Condanna dell’ANPI di Milano dell’assalto squadrista al Consiglio di Zona 3 – comunicato stampa

 

 

 

L’ANPI provinciale di Milano esprime la propria ferma condanna dell’incursione squadrista avvenuta giovedì 5 dicembre 2013 durante la seduta del Consiglio di Zona 3, che stava discutendo un programma molto articolato presentato da tre scuole superiori della zona per il Giorno delle Memoria.

 

L’irruzione è stata compiuta da parte del gruppo di estrema destra “Rotta di collisione” e costituisce l’ultimo di una lunga serie di gravi fatti avvenuti a Milano città Medaglia d’Oro della Resistenza. L’episodio che ha interrotto i lavori di una istituzione democraticamente eletta dai cittadini è di una gravità senza precedenti.

 

L’ANPI Provinciale di Milano esprime la propria solidarietà e la propria stima al Presidente del Consiglio di Zona 3 Renato Sacristani e a Saverio Ferrari, studioso del fenomeno delle destre radicali, componente del Comitato Provinciale dell’ANPI di Milano, da tempo al centro di una ignobile campagna intimidatoria e diffamatoria orchestrata da movimenti e associazioni neofasciste e di estrema destra.

 

L’ANPI di Milano, anche di fronte a questo gravissimo episodio, ritiene più che mai indispensabile avviare una forte controffensiva ideale, culturale e storica volta far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, il vero volto del fascismo e quali tragedie ha provocato non solo nel nostro Paese, ma in tutta l’Europa.

 

Molti non conoscono bene cos’è stato il fascismo. Non sanno che il fascismo non promise mai l’emancipazione e la liberazione dell’uomo. Non sanno come possa essere deleterio il richiamo a quell’ideologia razzista, antisemita e xenofoba, che si pone apertamente in contrasto con i principi della Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza che va difesa ed attuata.

 

Milano, 6 dicembre 2013

 

Roberto Cenati Presidente ANPI Provinciale di Milano

Bahar: lettera dal carcere di Bergamo da: popoff.globalist

 

Bahar è agli arresti domiciliari a Marina di Massa per un mandato della Turchia. Il giornalista ha denunciato il governo di Erdogan. Ankara vuole farlo tacere.

 


Redazione
martedì 10 dicembre 2013 10:42

 

 

Pubblichiamo una lettera che Bahar Kimyongur ha scritto mentre era detenuto nel carcere di Bergamo. Bahar è stato arrestato a Milano il 21 novembre sulla base di un vecchio mandato turco. Il giornalista, lo ricordiamo, ha denunciato il governo di Erdogan più volte, raccontando la situazione tragica e le torture subite dagli oppositori politici nelle prigioni turche e di come Ankara abbia mandato terroristi in Siria per fomentare la guerra. Per questo Erdogan vuole farlo tacere.

di Bahar Kimyongur

Dopo l’Olanda, il Belgio e la Spagna, tocca all’Italia aprire le porte di ferro del carcere e richiuderle immediatamente, questa stessa Italia dove ho soggiornato quaranta volte senza aver avuto la minima preoccupazione, nonostante il mandato di cattura internazionale emesso dieci anni fa da un tribunale di Ankara.

In Olanda il mio arresto è avvenuto quando mi sono messo a guidare sull’autostrada, nella periferia de L’Aia. In Belgio, dove ho subito un inutile e costoso processo penale che ha avvelenato quattro anni della mia vita, il percorso è stato più convenzionale: dal tribunale di Gand al carcere di Gand. In Spagna, invece, la polizia era nettamente più ispirata. Sono stato, infatti, arrestato all’interno della Cattedrale di Cordoba mentre ero con mia moglie e i miei due figli.

In Italia le unità della Digos mi hanno prelevato all’aeroporto di Orio al Serio pochi minuti dopo l’atterraggio del mio aereo, che era partito da Charleroi. Alcuni ufficiali italiani mi hanno poi portato al carcere di Bergamo, dove sono rinchiuso da dieci giorni in condizioni disumane.

