I forconi e la politica dei diritti di Stefano Rodotà, da Repubblica, 13 dicembre 2013

 

 



Sapevamo che la povertà si estendeva, che dilagavano le diseguaglianze, che la percentuale della fiducia dei cittadini nelle istituzioni era precipitata al 2%. Eppure questi dati venivano considerati come pure registrazioni statistiche.
Valutate alla stregua di variazioni di sondaggi e non come lo specchio di una situazione reale che rivelava quanto la coesione sociale fosse a rischio. Ora quel momento è arrivato, e bisogna chiedersi come una situazione così difficile possa essere governata democraticamente. È problema capitale per le istituzioni, che non possono ridurlo ad affare di ordine pubblico. Ma è compito pure delle forze politiche che non possono trasformare le critiche legittime nella tentazione di raccogliere consensi nella logica della spallata al sistema, della tolleranza di metodi violenti.

I cittadini si sono sentiti privati della rappresentanza, affidati alle pure dinamiche economiche, amputati dei diritti. Da qui bisogna ripartire. La provvida decisione della Corte costituzionale mette di fronte alla necessità di una legge elettorale centrata non solo sulla governabilità, ma sul recupero della rappresentanza. E la dimensione dei diritti è quella dove si fa più evidente l’intreccio tra le varie questioni.

Torniamo per un momento a Prato, dove la drammatica morte dei cinesi non è stata causata da un semplice incendio, ma proprio alla negazione dei loro diritti. Se ad essi fossero stati garantiti un lavoro legale e la sicurezza, il diritto alla salute e quello all’abitazione, dunque il rispetto minimo della dignità della persona, nessuno di loro sarebbe morto. Questo non è un caso eccezionale, ma la testimonianza di una separazione sempre più diffusa dell’economia dai diritti, che trascina con sé anche quella tra politica e diritti, causa non ultima della disaffezione dei cittadini. L’azione del Governo è in grado di colmare questa distanza?

Oggi la risposta non può che essere negativa. L’attuale maggioranza ha come sua componente essenziale il Nuovo Centrodestra, apparso a qualcuno come una sorta di destra moderna e che, al contrario, al posto dei diritti civili pone i “valori non negoziabili”, ribaditi come irrinunciabile segno di identità. Al posto dei diritti del lavoro ha insediato una logica che ha fatto deperire le garanzie. Al posto del rispetto dell’altro ha collocato il reato di immigrazione clandestina e l’ostinato rifiuto di allargare la cittadinanza. Al posto della legalità costituzionale vi è ancora la coda lunga delle norme che hanno distorto la legge in custode di interessi privati. Ognuno di questi casi ha nomi e cognomi, corrispondenti esattamente a quelli di esponenti della nuova forza politica. E questo è un ostacolo che continua ad impedire una esplicita strategia di uscita dalla non politica dei diritti che ci affligge da anni.

Cominciamo dalle clamorose inadempienze del Parlamento. Fin dal 2010, prima la Corte costituzionale, poi la Corte di Cassazione hanno riconosciuto che le persone dello stesso sesso, unite in una convivenza stabile, hanno «il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia». Parole che non hanno trovato ascolto nelle aule parlamentari, sì che un diritto fondamentale continua ad essere ignorato. Il silenzio, che riguarda anche il riconoscimento delle unioni tra persone di sesso diverso, è destinato a continuare? Non meno scandaloso è quanto sta accadendo a proposito dell’accesso alle tecniche di procreazione assistita. La legge del 2004, il più scandaloso prodotto delle ideologie fondamentaliste, è stata demolita nei suoi punti essenziali da giudici italiani ed europei, ma per il Parlamento è come se nulla fosse accaduto e non vi è stato quell’intervento che, riconducendo a ragione quel che resta della legge, è necessario per restituire alle donne l’esercizio pieno dei loro diritti. Inoltre, è fallito per fortuna il tentativo di approvare una legge sulle decisioni sulla vita in contrasto con il diritto fondamentale all’autodeterminazione e con la norma costituzionale che vieta al legislatore di «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Ma non si fa nessun passo nella direzione di approvare le poche norme necessarie per eliminare ogni dubbio intorno al diritto della persona di morire con dignità. E così il diritto di governare liberamente la propria vita — il nascere, il costruire le relazioni personali, il morire — è ricacciato in una precarietà che testimonia di una vergognosa indifferenza del legislatore. Sarà mai possibile rovesciare questa attitudine?

