Lucia Annibali: “Ho visto l’uomo che mi ha sfregiata e ho capito di essere più forte di lui” Tratto da: La Stampa

annibali-lucia-1di Maria Corbi – 10 dicembre 2013Pesaro, l’avvocatessa colpita con l’acido al processo contro il suo ex
«Si l’ho guardato, i nostri occhi si sono incrociati. Un attimo, perché io non devo guardare lui, ma guardare avanti, al mio futuro. Questa è adesso la cosa importante per me». Lucia Annibali è a pochi metri dall’ex fidanzato – che il 16 aprile, secondo l’accusa, le ha fatto tirare acido solforico in faccia da due sicari – nell’aula del Tribunale di Pesaro dove si svolge l’udienza per decidere se ammettere testi e consulenti della difesa al rito abbreviato. E’ lei che cerca lo sguardo di Varani, vuole che «veda quello che ha fatto», ma anche che lei è la più forte, «capace di riprendersi la vita».
Il giudice non lascia nessuno spazio alla difesa e dice «no» al rito abbreviato condizionato a nuovi testi e consulenze: le prove sono più che sufficienti per andare a processo il 21 febbraio prossimo. «Sono soddisfatta, così avrò giustizia presto», dice Lucia che è voluta uscire dall’aula attraverso la porta principale affrontando giornalisti e curiosi. Non si è nascosta, mostrando il suo volto incorniciato da lunghi capelli lisci anche ai presunti carnefici, i due albanesi assoldati da Luca Varani, l’uomo che Lucia aveva amato teneramente e che si è trasformato nel peggiore dei suoi incubi. Mesi di stalking, il tentativo di ucciderla manomettendo il rubinetto del gas di casa sua e poi l’acido, la crudeltà allo stato puro. Considerato lo sconto per il rito abbreviato non rischia più di 16 anni Varani che, ieri, si è presentato con l’abito grigio di buon taglio, di quelli che sfoggiava nella sua professione di avvocato, quando sfrecciava con la Porsche per le vie di Pesaro. La sua linea difensiva è sempre la stessa: l’intenzione era quella di rovinarle la macchina con l’acido, non la faccia. Gli albanesi da parte loro negano in radice, anche se è difficile per loro spiegare cosa ci facessero un’ora prima dell’aggressione sotto casa dell’avvocatessa e come mai uno di loro a fine marzo fosse stato trovato dalla polizia con una boccetta di acido in tasca.
Lucia ha un viso radioso, i mille interventi a cui si è dovuta subire hanno fatto un ottimo lavoro, ma la luce le arriva da dentro, dal cuore e dall’anima. Stretta nel suo cappottino rosso, con solo gli occhiali da vista a proteggerla, ieri Lucia era bella, veramente. E questa è la vittoria più grande. «Io sono più forte di lui», ha ripetuto in questi mesi, e anche ieri lo ha fatto con l’atteggiamento, il coraggio la dignità. «Per me questa giornata era una prova da superare«, dice. «Non solo rivedere lui e vedere per la prima volta i due albanesi, ma anche affrontare a testa alta il pubblico e i media. Avevo un po’ di paura e apprensione ma sono riuscita a guardarli tutti e tre. E adesso sono soddisfatta». «Quando ho incrociato lo sguardo di Varani non ho provato niente, nessun brivido o sensazione particolare, non mi fa più paura».
Accanto a Lucia, nominata Cavaliere lo scorso 25 novembre dal presidente Napolitano, c’erano i genitori Lella e Luciano e il fratello oltre all’avvocato Francesco Coli che ha giudicato «inusuale» l’offerta di risarcimento avanzata da Varani che insieme al padre e alla sorella ha offerto un appartamento. «Il danno subito è incommensurabile e comunque chiederemo i danni al momento delle conclusioni, ma non esiste somma che possa ripagare Lucia».
Fuori dall’aula anche il padre di Luca Varani che da due mesi è diventato nonno di una bambina nata dalla relazione del figlio con una donna di Pesaro, motivo per cui Lucia aveva voluto troncare. Ma lui no, non voleva e spinto da un «amore». Lui le diceva che amava il suo viso, che era il più bello che avesse mai visto. E le sue mani. E proprio quel viso e quelle mani ha cercato di distruggere con 400 centilitri di acido solforico al 66 per cento. «Volevi cancellarmi, ma ho vinto io», questo gridava ieri la presenza di Lucia in aula e quel suo cappottino rosso che è stato un grido di battaglia: non voglio nascondermi.