Con questa catena di arresti, le autorità turche sperano di intimidirmi, di scoraggiarmi, di indebolirmi finanziariamente e di far dubitare di me tanti amici e colleghi che mi sostengono. Per quanto possa essere banale, la privazione della libertà non è più sopportabile di una punizione violenta, perché le prime vittime sono le famiglie, soprattutto i bambini.

I miei figli, che hanno 3 e 5 anni, capiscono molte cose. Ma non possono capire o accettare che il loro padre, che cerca di insegnare loro le regole della vita in società, i valori umani quali l’onestà, la giustizia, l’amore e la solidarietà, venga costantemente punito a causa dei suoi scritti. Anche gli adulti non riescono a capire un tale accanimento. La sensazione d’ingiustizia che si apre, come una voragine, nel cuore dei miei figli per colpa della sfortuna folle e irrazionale che accade loro non può che causare loro gravi lesioni psicologiche.

Sarebbe troppo facile tirare pietre contro il solo regime turco ed esonerare gli Stati Europei “vittime” di semplici errori amministrativi. Il mondo ha visto la ferocia della polizia di Erdogan durante la rivolta di piazza Taksim scorsa estate. Tutta l’Europa si è indignata. Questo non ha impedito alle polizie europee di svolgere il compito di giannizzeri del Sultano Erdogan.

A che giova essere giudicato innocente dalla giustizia europea se le forze di polizia europee si mettono agli ordini del regime neo-ottomano e calpestano le decisioni di questo organo? Perché un giudice italiano m’impedisce di viaggiare quando me l’ha permesso un giudice spagnolo? Com’è possibile che un’organizzazione come l’Interpol si possa collocare al di sopra della legge ed essere fuori controllo? Che diritto ha l’Interpol di convertire una segnalazione arbitraria e ingiusta in ergastolo? Com’è possibile che un regime che ogni giorno accoglie ad Ankara battaglioni interi di terroristi che uccidono il popolo siriano, è considerato un partner dell’Europa nella lotta contro il terrorismo?

Le mie disavventure hanno avuto almeno il merito di far luce su alcuni lati oscuri delle nostre democrazie. Ringrazio, con tutto il cuore, le migliaia di amici sui quali posso sempre contare, nei momenti buoni e nei tempi difficili, e che si sono ancora una volta mobilitati per sostenere la mia famiglia e tenere alta la bandiera dei nostri ideali comuni

Cile, lo sciopero dei camionisti portò Pinochet da: Linkiesta

 

Le code sono lunghe. Per il gasolio che è quasi scomparso. Nei supermercati iniziano a scarseggiare i prodotti. Ci sono strade sbarrate, blocchi autostradali, ritorsioni nei confronti di chi non si ferma: basta un niente e gli tagliano le gomme. Chiunque avrà pensato all’Italia di questi ultimi giorni. Tutto questo era, in Cile, il settembre 1973. La vigilia della dittatura di Augusto Pinochet. Oggi è tutto diverso in Italia, ma le situazioni quotidiane sono identiche ad allora.

 

 

 

C’è una strana atmosfera in giro. Qui da un po’, tutto si svolge nella strada. Da qualche giorno, però, dietro l’agitazione e le (solite) parole d’ordine delle rispettive categorie sociali, s’è instaurata una attesa inquieta. Le code sono lunghe. Per il gasolio, soprattutto, che è quasi scomparso. Nei supermercati iniziano a scarseggiare i prodotti. Non manca tutto, ma quelli più deperibili: frutta, verdura, latte, pesce, formaggi. Dopo la crisi i prezzi sono saliti alle stelle, ora l’inflazione ricomincia a crescere. La produzione industriale del paese è crollata da un bel po’. La macchina economica, in generale, sembra essere sul punto di rottura. Il governo ha fatto quello che poteva, ma non è bastato.

 

Da giorni la lotta sociale è costante: pubblico impiego, scuola e trasporti pubblici, pensionati, tassisti, farmacisti, operai, studenti. Prima le bombe dimostrative contro alcune agenzie pubbliche. Poi gli agricoltori. Ora lo sciopero degli autotrasportatori. Alcuni di loro dimostrano un maggior attivismo di altri. Strade sbarrate, blocchi autostradali, ritorsioni nei confronti di chi non si ferma: basta un niente e gli tagliano le gomme. In alcuni casi, donne e bambini hanno raggiunto i camionisti e le loro macchine. Nelle proteste c’è scappato perfino il morto. Protestano contro il caro benzina, l’aumento delle tasse, i modelli di trasporto, con tariffe costose per lo spostamento su gomma. Mettono a rischio l’attività dei porti più importanti del paese, delle fabbriche nazionali dove non giungono i rifornimenti, provocano danni per milioni.