La restaurazione della legalità attraverso i diritti investe direttamente l’essenziale tema del lavoro, che ha conosciuto una sua “riduzione privatistica” soprattutto attraverso l’articolo 8 del decreto 138 del 2011, dove si consente la possibilità di stipulare, a livello aziendale o territoriale, contratti collettivi o intese in deroga alle leggi. Il negoziato tra datori di lavoro e sindacati non avviene più con la garanzia della legge a tutela di diritti essenziali, ma torna ad essere affidato ai rapporti di forza, mai così “asimmetrici” come in questo tempo di crisi pesantissima. Questa norma deve essere cancellata, così come ha fatto la Corte costituzionale dichiarando illegittime norme limitative della rappresentanza sindacale, con una decisione che ci ricorda la necessità di una legge in materia che, nella logica costituzionale, riconosca ai lavoratori i diritti strettamente connessi alla loro condizione. E la questione del reddito di cittadinanza, della quale ci si vuol liberare con qualche mossa infastidita, rappresenta una buona occasione per ripensare il tema difficile del rapporto tra lavoro, cittadinanza, eguaglianza, dignità.

Il filo è sempre quello che connette diritti e restaurazione della legalità. Lo vediamo discutendo di carcere, dove i diritti si scontrano con trattamenti inumani e degradanti e dove la responsabilità del Parlamento non si individua soltanto intorno ad amnistia e indulto, ma con la pari urgenza di incidere sulle cause del sovraffollamento, che hanno le loro radici in reati legati all’immigrazione o al traffico di stupefacenti, all’inadeguatezza del codice penale. Lo vediamo a proposito della tutela della privacy che, da una parte, esige maggior rigore all’interno; e, dall’altra, impone di non considerarla una questione “domestica”, ma un tema che imporrebbe una presenza del governo italiano in quella dimensione internazionale dove si gioca una inedita partita di legalità costituzionale. Lo vediamo nel deperimento continuo del diritto alla salute e di quello all’istruzione.

Viviamo ormai in una situazione in cui la Costituzione è ignorata proprio nella parte dei principi e dei diritti. E lo stesso accade nell’Unione europea, amputata della sua Carta dei diritti fondamentale, che pure ha lo stesso valore giuridico dei trattati. La simmetria tra Italia e Europa è rivelatrice. La lotta ai populismi, anche nella prospettiva delle prossime elezioni europee, passa proprio attraverso l’esplicito recupero del valore aggiunto assicurato proprio dalla garanzia dei diritti.
Questo catalogo, ovviamente parziale, consente di cogliere i nessi tra politica e società, i limiti delle impostazioni solo economicistiche, la rilevanza dei principi di eguaglianza, dignità, solidarietà. Ma serve anche a mostrare non solo l’inaccettabilità di qualsiasi sottovalutazione dei diritti, ma pure la debolezza d’ogni posizione che ritenga possibile separarli dalla democrazia. È vero, i diritti sono deboli se la politica li abbandona. Ma quale destino possiamo assegnare ad una politica svuotata di diritti e perduta per i principi?

(13 dicembre 2013)

PIAZZA FONTANA 12 DICEMBRE 1969/2013 (MILANO, ITALY) ANPI MILANO con il nostro Presidente Carlo Smuraglia

Spettacolare tributo in un supermercato del sudafrica a Madiba.Addio Mandela sarai sempre nei nostri cuori

Domenica 15 dicembre ore 10.30 – Palazzo della Cultura di Catania donne & mafie da: udi catania

donne & mafie

Domenica 15 dicembre ore 10.30 – Palazzo della Cultura di Catania


INTERVENGONO

 

Enzo Bianco, Sindaco di Catania

Orazio Licandro, Assessore ai Saperi e allaBellezza Condivisa

Adriana Laudani, UDI Catania

Antonella Liotta, Commissaria Straordinaria Provincia di Catania

 

Dal 15 dicembre al 15 gennaio, al Palazzo della Cultura di Catania, sarà esposta una  mostra a cura di Rita Margaira e Laura Noce.

