ANPInews n. 100

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 anpinews

APPUNTAMENTI

Verso un atlante delle stragi nazifasciste in Italia”: venerdì 13 e sabato 14 dicembre a Milano seminario per definire il progetto presentato da ANPI e INSMLI. L’atlante, finanziato dal governo tedesco, costituisce di fatto il primo atto riparatore della Germania verso le vittime delle stragi

 

La soddisfazione del Presidente Smuraglia: Dopo due anni di sforzi, finalmente siamo riusciti ad ottenere che si riconoscesse l’importanza di atti di riparazione concreti, da parte della Germania, che non si risolvessero solo nelle pur importanti dichiarazioni rese dai due Presidenti tedeschi, a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema. La speranza è che intrapresa una via si prosegua, anche  perché la riparazione è uno dei modi attraverso i quali si realizza almeno in parte quell’ideale di giustizia e verità che è giustamente perseguito da tutti coloro che auspicano che atti di barbarie e comportamenti con cui si  calpestano i diritti umani non possano ripetersi mai più”

 

 


 ARGOMENTI

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

Sentenza della Corte Costituzionale: quasi otto anni, trascorsi nella diffusa affermazione che il “porcellum” era una vera porcheria, ma soprattutto privava i cittadini di una parte della sovranità popolare garantita dalla Costituzione. E adesso? sarebbe un vero paradosso se organismi politicamente delegittimati mettessero mano addirittura alla Costituzione. E non lo dico solo pensando al disegno di legge costituzionale sulla istituzione di una speciale Commissione per le riforme, ma anche a ogni disegno di legge che, pur rispettando l’art. 138, volesse avviare, specificamente, singole modifiche, ritenute essenziali, urgenti e mature. Tutta la nostra Associazione resta mobilitata, in tutti i suoi organismi  per impegnarsi – come sempre – contro ogni tentativo di andare per strade diverse da quelle indicate dalla Costituzione ed oggi, anche per implicito, dalla stessa Corte Costituzionale

La sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge elettorale costituisce un colpo (quasi) mortale alla credibilità dei partiti. Quasi otto anni, trascorsi nella diffusa affermazione che il “porcellum” era una vera porcheria, ma soprattutto privava i cittadini di una parte della sovranità popolare garantita dalla Costituzione e nella altrettanto diffusa negligenza e indifferenza verso quella che doveva essere una più che doverosa ricerca di una soluzione rapida ed efficace. Otto anni di chiacchiere al Senato, di promesse, di impegni, andati assolutamente a vuoto. Qualche sciocco si è unito al (giusto) coro di protesta, contro una situazione del genere, cercando di coinvolgere nell’incredibile ritardo anche la Corte Costituzionale; (…) 

“Madiba” ha rappresentato e rappresenta, anche ora che non c’è più, valori fondamentali, quali la pace, l’umanità, l’uguaglianza e la libertà. Egli non ci ha lasciato solo un imperituro ricordo, ma ci ha affidato il compito di portare avanti i princìpi ed i valori per cui si è battuto, con fermezza,  determinazione e convinzione

La morte di Nelson Mandela ha colpito tutti, dolorosamente, proprio per la forza delle idee che questo grand’uomo ha portato avanti e per le quali si è battuto per tutta la vita. “Madiba” ha rappresentato e rappresenta, anche ora che non c’è più, valori fondamentali, quali la pace, l’umanità, l’uguaglianza e la libertà (…)

Dopo due anni di sforzi, finalmente siamo riusciti ad ottenere che si riconoscesse l’importanza di atti di riparazione concreti, da parte della Germania, che non si risolvessero solo nelle pur importanti dichiarazioni rese dai due Presidenti tedeschi, a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema

Ormai, è ufficiale. Venerdì 13, con un importante seminario, a Milano, inizierà il suo cammino il complesso di ricerche, da tempo progettato, per realizzare un completo “Atlante” delle stragi nazifasciste, compiute in Italia, dal 1943-1945. Da tempo si era prospettata l’attuazione  di  quel progetto, delineato all’Università di Pisa sotto la direzione del Prof. Pezzino, sulla base di un’intesa tra l’ANPI nazionale e l’Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Si era chiesto, con insistenza, al Ministero degli esteri italiano ed a quello della Repubblica Federale di Germania, che esso fosse finanziato – appunto – dalla Germania, come uno dei primi atti di “riparazione” per le tragedie e le efferatezze di quegli anni (…)

Venerdì sera sono andato ad uno spettacolo, a Milano: all’ingresso del teatro, due giovani (una ragazza e un ragazzo) distribuivano volantini dell’ANPI sulla Costituzione…

Voglio raccontare un piccolo episodio, in cui sono stato coinvolto, ma del quale penso sia giusto fare partecipi i lettori di questa news, per il suo significato. Venerdì sera sono andato ad uno spettacolo, a Milano: all’ingresso del teatro, due giovani (una ragazza e un ragazzo) distribuivano volantini dell’ANPI sulla Costituzione. Quando la ragazza mi ha consegnato un volantino, raccomandandomi di prenderlo e leggerlo attentamente perché riguardava la Costituzione (…)

 

Anniversario Piazza Fontana: spero che non accada come lo scorso anno, in cui alcuni grandi giornali dedicarono a questo anniversario poche righe. Bisogna che i giovani sappiano e i meno giovani ricordino, perché quella che è stata definita come  la “madre di tutte le stragi” è un fatto terribile, che attende ancora una verità e una giustizia piena.

Giovedì 12 dicembre è l’anniversario della strage di Piazza Fontana. Spero che non accada come lo scorso anno, in cui alcuni grandi giornali dedicarono a questo anniversario poche righe. Bisogna che i giovani sappiano e i meno giovani ricordino, perché quella che è stata definita come  la “madre di tutte le stragi” è un fatto terribile, che attende ancora una verità e una giustizia piena (…) 

L’invasione dei “Forconi”: i sintomi della rivolta eversiva sono piuttosto evidenti (i blocchi, il tentativo di “fermare” tutto il Paese, i comportamenti e gli atteggiamenti violenti, ecc.) così come è sintomatico il rapido allineamento col movimento, da parte di forze dichiaratamente di destra e alcune, decisamente fasciste. Diciamo no ad ogni tipo di violenza  diffusa e di sopruso, organizzato, sui diritti altrui; e soprattutto diciamo no a quelle forme di protesta e di “rivolta” che finiscono per avvicinarsi troppo a quel colore nero che non vogliamo più vedere nella nostra Italia e in nessun Paese. Diciamo sì, invece, a quei governi che finalmente si decidano a mettere in campo tutte le risorse e tutte le misure possibili per risolvere la gravissima situazione economica e sociale in cui versa il Paese

Il movimento dei “forconi” è tornato nelle strade e nelle piazze d’Italia, ancora più deciso ed agguerrito. In sé, potrebbe apparire una delle tante manifestazioni di protesta; ma c’è qualcosa di più, su cui occorre riflettere. Da mesi sto scrivendo e dicendo che bisogna fare attenzione e adottare provvedimenti seri contro l’emergenza sociale e la crisi, anche per evitare che la protesta si trasformi in forme esasperate e pericolose. Ed ho scritto più volte che, nelle grandi crisi, c’è sempre il grande pericolo dello sbocco a destra (…)

  


ANPINEWS N.100

Il Presidente Nazionale dell’ANPI sulla risoluzione del Governo di non modificare l’art. 138: “Siamo lieti che alla fine – anche se non troppo spontaneamente – abbia prevalso il buon senso, ma mantengo serie perplessità sulle quali ritengo necessaria un’approfondita riflessione da parte di tutti”


 

Prendo atto della rinuncia da parte del Governo all’iniziativa di modifica dell’art. 138 della Costituzione, che avevamo giudicato molto severamente e criticamente.Conosciamo tutti le ragioni vere di tale decisione, ma siamo lieti che alla fine – anche se non troppo spontaneamente – abbia prevalso il buon senso. E siamo lieti di avere contribuito a questo approdo con le tante manifestazioni che, soli o con altre Associazioni, abbiamo fatto in questi mesi.Adesso si parla di riforme costituzionali, ancora una volta, come di una priorità, però – almeno – col metodo previsto dall’art. 138 e quindi su binari costituzionalmente corretti.Io continuo ad avere serie perplessità:

– sulla legittimazione politica di questo governo e di questo Parlamento a mettere comunque mano alla Costituzione; – sul fatto che questa scelta sia davvero frutto di realismo; a mio parere, basta guardarsi intorno per capire che occorre mettere mano  prioritariamente ad un vero piano del lavoro ed a misure idonee a risolvere la grave crisi sociale ed a scongiurare gli effetti nefasti della disperazione ed esasperazione di tanti cittadini;- sull’opportunità di pensare a riforme costituzionali (pur ritenendo necessarie alcune di quelle indicate) in termini di risparmio di spese anziché in termini di funzionalità o comunque in un quadro che corrisponda ad entrambe le esigenze.Continueremo ad essere vigilanti e ad esercitare il nostro diritto alla critica, sempre costruttiva e mai associabile al disfattismo ed alla volontà distruttiva di quanti, in realtà, pensano solo agli interessi propri e non all’interesse generale.Continueremo a fare diffusamente opera di conoscenza e di informazione sulla Costituzione e sui valori che essa esprime, considerandola sempre l’unico vero faro che può guidarci nelle temperie che sta attraversando il Paese.

 Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Roma, 12 dicembre 2013 

12 dicembre 1969 la Strage di piazza fontana ore 16: 30 La strage di piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto dai fascisti di Ordine Nuovo il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano. Tra il 1968 e il 1974 in Italia furono compiuti 140 attentati, tra i quali quello di piazza Fontana fu il più sanguinoso (e il più sanguinoso di sempre dopo la strage di Bologna avvenuta nel 1980). In particolare, la strage di piazza Fontana viene diffusamente considerata come l’inizio della cosiddetta strategia della tensione. L’esplosione avvenne il 12 dicembre 1969 alle ore 16:37: una bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto. Una seconda bomba viene rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Dopo 44 anni e 10 processi la strage alla Banca nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana – 16 dicembre 1969, 17 morti e 84 feriti – torna ad essere senza colpevoli. O meglio i soli colpevoli per i giudici sono i neofascisti Freda e Ventura, ma non sono più perseguibili perché già assolti per lo stesso reato. E’ questa la vergognosa e paradossale sentenza emessa il 12 marzo 2004 dalla 2a Corte di appello del tribunale di Milano. La corte presieduta dal giudice Roberto Pallini, dopo ben 7 giorni di camera di consiglio, ha ribaltato di 180 gradi la sentenza di primo grado emessa il 30 giugno 2001, assolvendo gli ordinovisti neri Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni che invece erano stati condannati all’ergastolo. Maggi e Zorzi sono stati assolti per insufficienza di prove. Mentre Rognoni, con formula piena per non aver commesso il fatto. Ridotta, da tre a un anno di reclusione, la pena fissata per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento. In primo grado Maggi, Zorzi e Rognoni, erano stati condannati “in concorso” con gli imputati storici di quel processo, ossia Freda e Ventura. Processo che dopo la loro condanna all’ergastolo nel 1979, nel 1985 si arenò definitivamente a Bari con l’assoluzione “per insufficienza di prove” da : pmli

L’antifascismo permanente. Un antidoto dentro il conflitto sociale in Italia e in Europa da: contropiano.org

L’antifascismo permanente. Un antidoto dentro il conflitto sociale in Italia e in Europa

Il lavoro di penetrazione dei fascisti nello spazio politico e sociale che dovrebbe essere occupato dalle forze della sinistra, viene agevolato dall’aver creato negli anni scorsi una “zona grigia” nella quale vengono dichiarate morte le ideologie, le differenze tra destra e sinistra e le contrapposizioni del passato. Emergono obiettivi, interventi nel sociale, spregiudicate azioni di trasversalità culturale che – grazie alla smobilitazione ideologica e politica della sinistra su temi come l’antimperialismo o l’intervento sociale  e un drastico abbassamento delle difese immunitarie antifasciste – hanno cooptato non tanto ma neanche pochi militanti o intellettuali di sinistra nella pacificazione politica e nella resa ideologica alla collaborazione con gruppi di destra o con un passato di destra. Questo fenomeno è stato definito “rossobrunismo”. E’ cominciato in Russia dopo la dissoluzione dell’Urss ma è stato teorizzato nel cuore dell’Europa dall’ex SS belga Thiriart che teorizzerà il “comunitarismo” come via d’uscita dal fascismo capace di trarre a se anche settori della sinistra anti-sistema.

Sono diventati tanti coloro che stanno cercando di riscrivere la storia del nostro paese e del nostro presente dandone una visione distorta, mistificatoria e opportunistica. Si tenta in tutti i modi di far passare il messaggio che ormai non ci devono essere più differenze, che destra e sinistra sono categorie vecchie, che fascismo e antifascismo sono ormai sorpassati.

E’ una mistificazione talvolta dolorosa con cui fanno i conti gli studenti nelle scuole o i giovani nei quartieri popolari, dove i fascisti cercando di diventare egemoni proprio facendo leva sulla inutilità di una simile contrapposizione. Poi, appena possono, gli “scappa la mano” e partono pestaggi e intimidazioni che mandano un messaggio esplicito:  “Questo territorio è nostro, questa scuola è nostra” e guai a chi prova a fare altro, a proporre altri percorsi, a indicare alternative. Che i fascisti e i comunisti siano roba del passato o una estrema e vetusta polarizzazione che ha prodotto tragedie, improduttiva e senza alcuna ragione di contrapposizione, trova – ad esempio – una smentita clamorosa in un documento ufficiale degli apparati dello Stato. I servizi segreti nella loro relazione annuale del 2012 al Parlamento, dedicano una sola paginetta e mezzo ai gruppi neofascisti (di cui una dedicata ai fascisti in altri paesi europei) e ben cinque pagine ai movimenti della sinistra. Un falso senso comune parla di “opposti estremismi” ma – ad esempio – gli apparati dello Stato sembrano molto più impegnati e preoccupati di uno solo di essi: quello della sinistra.

Scorrendo la relazione annuale dei servizi segreti sulla situazione del paese, colpisce anche ad occhio il “doppio standard” applicato nell’analisi sui movimenti di sinistra e su quelli neofascisti.

Ai primi sono dedicate ben cinque pagine dettagliate, in particolare quelle sugli anarchici, ma anche e soprattutto ai movimenti sociali e ai conflitti sul lavoro e nei territori. A cominciare dai movimenti che cercando di allearsi tra loro e che si battono per il non pagamento del debito, per i beni comuni o contro la Tav in Val di Susa e il Muos in Sicilia.

Ai gruppi neofascisti invece è dedicata solo una paginetta e mezzo di cui buona parte occupata da una scheda sui neofascisti… negli altri paesi europei. Non solo. Si afferma che ormai sono orientati soprattutto nel sociale e nell’uso del web “per allargare la loro base militante”. Anche i fascisti nelle tifoserie vengono ritenuti ormai innocui. Curioso. Se i gruppi comunisti o della sinistra si occupano del sociale sono pericolosi per il sistema, se lo fanno i fascisti no. Come a dire che i fascisti in Italia non sono un problema nè un fenomeno da monitorare con attenzione.

Qualcuno dirà? Dov’è la sorpresa? Non c’è alcuna sorpresa infatti. La storia recente del nostro paese conferma che questa è stata sempre la diagnosi e la preoccupazione dei servizi segreti e degli apparati coercitivi dello Stato. Il linkage tra apparati dello Stato e fascisti è stato e rimane fortissimo, contiguo, coltivato, e – quando necessario – attivato come strumento di intimidazione e provocazione contro i movimenti e le lotte parallelo a quello ufficiale.

Non solo. Da quando i fascisti di governo sono al potere (cosa frequente negli ultimi venti anni e vigente tutt’oggi nel governo Letta), gli eredi post-moderni della Repubblica di Salò, i fascisti “militanti” si sono sentiti sempre più al sicuro e legittimati, l’attività di penetrazione dei fascisti e le aggressioni squadriste nel nostro paese si sono moltiplicate. Ma le azioni dei fascisti in doppiopetto non si limitano solo ad una legittimazione e ad una copertura politica dello squadrismo di strada.

A Roma ad esempio, le giunte locali di Alemanno e  Polverini (ma potremmo parlare di Cota a Verona o della situazione a Milano e in Lombardia), hanno dimostrato in questi anni di governo di essere assai riconoscenti con i loro camerati che li hanno portati al potere ma che magari sono rimasti fuori dal banchetto. Gli hanno fatto arrivare finanziamenti pubblici, sostegno politico, coperture giudiziarie, sedi e luoghi dove svolgere attività economiche e avere così a disposizione gruppi di squadristi a tempo pieno per svolgere il “lavoro sporco” nelle strade, nelle scuole, nei quartieri.

Questo quadro dipinge esattamente un ruolo dei fascisti organico, che agisce in perfetta sinergia tra tutte le componenti della destra, in un sistema di regime dove ognuno svolge esattamente il proprio ruolo, mettendo in mano le nostre città agli squadristi da strada così come ad un potere politico locale “riconoscente” che opera in favore e in perfetta sintonia con quello economico e finanziario, anche transnazionale.

Per essere antifascisti oggi non serve andare con la memoria al ventennio del secolo scorso. L’orrore del fascismo non furono solo le leggi razziali o l’entrata in guerra come sembra indicare un devastante senso comune. Occorre per esempio avere ben chiaro l’obiettivo delle stragi degli anni ’70 e ’80, la strategia della tensione e la guerra a bassa intensità scatenata all’epoca contro i partiti di sinistra, i sindacati, i movimenti giovanili, come gli assassinii dei nostri compagni dimostrano. Lo dimostra il filo conduttore che lega quegli anni a quelli di oggi, ai “fascisti del terzo millennio” che ritroviamo sistematicamente connessi con le reti della criminalità organizzata.

I fascisti rimangono una forza d’urto che viene lasciata pascolare in pace nel mondo degli affari sporchi (dai quartieri alle curve) utilizzando anche questa leva per il controllo del territorio. Quando serve qualcuno per il “lavoro sporco”, le classi dominanti sanno dove andare a cercare e ad ottenere quello che serve. In una situazione di crisi economica, sociale, morale, politica come quella in corso, la funzione dei fascisti può trovare delle accelerazioni improvvise ma non casuali.  Possono infatti essere il detonatore e gli attivisti a tempo pieno di un movimento reazionario di massa.  Se c’è il vuoto politico e ideologico nella società e stenta a delinearsi un conflitto sociale come fattore di emancipazione, aggregazione, identità, indicazione di alternative, questo vuoto può essere riempito da chi ha più soldi, uomini svelti a menare le mani, slogan semplici ed efficaci. E’ per questo motivo che occorre oggi concentrarsi sul territorio e nelle scuole, nelle pieghe più incattivite dell’esclusione sociale e dagli effetti della crisi. Questo vuoto è uno spazio politico che va riempito dagli attivisti “rossi” per sottrarlo ai fascisti e trasformarlo in un progetto di emancipazione e non di regressione sociale e culturale .La relazione dei servizi segreti dimostra che gli apparati coercitivi dello Stato e delle classi dominanti lo hanno compreso benissimo. Per questo perseguitano i “rossi” e ci raccontano che i fascisti non sono un problema.

Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio

Se negli anni della “guerra a bassa intensità” (la stagione delle stragi) i fascisti sono stati usati come manovalanza dagli apparati dello stato e dai servizi statunitensi in funzione anticomunista, i fascisti del “terzo millennio” come amano definirsi, sembrano aver assunto un ruolo di “cerniera” tra il lavoro sporco legale e il lavoro sporco illegale.
Il primo – quello legale – si è materializzato con l’ingresso di moltissimi fascisti in tutti i gangli interni o collaterali al PdL sia a livello locale che nazionale. Il perchè è spiegato molto chiaramente dal fascista di Terza Posizione, Marcello De Angelis in una intervista pubblicata nel recente nel libro di Nalbone e Russo Spena “I ripuliti”. De Angelis, ex direttore della rivista della destra sociale Area e adesso direttore de Il Secolo d’Italia, così spiega l’entrismo di tanti fascisti nel PdL: “Per noi Berlusconi ha avuto un ruolo strumentale. Scherzando – ma neanche troppo – un giorno spiegai ad un ex Pci, deputato alla Camera, che per noi Berlusconi è la dittatura del proletariato, quella situazione teoricamente non auspicabile ma necessaria come passaggio, come momento di transizione, per arrivare “all’anno zero”. Sulla base di questo ragionamento, abbiamo verificato come i vari gruppi fascisti si siano ricollocati dentro i gruppi consiliari, parlamentari o i consigli di amministrazione di società municipalizzate o statali in quota PdL. Altri fascisti si sono invece ricollocati a ridosso di questi ambiti istituzionali ottenendone copertura politica e cospicui finanziamenti. Con questi soldi hanno aperto sedi e circoli in tutto il paese, ma soprattutto hanno potuto assicurare un reddito a decine di attivisti a tempo pieno con i quali riempire l’agenda politica con le loro iniziative “esemplari”.  Il fenomeno più emblematico è quello dei nietzscheani di destra di Casa Pound (definiti appropriatamente Cassa Pound) che hanno teorizzato e saputo praticare con una certa efficacia questo collateralismo economico ed istituzionale affiancandolo ad una estetica del gesto molto dannunziana.
Ma se i business-squadristi di Casa Pound tengono a segnare la loro discontinuità con l’attivismo neofascista dei decenni precedenti (che ci riescano è un altro conto), organizzazioni più tradizionaliste come Forza Nuova e Fiamma Tricolore, si muovono invece in piena continuità. La prima dispone di ingenti risorse economiche (sul tesoretto di Fiore & c. esiste una montagna di pubblicazioni) e questo la pone come “primus inter pares” nelle iniziative di “area” (come viene definito il milieu neofascista attivo) e nutre ambizioni politiche a livello nazionale ed europeo. La destra istituzionale “coccola” continuamente Fn come bacino elettorale e spesso gli affida il lavoro sporco nei territori. Uno degli elementi comuni è l’oltranzismo cattolico. Forza Nuova è stata fondata il 29 settembre del 1997. Il 29 settembre è Sant’Arcangelo, una figura religiosa (l’angelo con la spada celebrato come santo) che ha un ruolo iconografico importante nell’area neofascista.  Il 29 settembre i fascisti di Forza Nuova festeggiano Sant’Arcangelo con queste parole : “In questo giorno, ogni militante rinnova solennemente la sua dichiarazione di fedeltà alla causa forzanovista, invocando l’intercessione potente del principe della milizia celeste San Michele Arcangelo, che la Tradizione cattolica ci presenta come colui che guida le schiere angeliche fedeli a Dio contro la ribellione di Lucifero. San Michele è, quindi, la guida celeste di quanti si schierano sotto le insegne della Santissima Trinità e combattono per difenderne ed affermarne l’ordine nella società degli uomini, contro i divulgatori di empietà; ma è anche guida ed aiuto per il combattimento che ciascuno di noi è chiamato a condurre interiormente, contro tutto ciò che deturpa la nostra dignità di uomini e di cristiani”.

La Fiamma Tricolore arranca, compete e invidia la prima e imbarca i settori più oltranzisti e ambisce a rappresentare la continuità con il Msi di Almirante. Una operazione analoga a quella de La Destra di Storace e Bontempo che conducono una campagna di logoramento sui fianchi degli ex An transitati nel PdL, e che sono sempre stati nel “cuore” di Berlusconi. Queste organizzazioni non nascondono di voler diventare il perno di un movimento reazionario di massa che possa approfittare delle conseguenze sociali della crisi economica per indicare soluzioni reazionarie di fronte allo strapotere delle banche, delle istituzioni europee e dei governi tecnici.

Il rischio di un movimento reazionario di massa

I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono, puntano a costruire soprattutto nelle metropoli socialmente devastate e conflittuali come Roma e Napoli o nel Meridione, un insediamento stabile per la loro presenza, così come sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane di piccole o medie dimensioni (in particolare a Verona e in alcuni “cuori neri” della Toscana). Nel Nord invece soffrono la competizione e la concorrenza con il blocco reazionario della Lega,dentro la quale si sono pure riciclati parecchi fascisti in “libera uscita” e che oggi frizionano non poco con la leadership leghista (vedi Tosi a Verona). Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi nelle principali aree metropolitane? Casa Pound, ad esempio, in questi anni ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l’estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode.

Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all’orizzonte rivoluzioni proletarie o l’Armata Rossa pronta ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiega l’esistenza, il rafforzamento, il sostegno che ricevono i gruppi neofascisti da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?

Casa Pound è in qualche modo il braccio culturale-militare principale di una rete nera a volte conflittuale e mutevole al suo interno. Lo è, perchè ha costruito un modello efficace di radicamento e penetrazione nel territorio che si fonda sulla estetica del gesto (a metà tra l’azione dannunziana e Nietzsche), occupazioni e stabilizzazione di sedi pubbliche, rastrellamento di cospicui finanziamenti pubblici o “privati” che consentono di avere gruppi di attivisti a tempo pieno, attività culturali spregiudicate e trasversali (alle quali abboccano, a volte e come cretini, anche personaggi noti nella “sinistra”). In sostanza Casa Pound sta operando e si sta candidando – anche in competizione con altre organizzazioni fasciste – ad essere il nerbo di un eventuale movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana – travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell’Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e princìpi), sia contro un altro pezzo di borghesia (come quella aggregatasi intorno al governo Monti) che punta invece ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco, sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi “nazionali” di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale. Sta in questa contraddizione della crisi sistemica in corso nei paesi capitalisti europei più deboli lo spazio per un movimento reazionario di massa dentro il quale i gruppi neofascisti sembrano essere più organizzati e con maggiori potenzialità qualora la sinistra la sinistra di classe rinunci a dare battaglia a tutto campo su questo terreno decisivo.

Le due facce del “lavoro sporco”

Avere a disposizione una rete organizzata a e diffusa di uomini neri a tempo pieno, pronti a fare il lavoro sporco in tutti i sensi, capace di esercitare un minimo o un massimo di egemonia culturale sui settori sociali colpiti dalla crisi (ed in particolare tra i giovani e le classi medie penalizzate dalla crisi) è il ruolo che è stato affidato ai fascisti. Per questo vanno contrastati in ogni città e in ogni luogo, soprattutto tra i settori popolari oggi fortemente disgregati e privati di una identità di classe decisiva per scegliere una opzione di resistenza alla crisi piuttosto che una reazionaria. Lo abbiamo fatto – e a ragion dovuta – nei decenni scorsi. Dobbiamo continuare a farlo anche dentro questa fase politica caratterizzata da una crisi di civiltà del sistema capitalistico del quale – checchè ne dicano nei loro documenti – i fascisti si sono sempre rivelati alla fin fine uno strumento.
Il mosaico neofascista appare ancora frammentato e rissoso al suo interno. I tentativi di arrivare a momenti unitari  sono falliti per l’aspra competizione interna ed è volata anche qualche revolverata alla gambe tra “camerati”, tanto per non smentirsi. Ma l’arruolamento e l’entrismo nel Pdl di molti fascisti, ha in qualche modo sussunto il “lavoro sporco” dentro i livelli istituzionali legalizzandolo dentro gli interstizi del sistema stesso.
Un ruolo diverso hanno invece i fascisti che devono fare da cerniera con il lavoro sporco illegale. E qui si conferma una contiguità tra fascisti e organizzazioni criminali che risale ai decenni precedenti, quando tale contiguità veniva in qualche modo sostenuta e agevolata dagli apparati dello stato impegnati nella guerra sul fronte interno contro comunisti, sindacati e intellettualità progressista.
Emblematico è quanto afferma il fascista Roberto Cavallaro (cooptato dai servizi segreti militari statunitensi e da quelli italiani ad essi collegati) nella deposizione svolta in aula nel 2010 al processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974. Cavallaro ha rivelato ad esempio che “Con l’operazione Blue Moon si voleva promuovere la diffusione di droga per limitare la ribellione dei giovani” e che questa operazione (Blue Moon) era incentivata dai servizi segreti italiani in collaborazione con quelli statunitensi. Una affermazione inquietante ma non certo sorprendente. L’esplosione del mercato dell’eroina in Italia avviene proprio nella seconda metà degli anni ’70 e gli effetti furono devastanti su moltissimi militanti e attivisti della sinistra extraparlamentare oltrechè tra i giovani dei quartieri popolari. Che i fascisti avessero un ruolo non secondario nello spaccio dell’eroina già all’epoca fu qualcosa di più che una intuizione. Due giovani militanti milanesi, Fausto e Iaio, sono stati uccisi nel marzo del 1978 proprio perchè avevano compreso e stavano investigando su questa connessione.
Ma il lavoro sporco dei fascisti non si è certo esaurito con gli arresti, le fughe all’estero negli anni Ottanta quando come tutti gli stracci vennero sacrificati dal sistema politico che li aveva utilizzati a piene mani in funzione anticomunista. Nel terzo millennio infatti i fascisti stanno mettendo a profitto le relazioni che hanno intrecciato, le coperture di cui hanno goduto e continuano a godere negli apparati dello stato ma anche le “professionalità” che hanno accumulato nel lavoro sporco in Italia e all’estero (dal Libano alla ex Jugoslavia, dalla Bolivia all’Europa dell’Est fino all’Africa). Negli anni scorsi abbiamo definito questi network come la “rete degli uomini neri”. Adesso arrivano conferme che costoro non erano solo una suggestione ma una realtà con la quale le forze progressiste e gli antifascisti del XXI Secolo devono fare i conti.  Gli avvenimenti di cronaca nera degli ultimi quindici mesi possono aiutarci a capire molte cose.

I tentativi di contaminare e inquinare le iniziative antimperialiste e contro l’Unione Europea

La insistente attenzione e iniziativa dei gruppi neofascisti a sostegno della Siria in questi mesi non è una novità, è l’effetto della prevalenza di una visione tutta geopolitica che nega e disprezza una visione di classe della rottura storica in corso a livello internazionale. E’ la derivazione di un certo antiamericanismo neofascista (che pure provocò duri scontri nel mondo neofascista tra i nostalgici della RSI e i pragmatici del fronte anticomunista mondiale) che ha sempre agito dentro la realtà italiana. Questa opzione è stata irrilevante quando nella sinistra agiva una visione internazionalista e antimperialista, ha guadagnato spazi (seminando e raccogliendo disorientamento e “disorientati” cronici) quando dentro la sinistra hanno prevalso l’eurocentrismo, l’equidistanza tra le ragioni degli oppressori e degli oppressi (clamoroso il caso della questione palestinese) e il pacifismo collaterale al PD. Difficile dimenticare i consensi di una parte dei movimenti pacifisti alla “guerra umanitaria” di D’Alema nel 1999 in Jugoslavia, il totale silenzio e accettazione della Nato, il sabotaggio delle manifestazioni a sostegno dei diritti dei palestinesi o i devastanti voti in Parlamento sulla missione militare in Afghanistan durante il secondo governo Prodi.