 

Ciò che colpisce di più in queste manifestazioni spontanee, spesso populiste e violente, è la passività del governo. Si prendono provvedimenti forti, impopolari, a livello generale. Poi nessuno dà spiegazioni, fornisce risposte. Non si prende, almeno nella direzione di questi ribellioni, misura alcuna. Non si fa alcuna dichiarazione sulle proprie intenzioni per risolvere la crisi. Si dice che si dovranno presto affrontare le questioni politiche ed economiche di fondo, strutturali, sul lavoro, la riforma costituzionale, ma bisogna pur arrivarci a quel punto: i giorni passano, restano in piedi in conflitti, le lotte tra le categorie, tra i partiti, tra gli stessi singoli individui, mentre i problemi economici sono sempre più vivi.

 

Volgendo lo sguardo al cuore del paese, balza agli occhi, sempre più, lo stridore dei contrasti. Squallore e povertà, mense per gli immigrati prese d’assalto da individui del ceto medio impoveriti, famiglie allo sbando, venti di anti-politica dirompente. La corruzione finisce per coinvolgere un numero sempre crescente di popolazione, per il pure desiderio di condurre un tenore di vita pari a quello degli altri, dei più ricchi: così tutti vogliono belle case, macchine nuove, viaggi all’estero. Ma tutta la miseria e la disperazione più cupa sta nel mondo dei sotto occupati e dei disoccupati: non hanno i soldi per sfamare le loro famiglie, i loro figli, e la rabbia non fa che crescere. E poi, invece, boutique di lusso, concessionarie di auto costose, negozi di oggetti di alta tecnologia. Tutto il denaro è là, nelle mani dell’evasione, di pochissimi privilegiati, industriali, grandi commercianti, medici, avvocati, funzionari locali e stranieri. Tutto, costi e profitti, appartiene a questo mondo, il resto, gli altri ne sono esclusi.

 

Chiunque, leggendo queste righe, avrà pensato all’Italia di questi ultimi giorni. Eppure non è così. Al quadro, crudo e drammatico, che ho appena descritto, faccio seguire un brano tratto da un diario, un testo scritto da un grande sociologo di nome Alain Touraine, che commenta tutto ciò che successe, convulsamente, qualche giorno dopo quelle durissime proteste popolari:

 

«Angel Parra, le cui canzoni amavo, è in ora in prigione. ll suo amico Victor Jara, che cantava la contestazione, è stato arrestato all’università al momento del colpo di stato. Una settimana dopo, hanno invitato sua moglie a portarsi via il cadavere dall’obitorio. La sua morte è stata annunciata senza commenti. Pablo Neruda, che ha dato un nome alle rocce e agli uccelli dell’America latina, che ha fatto correre su tutto il continente le parole tenere e disperate dell’amore, della collera, e della speranza, è abbandonato in questa casa depredata, saccheggiata. Il poeta scompare e la dittatura impone il silenzio della menzogna. Ieri, mentre moriva, il fuoco acceso dall’esercito bruciava i suoi libri tra le torri del quartiere San Borja. Non dimenticherò le mie ultime ore a Santiago. Parto domani. Io non posso fare più niente, qui. È crollato un mondo, è crollata una speranza. Da oggi bisogna pensare alla lotta che comincia, allo sforzo di un popolo per riconquistare la libertà».