 

Una mostra voluta dall’UDI, offerta alla riflessione della città e delle sue scuole con la consapevolezza che la lotta alla mafia e ai modelli di relazione personale e sociali fondati sulla violenza che essa propone, ha costituito e costituisce il terreno prioritario della nostra azione. La mostra è stata organizzata insieme al Comune e alla Provincia Regionale di Catania.

 

UDI Catania

Cgil Cisl e Uil corrono oggi a Torino per fronteggiare i forconi. Appello alla città per corteo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Cgil, Cisl e Uil di Torino manifesteranno sabato 14 dicembre nel capoluogo piemontese a difesa del lavoro e dei provvedimenti a sostegno del reddito per le categorie di lavoratori più in difficoltà e rivolgono un appello ai torinesi affinche’ aderiscano alla mobilitazione. Risponde così il sindacato confederale alle mobilitazioni popolari di questi giorni, che hanno visto a Torino una forte caratterizzazione di massa. Un tentativo, e niente di più, da parte di Camusso, Angeletti e Bonanni, di convogliare la giusta rabbia contro la crisi e l’inettitudine del governo nazionale. Rabbia che in qualche caso si è espressa anche contro le stesse organizzazioni sindacali.
“I fatti incresciosi e inquietanti di questi giorni non possono cancellare come la crisi abbia colpito pesantemente Torino peggiorando le condizioni materiali di tanti lavoratori, pensionati, e cittadini – hanno scritto le tre organizzazioni sindacali – non si puo’ dimenticare che rabbia, malcontento, disagio sociale, sono causate dalla mancanza di lavoro, dalla poverta’ e dall’aumento delle diseguaglianze”.”Per placarle servono risposte concrete e non promesse e per questo sabato 14 saremo in piazza con rivendicazioni chiare” hanno sottolineato Cgil, Cisl e Uil, prendendo le distanze dalla protesta dei Forconi. “Non ci appartengono e condanniamo violenze, minacce, intimidazioni, incitamenti ai disordini”.
“Per questi motivi lanciamo un appello alla città, affinchè chi condivide l’urgenza di avere risposte al bisogno di lavoro e di redditi adeguati e pensa che il diritto di manifestare si difenda applicando le regole democratiche, scenda in piazza con noi”, hanno detto le tre sigle sindacali torinesi.
Per il leader della Fiom Maurizio Landini il punto è la chiarezza delle rivendicazioni del movimento di questi giorni. “Io sono abituato che quando vado in piazza ho una piattaforma, delle richieste, delle proposte e le dico con chiarezza. Io li’ non ho capito bene – aggiunge – perche’ se lo slogan e’ ‘meno tasse, via tutti’, vorrei capire meglio. In piu’, se in alcuni casi la controparte diventano le sedi delle Camere del Lavoro, trovo anche questa una cosa un po’ inquietante. Non vorrei che con un disagio vero, che tra le persone c’e’, ci fosse anche qualcuno che per ragioni diverse cerca di strumentalizzarlo”. “Io sono per difendere il diritto di tutti a manifestare, che e’ un diritto democratico, e penso che se il governo vuole davvero la fiducia del Paese, non del Parlamento, deve rispondere alle domande dicambiamento della politica e delle scelte economiche”, concludeLandini.
“La situazione oggi e’ difficile e le condizioni per la protesta, per la ribellione, e ce ne sono molte, sono giuste. Capisco oggi chi rischia la disperazione”, dichiara Rosy Bindi presidente della commissione parlamentare Antimafia. “Si parte da ragioni giuste per ribellarsi – aggiunge Bindi – ma chi si ribella, chi domanda, chi e’ scoraggiato, chi non ce la fa piu’ non riesce a trovare un’interlocuzione istituzionale, sociale che si faccia carico di questi problemi. La crisi c’e’, oggi – ha proseguito – e dobbiamo esserne assolutamente consapevoli. Tutto questo espone il nostro Paese a molti altri rischi, come l’usura”.

L’Europa che serve Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Felice Roberto Pizzuti

La realizzazione delle sue potenzialità richiede che la costruzione europea sia attuata con una lungimiranza politica, economica, istituzionale e democratica che finora è mancata. Ma il progetto comunitario era ed è ancora un’occasione specifica per riequilibrare i rapporti tra mercati e istituzioni

Perché la sinistra (e non solo) deve impegnarsi con forza per cambiare le modalità della costruzione europea, ma comunque deve sostenere convintamente quell’obiettivo senza farsi distrarre da piani B? Anche in vista delle elezioni europee, la risposta a questa domanda dovrebbe essere scontata, ma – purtroppo – ogni giorno che passa lo è di meno; è un’evoluzione pericolosa che va contrastata.