Nel mosaico neofascista agisce da sempre una componente che ha cercato di infiltrare e contaminare la mobilitazione sulle questioni internazionali. Non solo sulla Palestina (dove è più evidente la strumentalizzazione in funzione antiebraica) ma anche sul Nicaragua sandinista, sulla lotta nell’Irlanda del Nord, sull’Iraq. In realtà il “terzoposizionismo” dei fascisti svela la propria natura sulla contraddizione principale: l’Europa. La visione geopolitica dei fascisti parte del presupposto che l’egemonia statunitense (e/o israeliana) vada contrastata con l’emersione di nuovi soggetti forti, di nuove potenze che la contrastino. In tal senso l’idea dell’“Europa nazione” dei fascisti rimane l’idea del “destino comune” dei popoli europei ad emergere come potenza dominante, ispirata ai tradizionali “valori cristiani e occidentali” contro i “valori corrotti statunitensi”, il “complotto giudaico”, “l’influenza islamista” tra gli immigrati nelle metropoli europee. Dunque ogni paese che si oppone all’egemonia statunitense va sostenuto, soprattutto se in questi paesi c’è un’enclave cristiana (Iraq, Egitto, Siria) destinata a perdere l’agibilità di cui ha sempre goduto dentro regimi laici e non islamisti come appunto era l’Iraq e come sono la Siria o l’Egitto del golpe militare. Non a caso in tutti e tre i paesi, le comunità cristiane si sono sempre schierate contro gli interventi militari esterni che destabilizzavano lo status quo.

Una prevalenza della geopolitica ( dove “i nemici dei miei nemici sono miei amici”), l’evidente logoramento dell’egemonia statunitense (ai quali rimane solo l’elemento della supremazia militare, mentre sul piano ideologico ed economico annaspano con evidenza dentro la crisi in corso), il collateralismo con il Vaticano e la difesa della “cristianità minacciata” (dai jihadisti in Siria o in Egitto o dal “complotto ebraico-statunitense”), ha assicurato ai gruppi neofascisti una certa agibilità e visibilità nelle iniziative sulle varie crisi e conflitti internazionali che si susseguono dal 1991 in poi.

Uno dei terreni sui quali i fascisti in Italia (ma anche in Grecia, Francia) cercano di estendere la loro influenza, è quello dell’opposizione ai diktat dell’Unione Europea sui singoli stati nazionali..  Questa posizione ha delle basi oggettive e sociali su cui radicarsi. Buona parte del blocco sociale berlusconiano è decisamente antieuropeista perchè la riorganizzazione monopolista attuata dall’attuazione del Trattato di Maastricht in poi li ha via via marginalizzati. “Il piccolo è bello” o la greppia degli appalti pubblici, sono usciti triturati dalla nuova divisione del lavoro a livello europeo imposta dalle multinazionali. La finanziarizzazione facile dei “prenditori” che ha impoverito e distrutto gli investimenti produttivi, oggi non è più praticabile con le banche strette dai parametri imposti dalla Bce. Ragione per cui restano vuoti i capannoni e invenduti gli edifici. Inoltre le misure di austerity imposte dall’Unione Europea hanno fatto esplodere la disoccupazione di massa mentre l’introduzione dell’euro ha obiettivamente ridotto il potere d’acquisto di salari e pensioni.

Su questa base gli antieuropeisti reazionari e di destra vaneggiano sul ritorno alla lira, sulla sovranità nazionale ma auspicano poi cadono in contraddizione quando ambiscono ad una Europa come potenza politica e militare da contrapporre a Stati Uniti, Cina, Brics etc.. Ma intanto, visto che “a quelli grossi non gli possono menare” se la prendono con i piccoli che hanno a portata di mano: gli immigrati. Non solo. Cercano in tutti i modi di “contaminarsi” con le forze della sinistra per occuparne lo spazio politico. Queste opzioni parlano indubbiamente alla “pancia profonda” di una società preoccupata, rabbiosa, impoverita dalle misure imposte dalla Trojka. Declinano i problemi in chiave populista ma avanzano soluzioni arretrate, nazionaliste e reazionarie.

Le forze antifasciste devono e possono contrastare con successo questa influenza neofascista e reazionaria non certo gingillandosi ancora con discorsi sulla riforma della Bce o dell’Unione Europea, la democratizzazione etc. ma – al contrario –  facendo crescere la coscienza della irriformabilità dell’Unione Europea, e dalla consapevolezza che dentro di essa non c’è sopravvivenza sociale né democratica. Da qui nasce la proposta di rompere e di uscire con l’Unione Europea come primo passo per un cambiamento politico e sociale credibile e progressista. Questa opzione ha la possibilità di intercettare e organizzare la “pancia profonda della società” meglio di quanto possano fare la destra o gli antieuropeisti da battuta. La sfida dell’egemonia sui processi di rottura dovrebbe essere ben presente nel Dna delle forze antagoniste nella sinistra. Solo una mancanza di coraggio politico o la “paura del popolo” può inchiodarla ad una funzione di mera testimonianza.

Inutile sottolineare come proprio dal 1991 in poi – con la fine del bipolarismo Usa-Urss – si sia approfondito il totale sbandamento della sinistra sulle questioni internazionali. In primo luogo continuando ad alimentare l’illusione di una natura e funzione progressiva dell’unificazione europea – in realtà guidata dai grandi gruppi capitalisti e dal ceto politico che ne rappresenta gli interessi. In secondo luogo rendendosi subalterni al dogma della superiorità del modello eurocentrista, democratico, occidentale. In terzo luogo c’è stato ad esempio l’appiattimento sulla tesi della globalizzazione (versione moderna della tesi del superimperialismo) piuttosto che sulle contraddizioni che venivano emergendo dalla competizione globale (conflittualità interimperialista), una tesi che per anni ha impedito di cogliere la tendenza delle contraddizioni e della crisi In quarto luogo perdendo completamente di vista una analisi dei settori sociali e delle soggettività che spingono il processo storico sulla strada dell’emancipazione piuttosto che su quella della conservazione o della regressione. Emblematici gli schematismi e le sbandate nella lettura dell’Islam politico.

Appendice: le connessioni dimostrate tra neofascisti e criminalità organizzata

Piste nere nella malavita organizzata

Le inchieste sulle criminalità organizzata a Roma, confermano che Massimo Carminati, ex pezzo da novanta dei Nar, il “Nero” della Banda della Magliana è ancora attivo e influente nell’organizzazione della malavita romana. Secondo gli inquirenti è lui a controllare le attività criminali nella zone Centro e Nord della capitale. Attraverso il patto con gli altri boss, si sono divisi Roma. Gli altre tre sono Giuseppe Fasciani (fratello del più noto Carmine vedi sotto) che controlla il litorale; Giuseppe Casamonica  (dell’omonimo clan) che controlla Roma Sud, tra cui Tor Bella Monaca; Michele Senese (legato alla camorra) che controlla la zona sud-est. Il core business del patto e delle attività è il traffico e lo spaccio di droga. A Roma lo spaccio è il doppio di Milano. Un semplice lavoro di ricostruzione sulla cronaca nera tra il 2009 e il 2012 evidenzia le strette connessioni tra ambienti neofascisti e attività della criminalità organizzata.

Nella guerra di mala che ha insanguinato la capitale, a novembre 2011 ci sono stati due omicidi “mirati” a Ostia: quelli di Giovanni Galleoni – noto come “Bafficchio” – e di Francesco Antonini conosciuto come “Sorcanera”. I due sono stati uccisi a Nuova Ostia la sera del 23 novembre scorso. I due uccisi erano legati in passato alla Banda della Magliana e in particolare a Paolo Frau – detto “Paoletto” – a sua volta ucciso a Ostia nel 2002 e coinvolto anche nel processo per l’assassinio di Mino Pecorelli, il giornalista ucciso nel marzo del 1979. A fare il suo nome era stato Antonio Mancini, altro elemento di spicco della banda della Magliana ed ora “collaboratore di giustizia”. Nel 2008 invece era stato ucciso ad Acilia, un altro boss come Salomone.
Per il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, titolare delle indagini assieme al pm Carlo La Speranza, il duplice omicidio di Ostia “È stato uno scontro evidente tra due gruppi criminali molto forti, uno scontro di un certo livello”. “Le due vittime – prosegue Capaldo – erano due personaggi profondamente inseriti nel contesto della criminalità organizzata di un certo significato, non marginale, insediata anche a Roma nel traffico di droga e usura, già coinvolti in episodi di sangue e conflitti tra bande”. 
Ma proprio a Ostia, esattamente due anni prima (dicembre 2009), i carabinieri avevano condotto una vasta operazione denominata Los Moros 2008-Madara 2008 – in cui vennero effettuati 36 arresti, di cui 31 italiani, 4 spagnoli e un bulgaro, per il reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale e spaccio di sostanze stupefacenti del tipo hashish e cocaina.
Questa operazione e i successivi sequestri di beni, hanno assegnato un duro colpo all’organizzazione criminale del boss di Ostia Carmine Fasciani.  Tra gli arrestati figuravano Silvia Bartoli, la moglie del boss di Ostia, e un certo Alberto Piccari. Quest’ultimo è noto come esponente neofascista dei Nar. Piccari viene ritenuto un “membro importante” nel gruppo originario dei Nar, alla pari di Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini, Massimo Carminati, Franco Anselmi, Walter Sordi ed altri. Picccari venne arrestato il 23 ottobre del 2001 e accusato di porto e detenzione illegale di armi. Le armi erano in ottimo stato di efficienza. Quando nel dicembre del 2009, i carabinieri lo fermano nel quadro dell’indagine “Los Moros”, si trovano di fronte ad una vecchia conoscenza ma più nell’ambito dei gruppi neofascisti che in quelli della criminalità. 
Ma non è l’unica sorpresa. C’è qualcosina di ancora più importante. La telefonata intercettata tra il boss di Ostia, Carmine Fasciani e lo spregiudicato “imprenditore-finanziere” nero Gennaro Mokbel è ormai nelle cronache. Nella telefonata con Fasciani,  Mokbel si vanta di aver speso più di un milione di euro per far uscire dal carcere la coppia nera per eccellenza: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, tra i fondatori dei Nar. Non solo. Il Ros dei Carabinieri ha accertato “i contatti del Mokbel con Carmine Fasciani, noto esponente della criminalità organizzata romana, dal quale ha ricevuto l´assicurazione di poter svolgere in modo indisturbato la campagna politica nella zona di Ostia”. E’ ampiamente documentato poi il “cameratismo” tra Gennaro Mokbel (il quale, per  l’importanza che gli assegnano gli inquirenti merita una parte speciale nella nostra inchiesta) e il killer fascista Antonio D’Inzillo, coinvolto nella sanguinosa resa dei conti dentro la Banda della Magliana, nel traffico di diamanti dall’Uganda e “misteriosamente” morto nel 2008 in Kenya. La fitta ragnatela di affari del faccendiere fascista Gennaro Mokbel lo porta direttamente a contatto con la Finmeccanica, il colosso dell’industria militare italiana ed a fare da tramite tra Finmeccanica e Mokbel sarà Lorenzo Cola, uomo che molte fonti ritengono legato ai servizi segreti militari italiani e che ha un quadro di Hitler appeso in bella vista nella sua abitazione milanese,