 

Tutto questo era, dunque, in Cile. Era il settembre 1973. Allende moriva assediato alla Moneda e i militari di Pinochet prendevano il potere. Colpisce, in questo racconto che parla della situazione cilena, la somiglianza con i problemi sociali e civili che stiamo vivendo in Italia in questi giorni. La protesta degli autotrasportatori di questi giorni ricalca perfettamente i blocchi e le violenze dei camionisti cileni in quei tragici giorni che precedettero il golpe: oggi in Italia essi protestano per il rincaro dell’autostrada, per l’eccessivo costo del gasolio, per l’aumento dell’Iva e delle addizionali Irpef, mentre ancora il 90% delle merci, circa 1,5 miliardi di tonnellate, viaggia su strada, su 4,7 milioni di Tir e a differenza di tutti i più avanzati paesi europei. Mettendo a rischio l’incolumità degli automobilisti italiani, ma nessuno da decenni fa nulla. Mettendo a rischio, in questi giorni, più di 50 milioni di euro di prodotti italiani, in un contesto di crisi già nerissima per l’agricoltura e, più in generale, la vendita al dettaglio.

Il contesto storico è, con tutta evidenza, completamente diverso, il mondo è cambiato, viviamo in un un’età globale, la politica, le dinamiche sociali sono completamente differenti, ma quello che lascia stupefatti è che le situazioni quotidiane delle varie categorie sociali e degli individui alle prese con la crisi finanziaria ed economica sono le stesse, identiche a quelle di allora. I modi della protesta, pure. Che ci sia di fronte un governo di Unità Popular o un governo di tecnici, con l’appoggio tacito di quasi tutto l’arco parlamentare, poco cambia. Certo, il finale di quella vicenda fu una dittatura feroce e sanguinaria, appoggiata da una potenza straniera. Oggi l’evoluzione di quei problemi sarà, di certo, diversa.

martedì 10 riunione no muos a Catania

martedì 10 riunione no muos a Catania
dopo l’inaugurazione domenica scorsa della nuova sede del coordinamento regionale a Niscemi, il calendario d’iniziative contro il Muos, le basi di guerra e le galere etniche s’infittisce ( il 14 pomeriggio, dopo la mobilitazione regionale degli studenti NoMuos a Niscemi, ci sarà un’incontro regionale per programmare le iniziative per il 18/12  http://globalmigrantsaction.org/index.php?mysection=Italiano   , fra le quali alcune di fronte al megaCara di Mineo (il 13/12 alle 11 ed il 18 dalle 15). Martedì 10/12 alle ore 19 in via Caltanissetta 4 ci riuniremo per discutere anche di una campagna di sensibilizzazione NoMuos nelle scuole ed università.

                                Comitato di base NoMuos/NoSigonella

Mostra “donne & mafie”. Catania 15 dicembre – 15 gennaio

Mostra “donne & mafie”. Catania 15 dicembre – 15 gennaio

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Udi Catania

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15 dicembre – 15 gennaio 2013

Palazzo della Cultura Catania

 

 

donne & mafie

mostra a cura di Rita Margaira e Laura Noce

 

La narrazione del ruolo che tante donne hanno avuto in questi anni nella lotta alla mafia e per la legalità, ma anche il ruolo assunto da altre donne che delle organizzazioni mafiose sono state e sono protagoniste.

Una mostra voluta dall’UDI, offerta alla riflessione della città e delle sue scuole con la consapevolezza che la lotta alla mafia e ai modelli di relazione personale e sociali fondati sulla violenza che essa propone, ha costituito e costituisce terreno prioritario della nostra azione.

La mostra è stata organizzata insieme al Comune e alla Provincia Regionale di Catania.

 

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE

 

mercoledì 11 dicembre ore 10.30 – Sala Giunta del Comune di Catania

 

INAUGURAZIONE

 

domenica 15 dicembre ore 10.30

 

INTERVENGONO

 

Enzo Bianco, Sindaco di Catania

Orazio Licandro, Assessore ai Saperi e alla Bellezza Condivisa

Adriana Laudani, UDI Catania

Antonella Liotta, Commissaria Straordinaria Provincia di Catania

 

GUIDE ALLA MOSTRA

 

guideranno alla mostra le donne dell’UDI e le principali associazioni impegnate nella lotta alla mafia quali:

Associazione delle Donne Siciliane Contro la Mafia – Addio Pizzo – Associazioni Antimafie Rita Atria – Casablanca – Centro Siciliano Di Documentazione Giuseppe Impastato – Fondazione Giuseppe Fava – I Siciliani giovani – Libera.