Tra le cause principali della crisi globale esplosa nel 2007-2008, che esprime e accentua i peggioramenti economico-sociali avvenuti nell’ultimo trentennio (come quelli della distribuzione del reddito, della precarietà delle condizioni di lavoro e di vita, della qualità sociale ed ecologica della crescita economica), c’è la globalizzazione dei mercati e la loro autonomizzazione rispetto alle istituzioni e alla politica cioè rispetto alla definizione democratica delle scelte collettive.

In Europa le cose stanno andando particolarmente male. Eppure, il progetto comunitario – oltre a corrispondere alle preoccupazioni del possibile ripetersi dei terrificanti conflitti bellici della prima metà del Novecento – era e sarebbe ancora un’occasione specifica per riequilibrare i rapporti tra mercati e istituzioni, estendendo queste ultime a livello continentale. Peraltro, tale estensione non dovrebbe indebolire il ruolo delle istituzioni nazionali e locali; invece, precisando l’ambito dei territori e delle popolazioni interessati a ciascun tipo di problema comune, l’efficace coordinamento delle istituzioni operanti ai vari livelli accrescerebbe la loro capacità complessiva di rappresentanza democratica delle esigenze collettive.

Naturalmente, ciascuna e tutte le istituzione dovrebbero rafforzare la loro credibilità sia verso i loro rappresentati sia tra di loro sia nei confronti dei mercati. A questo riguardo, può essere utile notare, anche solo di passaggio, che un eventuale default di un bilancio statale (o di altro ente locale), oltre a innescare reazioni dei creditori interni ed esteri dagli esiti imprevedibili, farebbe crollare la sua reputazione e, in particolare, la sua capacità di rappresentare le scelte e gli interessi collettivi rispetto a quelli individuali; i ceti più deboli sarebbero comunque seriamente penalizzati dall’inevitabile drastica riduzione delle prestazioni sociali.

Va altresì tenuto presente che interventi straordinari e non convenzionali sui bilanci pubblici possono avere effetti molto diversi a seconda che siano decisi autonomamente da singole istituzioni – con modalità inevitabilmente conflittuali – oppure in modo coordinato con le altre in nome di un vantaggio collettivo ritenuto superiore.

Le possibilità di sviluppo economico-sociale di ciascun paese europeo sarebbero potenzialmente favorite dalla sua inclusione nell’Unione che diventerebbe la maggiore economia mondiale; proprio per questo, la sua crescita complessiva avrebbe minori vincoli esterni e sarebbe avvantaggiata (non frenata) da politiche di riduzione delle differenze territoriali, incluse quelle riguardanti i bilanci pubblici nazionali e locali; la maggiore forza economica dell’Unione consentirebbe di difendere quelle politiche contro le strumentalizzazioni speculative dei mercati.

Ma la realizzazione delle sue potenzialità richiede che la costruzione europea sia attuata con una lungimiranza politica, economica, istituzionale e democratica che, invece, è carente (ma non lo fu affatto nell’unificazione tedesca). Finora hanno prevalso interessi nazionali a danno di quelli comunitari; la logica intergovernativa ha fatto premio sulla rappresentanza democratica, riducendo il consenso e la partecipazione popolare al progetto comunitario; la visione ideologica delle scelte politiche ed economiche considera le istituzioni – paradossalmente – un intralcio al funzionamento dei mercati: non è un caso che la costruzione europea sia stato affidata solo alla loro unificazione e a quella delle monete e delle banche centrali; il rigore finanziario e l’austerità imposti come prerequisito anche etico della costruzione europea sono controproducenti e applicati in modo asimmetrico, cioè accettando i disavanzi delle imprese private (specie quelle finanziarie) e scaricandoli sui bilanci pubblici di cui si chiede il pronto risanamento a carico delle popolazioni.