Tratto da: La Stampa

18 dicembre 2013 Terza Giornata d’Azione Globale per i Diritti delle e dei Migranti, Rifugiati e Sfollati -Venerdì 13 dicembre alle ore 11 Conferenza Stampa di fronte al Cara di Mineo

 Il 18 dicembre del 1990 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie. Sono passati 23 anni dall’approvazione e nessun paese del cosiddetto “Nord” del mondo l’ha ancora sottoscritta. Le violazioni dei diritti umani che quotidianamente vivono nel mondo i/le migranti, rifugiati ed sfollati evidenziano l’urgenza della costruzione di percorsi di lotta e di rivendicazione che possano affermare il rispetto dei loro diritti. Queste violazioni avvengono sempre di più lungo le rotte migratorie, nei luoghi di transito diventati a volte soste permanenti. Luoghi in cui la violenza è brutale e mortale come lo dimostrano il trattenimento e le deportazioni dei migranti subsahariani ad opera dei governi nordafricani con l’aiuto dell’Europa Fortezza. In quelle rotte, i migranti e le migranti sono dimenticati, vengono trattenuti, scompaiono o muoiono senza che nessun governo faccia niente! Si violano i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati quotidianamente nei paesi di “accoglienza” dove non li si considera essere umani o lavoratori e quindi soggetti di diritto, ma manodopera da sfruttare o da schiavizzare e che può essere rinchiusa e privata della propria libertà , espulsa e deportata verso luoghi in cui rischia la vita. In quasi tutti gli Stati si criminalizza la figura dei migranti, rifugiati e sfollati. Vengono presentati alla popolazione autoctona come delinquenti, come quelli che rubano il lavoro, responsabili della crisi e dell’insicurezza cittadina, dei capri espiatori usati dai governi per distogliere l’attenzione delle società dai veri responsabili della crisi mondiale. Noi, associazioni e organizzazioni di migranti, rifugiati ed sfollati e di solidarietà con essi, vogliamo lanciare un forte segnale questo 18 dicembre 2013, affinché si fermino questo massacro continuo e la violazione permanente dei loro diritti. Le migrazioni ci stanno offrendo la possibilità di ridisegnare un mondo nuovo, un mondo in cui la libertà di circolazione non sia concepita solo per le merci, ma dove le persone possano anche circolare liberamente. Un mondo in cui ogni essere umano abbia un lavoro degno e si rispetti il principio che essi sono portatori di diritti non solo nei luoghi in cui sono nati ma oltre e al di là delle frontiere. Un mondo nel quale nessun essere umano sia illegale!http://www.globalmigrantsaction.org

Dopo le stragi di migranti, verso la Carta di Lampedusa

costruiamo una grande mobilitazione antirazzista il 18 dicembre

Dopo la strage di migranti dello scorso 3 ottobre e dopo le lacrime di coccodrillo di chi ci governa nella fortezza Europa, si sono spenti i riflettori e continuano, nell’indifferenza generale, le politiche segregazioniste per i migranti, che riescono a sopravvivere ai sempre più frequenti naufragi nel Mediterraneo. La Sicilia, trasformata in avamposto di guerra per la crescente presenza di basi militari ( Sigonella, Niscemi, Trapani, Augusta…) è anche diventata una grande prigione ghetto per tutti coloro che fuggono dai loro paesi a causa dei criminali interventi “umanitari” per esportare la “democrazia” in Irak, Afghanistan, Libia, Siria, Corno d’Africa…

Da Pozzallo a Siracusa, da Messina a Caltanissetta, da Campobello di Mazzara a Cassibile, da Trapani a Mineo proliferano i centri di segregazione dei migranti e dei richiedenti asilo ed i luoghi di disumano sfruttamento nelle campagne e nell’edilizia. Sin dalla nascita del villaggio della “solidarietà” a Mineo abbiamo denunciato la squallida operazione dell’ex ministro Maroni di sperimentare nuove politiche segregazioniste anche per i richiedenti asilo in uno sperduto villaggio lontano oltre 10 Km dal primo centro abitato e di dilapidare con l’emergenza Nordafrica decine milioni di euro (6 milioni di euro l’anno solo per spese di locazione alla spa Pizzarotti di Parma, che adesso è anche all’interno del consorzio che gestisce il Cara). Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti SPRAR (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, invece dal marzo 2011 si è sempre più militarizzata l’intera zona . Molti richiedenti asilo (attualmente ve ne sono oltre 4000) attendono l’esame della richiesta da oltre 1 annoe le condizioni sono sempre più invivibili.Il prossimo 18 dicembre nella terza giornata di azione globale contro il razzismoorganizzeremo anche quest’anno un incontro di fronte al megaCara della vergogna, per la sua chiusurae facciamo appello ai migranti ed a tutte le realtà solidali a costruire insieme un percorso di solidarietà e di lotta per i diritti di cittadinanza e di asilo, per un movimento euromediterraneo per esternalizzare i diritti e le resistenze non le frontiere ed i profitti, per smilitarizzare la Sicilia ed il Mediterraneo