 

GUIDA AI PANNELLI DI TOPONOMASTICA FEMMINILE

 

Le alunne e gli alunni del liceo G.B. Vaccarini

Usb e Cobas contro l’apertura festiva dei negozi. “L’otto io lotto” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

”L’otto dicembre io lotto”. E’ lo slogan con cui i lavoratori del commercio aderenti all’Usb hanno protestato oggi in tutta Italia contro l’apertura di negozi e centri commerciali e per potersi riappropriare di una festivita’ che secondo l’Unione sindacale di base ”ormai e’ gia’ soppressa”.
”Dopo aver gia’ perso il diritto alle domeniche – spiega l’Usb in una nota -, in aggiunta ai bassi salari e ai turni massacranti, i lavoratori del commercio vengono sistematicamente privati anche dei diritti piu’ elementari come quello al riposo e alla gestione del tempo di vita, al poter trascorrere una festivita’ con i propri cari”.
Cosi’, sulla scia di interventi analoghi come la ‘Lezione di diritti’ tenuta al centro commerciale Cinecitta’ due di Roma lo scorso 25 aprile o la ‘Parata’ dei lavoratori del commercio del 2 giugno, oggi si sono tenute iniziative ”in difesa dei diritti e della democrazia dentro e fuori i centri commerciali in numerose citta’ italiane”. Tra queste presidi e distribuzione di volantini sono stati attuati a Firenze, al centro commerciale ‘I Gigli’, a Bologna alla ‘Coop & Coop’ di S. Ruffino, a Milano al centro commerciale ‘Sarca’, all’Ikea di Casoria (Napoli) e al centro commerciale ‘Mongolfiera’ di Santa Caterina (Bari). E altre manifestazioni si sono sono svolte anche al centro commerciale ‘Due mari’ di Catanzaro e alla Coop di Schio (Vicenza).
Iniziativa anche a Pisa (Esselunga), questa volta da parte dei Cobas, che hanno tenuto un presidio e svolto una iniziativa contro l’apertura domenicale dei centri commerciali con quasi due ore di volantinaggio (1000 volantini distribuiti anche nelle case del quartiere). “Negli ultimi anni, da quando Cgil Cisl Uil sottoscrissero un accordo nazionale che dava il via libera al lavoro nei giorni festivi scrivono i Cobas in un comunicato – registriamo arretramento dei diritti, la chiusura di migliaia di imprese piccole e grandi. Leassunzioni nella Grande Distribuzione Organizzata annunciate con le aperture festive non sono mai arrivate al contrario della crescita dei carichi di lavoro e dei tagli ai salari con aumento della precarietà del lavoro e della vita”

Per una politicizzazione dell’etica. Intervista a Slavoj Žižek Fonte: Alfabeta2 | Autore: Yong-june Park

 

 Che cosa deve fare la politica oggi? Nel bel mezzo di radicali cambiamenti – catastrofi ecologiche, fatali mutazioni biogenetiche, conflitti nucleari o comunque militari e sociali, crack finanziari ecc. – in cui a essere in gioco sono i nostri beni comuni, esiste qualcosa come appunto il bene comune? In che misura, cioè, è utile parlare di bene comune?

Secondo me a essere problematica non è la parola «comune», bensì la parola «bene». Infatti, per come la vedo dalla mia prospettiva europea, l’estetica tradizionale era diretta verso qualche Bene supremo. Può essere Dio, l’umanità, l’universo ecc.: siamo portati a vedere questo bene comune come un valore sostanziale supremo per cui tutti dobbiamo lavorare. Però la modernità comincia con Cartesio e poi con Kant, ossia con un’etica che non è più quella del bene comune. Per esempio, in Kant si può trovare un’etica puramente formale, un’etica della legge morale. Qui l’etica non può essere in nessun modo politicizzata, nel senso che non è possibile presupporre alcun bene comune. È invece una questione di decisione.