Si potrebbe continuare nell’elenco sia delle incongruenze presenti nella costruzione europea sia delle responsabilità; ma il problema è: come si reagisce a questa situazione? Come metodo, occorrerebbe combinare al meglio la razionalità e i giudizi di valore, verificando che l’esito sia il più possibile coerente con l’interesse maggioritario; cioè occorrerebbe muoversi in senso progressivo, ma tenendo presente due avvertenze. La prima è che quella combinazione va tarata tenendo bene in conto gli ostacoli che lo stato di cose esistente – peggiorato dalla crisi – pone al suo superamento. La seconda è che la razionalità non regola sempre le scelte politiche europee (e non solo), altrimenti non si spiegherebbero, ad esempio, i due conflitti mondiali scatenati a distanza di un ventennio nel secolo scorso.

Ciò premesso sarebbe del tutto contrario alla progressività delle scelte progettare piani B alternativi alla costruzione europea, che accrediterebbero ritorni a logiche frammentate e contrapposte in un mondo dominato da istituzioni nazionali di dimensioni continentali e da operatori di mercato sovranazionali. Questa soluzione, da tempo presente nel dibattito, sta accrescendo i suoi consensi a seguito delle frustrazioni alimentate dal persistere delle politiche comunitarie inique e fallimentari prima ricordate. Tuttavia, si tratta di un atteggiamento simile a quello del giocatore che, persa la palla, fa fallo di reazione col risultato di essere espulso ad ulteriore vantaggio della squadra avversaria.

A questo punto le alternative sono sostanzialmente due: la prima è insistere convintamente sull’interesse generale degli europei (e non solo) a realizzare l’Unione, nella consapevolezza che il coordinamento democratico, la partecipazione popolare e le politiche volte a sostenere la quantità e qualità della crescita riducendo le disuguaglianze non sono degli optional che denotano scarso rigore, ma le modalità necessarie per unirsi economicamente, socialmente e politicamente; la seconda è accentuare la logica della contrapposizione tra i “forti” che pretendono d’imporre la loro idea stupida di rigore e i “deboli”, che pensano a decisioni unilaterali di default o a uscite dall’euro con l’idea non meno stupida di pensare che in un contesto così poco intelligente un “debole” possa ricattare un “forte” senza che vi siano reazioni anche catastrofiche (quando Brenno pose la spada sulla bilancia, i rapporti di forza glielo consentivano, e comunque non ne trasse profitto nel medio periodo). Il punto che fa fatica ad essere compreso sia dai “forti” che dai “deboli” – entrambi sostenendo o subendo questa logica conflittuale che sta pericolosamente diffondendosi – è che allo stadio attuale del progetto comunitario occorrerebbe molta più solidarietà e cooperazione per retrocedere ordinatamente e senza conflitti (non solo economici) rispetto all’obiettivo che non per andare avanti verso l’Unione anche politica. Se la volontà e la razionalità saranno insufficienti a raggiungere i vantaggi della costruzione europea lo saranno ancora meno per evitare una rottura traumatica del suo percorso.

L’invisibile popolo dei nuovi poveri Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Revelli

 

Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.

La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del  ceto medio impo­ve­rito : gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alza­vano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».

Altra comu­ni­ca­zione non c’era: la “piat­ta­forma”, potremmo dire, il comun deno­mi­na­tore che li univa era esi­lis­simo, ridotto all’osso. L’unico volan­tino che mostra­vano diceva «Siamo ITALIANI», a carat­teri cubi­tali, «Fer­miamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripe­te­vano era: «Non ce la fac­ciamo più». Ecco, se un dato socio­lo­gico comu­ni­ca­vano era que­sto: erano quelli che non ce la fanno più. Ete­ro­ge­nei in tutto, folla soli­ta­ria per costi­tu­zione mate­riale, ma acco­mu­nati da quell’unico, ter­mi­nale stato di emer­genza. E da una visce­rale, pro­fonda, costi­tu­tiva, antro­po­lo­gica estraneità/ostilità alla poli­tica.

Non erano una scheg­gia di mondo poli­tico viru­len­tiz­zata. Erano un pezzo di società disgre­gata. E sarebbe un errore imper­do­na­bile liqui­dare tutto que­sto come pro­dotto di una destra gol­pi­sta o di un popu­li­smo radi­cale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squa­dre. E i cul­tori della vio­lenza per voca­zione, o per fru­stra­zione per­so­nale o sociale. C’era di tutto, per­ché quando un con­te­ni­tore sociale si rompe e lascia fuo­riu­scire il pro­prio liquido infiam­ma­bile, gli incen­diari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il feno­meno. Non s’innesca così una mobi­li­ta­zione tanto ampia, diver­si­fi­cata, mul­ti­forme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chie­dersi per­ché pro­prio qui si è mate­ria­liz­zato que­sto “popolo” fino a ieri invi­si­bile. E una pro­te­sta altrove pun­ti­forme e selet­tiva ha assunto carat­tere di massa…