Si potrebbero poi mettere in fila poi altri recenti fatti di cronaca: l’uccisione del broker Roberto Ceccarelli l’8 aprile 2011; il ferimento di Andrea Antonini consigliere municipale di Casa Pound il 14 aprile 2011; il ferimento del fascista Francesco Bianco ai primi di gennaio 2012 a Tivoli, il coinvolgimento dell’ex fascista dei Nar Pierfrancesco Vito nella vicenda del broker nero Gianfranco Lande (Il “Madoff” dei Parioli).
Andrea Antonini, 40 anni, consigliere del ventesimo municipio appartenente al gruppo misto ex Destra sociale, nonché coordinatore regionale di Casa Pound, era infatti stato ferito da ignoti il 14 aprile di quest’anno. Antonini aveva da poco lasciato la sede del municipio e si era poi allontanato in sella al motorino. Sulla via Flaminia, all’altezza del Centro Euclide, due uomini in moto, con il volto coperto dal casco integrale, si sono accostati a lui: quello sul sellino posteriore lo ha colpito sulla coscia sinistra, con una pistola sparachiodi. Gli aggressori si sono poi dileguati immediatamente.
La militanza tra i neofascisti di Antonini era iniziata nel Fronte della Gioventù, ricoprendo incarichi dirigenziali nella stessa organizzazione. Nel 2002 era stato chiamato dall’allora presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, a far parte della sua segreteria politica, incarico che ricoprirà fino al 2005. Nello stesso anno era entrato in CasaPound e in seguito ne assumerà  il ruolo di vice-presidente. Sempre nel 2008 viene eletto consigliere con delega allo sport nel municipio Roma XX, dei quartieri tradizionalmente di destra, come Cassia, Flaminia e Collina Fleming. Collaboratore del mensile Occidentale e del periodico Fare Quadrato, è un impiegato dell’Astral e dirigente sindacale Ugl.

Sempre ad aprile – ma sei giorni prima – viene invece ucciso a Roma un “broker”, Roberto Ceccarelli, anche lui con frequentazioni a cavallo tra gli ambienti della estrema destra e la criminalità. La pista investigativa su questo omicidio, vede accusati due personaggi piuttosto border line come Attilio Pascarelli e suo nipote Daniele Pezzotti, ma viene ritenuta poco credibile dagli inquirenti. Una parte dell’inchiesta conduce invece all’Egp di Gianfranco Lande, il famoso Madoff dei Parioli ormai noto per aver truffato i vip del ricco quartiere della capitale. Il cognome Ceccarelli ricorre infatti in almeno quattro conti coperti della seconda lista dei 500 clienti di Lande cui erano affidate le operazioni più scottanti. Ceccarelli è una figura molto complessa vicina anche ad ambienti di estrema destra. Nel 2003 fu infatti coinvolto nell’inchiesta “Capricorno Connection” che ha mandato in carcere una cinquantina di persone specializzate in rapine in varie città d’Italia. Di questo gruppo facevano parte ultrà laziali e romanisti ed esponenti del gruppo neofascista Movimento politico occidentale. “Le nostre indagini sono partite circa un anno fa seguendo i movimenti di tre romani, Claudio Corradetti, Fabio Giannotta e Corrado Ovidi, elementi di estrema destra gravitanti nell’ orbita del disciolto Movimento Politico Occidentale e delle frange violente della tifoseria dell’ Olimpico – spiegò nel 2003 l’allora capo della Digos Franco Gabrielli, oggi capo del Dipartimento della Protezione Civile.
Ma anche Gianfranco Lande (il Madoff dei Parioli) è un broker con un passato in Ordine Nuovo e aveva al suo servizio un altro fascista piuttosto noto alle cronache come Pier Francesco Vito, un altro ex dei Nar. Vito avrebbe investito tra il 2007 e il 2008 nella società European Investment Management, gestita dal socio di Lande, Roberto Torreggiani. Il denaro sarebbe stato versato in contanti e in due tranche: 50 mila euro il 30 gennaio 2007 e 61 mila il 4 febbraio 2008. Secondo l’ accusa, l’ ex terrorista nero avrebbe aperto una posizione in Eim, società di Torreggiani, intestandola alla madre, Dina Silvagni, come prestanome. Sempre secondo l’ accusa quel denaro proveniva dall’ attività di spaccio di stupefacenti per la quale Vito fu arrestato a novembre 2010.
Alla fine del 2011 viene trovata l’armeria all’Alessandrino di Claudio Nuccetelli, 48 anni, passato alla storia criminale per la “spaccata” a Bulgari, il fallito colpo del 2007 quando un carro attrezzi assalì la nota gioielleria del centro di Roma. Con lui, nella rapina da Bulgari, c’erano  infatti anche Fabio Giannotta, con alle spalle un curriculum di rapine ma anche di partecipazione alle commemorazioni presso la sede di Acca Larentia di cui la sua famiglia sembra essere “tenutaria”. Un padre segretario di sezione dell’antico Msi, un fratello Mirko, condannato  con rito abbreviato a un anno e otto mesi nel 2005 per rapine a banche e gioiellerie ed infine Fabio noto per essere un altro dei capitoli inquietanti della cosiddetta Parentopoli nera a Roma. Dirige, per conto dell’Ama e il comune di Roma, il settore Decoro urbano.

C’è poi il caso di un intellettuale, così lo definivano – che hanno trovato poche settimane fa con circa 160 chili di cocaina. In una grossa operazione antidroga è infatti finito in carcere Emanuele Macchi di Cellere, detto “Lele”: un passato da terrorista nero ma un presente da “intellettuale di area” e da grosso trafficante di droga.
Il pariolino, ex militante di Terza posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare (ennesimo tentativo di mettere in piedi un gruppo armato rosso-bruno) è stato arrestato a Genova nel febbraio 2012 dai carabinieri, al termine di una grossa operazione antidroga che ha portato al sequestro di ben 165 chili di cocaina arrivati da Santo Domingo. In carcere sono finiti anche altri due romani, Nicola Spigoni (39 anni), e un imprenditore della nautica incensurato, Manuel Contena (36 anni) di Ciampino. I tre uomini, non erano armati, e, a quanto pare, sono rimasti sorpresi di essere stati scoperti e non hanno opposto resistenza. L’ indagine non è chiusa. Gli investigatori vogliono ricostruire tutto il percorso della droga da Santo Domingo a Genova e dal container fino al porticciolo turistico La Marina di Sestri Ponente, soprattutto perchè una quantità così ingente di cocaina richiede una grossa organizzazione. Emanuele Macchi di Cellere non è affatto un nome sconosciuto del mosaico neofascista in Italia. E’ stato in carcere parecchi anni (veniva definito l’angelo custode di Pierluigi Concutelli) e recentemente era assurto a ruolo di testa pensante dell’estrema destra con interventi ospitati su “Fascinazione” il blog più sofisticato e informato della fascisteria italiana.

Non solo. Tra i dieci arrestati della squadra mobile della Questura di Roma per il giro di prostituzione all’interno del locale “Pussycat” di piazza della Crociate, ci sono anche un vice questore aggiunto della Polizia Ferroviaria e Flavio Serpieri. ex militante dell’organizzazione neofascista dei Nar che ricopriva il ruolo di vice presidente dell’associazione culturale “Le Pecore nere”. Il locale, in zona Tiburtina, ufficialmente era una associazione culturale – dal nome significativo di “Le Pecore Nere” – ma in realtà ospitava centinaia di prostitute, per lo più brasiliane e dell’Europa dell’Est, oltre a parecchie studentesse italiane che arrotondavano facendo il ‘mestiere’.  
Flavio Serpieri è una vecchia conoscenza tra i i gruppi neofascisti romani. Il 15 gennaio 1981 alcuni fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari si introducono con uno stratagemma nell’abitazione a Roma del collezionista d’armi Fabio Bucciano, immobilizzano i presenti e sottraggono 21 pistole, una carabina, denaro e gioielli. Tra gli imputati che ammetteranno la rapina c’è Flavio Serpieri, insieme a Emanuele Esposito, Claudio Di Manao e Pierluigi Iacchelli. Il giovane fascista viene anche imputato per gli scontri del 10 gennaio 1979 a Centocelle in occasione dell’anniversario della strage di Acca Larentia, scontri in cui la polizia uccise Alberto Giaquinto. Degli scontri oltre a Serpieri saranno accusati, tra gli altri i neofascisti Luigi D’Addio, Maurizio Lattarulo, Saverio Uva, Dario Pedretti, Elio Giallombardo e Massimo Morsello. Negli ambienti del neofascismo romano Serpieri viene considerato un mezzo pentito perché rivelò la dinamica degli eventi precedenti che portarono agli scontri di Centocelle.

Infine tra i quattro rapinatori arrestati il 20 marzo 2011 per il colpo all’Unicredit di piazza di Spagna avvenuto il 19 dicembre 2010, c’è ancora una volta un ex militante dei Nar: Claudio Ragno. Ragno era entrato nella filiale Unicredit del centro storico con una casacca della polizia municipale. I metal detector della banca erano disattivati e così i rapinatori erano riuciti a portare all’interno una pistola. Claudio Ragno, romano (di zona nord) venne arrestato insieme a Luigi Aronica, Marco Di Vittorio e altri militanti dei Nar nell’ottobre del 1980. Scarcerato, viene più volte arrestato per rapina: nel 1988, per un colpo in banca a viale Mazzini, insieme a un altro militante dei Nar e ad uno degli arrestati per quest’ultimo colpo in banca, Silvano Panciotti. Nel 1994, Ragno viene arrestato insieme ad un altro fascista Massimino Rampelli. Al momento della cattura, i due vennero trovati in possesso di coltelli e materiale per mascherarsi. Rampelli, che e’ privo del braccio sinistro, indossava un giubbotto con un arto artificiale. I due dovranno rispondere di tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi e ricettazione. Obiettivo era la banca Popolare di Rieti.

