I danni del populismo da: antimafia duemila

tranfaglia-nicola-web10di Nicola Tranfaglia – 15 dicembre 2013
Sono sicuro (e non sono il solo in questo pensiero leggendo, come mi capita da tempo, leggendo i quotidiani che ancora escono nell’Italia oppressa dalla crisi economica) che, secondo l’Istat, sono oltre un quarto degli under 35 cioè 3 milioni e 750 mila che non studia nè lavora, la maggior parte al Sud.
Una condizione quasi incredibile per gli standard occidentali ma ormai vicina realizzarsi in un paese semidistrutto dagli errori e dagli slogans dell’uomo che ha governato per quasi vent’anni la penisola, l’ineffabile imprenditore di Arcore.
Berlusconi è stato il maggior campione dell’antipolitica e Grillo non riuscirà a superarlo, pur con tutta la buona volontà dimostrata negli ultimi mesi.
E’ stato il Cavaliere a dimostrare che il miglior populismo è quello che si inserisce saldamente nella tradizione della destra e, con le sue numerose campagne contro le tasse e contro lo Stato – oltre che, contro i giudici, che hanno accompagnato la sua ascesa – e, grazie ai fedelissimi che non lo hanno ancora lasciato, è riuscito di fatto a demolire addirittura la mediazione politica necessaria nella democrazia, parlamentare o presidenziale che sia.

Chi ha a cuore il destino del paese sa che l’Italia è un paese da ricostruire dopo il ventennio populistico, un’impresa – ricordiamolo – di difficoltà non minore a quella che ebbero i nostri padri e nonni agli inizi del secondo dopoguerra. Ma perchè l’impresa possa riuscire e non si coaguli una protesta distruttiva (senza bisogno di pensare ai “forconi” di cui parliamo tanto in queste settimane) è necessario innanzitutto uno sforzo convergente di molti attori sul piano politico come su quello sociale ed economico. E senza un rinnovamento della classe dirigente a tutti i livelli – nella finanza e nell’impresa, nell’amministrazione dello Stato come nelle tecnostrutture di controllo – l’impresa diventa quasi impossibile.
Ma a sentire gli slogan che vengono dalle manifestazioni che hanno almeno in parte riempito piazze in alcune città italiane, da Genova a Torino, da Venezia a Roma, c’è da restare attoniti di fronte alla disperazione e al nichilismo che sprigionano dalle parole estreme di alcuni dei capi (o presunti tali) dei Forconi.
Certo le frasi antisemite, gli elogi al leader nazionalista umgherese Orban, l’escalation della violenza anche verbale, l’indulgenza per le mafie, l’auspicio di un governo di generali sono tutti elementi che sembrano andare nella direzione di una destra antieuropea e con radici nelle tradizioni antidemocratiche di una componente che ha le sue radici non nelle esperienze democratiche ma in quelle che affondano il proprio passato negli anni trenta e quaranta.
La verità è che non siamo usciti ancora dall’età populista che ha caratterizzato l’ascesa di Berlusconi a metà degli anni novanta e lo ha fatto restare al potere, sia pure con qualche intervallo – per più di dieci anni.
Con il nichilismo non si costruisce nulla e, a leggere il ritratto che di Henry David Thoreau, lo scrittore americano che ha fondato teoricamente il verbo populista, ha scritto il romanziere americano Robert Louis Stevenson, indimenticabile autore dell’Isola del tesoro, ci si fa un’idea più chiara di come i populisti contemporanei si siano allontanati dalla predicazione del grande scrittore che rimane consegnato alla memoria dei contemporanei come teorico della disobbedienza civile e del culto della natura, non certo dell’impasto di qualunquismo e di lotta alle leggi che contraddistingue gli attuali leader del populismo europeo.
Ma proprio per questo la lotta democratica per una nuova Italia più giusta e moderna appartiene a un dovere urgente dei democratici che devono respingere il ribellismo di una destra che non accetta nè la costituzione democratica nè i doveri di una politica adeguata ai bisogni dei giovani come delle generazioni più anziane.