Per­ché Torino è stata la “capi­tale dei for­coni”? Intanto per­ché qui già esi­steva un nucleo coeso – gli ambu­lanti di Parta Palazzo, i cosid­detti “mer­ca­tali”, in agi­ta­zione da tempo – che ha fun­zio­nato come prin­ci­pio orga­niz­za­tivo e deto­na­tore della pro­te­sta, in grado di rami­fi­carla e pro­muo­verla capil­lar­mente. Ma soprat­tutto per­ché Torino è la città più impo­ve­rita del Nord. Quella in cui la discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta. Par­lano le cifre.

Con i suoi quasi 4000 prov­ve­di­menti ese­cu­tivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno pre­ce­dente, uno ogni 360 abi­tanti come cer­ti­fica il Mini­stero), Torino è stata defi­nita la “capi­tale degli sfratti”. Per la mag­gior parte dovuti a “moro­sità incol­pe­vole”, il caso cioè che si veri­fica «quando, in seguito alla per­dita del lavoro o alla chiu­sura di un’attività, l’inquilino non può più per­met­tersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si pre­an­nun­ciano, come ha denun­ciato il vescovo Nosi­glia, per gli inqui­lini delle case popo­lari che hanno rice­vuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro men­sili impo­sti da una recente legge regio­nale anche a chi è clas­si­fi­cato “incol­pe­vole”  e che non se lo pos­sono per­met­tere .
“Maglia nera” anche per le atti­vità com­mer­ciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esi­stenti, 15 al giorno) in città, e 626 in pro­vin­cia (di cui 344 tra bar e risto­ranti). E’ l’ultima sta­ti­stica dispo­ni­bile, ma si può pre­sup­porre che nei mesi suc­ces­sivi il ritmo non sia ral­len­tato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Men­tre per le pic­cole imprese (la cui morìa ha mar­ciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiu­sure al giorno in Ita­lia) Torino si con­tende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “for­coni”) la testa della clas­si­fica, con le sue 16.000 imprese scom­parse nell’anno, cre­sciute ancora nel primo bime­stre del 2013 del 6% rispetto al periodo equi­va­lente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono por­tate al pre­fetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese arti­giane chiuse nella provincia.

E’, letta attra­verso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi suc­ce­du­tisi nella tran­si­zione all’oltre-novecento, tutta intera la com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co.co.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della  crea­tive class , ma mano­va­lanza a basso costo… Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carte revol­ving , del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finan­zia­ria ha allun­gato le mani sul collo dei mar­gi­nali, e poi sem­pre più forte, e sem­pre più in alto.

Non è bella a vedere, que­sta seconda società riaf­fio­rata alla super­fi­cie all’insegna di un sim­bolo tre­men­da­mente obso­leto, pre-moderno, da feu­da­lità rurale e da jac que­rie  come il “for­cone”, e insieme por­ta­trice di una iper­mo­der­nità implosa. Di un ten­ta­tivo di una tran­si­zione fal­lita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui ripro­po­sti in alto, nei gazebo delle pri­ma­rie (che pure dice­vano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei  talk show  tele­vi­sivi. E’ sporca, brutta e cat­tiva. Anzi, incat­ti­vita. Piena di ran­core, di rab­bia e per­sino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.

Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella sog­get­ti­vità”) del ciclo indu­striale, con il lin­guag­gio del con­flitto rude ma pulito. Qui la poli­tica è ban­dita dall’ordine del discorso. Troppo pro­fondo è stato l’abisso sca­vato in que­sti anni tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati. Tra lin­guag­gio che si parla in alto e il ver­na­colo con cui si comu­nica in basso. Troppo vol­gare è stato l’esodo della sini­stra, di tutte le sini­stre, dai luo­ghi della vita. E forse, come nella Ger­ma­nia dei primi anni Trenta, saranno solo i lin­guaggi gut­tu­rali di nuovi bar­bari a incon­trare l’ascolto di que­sta nuova plebe. Ma sarebbe una scia­gura – peg­gio, un delitto – rega­lare ai cen­tu­rioni delle destre sociali il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione con que­sto mondo e la pos­si­bi­lità di quo­tarne i (cat­tivi) sen­ti­menti alla pro­pria borsa. Un enne­simo errore. Forse l’ultimo.

