protestano contro il Fiscal compact e l’accordo di libero scambio con gli Usa, e la mancanza di trasparenza nel processo decisionale.
Oltre al blocco del traffico, le azioni di protesta hanno visto anche ‘occupazioni’ di un edificio della Commissione Ue della direzione generale impresa, dove i manifestanti hanno appeso striscioni con scritto ‘Merry crisis and happy new war’ (‘Buona crisi e felice guerra nuova’), di cui alcuni con una maschera della Merkel, facendo il verso agli auguri natalizi. ‘Occupata’ anche la sede dell’Agenzia europea della difesa (tra i temi al vertice Ue c’e’ infatti la politica di difesa comune), dove diversi attivisti del movimento ‘Agire per la pace’, col volto mascherato di rosso, si sono attaccati all’edificio e, secondo l’organizzazione, 14 persone sono state fermate dalla polizia.Difesa, Unione bancaria, contratti per le riforme. Questi i principali temi che saranno discussi al vertice europeo di oggi e domani a Bruxelles. Dopo il tradizionale incontro con il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, i capi di Stato e di governo parleranno con il segretario generale della Nato, Anders Rasmussen, in vista del dibattito sui temi della difesa comune. E’ dal 2008 che a un Consiglio europeo non si parla della difesa comune e oggi i capi di governo della Ue discutono su cosa dovra’ fare l’Unione europea per sviluppare le proprie capacita’ in termini di difesa e sicurezza e per aumentare la cooperazione.
Tra le proteste anche quella di una quarantina di sindaci lombardi manifesteranno oggi alle 15 contro il presidente del Consiglio Enrico Letta e la sua politica troppo “europeista”. “Contro l’Euro-buffonata e le tasse di Letta – si legge in una nota di Salvini – presidio davanti al Parlamento europeo con bandiere e striscioni contro l’omicidio dei nostri Comuni, delle nostre economie e della nostra liberta’. Un’altra Europa e’ possibile”, conclude il segretario della Lega.

Legge di stabilità, i comuni protestano: tagli inaccettabili da: controlacrisi.org

L’Anci protesta per i tagli previsti nella legge di stabilita’. ‘I comuni italiani – ha sottolineato Piero Fassino – sono insoddisfatti della legge di Stabilita’ che sta uscendo da Parlamento. Si va verso un taglio drastico di risorse a disposizione’. L’Anci si rivolge al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per rimarcare il malessere degli amministratori locali. Per il presidente dell’Anci si tratta di ‘una riduzione di risorse per i comuni di 1 miliardo e mezzo di euro per il 2014’ .
In una nota interviene anche il segretario del Prc Paolo Ferrero: “Il taglio di risorse ai Comuni previsto dalla legge di stabilità è una vera porcata, che spinge a privatizzazioni e al taglio delle prestazioni sociali, aggravando pesantemente la situazione sociale della fasce più deboli. I sindaci non si limitino a protestare e facciano un atto chiaro di disobbedienza, violino le leggi di taglio e garantiscano comunque i servizi sociali alla cittadinanza. Agli ordini sbagliati bisogna disobbedire!”.

Previdenti Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Romano

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La discus­sione e il dibat­tito sulla riforma For­nero, sul mer­cato del lavoro e sul sistema pre­vi­den­ziale, dovrebbe decli­nare la dizione «stato sociale». Il 20 dicem­bre a Milano, alle 11 presso la sala della Pro­vin­cia in via Cor­ri­doni 16, un gruppo di Rsu avvia una discus­sione pro­prio sulla riforma For­nero, dimo­strando una volta di più come i lavo­ra­tori siano degli eco­no­mi­sti più seri degli «eco­no­mi­sti» (Keynes).

Potrebbe anche essere un ottimo punto di par­tenza per ri-affermare lo scopo prin­ci­pale dello stato sociale, cioè quello di rimuo­vere i fal­li­menti del mer­cato. Più pre­ci­sa­mente quello di decli­nare il diritto libe­rale posi­tivo, cioè «libertà da» e «libertà di». La «libertà da» è la libertà dal biso­gno: solo chi è libe­rato dal biso­gno può diven­tare pro­ta­go­ni­sta della pro­pria vita; la «libertà di», invece, inte­ressa la pos­si­bi­lità di intra­pren­dere, nei limiti della libertà di altre persone.

La riforma pre­vi­den­ziale e del lavoro tar­gata For­nero intacca la matrice stessa dello stato moderno. Infatti, la sanità, la scuola, la pre­vi­denza, sono pub­bli­che non per una scelta rela­tiva al pri­mato del pub­blico sul pri­vato, ma per­ché la gestione pub­blica è meno one­rosa di quella che si deter­mi­ne­rebbe sul mer­cato. Dal lato del lavoro, invece, il con­tratto tra datore e pre­sta­tore di lavoro non è uguale ai nor­mali rap­porti tra con­traenti, avendo un con­te­nuto e una ratio spe­ciale, dero­ga­to­ria, per­ché le due parti in causa sono, per defi­ni­zione, in posi­zione di dispa­rità sostanziale.

Ecco per­ché il diritto del lavoro si con­fi­gura come diritto «dise­guale», cioè ten­dente a ripor­tare un minimo di equi­li­brio tra parti dotate di diverso potere nella con­clu­sione del con­tratto e nella con­du­zione del rap­porto. Le norme che rego­lano il rap­porto di lavoro hanno, dun­que, una fun­zione spe­ci­fica, accet­tata dalla scienza giu­ri­dica e rico­no­sciuta dalla giu­ri­spru­denza: assi­cu­rare una parità sostan­ziale, almeno nei rap­porti giu­ri­dici, tra sog­getti che si tro­vano invece in una con­di­zione di disparità.

Lo stato sociale moderno dovrebbe riap­pro­priarsi e rias­su­mere i tratti di un pro­getto di società. Più che alla fine dello stato sociale, biso­gna ripen­sare il modello rispetto alle fina­lità che la società si vuole dare. Se la fina­lità è l’individuo nella sua pie­nezza, come indi­cato da Nor­berto Bob­bio o Luigi Einaudi, è neces­sa­rio un allar­ga­mento dello stato sociale, cioè un allar­ga­mento del benes­sere.
Il punto di arrivo di una società libe­rale è che tutti, ric­chi o poveri, quando nascono, devono avere le stesse oppor­tu­nità; diver­sa­mente non ci sarebbe una società liberale.

L’iniziativa delle Rsu di Milano pone anche un pro­blema eco­no­mico. Se la crisi ita­liana è di strut­tura, cri­stal­liz­zare il mer­cato del lavoro via allun­ga­mento dell’attività lavo­ra­tiva, com­porta un ral­len­ta­mento del neces­sa­rio rin­gio­va­ni­mento della forza lavoro. Un pas­sag­gio indi­spen­sa­bile per ricon­ver­tire un tes­suto pro­dut­tivo a basso valore di conoscenza.

Ancora una volta i lavo­ra­tori, come soster­rebbe Key­nes, si mostrano più lun­gi­mi­ranti dei datori di lavoro.