Foto © Samuele Firrarello

Marco Revelli: “L’invisibile popolo dei nuovi poveri” (da Il manifesto)

 

 

Marco Revelli: “L’invisibile popolo dei nuovi poveri” (da Il manifesto)

 

 

Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.
La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impo­ve­rito: gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alza­vano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».

 

Altra comu­ni­ca­zione non c’era: la “piat­ta­forma”, potremmo dire, il comun deno­mi­na­tore che li univa era esi­lis­simo, ridotto all’osso. L’unico volan­tino che mostra­vano diceva «Siamo ITALIANI», a carat­teri cubi­tali, «Fer­miamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripe­te­vano era: «Non ce la fac­ciamo più». Ecco, se un dato socio­lo­gico comu­ni­ca­vano era que­sto: erano quelli che non ce la fanno più. Ete­ro­ge­nei in tutto, folla soli­ta­ria per costi­tu­zione mate­riale, ma acco­mu­nati da quell’unico, ter­mi­nale stato di emer­genza. E da una visce­rale, pro­fonda, costi­tu­tiva, antro­po­lo­gica estraneità/ostilità alla poli­tica.
Non erano una scheg­gia di mondo poli­tico viru­len­tiz­zata. Erano un pezzo di società disgre­gata. E sarebbe un errore imper­do­na­bile liqui­dare tutto que­sto come pro­dotto di una destra gol­pi­sta o di un popu­li­smo radi­cale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squa­dre. E i cul­tori della vio­lenza per voca­zione, o per fru­stra­zione per­so­nale o sociale. C’era di tutto, per­ché quando un con­te­ni­tore sociale si rompe e lascia fuo­riu­scire il pro­prio liquido infiam­ma­bile, gli incen­diari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il feno­meno. Non s’innesca così una mobi­li­ta­zione tanto ampia, diver­si­fi­cata, mul­ti­forme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chie­dersi per­ché pro­prio qui si è mate­ria­liz­zato que­sto “popolo” fino a ieri invi­si­bile. E una pro­te­sta altrove pun­ti­forme e selet­tiva ha assunto carat­tere di massa…

 

Per­ché Torino è stata la “capi­tale dei for­coni”? Intanto per­ché qui già esi­steva un nucleo coeso – gli ambu­lanti di Parta Palazzo, i cosid­detti “mer­ca­tali”, in agi­ta­zione da tempo – che ha fun­zio­nato come prin­ci­pio orga­niz­za­tivo e deto­na­tore della pro­te­sta, in grado di rami­fi­carla e pro­muo­verla capil­lar­mente. Ma soprat­tutto per­ché Torino è la città più impo­ve­rita del Nord. Quella in cui la discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta. Par­lano le cifre.

 

Con i suoi quasi 4000 prov­ve­di­menti ese­cu­tivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno pre­ce­dente, uno ogni 360 abi­tanti come cer­ti­fica il Mini­stero), Torino è stata defi­nita la “capi­tale degli sfratti”. Per la mag­gior parte dovuti a “moro­sità incol­pe­vole”, il caso cioè che si veri­fica «quando, in seguito alla per­dita del lavoro o alla chiu­sura di un’attività, l’inquilino non può più per­met­tersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si pre­an­nun­ciano, come ha denun­ciato il vescovo Nosi­glia, per gli inqui­lini delle case popo­lari che hanno rice­vuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro men­sili impo­sti da una recente legge regio­nale anche a chi è clas­si­fi­cato “incol­pe­vole” e che non se lo pos­sono per­met­tere.
“Maglia nera” anche per le atti­vità com­mer­ciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esi­stenti, 15 al giorno) in città, e 626 in pro­vin­cia (di cui 344 tra bar e risto­ranti). E’ l’ultima sta­ti­stica dispo­ni­bile, ma si può pre­sup­porre che nei mesi suc­ces­sivi il ritmo non sia ral­len­tato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Men­tre per le pic­cole imprese (la cui morìa ha mar­ciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiu­sure al giorno in Ita­lia) Torino si con­tende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “for­coni”) la testa della clas­si­fica, con le sue 16.000 imprese scom­parse nell’anno, cre­sciute ancora nel primo bime­stre del 2013 del 6% rispetto al periodo equi­va­lente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono por­tate al pre­fetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese arti­giane chiuse nella provincia.