“Forconi o meno, in piazza è sceso il popolo che subisce crisi e sfruttamento”. Il punto di vista dei Cobas Autore: federico giusti da: controlacrisi.org

 

Nel dibattito che si sta sviluppando nella sinistra antagonista a proposito del fenomeno dei Forconi e delle manifestazioni di questi giorni in varie città d’Italia pubblichiamo l’intervento di Federico Giusti, dei Cobas di Pisa.

Stando ai dati ufficiali il numero dei lavoratori autonomi si è fortemente ridotto negli ultimi anni, del resto basterebbe vedere le migliaia di aziende a gestione familiare che chiudono i battenti per la crisi.

In Italia, il lavoro autonomo non è riconducibile ad un’unica origine, ci sono grosse differenze anche in base alle Regioni, alla composizione sociale delle stesse, ai distretti industriali e alle aree cosiddette produttive.

Il numero delle imprese con meno di tre addetti negli ultimi 20 anni è cresciuto e questo nanismo industriale è anche tra i fattori di crisi del modello produttivo italiano che per un ventennio ha scelto la strada della delocalizzazione basandosi spesso sulla forte contrazione del costo del lavoro come fattore di competività dimenticando gli investimenti tecnlogici e innovativi .

Sono circa 5,5 milioni gli addetti in “imprese” con meno di 3 dipendenti e questo rapporto di lavoro, anche quando si è celato dietro le partite iva ha rappresentato una forma di lavoro dipendente altamente sfruttato (e qualche volta autosfruttato).

La crisi della piccola impresa va di pari passo non solo con la crisi del modello produttivo italiano ma con i tagli della pubblica amministrazione, il cui ruolo di welfare è stato fortemente ridotto e subirà colpi ancora più decisivi nei prossimi mesi\anni e non solo con la seconda fase della spending review ma attraverso i tagli ai servizi, agli organici e la complessiva ridefinizione del pubblico.

Anni fa un Governo annunciò tempi celeri per il pagamento dei creditori della Pa, questo intento è rimasto disatteso e i creditori sono spesso costretti a chiudere bottega, ciò accade nel territorio pisano per attività che ruotano attorno all’Università e all’ospedale, costretti a interminabili e costose scartoffie solo per partecipare ad alcuni bandi.

Questa premessa è necessaria per capire il cosiddetto movimento dei forconi su cui i media stanno azzardando analisi che di oggettivo hanno ben poco, dettate da paura.

Ha sicuramente ragione la Cgia di Mestre a individuare nel crollo delle partite iva una delle cause dell’attuale malessere.

Dal 2008 hanno cessato l’attività 415 mila autonomi. Crollo dei lavoratori in proprio: ovvero artigiani, commercianti e agricoltori: -345.000. Particolarmente critica la situazione in Sardegna e in Calabria. Sulle micro imprese pressione fiscale media attorno al 50 per cento. La crisi ha colpito in maniera più evidente il mondo delle partite Iva rispetto a quello del lavoro dipendente. In termini assoluti, la platea dei subordinati ha perso 565.000 lavoratori, mentre in termini percentuali è diminuita solo del 3,2 per cento, con una quota del numero dei posti di lavoro persi sul totale della categoria pari al 3,3 per cento. Tassi, questi ultimi, che sono meno della metà di quelli registrati dai lavoratori indipendenti”.

Analizzando tutti i profili professionali che costituiscono il cosiddetto popolo delle partite Iva, si nota che la contrazione più significativa è avvenuta tra i lavoratori in proprio: vale a dire tra gli artigiani, i commercianti e gli agricoltori. In questi ultimi cinque anni e mezzo sono diminuiti di 345.000 unità, pari ad una contrazione del 9,6 per cento.

Ma piaccia o non piaccia il movimento dei forconi, o sedicente tale, non può ridursi al movimento del lavoro autonomo di seconda e prima generazione per quanto la sua crisi sia tra i fattori scatenanti.