Rapine, omicidi, traffico internazionale di droga, racket della prostituzione di lusso, affari alla grande nel traffico di diamanti e di armi, commesse della Finmeccanica, attività di brokeraggio. Sembra non esserci un settore del lavoro sporco illegale che non veda spuntare qualche fascista. I fascisti insomma stanno dove stanno i soldi e i soldi, in un modo o nell’altro, vanno lì dove stanno i fascisti. Che siano soldi puliti o meno è veramente un dettaglio.
Diventa dunque sempre più difficile tenere separate le piste “criminali” da quelle sugli ambienti neofascisti, lo è sicuramente nella Capitale ma non occorre mai dimenticare i tanti cuori neri e gli scheletri nell’armadio radicati in alcune città italiane come Verona o Arezzo o la contiguità con le organizzazioni criminali nel Meridione. Ad esempio in almeno un paio di inchieste romane sulla malavita che coinvolgono i fascisti, spuntano puntualmente i clan calabresi. Questo ci dicono i fatti e la cosa, francamente, non è una sorpresa. Colpisce che magistratura e “politica” non abbiano ancora colto queste connessioni. Ma anche questa non è una sorpresa.

 * relazione al convegno antifascista di Arezzo “I falsi amici”, 7 dicembre

Rosso Mandela Fonte: il manifesto | Autore: Rita Plantera

 

Il Partito comunista sudafricano e l’Anc rivelano: quando fu arrestato, nel ’62, Madiba era un membro del comitato centrale del partito Sacp, allora clandestino. L’ex leader della lotta anti-apartheid aveva sempre negato, sia durante il processo di Rivonia che dopo la liberazione

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Nel­son Man­dela fu un comu­ni­sta? Pare pro­prio di sì. Una delle più grandi scia­rade, se non la più affa­sci­nante che ha accom­pa­gnato que­sti primi vent’anni di vita della gio­vane demo­cra­zia suda­fri­cana – fu o no Man­dela un comu­ni­sta? — con­clude anche i primi quat­tro lustri di post-apartheid con que­sta sua non poi così sor­pren­dente e inat­tesa solu­zione. A rive­larlo aper­ta­mente per la prima volta è stato sia il par­tito di Joe Slovo e Chris Hani, vale a dire il South Afri­can Com­mu­nist Party (Sacp), sia l’Afican Natio­nal Con­gress (Anc) — il par­tito di Madiba — di cui que­sti divenne espo­nente nel 1942 rico­prendo nel tempo diverse cari­che di lea­der­ship.
La rive­la­zione uffi­ciale è tra­pe­lata som­mes­sa­mente, affi­data a poche righe dei comu­ni­cati di entrambi i par­titi all’indomani della sua morte. Con un’enfasi man­cata che ricalca ancora di più la noti­zia. «Al suo arre­sto nell’agosto del 1962, Nel­son Man­dela non era solo un mem­bro dell’allora clan­de­stino South Afri­can Com­mu­nist Party, ma era anche un mem­bro del Comi­tato Cen­trale del nostro par­tito. Per noi comu­ni­sti suda­fri­cani, il com­pa­gno Man­dela sim­bo­leg­gerà sem­pre il con­tri­buto monu­men­tale del Sacp nella nostra lotta di libe­ra­zione. Il con­tri­buto dei comu­ni­sti nella lotta per otte­nere la libertà suda­fri­cana ha ben pochi paral­leli nella sto­ria del nostro Paese. Dopo il suo rila­scio dal car­cere nel 1990, il com­pa­gno Madiba è diven­tato un grande e stretto amico dei comu­ni­sti fino ai suoi ultimi giorni».
Dichia­ra­zioni del South Afri­can Com­mu­nist Party con­fer­mate paral­le­la­mente da quelle dell’Anc nel suo annun­cio uffi­ciale della morte del primo Pre­si­dente nero e demo­cra­ti­ca­mente eletto: «Madiba è stato anche un mem­bro del South Afri­can Com­mu­nist Party, in cui ha pre­stato ser­vi­zio nel Comi­tato Cen­trale».
«La scom­parsa del com­pa­gno Man­dela segna la fine della vita di uno dei più grandi rivo­lu­zio­nari del XX secolo che hanno com­bat­tuto per la libertà e con­tro ogni forma di oppres­sione nei loro paesi e nel mondo. Come parte delle masse che fanno la sto­ria, il con­tri­buto del com­pa­gno Man­dela nella lotta per la libertà si è col­lo­cato e pre­pa­rato all’interno dell’adesione col­let­tiva e della lea­der­ship del nostro movi­mento rivo­lu­zio­na­rio di libe­ra­zione nazio­nale gui­dato dall’Anc. Nel com­pa­gno Man­dela ave­vamo un sol­dato valo­roso e corag­gioso, patriota e inter­na­zio­na­li­sta che, per dirla con Che Gue­vara, era un vero rivo­lu­zio­na­rio gui­dato da grandi sen­ti­menti d’amore per la sua gente», con­ti­nua il Sacp nella sua orgo­gliosa sep­pur tarda riven­di­ca­zione di Nel­son Man­dela quale suo espo­nente di primo piano.
Le dichia­ra­zioni del Sacp sono state riba­dite dal vice segre­ta­rio gene­rale del South Afri­can Com­mu­nist Party, Solly Mapaila, il quale ha aggiunto come non solo Man­dela ma tutti gli impu­tati insieme a lui nel pro­cesso di Rivo­nia erano mem­bri del South Afri­can Com­mu­nist Party, affi­lia­zione sem­pre negata «per ragioni poli­ti­che». «All’epoca c’era stata un’enorme offen­siva da parte dell’oppressivo régime dell’apartheid con­tro i comu­ni­sti. L’Anc era raf­fi­gu­rata come un’organizzazione comu­ni­sta, cosa che non era». Quando nel 1990 Nel­son Man­dela fu rila­sciato dalla pri­gione, l’Unione Sovie­tica si stava sgre­to­lando e «c’era molta nega­ti­vità attorno al sistema sovie­tico», ragion per cui valse la nega­zione di ogni appar­te­nenza al Par­tito comu­ni­sta del futuro primo Pre­si­dente nero suda­fri­cano eletto nel 1994. Que­stione liqui­data con l’invito a lasciar stare per ora il dibat­tito e con­cen­trarsi invece sulla per­dita del «vec­chio uomo».
Seb­bene nel tempo diversi sto­rici e stu­diosi abbiano sug­ge­rito gli stretti legami tra Man­dela e il Sacp, que­sto non era mai prima d’ora stato né rive­lato uffi­cial­mente né pro­vato. Nel 2012 era stato lo sto­rico bri­tan­nico Sthe­phen Ellis nel suo libro Exter­nal Mis­sion: The Anc in Exile  a por­tare alla luce nuova docu­men­ta­zione che rive­le­rebbe l’affiliazione di Man­dela ai ver­tici del Sacp per otte­nere il soste­gno delle potenze comu­ni­ste nella lotta di resi­stenza armata dell’Anc con­tro il régime della mino­ranza bianca. La prova ripor­tata dal prof. Ellis sarebbe uno stral­cio di un ver­bale – ritro­vato in una col­le­zione di carte pri­vate presso l’Università di Cape Town — di una riu­nione segreta del Sacp tenu­tasi il 13 mag­gio del 1982 in cui un ex mem­bro del par­tito, John Pule Motshabi, rivela come Man­dela fosse dagli inizi degli anni ’60 — all’epoca in cui era anche coman­dante della orga­niz­za­zione per la guer­ri­glia Umkhonto we Sizwe (Lan­cia della Nazione) — un mem­bro del par­tito comu­ni­sta. Affi­lia­zione che Man­dela ha sem­pre negato sia durante il pro­cesso di Rivo­nia che dopo la sua libe­ra­zione nel 1990.
Non dimen­ti­chiamo che, ban­dita dal governo dell’apartheid nel 1960, gran parte della lea­der­ship dell’Anc fuggì in esi­lio a Mosca e nei campi di adde­stra­mento mili­tare nei Paesi afri­cani pro-sovietici come l’Angola. E che varie ammi­ni­stra­zioni ame­ri­cane, in par­ti­co­lare quella di Ronald Rea­gan nel 1980, soste­ne­vano il governo dell’apartheid come baluardo regio­nale con­tro il comu­ni­smo.
Intanto, men­tre con inni, lodi e canti di gioia la società mul­ti­raz­ziale della Rain­bow Nation da gio­vedì 5 dicem­bre, con­ti­nua a ren­dere omag­gio al fon­da­tore della demo­cra­zia nel Paese arco­ba­leno, oggi i capi di stato del mondo si inchi­nano alla sua ret­ti­tu­dine di lea­der e com­bat­tente. E comu­ni­sta? Il mini­stero degli Esteri suda­fri­cano ha infatti comu­ni­cato che circa 91 attuali capi di Stato o di governo hanno con­fer­mato la loro par­te­ci­pa­zione per oggi alla com­me­mo­ra­zione fune­bre presso lo sta­dio Fnb di Johan­ne­sburg, insieme a «10 ex capi di Stato, 86 capi delle dele­ga­zioni e 75 per­sone emi­nenti». Tra que­sti, il pre­si­dente degli Stati Uniti Barack Obama, Fran­cois Hol­lande, David Came­ron, Enrico Letta e pro­ba­bil­mente Raul Castro. Degli gli ex pre­si­denti degli Stati Uniti invece ci saranno George W. Bush, Bill Clin­ton e Jimmy Car­ter. Non saranno pre­senti invece il pre­mier e il pre­si­dente israe­liani Ben­ja­min Neta­nyahu e Shi­mon Peres, che da mini­stro della Difesa nel 1970 sostenne legami mili­tari e com­mer­ciali con i gover­nanti bian­chi del Sud Africa. Per i pale­sti­nesi invece, che con­si­de­rano Man­dela fonte di ispi­ra­zione, sarà pre­sente il pre­si­dente Mah­moud Abbas.