Venerdì 13 dicembre alle ore 11 Conferenza Stampa di fronte al Cara di Mineo

Mercoledì 18 dicembre dalle 15 Incontro Interetnico di fronte al Cara di Mineo

Rete Antirazzista Catanese, Comitato di base NoMuos/NoSigonella, Migralab A.Sayad(Me), Teatro PinelliOccupato(Me), Borderline Sicilia Onlus

(adesioni:alfteresa@libero.it)

http://www.nomuos.info/18-dicembre-2013-terza-giornata-dazione-globale-per-i-diritti-delle-e-dei-migranti-rifugiati-e-sfollati/

http://www.nomuos.info/accogliamo-i-migranti-espelliamo-le-basi/

Fiom: 11 e 12 dicembre due giorni di mobilitazione no stop Fonte: rassegna

I metalmeccanici della Fiom organizzano a Roma per l’11 e il 12 dicembre una due giorni di mobilitazione in piazza “per chiedere al governo una politica industriale che abbia al centro la difesa dell’occupazione, dei diritti e per un nuovo modello di sviluppo”. E’ quanto si apprende da una nota dei metalmeccanici.

Tante le iniziative messe in campo che copriranno le 36 ore di protesta. Si comincia l’11 alle 9 con l’arrivo di 30 camper provenienti da tutta Italia nelle vicinanze di piazzale Flaminio. Da qui si divideranno in sei gruppi che raggiungeranno diverse destinazioni: le sedi dell’informazione televisiva (Rai, La7, Sky e Mediaset).

Gli altri due gruppi si recheranno sotto i ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro, prosegue la Fiom, dove verrà costruito un muro di scatole con i nomi e i numeri delle crisi aziendali. Intorno alle 18 i camper si concentreranno a piazza del Popolo, dove si fermeranno per la notte. Lì si terrà un’assemblea aperta alla quale parteciperanno anche le associazioni e i movimenti che hanno condiviso con la Fiom il percorso della manifestazione del 12 ottobre, “Costituzione, la via maestra”.

Sarà una serata con caratteristiche di socialità, anche dal punto di vista alimentare, con prodotti portati dai vari territori. Il 12 dicembre è previsto un concentramento a piazza del Popolo, alle ore 9, per le lavoratrici e i lavoratori dei territori e dei settori in sciopero e per le delegate e i delegati degli altri comparti, con l’arrivo di numerosi pullman da tutta Italia. Da qui il corteo si muoverà per arrivare a Palazzo Chigi, dove la Fiom ha chiesto un incontro con il governo per rimettere al centro dell’agenda politica e istituzionale il lavoro e le politiche industriali

Rifondazione va ai supplementari: a gennaio direzione e segretario Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

 

“Rifon­da­zione comu­ni­sta non è un par­tito ‘pre­si­den­ziale’ – ricorda Paolo Fer­rero – demo­cra­zia e par­te­ci­pa­zione hanno biso­gno di tempo”. Un mese circa, fino alla prima riu­nione del Comi­tato poli­tico nazio­nale eletto dome­nica al con­gresso di Peru­gia. Appun­ta­mento con­vo­cato per l’11 gen­naio pros­simo, con all’ordine del giorno l’elezione degli orga­ni­smi diri­genti del par­tito e del segre­ta­rio. Che con tutta pro­ba­bi­lità sarà di nuovo Fer­rero. Lo fanno capire la pro­po­sta poli­tica uscita net­ta­mente vin­cente dal con­gresso, por­tata avanti dal segre­ta­rio uscente e riba­dita fra gli applausi nella rela­zione finale. Anche le forze in campo nel nuovo par­la­men­tino di Rifon­da­zione. Ma al di là di quel 52% di “fer­re­riani” doc, che pure deli­nea già una mag­gio­ranza, è dallo stesso segre­ta­rio che è arri­vata la pro­po­sta, accolta all’unanimità, di con­ti­nuare la discus­sione: “Una con­sul­ta­zione vera su come orga­niz­zarci, e su chi deve assu­mere i ruoli di dire­zione poli­tica, in modo da garan­tire la mas­sima auto­re­vo­lezza al gruppo diri­gente che uscirà dal congresso”.