 

E’, letta attra­verso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi suc­ce­du­tisi nella tran­si­zione all’oltre-novecento, tutta intera la com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co​.co​.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della crea­tive class, ma mano­va­lanza a basso costo… Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carte revol­ving, del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finan­zia­ria ha allun­gato le mani sul collo dei mar­gi­nali, e poi sem­pre più forte, e sem­pre più in alto.
Non è bella a vedere, que­sta seconda società riaf­fio­rata alla super­fi­cie all’insegna di un sim­bolo tre­men­da­mente obso­leto, pre-moderno, da feu­da­lità rurale e da jacque­rie come il “for­cone”, e insieme por­ta­trice di una iper­mo­der­nità implosa. Di un ten­ta­tivo di una tran­si­zione fal­lita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui ripro­po­sti in alto, nei gazebo delle pri­ma­rie (che pure dice­vano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show tele­vi­sivi. E’ sporca, brutta e cat­tiva. Anzi, incat­ti­vita. Piena di ran­core, di rab­bia e per­sino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.

 

Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella sog­get­ti­vità”) del ciclo indu­striale, con il lin­guag­gio del con­flitto rude ma pulito. Qui la poli­tica è ban­dita dall’ordine del discorso. Troppo pro­fondo è stato l’abisso sca­vato in que­sti anni tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati. Tra lin­guag­gio che si parla in alto e il ver­na­colo con cui si comu­nica in basso. Troppo vol­gare è stato l’esodo della sini­stra, di tutte le sini­stre, dai luo­ghi della vita. E forse, come nella Ger­ma­nia dei primi anni Trenta, saranno solo i lin­guaggi gut­tu­rali di nuovi bar­bari a incon­trare l’ascolto di que­sta nuova plebe. Ma sarebbe una scia­gura – peg­gio, un delitto – rega­lare ai cen­tu­rioni delle destre sociali il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione con que­sto mondo e la pos­si­bi­lità di quo­tarne i (cat­tivi) sen­ti­menti alla pro­pria borsa. Un enne­simo errore. Forse l’ultimo.

Dal carcere di San Giovanni in Monte a Sabbiuno di Paderno – Il 14 e il 23 dicembre 1944 dal carcere di San Giovanni in Monte due gruppi di prigionieri, incolonnati a piedi o su camion coperti, vennero condotti attraverso le strade del centro di Bologna verso le colline fino a Sabbiuno dove furono fucilati. Questi prigionieri erano partigiani rastrellati dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani nella zona nord est di Bologna fra Anzola, Calderara di Reno e Amola di Piano dove avevano le loro basi un distaccamento della 7° Gap e della 63° brigata “Bolero”. Nel dopoguerra i loro cadaveri vennero ritrovati in fondo al calanco dalle pareti del quale erano stati fatti precipitare

Forconi, arrestato vicepresidente di Casapound. Mercoledì presidio nazionale da: il fatto quotidiano

L’amministrazione comunale guidata da Ignazio Marino si dichiara “contraria a qualsiasi occupazione ad oltranza della piazza del Popolo” in vista della manifestazione di settimana prossima. A Roma, il movimento di estrema destra ha partecipato a un blitz del Comitato 9 dicembre. Simone Di Stefano ha tentato di sostituire la bandiera dell’Ue con un tricolore. Nel capoluogo piemontese, quattro contusi. A Venezia, scontri tra forze dell’ordine e centri sociali, che volevano impedire una manifestazione di Forza Nuova