È proprio questo che trovo problematico nella nozione di bene comune. Cos’è un bene comune oggi? Prendiamo l’ecologia. Probabilmente la maggior parte delle persone, sebbene politicamente diverse, sarebbero d’accordo sul fatto che dobbiamo tutti prenderci cura della terra. Ma se si avvicina lo sguardo, si vedrà che esistono molte ecologie su cui bisogna prendere altrettante decisioni. Detto ciò, la mia posizione è qui estremamente folle: per me la politica ha la priorità sull’etica. Non nel senso volgare, per cui possiamo fare tutto ciò che vogliamo, anche uccidere la gente e subordinare così l’etica alla politica, ma in un senso molto più radicale, per cui quello che definiamo bene comune non è qualcosa che abbiamo già scoperto: consiste, piuttosto, nel prendersi la responsabilità di definire ciò che è il nostro bene.

Come molti ecologisti radicali hanno evidenziato, quanta parte dell’ecologia che pretende di lavorare per il bene della natura implica scelte politiche occulte? Quando si sostiene, per esempio, che la Madre Terra deve essere il nostro bene comune e che il nostro pianeta deve prosperare, perché lo si dice? Perché noi umani lo vogliamo, così possiamo sopravvivere. Dal mio punto di vista, l’ecologia è la più grande macchina egoistica e antropocentrica esistente. La natura è folle: è caotica e soggetta a disastri selvaggi, imprevedibili e privi di senso, e noi siamo esposti ai suoi spietati capricci. Non esiste nessuna Madre Terra. In natura ci sono sempre catastrofi, cose che vanno male, qualche volta un pianeta esplode.

Ciò che voglio mostrare è che, se lo si guarda da vicino, quando ci riferiamo a qualche bene comune superiore, esso è sempre – almeno per come la vedo io – definito dalle nostre priorità segrete. Per esempio, la gente può esclamare: «Oh, stanno costruendo un’altra grande città che distrugge la natura, è orribile!». La risposta abituale, anche di molti ecologisti, è che «dovremmo vivere in un modo più naturale, vicino alle foreste», ecc. No! Un mio amico ecologista tedesco, che apprezzo molto, mi ha detto che questo tipo di risposta è, dal punto di vista ecologico, totalmente catastrofica.

Dal punto di vista ecologico, essendoci tanto inquinamento ovunque, la cosa migliore è raccogliere più gente possibile nelle grandi città; sarebbe così estremamente concentrata e ci sarebbe meno inquinamento pro capite, dunque si potrebbero mantenere relativamente puliti i grandi spazi. […] Ciò che mi preme suggerire, a partire dalla mia posizione, non è qualcosa di politico nel senso che la gente solitamente associa alla politica, come la manipolazione a buon mercato, la corruzione, le lotte di potere ecc.; è politico nel senso delle decisioni fondamentali rispetto alla nostra vita sulla terra e alle decisioni collettive rispetto alle quali dobbiamo assumerci piena responsabilità.

Ossessione per l’armonia / identificazione compulsiva

Cosa intendi per «piena responsabilità»? Se il bene comune riguarda le decisioni da prendere, segnatamente nel campo della lotta politica e della crisi ecologica, è un termine che abbraccia la responsabilità anche per quanto riguarda le riforme sociali o la rivoluzione?

Beh, da una prospettiva europea vedo problematica questa saggezza orientale secondo cui esisterebbe una sorta di equilibrio naturale o armonia degli elementi. Non vedo alcuna armonia in questo mondo; al contrario, tutta l’armonia è solo parziale. Cosa voglio dire? Alcune persone, per esempio, sosterrebbero: «Il comunismo è stata una brutta cosa perché era troppo socializzante. Tutto era sociale e non era consentita alcuna individualità. D’altro canto, il capitalismo liberale è troppo individualistico e ognuno pensa solo a se stesso. Dunque, sono entrambi non armoniosi e abbiamo bisogno di una via di mezzo: una società che ha un senso della comunità ma che, ciò nonostante, permette la libertà individuale».