Uno sguardo attento e non superficiale deve andare alle fabbriche, alle condizioni materiali di vita e di lavoro degli operai, a come sono state distrutte le istanze più avanzate degli anni settanta a colpi di licenziamenti, di cassa integrazione, di regole sulla rappresentanza costruite ad arte per escludere i sindacati di base, al costante ricatto a cui sottopongono lavoratori\trici minacciati di perdere il posto e con esso ogni forma di sostentamento.

Una riflessione dovrebbe andare alle condizioni di sfruttamento di tanti lavoratori e lavoratrici del terzo settore, la loro frammentazione in contratti sempre più iniqui, alla loro divisione costruita ad arte per stroncare sul nascere ogni protesta organizzata

Altro ragionamento va alla pubblica amministrazione e alle ragioni per le quali nonostante 5 anni di blocco contrattuale e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro non siano sorti adeguati e significativi movimenti di lotta.

La crisi della rappresentanza e la crisi sociale sono alla base di proteste che vedono protagonisti proletari delle periferie (analogie con le banlieu francesi), studenti per i quali il futuro è sempre più incerto per la crisi del mercato del lavoro, disoccupati e cassa integrati abbandonati al loro destino di miseria e disperazione da un sindacato il cui ruolo si limita a gestore delle pratiche per gli ammortizzatori sociali, sindacato di servizio incapace di incidere realmente sui processi in atto.

E qui il sindacato tradizionale gioca un ruolo nefasto, quello di dividere quanti hanno un lavoro, per quanto malpagato e precario sia, e chi invece è senza lavoro, senza reddito e senza speranza

La protesta ha preso corpo con il tam tam del web, con i network strumento sempre più necessario per una organizzazione che non è più solo virtuale.

Dentro queste piazze si trovano anche i fascisti che cercano di cavalcare un malessere sociale nascondendosi dietro a sigle minori di autotrasportatori, ma allo stesso tempo nella piazza ligure o veneta trovi anche il migrante, il pensionato, lo studente, il giovane disoccupato. Se i fascisti possono avere avuto qualche ruolo negli scontri di piazza, di fronte ad una mobilitazione ampia saranno costretti a fare un passo indietro e già lo stanno facendo.

Non dimentichiamoci che un mese fa decine di migliaia di uomini e donne sono scesi in piazza con i movimenti dell’abitare, una protesta forte e radicata nelle metropoli dove l’emergenza abitativa si fonde con l’assenza di lavoro e di reddito

La protesta di questi giorni e soprattutto quella degli autoferrotranvieri ci inviano un messaggio molto chiaro:le tradizionali forme di lotta non sono più sufficienti, gli scioperi sono efficaci quando non rispettano le regole dettate dalle normative antisciopero, quando vedono protagonisti lavoratori che mettono in discussione le regole attuali rischiando sulla loro pelle sanzioni e denunce. Ma allo stesso tempo, sarebbe stupido negare che senza forme di rappresentanza efficaci queste proteste vengono gestite e strumentalizzate dai sindacati tradizionali, dai confederali e dagli autonomi complici delle normative antisciopero e delle privatizzazioni che oggi vanno investendo il servizio pubblico sociale.

Oggi più che mai è prioritario non solo comprendere quanto accade nel paese ma anche dotarsi di strumenti organizzativi perchè le lotte, anche le più radicali, non siano vanificate e tradite dai sindacati filo padronali e filo governativi.

E da qui un sindacato di classe e conflittuale dovrebbe ripartire.

“Il cambiamento necessario”, lunedì l’assemblea nazionale dei migranti Cgil Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

“Il cambiamento necessario”. E’ questo il titolo dell’Assemblea nazionale immigrati Cgil in programma lunedì 16 dicembre a Roma presso la sede nazionale del sindacato in corso d’Italia 25 a partire dalle ore 9.30 alla presenza del segretario generale, Susanna Camusso.Ad aprire e a presiedere i lavori ci sarà il responsabile Immigrazione della Cgil Nazionale, Piero Soldini. Seguiranno poi gli interventi del segretario confederale Cgil, Vera Lamonica; del sindaco di Lampedusa e Linosa, Giusi Nicolini; del professore di Economia all’Università Bocconi di Milano, Tito Boeri. Tra gli invitati, inoltre, il ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, insieme ad esponenti di sindacati, associazioni, parlamentari e delegati e segretari di strutture di categoria e territoriali della Cgil. Le conclusioni, infine, saranno affidate al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.