Forconi, arrestato vicepresidente di Casapound. Mercoledì presidio nazionale

Roma si prepara ad accogliere il presidio dei Forconi provenienti da tutta Italia di mercoledì: al posto dell’annunciata “marcia su Roma”, ci sarà un presidio in piazza del Popolo. Ma l’amministrazione comunale guidata da Ignazio Marino si dichiara “contraria a qualsiasi occupazione ad oltranza della piazza”. Proprio oggi nella Capitale, Casapound è scesa in piazza a fianco del Movimento dei Forconi. La formazione di estrema destra ha partecipato alla manifestazione indetta dal Comitato 9 dicembre davanti alla sede dell’Unione Europea: la polizia ha caricato i dimostranti e arrestato Simone Di Stefano, vicepresidente di Casapound. Ma la tensione resta alta in tutta Italia. A Torino, già teatro di violenti scontri nei giorni scorsi, si sono tenuti due cortei, uno dei sindacati e uno degli studenti, per chiedere le dimissioni del governatore Roberto Cota. Le forze dell’ordine hanno caricato davanti al palazzo della Regione: al termine degli scontri, si registrano due agenti feriti, e sette denunciati. Incidenti anche a Venezia, dove i centri sociali hanno tentato di impedire un corteo di Forza Nuova e sono venuti a contatto con la polizia: due fermati.

Roma, blitz di Casapound alla sede Ue: arrestato il vicepresidente. Gli attivisti di Casapound si sono presentati alla manifestazione organizzata dal Comitato 9 dicembre, presieduto dal leader dei Forconi Danilo Calvani, davanti alla sede dell’Unione europea a Roma. Il vicepresidente del movimento, Simone Di Stefano, già candidato alla presidenza della Regione Lazio è stato arrestato per furto pluriaggravato: stava tentando di sostituire la bandiera europea con il tricolore, dopo essersi arrampicato su uno dei balconi del palazzo in via IV Novembre. Per disperdere i manifestanti, le forze dell’ordine hanno fatto ricorso a cariche di alleggerimento. “Arrestato per furto di bandiera, peraltro restituita”, è il commento di Gianluca Iannone, presidente di Casapound Italia. “E’ l’ultimo colpo di teatro di uno Stato talmente distante dai suoi cittadini, che non riesce più a comprenderne nemmeno le istanze più immediate ed è costretto a ricorrere a grotteschi escamotage come questi pur di fermare una protesta giusta e di popolo”. Casapound fa sapere che “nel corso del blitz, a cui partecipavano un centinaio di persone una decina di manifestanti sono rimasti feriti durante una carica della polizia”. Con il vicepresidente del movimento sono stati denunciati una decina di militanti per concorso nel furto aggravato, resistenza a pubblico ufficiale e manifestazione non autorizzata. Sequestrate l’autovettura e la scala utilizzata da Di Stefano per arrampicarsi sul balcone del palazzo. La bandiera è stata recuperata dagli agenti e restituita agli uffici della Commissione europea. Nel quartiere di San Lorenzo invece, blitz di alcuni esponenti No Tav contro le vetrine della sezione del Pd a Roma che hanno protestato nel quartiere romano “contro l’arresto dei manifestanti a Torino”. Dura reazione del sindaco Ignazio Marino: “Ancora una volta il circolo del Pd di San Lorenzo ha subito un atto vandalico. I manifestanti No Tav hanno preso di mira, aggredendolo, anche un militante che si trovava all’interno dello spazio”. E in serata viene diffusa una nota dell’amministrazione comunale:  ”Il Campidoglio, in attesa delle decisioni della questura, è contrario a qualsiasi occupazione ad oltranza della piazza, così come è stato annunciato. Pur nel rispetto della libertà di espressione di ciascuno, non vogliamo che piazza del Popolo si trasformi in una tendopoli”.