La memoria corta Fonte: Il Manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

 

Nel­son Man­dela è «un gigante del XX secolo», che «mi ha reso un uomo migliore», anche se «la ten­ta­zione è di ricor­darlo come una icona, ma Madiba ha resi­stito a que­sto qua­dro privo di vita»: l’atteso discorso elogio-funebre del pre­si­dente ame­ri­cano Barack Obama non è stato infe­riore alle aspet­ta­tive. L’approvazione grande, pio­ve­vano gli applausi dei suda­fri­cani riu­niti a Soweto, presi dalle parole dell’altro pre­si­dente nero della sto­ria. Soprat­tutto quando ha par­lato dell’uomo «in carne ed ossa», che ammet­teva le sue imper­fe­zioni, una ragione in più per «amarlo così tanto» per­ché «con­di­vi­deva con noi i suoi dubbi, le sue paure, i suoi cal­coli sba­gliati, insieme alle sue vit­to­rie. Diceva: non sono un santo». E poi, l’accusa: «Troppi lea­der che cele­brano oggi Man­dela, in realtà non tol­le­rano il dis­senso dei loro popoli». E, subito dopo, il gesto sto­rico: la stretta di mano con il pre­si­dente cubano Raul Castro, tra gli inter­lo­cu­tori dell’invettiva appena pro­nun­ciata.
L’autorevole discorso di Obama a Johan­ne­sburg, a largo spet­tro rivolto ad alcuni lea­der inter­na­zio­nali del cosid­detto Terzo Mondo, quasi come por­ta­voce dell’Occidente, rischia però di sep­pel­lire la verità e di essere alla fine l’ennesima sua imbal­sa­ma­zione, soprat­tutto per­ché appare lar­ga­mente sme­mo­rato.
Il pre­si­dente ame­ri­cano dimen­tica di ricor­dare, in primo luogo a se stesso, che gli Stati uniti fino al 1988, hanno soste­nuto e difeso per lun­ghi decenni il régime dell’apar­theid. Con la moti­va­zione — degli Stati uniti, della Gran Bre­ta­gna, della Fran­cia (fino all’81) e d’Israele — che biso­gnava fer­mare il peri­colo comu­ni­sta. E se si ricorda che era l’epoca della Guerra fredda, que­sta non può essere pre­sen­tata da Washing­ton certo come giu­sti­fi­ca­zione dei cri­mini che ha per­pe­trato e ha con­tri­buito a per­pe­trare in nome della demo­cra­zia.
Nello scon­tro tra la mag­gio­ranza nera e la mino­ranza bianca, Washing­ton aveva soste­nuto Pre­to­ria in Angola (e poi in Mozam­bico) nel 1975, dove l’esercito suda­fri­cano ten­tava di instau­rare il pro­prio pre­do­mi­nio mili­tare e la sua ege­mo­nia raz­ziale. E non esitò ad aggi­rare l’embargo sulle armi e a col­la­bo­rare stret­ta­mente con l’intel­li­gence bianca suda­fri­cana, rifiu­tando ogni misura coer­ci­tiva o san­zio­na­to­ria con­tro il régime dell’apar­theid, men­tre per la Casa bianca la mag­gio­ranza nera doveva «dare prova di mode­ra­zione». Ha ricor­dato Alain Gresh su Le Monde Diplo­ma­ti­que che Che­ster Croc­ker, l’uomo chiave della poli­tica dell’“impegno costrut­tivo” del pre­si­dente Ronald Rea­gan in Africa australe negli anni Ottanta, scri­veva su Foreign Affairs nell’inverno 1980–81: «Per la sua natura e la sua sto­ria, l’Africa del Sud fa parte dell’esperienza occi­den­tale ed è parte inte­grante dell’economia occi­den­tale». Il 22 giu­gno del 1988 — siamo a soli diciotto mesi dalla libe­ra­zione di Man­dela e dalla lega­liz­za­zione dell’Anc — John C. Whi­te­head, sot­to­se­gre­ta­rio al Dipar­ti­mento di Stato, spie­gava ad una com­mis­sione del Senato Usa: «Dob­biamo rico­no­scere che la tran­si­zione verso una demo­cra­zia non raz­zi­sta in Africa del Sud richie­derà ine­vi­ta­bil­mente più tempo di quanto spe­riamo», insi­stendo sul fatto che le san­zioni, richie­ste in sede Onu dai lea­der suda­fri­cani della lotta anti–apar­theid e dall’allora “campo socia­li­sta” rischia­vano un «effetto demo­ra­liz­zante sulle élite bian­che» pena­liz­zando invece in primo luogo la popo­la­zione nera.
Ronald Rea­gan con­clu­dendo il suo man­dato, tentò con ogni mezzo, ma per for­tuna senza suc­cesso, di impe­dire che il Con­gresso punisse il régime dell’apar­theid. Ancora dura­vano i tempi in cui alla Casa bianca si cele­bra­vano i Con­tras nica­ra­guesi, i com­bat­tenti per la libertà afghana, e si sten­deva il tap­peto rosso per le mili­zie della con­tro­ri­vo­lu­zione armata ango­lana e mozam­bi­cana, men­tre si denun­ciava il “ter­ro­ri­smo” dell’Anc e dell’Olp pale­sti­nese.
Quanto alla Gran Bre­ta­gna, il governo That­cher rifiutò ogni incon­tro con l’Anc fino al feb­braio 1990, quando Man­dela fu libe­rato, e si oppose in ogni occa­sione – famoso il ver­tice del Com­mo­n­welt di Van­cou­ver del 1987 – all’adozione di san­zioni anti–apar­theid. Era l’epoca in cui il primo mini­stro Came­ron — solo tre anni fa ha chie­sto scusa — andò in visita nel 1989 in Suda­frica invi­tato da una lobby filo–apar­theid.
Ad esser schie­rati con l’Anc erano i paesi “socia­li­sti”, l’Urss, il Viet­nam – dove si adde­stra­rono molti qua­dri. E Cuba. L’intervento mili­tare dell’esercito cubano nel 1975, a fianco del fra­gile eser­cito della da poco libe­rata colo­nia por­to­ghese dell’Angola, fu deci­sivo con la bat­ta­glia di Quito Cana­vale del 1988. Fu «una svolta nella libe­ra­zione del nostro Con­ti­nente e del mio popolo», ha sem­pre soste­nuto lo stesso Man­dela. Il quale, non sme­mo­rato, invitò Fidel Castro alla sua pro­cla­ma­zione a pre­si­dente della repub­blica suda­fri­cana nel 1994. Di che dovreb­bero ver­go­gnarsi dun­que, su que­sto, i fra­telli Castro?
Il fatto è che quando si nomina Man­dela non si parla solo di Guerra fredda e del fatto che, caduto il Muro di Ber­lino, non poteva più restare in piedi il Muro dell’apar­theid. Par­lano, anzi gri­dano ancora tutti i nodi rima­sti aperti nel “secolo breve”. Certo, l’apar­theid raz­ziale è stato risolto gra­zie alla sag­gezza e, insieme, radi­ca­lità di Madiba, ma resta il grande apar­theid eco­no­mico e sociale, quello suda­fri­cano (paese Brics) e quello mon­diale. E sarà un caso se, men­tre Obama par­lava a Soweto, veniva con­fer­mato da Washing­ton che il campo di con­cen­tra­mento di Guan­ta­namo non chiu­derà, come promesso?

«Grillo non strumentalizzi il malessere dei poliziotti» Fonte: Il Manifesto

 

Intervista a Daniele Tissone, segretario Silp-Cgil: «Grillo farebbe bene a non stru­men­ta­liz­zare il lavoro delle forze dell’ordine, le sue sono affer­ma­zioni irresponsabili».

Daniele Tis­sone lei è segre­ta­rio gene­rale del Silp-Cgil, uno dei mag­giori sin­da­cati di poli­zia. Cosa le fanno pen­sare le parole del lea­der del M5S?
Fac­ciano chia­rezza: le forze dell’ordine sono in piazza per per­met­tere a tutti i cit­ta­dini di mani­fe­stare libe­ra­mente. Libe­ra­mente e paci­fi­ca­mente. Garan­ti­scono l’agibilità demo­cra­tica. Noi non siamo una parte, né ci schie­riamo. E lunedì pur­troppo gli agenti sono stati aggre­diti dal alcuni vio­lenti faci­no­rosi. L’episodio a cui si rife­ri­sce Grillo, quando gli agenti si tol­gono il casco, mi pare che si sia veri­fi­cato in un momento in cui non c’era con­trap­po­si­zione. In que­sti casi un gesto come quello può essere utile per abbas­sare al ten­sione. Ogni stru­men­ta­liz­za­zione che fa schie­rare il poli­ziotto da una parte o dall’altra non solo è poco respon­sa­bile, ma è anche pericolosa.

Però ammet­terà che il males­sere tra gli agenti è reale.
Chi fa parte delle forze dell’ordine è un lavo­ra­tore come tutti gli altri, e quindi ha cer­ta­mente un suo males­sere. Come Silp Cgil abbiamo fatto tre pre­sidi, ad ago­sto, otto­bre e novem­bre, ci siano recati anche noi davanti ai palazzi per denun­ciare le dif­fi­coltà che vivono le donne e gli uomini in divisa a causa di un con­tratto che non si rin­nova da cin­que anni, per il blocco degli auto­ma­ti­smi sala­riali e per una carenza di risorse strut­tu­rali che ci impe­di­sce di fare al meglio il nostro lavoro.

Qual­che suo col­lega però dice che la scelta di togliersi il casco dimo­stre­rebbe come la misura sia colma anche per i poliziotti.

Biso­gna scin­dere tra il poli­ziotto lavo­ra­tore, che mani­fe­sta quando deve farlo, e il poli­ziotto che inter­viene come ordine pubblico.

C’è il rischio di tro­varsi di fronte a qual­che gesto di disob­be­dienza civile da parte degli agenti, come quelli di cui parla Grillo?
No. Credo che ci sia suf­fi­ciente matu­rità all’interno delle forze dell’ordine per capire che non si pos­sono mischiare l’attività di ser­vi­zio con altre situa­zioni, per le quali abbiamo gli stru­menti per poter intervenire.