Il giorno dopo, Fer­rero pre­cisa ancor di più il senso della sua pro­po­sta: “Il pro­blema non è che ‘Rifon­da­zione ha la linea ma non il segre­ta­rio’. Quando sabato ne abbiamo par­lato fra di noi, le per­ples­sità sono state minime. Il punto è riba­dire che cre­diamo sul serio alla neces­sità del rin­no­va­mento, anche di come fun­zio­niamo. E allora ci pren­diamo il tempo neces­sa­rio per una discus­sione tra­spa­rente su chi deve por­tare avanti la linea poli­tica che ci siamo dati. Il con­gresso ha risolto le que­stioni di merito. Ma non c’è stato il tempo di affron­tare i pro­blemi di metodo. Da come deve fun­zio­nare il par­tito, alla neces­sità di essere sem­pre più ‘corti’ nel rap­porto con i ter­ri­tori. Su que­sto ver­sante c’è già un primo risul­tato, visto che l’80% del nuovo Cpn è fatto da diri­genti locali. Ed è dal loro lavoro quo­ti­diano, su espe­rienze con­crete, che dob­biamo par­tire. Per inter­cet­tare quel disa­gio sociale, molto con­si­stente, che non si è certo atte­nuato in quest’ultimo periodo. Anzi sta ancora aumentando”.

Dalla discus­sione fra i 170 nuovi eletti nel Cpn e una mini com­mis­sione nomi­nata al con­gresso (Mimmo Capo­russo, Dino Greco e Gio­vanna Capelli), arri­ve­ranno sug­ge­ri­menti e cri­teri per la for­ma­zione della dire­zione nazio­nale, della segre­te­ria e della scelta del segre­ta­rio. “Sarebbe sba­gliato sce­gliere discu­tendo tra aree e sotto aree. Sarebbe il peg­gio di come ha fun­zio­nato finora il par­tito”. Men­tre da que­sta nuova con­sul­ta­zione, osserva Fer­rero, potrà arri­vare una effet­tiva rispon­denza fra il gruppo diri­gente (“che io penso possa essere uni­ta­rio, con­ti­nuando a discu­tere con le altre mozioni e all’interno della nostra”), e la pro­po­sta poli­tica vin­cente a Peru­gia. “Quella di un pro­cesso costi­tuente della sini­stra, demo­cra­tico e da far par­tire ‘dal basso’, che sap­pia costruire l’alternativa con­tro que­sta Europa, le poli­ti­che di auste­rity e il governo Letta. Un pro­cesso auto­nomo e alter­na­tivo al cen­tro sini­stra e al Pd, che con la vit­to­ria di Mat­teo Renzi si con­ferma il ‘par­tito demo­cri­stiano’. Non è un caso infatti che il nuovo segre­ta­rio Pd dica subito con chia­rezza: ‘Letta, vai avanti’”.

Nel pros­simo fine set­ti­mana il Prc par­te­ci­perà con una sua dele­ga­zione al con­gresso della Sini­stra Euro­pea. Dove, in vista delle ele­zioni con­ti­nen­tali di mag­gio, sarà riba­dita la can­di­da­tura a pre­si­dente del greco Ale­xis Tsi­pras di Syriza, in con­trap­po­si­zione al Par­tito socia­li­sta euro­peo e al suo can­di­dato Mar­tin Schulz. Piut­to­sto sull’esito del con­gresso di Peru­gia restano i dubbi dell’area Essere Comu­ni­sti, che pure ha appro­vato il docu­mento di mag­gio­ranza (76%) ma ha visto ulte­rior­mente limare il suo con­senso interno: “Vedremo come si con­clu­de­ranno le con­sul­ta­zioni – osserva Clau­dio Grassi – certo resta ancora da scio­gliere il nodo dell’elezione del segre­ta­rio, punto che era alla base di un nostro emen­da­mento teso a un rin­no­va­mento gene­rale. E le nostre per­ples­sità restano”.