Torino, due cortei in città: la polizia carica, due feriti. Ma il termometro della tensione sale anche a Torino, al centro di violenti scontri negli ultimi giorni. Stavolta i Forconi non c’entrano, ma la piazza rimane calda. La città è stata attraversata da due cortei, uno dei sindacati con alcune migliaia di persone, e uno degli studenti composto da circa 300 manifestanti, per chiedere le dimissioni del presidente del Piemonte, Roberto Cota. Una volta arrivati davanti al palazzo della Regione, i giovani hanno lanciato palloncini pieni di vernice contro la struttura. La polizia ha reagito con cariche di alleggerimento: negli scontri, si sono registrati due feriti tra le forze dell’ordine.  In totale sono 7 gli studenti denunciati: quattro fermati questa mattina in piazza Castello. Si tratta di tre minorenni, indagati per il reato di imbrattamento, e di un giovane di anni 21 indagato per resistenza a pubblico ufficiale. Altri tre dimostranti, tutti maggiorenni, sono stati poi identificati e denunciati dalla digos per imbrattamento, resistenza a pubblico ufficiale e concorso in lesioni a pubblico ufficiale. Per uno di loro, tra i leader del Collettivo studentesco indipendente, promotore del corteo studentesco che è partito nella mattinata da piazza Arbarello per arrivare in piazza Castello, è scattata anche la denuncia per manifestazione non preavvisata.

Venezia, centri sociali contro Forza Nuova: due fermati. Altro focolaio di tensione a Venezia, dove Forza Nuova ha manifestato contro le “aggressioni alla famiglia” del Comune. Per impedire la marcia del movimento di estrema destra, i centri sociali hanno organizzato un contro-corteo: gli antagonisti si sono scontrati a più riprese con le forze dell’ordine. Il gruppo dei centri sociali era formato da circa 250 persone, alcune con caschi in testa e con grossi scudi di protezione, per cercare di forzare il blocco di polizia e carabinieri alla base del ponte di Calatrava: i dimostranti intendevano avanzare verso l’area della stazione ferroviaria, interdetta dalla questura. In Piazzale Roma, la polizia ha reagito al lancio di fumogeni e bombe carta con cariche e lacrimogeni. Nella fase più cruenta degli scontri, i giovani dei centri sociali hanno lanciato verso le forze dell’ordine alcune transenne e bidoni dei rifiuti. Dal gruppo antagonista è partita quindi una sassaiola. Due giovani manifestanti sono stati fermati dagli agenti: uno (cittadino ceco di 26 anni) è stato arrestato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale e si trova in carcere. L’altro, uno studente, è stato denunciato . ”Ci hanno sparato addosso una pioggia di lacrimogeni ad altezza d’uomo“, è l’accusa lanciata da Tommaso Cacciari, portavoce dei Disobbedienti veneziani. “Alcuni di noi, per questo, hanno ustioni allo stomaco e alla pancia”.

Gallarate, occupati i binari della stazione. La circolazione di alcuni treni regionali sulla linea Milano-Varese è stata interrotta per una ventina di minuti, dalle 16.20 alle 16.40, per l’occupazione della stazione di Gallarate (Varese) da parte di un centinaio di manifestanti del movimento dei Forconi. Un gruppo di persone prima ha bloccato i binari, poi si è spostato in direzione di via XX settembre, nel centro cittadino. Chi ha partecipato al corteo non autorizzato dalla Questura e ha occupato la stazione, rischia una denuncia: sono in corso gli accertamenti della polizia anche attraverso i filmati delle telecamere di videosorveglianza per identificarli.

Lecce, bloccata la Statale 16. Disagi alla circolazione stradale a Lecce in serata, a causa di due manifestazioni da parte di aderenti alla protesta dei Forconi. Un centinaio di persone con fischietti e megafoni ha sfilato in corteo nelle strade della città, lanciando cori contro i politici rei di ‘aver causato la miseria dei lavoratori’, mentre una cinquantina di persone tra pensionati, artigiani e piccoli commercianti ha bloccato invece la statale 16 Lecce- Maglie in entrambi i sensi di marcia, creando lunghe code di veicoli. Sul posto ci sono gli agenti della Digos. Si tratta in questo caso di una manifestazione non autorizzata i cui protagonisti fanno intendere di volere proseguire ad oltranza.

20 dicembre 2013 ore 17,30 presso GAPA : spettacolo Messa in scena della tua Libertà

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