Grillo, i “forconi” e la lotta di classe che non c’è Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

E’ la rivolta, o forse l’insurrezione, quella che evoca il guru del M5S, quando si rivolge, con una lettera aperta pubblicata sul suo blog, a Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ad Alessandro Pansa, capo della Polizia di Stato e a Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’Esercito italiano. Lui, Grillo, vorrebbe che dalla Polizia fino all’Esercito, passando per i Carabinieri, tutte le Armi del paese si unissero alla singolare rivolta accesa dai “forconi”, che a Torino per ore hanno fatto quello che volevano in una città dove lo Stato, inteso come “forze dell’ordine”, si era semplicemente ritirato, mentre la grandissima parte dei negozi aveva abbassato le serrande. Una solidarietà che Grillo, tuttavia, si era ben guardato da invocare quando mille volte, in questi anni segnati dalla crisi e dalle politiche di austerity, lavoratori, operai, precari, studenti hanno attraversato con i loro cortei le strade e le piazze del paese, in ogni dove, incontrando anch’essi le forze dell’ordine, solerti, in questi casi, nel somministrare ai manifestanti massicce dosi di manganellate. Non una volta che i poliziotti, men che meno gli uomini della “Benemerita”, si siano tolti il casco di fronte agli operai che si battono contro i licenziamenti, che presidiano aziende di padroni in fuga, o che abbiano una sola volta tentennato quando si è trattato di cacciare i nomadi dalle loro povere catapecchie, o che un fremito della coscienza abbia loro impedito di dare esecuzione ad uno sfratto nei confronti di famiglie in condizioni disperate da case delle quali sia stato ordinato lo sgombero. Il generoso cuore di Grillo non ha mai palpitato di fronte a quelle repressioni violente compiute in difesa della borghesia proprietaria. Non fa niente se imbelle e fraudolenta. Ora che nella protesta si mischia di tutto, ora che le pulsioni più diverse dominano un moto che assume i tratti della jacquerie, ecco che l’egoarca prova a mettercisi a capo. Per suonare una volta ancora la grancassa e mietere qualche facile consenso. Come sempre, nella debordante oratoria demagogica di tutti i populisti, le ragioni profonde di un’acuta sofferenza sociale si mischiano all’invettiva rivolta verso un’indifferenziata casta, verso la politica incapace di tutto. “I disordini – scrive Grillo – sono dovuti a gente esasperata per le sue condizioni di vita e per l’arroganza, sordità, menefreghismo di una classe politica che non rinuncia ai privilegi”. Ma quella classe politica è espressione di classi sociali dominanti a cui Grillo evita di imputare alcunché. Per rivolgersi, con parole inquietanti, alle gerarchie militari del Paese, come se le loro inclinazioni fossero, in Italia, quelle della “rivoluzione dei garofani” dei militari portoghesi che nell’aprile del 1974 portò alla caduta dele regime fascista di Salazar. Come se la democrazia ingessata e corrotta della Seconda repubblica potesse vivere un bagno rigeneratore grazie all’entrata in campo delle forze armate italiane. Roba che mette i brividi solo a pensarci. Ma anche quest’ultima sparata di Grillo ripropone il vero tema di questa terribile stagione politica: l’assenza di una guida sociale delle lotte (il sindacato) e la latitanza di un soggetto politico (il partito) che sappia assumerne la rappresentanza politica, scansando il rischio di una torsione reazionaria e di una rottura democratica dagli esiti devastanti. E’ l’assenza della lotta di classe che fa di sommosse come quelle che sempre più spesso scuotono il paese il ricettacolo, il brodo di coltura di spinte qualunquistiche su cui la destra estrema può costruire le proprie fortune e, persino, alimentare le proprie mai sopite tentazioni golpiste

Cgil e Cisl, ovvero Bonanni e Camusso, a picconate contro lo sciopero generale. Belle facce toste! | Autore: fabio sebastiani

Ieri Susanna Camusso aveva sparato a zero, in perfetto sindacalese, questo le va riconosciuto, contro lo sciopero generale. L’aveva fatto, ostendando una certa dose di aperta provocazione, ad un convegno su Claudio Sabattini nei decennale della scomparsa. L’aveva fatto sottolineando il profilo di “arnese inservibile” alle lotte dei lavoratori nella difficoltà della crisi. E fin qui, diciamo, quasi tutto bene.
Le ragioni sono tante, ha aggiunto Camusso, la prima è quella della inadeguatezza rispetto alla forte frammentazione della “classe” dei lavoratori. Quindi, o c’è qualcosa di più dello sciopero generale, oppure? Oppure niente. Signori, si chiude. Il giochino di Susanna Camusso si è subito svelato per un attacco senza precedenti alle mobilitazioni. Va appena ricordato che la signora, che ha l’onore di alloggiare al piano più alto di Corso d’Italia ormai da quattro anni, dovrebbe spiegare cosa ha fatto di concreto il suo sindacato per unificare le lotte e per superare il gap che semmai è noto da decenni. Mettere in piazza l’apparato spruzzato di qualche Rsu non è fare lo sciopero generale, ovviamente. Le quattro ore rimediate in improbabili piazze provinciali gridano vendetta. A rinforzare il profilo da faccia tosta è arrivato subito il signore che invece il piano più alto ce l’ha in via Po’, a due passi dalla signora, presso la sede della Cisl, sostenendo che lui “lo dice da tempo”.
“Per la Camusso lo sciopero generale non basta piu’ per tutti? Beh, alla buon’ora….”, ha risposto alle parole del segretario generale della Cgil secondo cui bisogna “sperimentare nuove forme di lotta efficaci e non esclusive”. “Sono contento di queste affermazioni della Camusso – spiega Bonanni a Palermo – perche’, mi scoccia fare questi discorsi, ma noi li facciamo da tanti, tanti anni. Ma siamo sempre stati incompresi, vilipesi, offesi e aggrediti proprio per questi argomenti. E’ il crollo del muro e di questo sono molto contento”. Bene, ora gli offesi saranno due. Se Luigi Angeletti si vuole accomodare, c’è posto.
Tra pochi mesi si terrà il congresso della Cgil. C’è da giurare che questo sarà uno dei temi più battuti. Vedremo all’opera tutta la creatività dei segretari e dei funzionari Cgil ubriacati da venti anni di concertazione, nel trovare “nuove forme di lotta”. Sarà uno spettacolo da non perdere. Il che non è un male di per sé, anzi. Il punto è che a discuterne, per lo stato comatoso in cui è ridotta la Cgil, saranno “in quattro”, lontani mille miglia dai lavoratori in carne ed ossa, che a questo punto, stando alle parole di Canusso, sarebbero meno che mai titolati a riunirsi sotto le insegne di qualcosa che si chiama organizzazione sindacale.
Era proprio Claudio Sabattini, che aveva capito tutto goà venti anni fa e chce fu un nemico irriducibile di Susanna Camusso, a ricordare che la parola sindacato vuol dire “stare insieme con giustizia”. Lasciamo perdere la “giustizia”, di cui oggi non sembra depositario nessun soggetto che abbia un minimo di autorità e autorevolezza, ma certo lo “stare insieme” è un tema di attualità e di forte crisi per il sindacato. In Cgil non se ne erano mai accorti? Non si erano mai accorti che avendo caldeggiato la precarizzazione del lavoro attraversso l’interinale (parlano i documenti) prima o poi si sarebbe andati a sbattere contro la frammentazione. Ci scuserà la signora Camusso, ma ci vuole una bella faccia tosta a sostenere che lo sciopero generale non è più utile per i motivi di cui sopra. Anche fosse, c’è una precisa e indifferibile responsabilità del sindacato. Alemeno questo lo si vuole riconoscere?
E’ ovvio che a questo punto non ci “faremo dire” cosa è buono e cosa è cattivo. Cosa è giusto fare per salvare almeno gli stracci e cosa no. Non ci faremo vomitare addosso la solita retorica sulla democrazia. Adesso, anche se non ve ne siete accorti “siete per sempre coinvolti”

Il renzismo approda subito in Cgil: basta con lo sciopero generale. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi

 

In un convegno organizzato dalla FIOM a Bologna Susanna Camusso ha affermato che lo sciopero generale non basta più. Siccome è difficile credere che con ciò la segretaria della CGIL volesse annunciare il passaggio a forme di lotta rivoluzionarie, è probabile che sia giusta la interpretazione che ne ha voluto dare la stampa: basta con lo sciopero generale.

Ma quanti scioperi generali ha fatto la CGIL in questi ultimi anni? L’ultimo che tutti i lavoratori ricordano con rabbia è quello di tre ore per non fermare la riforma Fornero delle pensioni. Uno sciopero finto, fatto per circostanza e con la chiarissima intenzione di non procurare difficoltà al governo Monti appena insediato.

Nessuno sentirà la mancanza di lotte come questa, fatte solo per far guadagnare spazietti nei telegiornali, lotte che i lavoratori hanno imparato a disertare. Gli ultimi scioperi di quattro ore di CGIL CISL UIL, sparpagliati in giornate e territori diversi, sono stati semiclandestini. È fallito anche lo sciopero proclamato dalla FIOM in Emilia la scorsa settimana: poche centinaia di persone in piazza a Bologna.

È colpa delle persone che non hanno più voglia di lottare? No è colpa dei gruppi dirigenti sindacali, che proclamano lotte che servono solo a far vedere che si esiste e che hanno la sola funzione di creare frustrazione ed impotenza in chi le fa.

Nella più grave crisi economica del dopoguerra la CGIL vivacchia tra un convegno e l’altro, senza pensare al conflitto vero, quello che i lavoratori son ancora disposti ad affrontare con grande coraggio, come hanno mostrato i tranvieri di Genova.

Che questa CGIL sia ora spaventata e affascinata dalla nuova leadership del PD è evidente e anche questo è un segno della sua profonda crisi. Accantonato e dimenticato il goffo tentativo della SPI di sostenere Cuperlo, ora tutto il gruppo dirigente della confederazione spera in una legittimazione da Renzi. Il più lesto è stato Maurizio Landini, che al convegno di Bologna si è ben guardato dal polemizzare con la segretaria della CGIL sugli scioperi, e invece ha parlato tanto del sindaco di Firenze. Che incontrerà nella sua città in un convegno tempestivamente organizzato dalla FIOM locale.

Tra Camusso e Landini si è quindi aperta la gara a chi si presenti più innovativo e corrisponda di più al messaggio delle primarie del PD. La grande informazione ha subito colto il segnale e si prepara a misurare i dirigenti della CGIL in termini di maggiore o minore affinità con il renzismo.

Peccato che le due principali figure della CGIL si siano messe d’accordo di fare il congresso sulla stessa posizione, come se nel PD non si fossero svolte le primarie e ci fosse stata una intesa preventiva di vertice sulla composizione dei gruppi dirigenti. In mancanza di un confronto trasparente sulla guida del principale sindacato italiano, la contesa andrà avanti a convegni e controconvegni, indici di gradimento, battute di corridoio.

Naturalmente si potrebbe anche pensare che alla CGIL e ai suoi rappresentati converrebbe oggi allontanarsi dal PD, principale partito dei governi che praticano quelle politiche di austerità che stanno devastando il mondo del lavoro. Converrebbe anche alla democrazia una CGIL che non lasciasse la protesta sociale ai forconi e che con i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati, provasse a bloccare il paese. Invece di rinunciare preventivamente ad uno sciopero generale che da tempo immemore non convoca più.

Ma questo sarebbe accusato di essere il sindacato vecchio, vecchio come quello che nel pieno della rivolta reazionaria di massa a Reggio Calabria, portava i metalmeccanici a sfilare nella città e così a cambiare il segno politico di quella protesta.

Ma quello era il sindacato degli anni 70, quello che credeva nella funzione degli scioperi generali. Vuoi mettere quel vecchio modello sindacale con le infinite possibilità di cambiamento della realtà che oggi offrono la partecipazione a Ballarò o a Servizio Pubblico?

Solo una minoranza di sognatori contrasta questo modo di fare sindacato in CGIL, e ha chiamato questa sua posizione: “Il sindacato è un’altra cosa”.

Ma cosa volete che importi, c’è Renzi .