I “grandi” a lutto per Mandela | Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Danucci

 

L’arte della guerra. Tra la vita e la morte dell’ex presidente sudafricano tutta l’ipocrisia dei leader dell’Occidente

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In prima fila alla ceri­mo­nia fune­bre per Nel­son Man­dela, sim­bolo della lotta con­tro l’apartheid, ci saranno il pre­si­dente e due ex-presidenti degli Stati uniti e il primo mini­stro della Gran Bre­ta­gna, ossia i rap­pre­sen­tanti degli Stati che più sosten­nero il régime dell’apartheid, soprat­tutto durante la pre­si­denza Rea­gan (che defi­niva ter­ro­ri­stica l’organizzazione anti-apartheid di Man­dela) e il governo That­cher. David Came­ron – che in veste di primo mini­stro bri­tan­nico esprime oggi «straor­di­na­ria tri­stezza per la scom­parsa dell’eroe della lotta con­tro l’apartheid» – quando Man­dela era ancora in car­cere, e lui era astro nascente dei con­ser­va­tori, effet­tuò nel 1989 un viag­gio in Suda­frica, orga­niz­zato e finan­ziato dalla società Stra­tegy Net­work Inter­na­tio­nal , potente lobby che si oppo­neva alle san­zioni con­tro il régime di apar­theid. Il demo­cra­tico Bill Clin­ton, che andrà in Suda­frica a pian­gere la morte di «un vero amico», quando era pre­si­dente cercò in tutti i modi di impe­dire che Man­dela (dive­nuto pre­si­dente del Suda­frica nel 1994) si recasse nel 1997 in Libia, allora sotto embargo, e invi­tasse Ghed­dafi in Suda­frica nel 1999. Così rispose Man­dela: «Nes­sun paese può pre­ten­dere di essere il poli­ziotto del mondo e nes­suno stato può det­tare a un altro che cosa fare. Coloro che ieri erano amici dei nostri nemici hanno l’impudenza oggi di dirmi di non far visita al mio fra­tello Ghed­dafi», vogliono «farci vol­tare le spalle alla Libia che ci ha aiu­tato a otte­nere la demo­cra­zia».
Il repub­bli­cano George Bush, che andrà in Suda­frica a pian­gere la morte del «grande com­bat­tente per la libertà», è stato arte­fice, da pre­si­dente, del Comando Africa, lo stru­mento mili­tare e poli­tico di una nuova con­qui­sta dell’Africa. Il pre­si­dente demo­cra­tico Barack Obama, che alla ceri­mo­nia fune­bre ripe­terà «non posso imma­gi­nare la mia vita senza l’esempio dato da Man­dela», è quello che ha distrutto con la guerra la Libia, che aveva aiu­tato Man­dela nei momenti più duri, e ha poten­ziato il Comando Africa per por­tare più paesi pos­si­bili nell’orbita di Washing­ton, facendo leva sulle élite mili­tari afri­cane (che il Pen­ta­gono recluta offrendo loro for­ma­zione, armi e dol­lari).
Al fune­rale di Man­dela ci sarà anche Hil­lary Clin­ton, che come segre­ta­ria di stato e aspi­rante pre­si­dente, è stata par­ti­co­lar­mente attiva nel «pro­muo­vere la cre­scita eco­no­mica» dell’Africa. Come hanno fatto Came­ron, Mer­kel e altri, ha visi­tato diversi paesi afri­cani, tra cui il Suda­frica, accom­pa­gnata dagli exe­cu­tive delle mag­giori mul­ti­na­zio­nali. Quelle che si acca­par­rano metà del petro­lio nige­riano, per oltre 30 miliardi di dol­lari annui, lasciando oltre la metà dei nige­riani sotto la soglia di povertà. Quelle che si acca­par­rano terre fer­tili in Africa, espel­lendo intere popo­la­zioni con un con­se­guente aumento della povertà e della fame. Il pre­si­dente fran­cese Fran­cois Hol­lande, che ha fatto met­tere le ban­diere a mezz’asta in segno di lutto, prima di andare in Suda­frica ha cele­brato Man­dela alla riu­nione di 40 lea­der afri­cani, con­vo­cata a Parigi. Qui ha annun­ciato che, oltre a inviare altre truppe in Africa, la Fran­cia adde­strerà 20mila sol­dati afri­cani all’anno. Rina­scono così le truppe colo­niali.
Que­sti e altri «grandi lea­der» dell’Occidente saranno al fune­rale di Man­dela, esi­bendo in mon­do­vi­sione il pro­prio dolore per la scom­parsa di colui che ha dedi­cato la sua vita alla lotta con­tro il colo­nia­li­smo e l’apartheid. Men­tre cer­cano di imporre all’Africa un nuovo colo­nia­li­smo e una nuova grande apartheid.