La memoria corta Fonte: Il Manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

 

Nel­son Man­dela è «un gigante del XX secolo», che «mi ha reso un uomo migliore», anche se «la ten­ta­zione è di ricor­darlo come una icona, ma Madiba ha resi­stito a que­sto qua­dro privo di vita»: l’atteso discorso elogio-funebre del pre­si­dente ame­ri­cano Barack Obama non è stato infe­riore alle aspet­ta­tive. L’approvazione grande, pio­ve­vano gli applausi dei suda­fri­cani riu­niti a Soweto, presi dalle parole dell’altro pre­si­dente nero della sto­ria. Soprat­tutto quando ha par­lato dell’uomo «in carne ed ossa», che ammet­teva le sue imper­fe­zioni, una ragione in più per «amarlo così tanto» per­ché «con­di­vi­deva con noi i suoi dubbi, le sue paure, i suoi cal­coli sba­gliati, insieme alle sue vit­to­rie. Diceva: non sono un santo». E poi, l’accusa: «Troppi lea­der che cele­brano oggi Man­dela, in realtà non tol­le­rano il dis­senso dei loro popoli». E, subito dopo, il gesto sto­rico: la stretta di mano con il pre­si­dente cubano Raul Castro, tra gli inter­lo­cu­tori dell’invettiva appena pro­nun­ciata.
L’autorevole discorso di Obama a Johan­ne­sburg, a largo spet­tro rivolto ad alcuni lea­der inter­na­zio­nali del cosid­detto Terzo Mondo, quasi come por­ta­voce dell’Occidente, rischia però di sep­pel­lire la verità e di essere alla fine l’ennesima sua imbal­sa­ma­zione, soprat­tutto per­ché appare lar­ga­mente sme­mo­rato.
Il pre­si­dente ame­ri­cano dimen­tica di ricor­dare, in primo luogo a se stesso, che gli Stati uniti fino al 1988, hanno soste­nuto e difeso per lun­ghi decenni il régime dell’apar­theid. Con la moti­va­zione — degli Stati uniti, della Gran Bre­ta­gna, della Fran­cia (fino all’81) e d’Israele — che biso­gnava fer­mare il peri­colo comu­ni­sta. E se si ricorda che era l’epoca della Guerra fredda, que­sta non può essere pre­sen­tata da Washing­ton certo come giu­sti­fi­ca­zione dei cri­mini che ha per­pe­trato e ha con­tri­buito a per­pe­trare in nome della demo­cra­zia.
Nello scon­tro tra la mag­gio­ranza nera e la mino­ranza bianca, Washing­ton aveva soste­nuto Pre­to­ria in Angola (e poi in Mozam­bico) nel 1975, dove l’esercito suda­fri­cano ten­tava di instau­rare il pro­prio pre­do­mi­nio mili­tare e la sua ege­mo­nia raz­ziale. E non esitò ad aggi­rare l’embargo sulle armi e a col­la­bo­rare stret­ta­mente con l’intel­li­gence bianca suda­fri­cana, rifiu­tando ogni misura coer­ci­tiva o san­zio­na­to­ria con­tro il régime dell’apar­theid, men­tre per la Casa bianca la mag­gio­ranza nera doveva «dare prova di mode­ra­zione». Ha ricor­dato Alain Gresh su Le Monde Diplo­ma­ti­que che Che­ster Croc­ker, l’uomo chiave della poli­tica dell’“impegno costrut­tivo” del pre­si­dente Ronald Rea­gan in Africa australe negli anni Ottanta, scri­veva su Foreign Affairs nell’inverno 1980–81: «Per la sua natura e la sua sto­ria, l’Africa del Sud fa parte dell’esperienza occi­den­tale ed è parte inte­grante dell’economia occi­den­tale». Il 22 giu­gno del 1988 — siamo a soli diciotto mesi dalla libe­ra­zione di Man­dela e dalla lega­liz­za­zione dell’Anc — John C. Whi­te­head, sot­to­se­gre­ta­rio al Dipar­ti­mento di Stato, spie­gava ad una com­mis­sione del Senato Usa: «Dob­biamo rico­no­scere che la tran­si­zione verso una demo­cra­zia non raz­zi­sta in Africa del Sud richie­derà ine­vi­ta­bil­mente più tempo di quanto spe­riamo», insi­stendo sul fatto che le san­zioni, richie­ste in sede Onu dai lea­der suda­fri­cani della lotta anti–apar­theid e dall’allora “campo socia­li­sta” rischia­vano un «effetto demo­ra­liz­zante sulle élite bian­che» pena­liz­zando invece in primo luogo la popo­la­zione nera.
Ronald Rea­gan con­clu­dendo il suo man­dato, tentò con ogni mezzo, ma per for­tuna senza suc­cesso, di impe­dire che il Con­gresso punisse il régime dell’apar­theid. Ancora dura­vano i tempi in cui alla Casa bianca si cele­bra­vano i Con­tras nica­ra­guesi, i com­bat­tenti per la libertà afghana, e si sten­deva il tap­peto rosso per le mili­zie della con­tro­ri­vo­lu­zione armata ango­lana e mozam­bi­cana, men­tre si denun­ciava il “ter­ro­ri­smo” dell’Anc e dell’Olp pale­sti­nese.
Quanto alla Gran Bre­ta­gna, il governo That­cher rifiutò ogni incon­tro con l’Anc fino al feb­braio 1990, quando Man­dela fu libe­rato, e si oppose in ogni occa­sione – famoso il ver­tice del Com­mo­n­welt di Van­cou­ver del 1987 – all’adozione di san­zioni anti–apar­theid. Era l’epoca in cui il primo mini­stro Came­ron — solo tre anni fa ha chie­sto scusa — andò in visita nel 1989 in Suda­frica invi­tato da una lobby filo–apar­theid.
Ad esser schie­rati con l’Anc erano i paesi “socia­li­sti”, l’Urss, il Viet­nam – dove si adde­stra­rono molti qua­dri. E Cuba. L’intervento mili­tare dell’esercito cubano nel 1975, a fianco del fra­gile eser­cito della da poco libe­rata colo­nia por­to­ghese dell’Angola, fu deci­sivo con la bat­ta­glia di Quito Cana­vale del 1988. Fu «una svolta nella libe­ra­zione del nostro Con­ti­nente e del mio popolo», ha sem­pre soste­nuto lo stesso Man­dela. Il quale, non sme­mo­rato, invitò Fidel Castro alla sua pro­cla­ma­zione a pre­si­dente della repub­blica suda­fri­cana nel 1994. Di che dovreb­bero ver­go­gnarsi dun­que, su que­sto, i fra­telli Castro?
Il fatto è che quando si nomina Man­dela non si parla solo di Guerra fredda e del fatto che, caduto il Muro di Ber­lino, non poteva più restare in piedi il Muro dell’apar­theid. Par­lano, anzi gri­dano ancora tutti i nodi rima­sti aperti nel “secolo breve”. Certo, l’apar­theid raz­ziale è stato risolto gra­zie alla sag­gezza e, insieme, radi­ca­lità di Madiba, ma resta il grande apar­theid eco­no­mico e sociale, quello suda­fri­cano (paese Brics) e quello mon­diale. E sarà un caso se, men­tre Obama par­lava a Soweto, veniva con­fer­mato da Washing­ton che il campo di con­cen­tra­mento di Guan­ta­namo non chiu­derà, come promesso?

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