Per niente: io penso che ciò che dovremmo pensare è proprio questo contrasto. Come immaginiamo la libertà individuale? E come immaginiamo il bene comune? Simili questioni appartengono già a un certo campo, sono gli estremi al suo interno. Vorrei innanzitutto mostrare l’assurdità dell’insistenza sul fatto che abbiamo due estremi e sul bisogno di trovare un equilibrio. Questi due estremi fluttuano già l’uno nell’altro: è il motivo per cui la «sintesi» non afferma l’identità degli estremi, ma al contrario la loro differenza. Dunque, la sintesi sottrae la differenza alla «identificazione compulsiva». In altri termini, l’immediato passaggio da un estremo nel suo opposto è precisamente un indice della nostra sottomissione all’identificazione compulsiva. […]

Torniamo quindi al punto: non mi piace l’approccio per cui abbiamo due estremi e dobbiamo trovare un equilibrio, perché tale principio è per me troppo astratto. Possiamo, per esempio, dire che alcuni paesi non hanno democrazia e altri ne hanno troppa, e si può sempre sostenere che abbiamo bisogno di un equilibrio. Ma la rivoluzione reale consiste nel cambiare l’equilibrio stesso: la misura della bilancia. Quando ero giovane, prima della rivoluzione sessuale, si riteneva che ci fossero due differenti punti di vista: da una parte i conservatori, per cui il sesso doveva essere consentito solo all’interno del matrimonio, e dall’altra coloro che spingevano per una sessualità liberata.

Cosa è accaduto? L’equilibrio è totalmente cambiato. Non si può semplicemente sostenere che il vecchio è andato perso e che ora abbiamo troppa libertà sessuale; piuttosto bisogna dire che è proprio la misura di ciò che è estremo a essersi modificata. Dunque, per me questa è la vera rivoluzione. È la totalità che si trasforma, è il cambiamento della misura degli estremi. Ciò si lega all’altra domanda, sulla riforma sociale. Il punto non è se io penso che abbiamo bisogno della violenza per la rivoluzione sociale – naturalmente non mi piace la violenza.

Ma per me riforma significa cambiamenti all’interno dell’ordine esistente: si può dire che adesso abbiamo troppo individualismo, quindi necessitiamo di maggiore responsabilità sociale. Però ciò sta all’interno del campo; al contrario, la rivoluzione è laddove a cambiare sono le regole su cui si fonda la società. Questo è il motivo per cui il capitalismo è stato una rivoluzione radicale, perché l’intera nozione di stabilità si è modificata con il capitalismo o perfino con la democrazia capitalistica: solo con il capitalismo un certa dinamica è diventata parte della stabilità. Se le cose non cambiano, precipitano. Il capitalismo ha trasformato l’intera logica dello spazio sociale. Quando si parla di stabilità, oggi, si intende la stabilità dello sviluppo dinamico. È una logica di stabilità totalmente differente da quella dei tempi premoderni.

Politicizzazione dell’etica

In che modo dobbiamo pensare le nostre responsabilità di fronte a questa nuova logica del capitalismo moderno?

Come ho già detto, sono sospettoso della nozione di bene comune. Penso che non ci sia alcun bene comune prescritto, a priori, dalla natura. Anche per quanto riguarda la natura, quale sarebbe il bene comune? Possiamo dire che la natura ha bisogno di essere equilibrata, così l’umanità può sopravvivere sulla terra. Ma dobbiamo definire l’equilibrio. […] In questo sono decisamente moderno. Prima della modernità, per farla semplice, la gente credeva in un ordine predestinato, ovvero una sorta di armonia globale che noi umani avremmo rovinato, per cui adesso dovremmo farvi ritorno. Non credo a questa soluzione, specialmente rispetto all’ecologia contemporanea. Non penso che ci sia un ordine naturale. Gli ordini naturali sono catastrofici.

Per tornare alla domanda, io sono favorevole alla politicizzazione dell’etica nel senso che noi siamo responsabili non solo nel compiere il nostro dovere o nel lavorare per il bene, ma anche nel decidere che cos’è il bene. Beh, anche quando alcune persone insistono sull’esistenza di una sorta di equilibrio naturale, non è questa una decisione politico-ecologica totalmente coerente. Per esempio, qualcuno potrebbe dire che la popolazione globale è cresciuta eccessivamente, che ci sono troppe persone e abbiamo sviluppato un eccesso di forze produttive, sostenendo quindi che dovremmo incoraggiare malattie infettive cosicché almeno due terzi dell’umanità muoiano, mentre i restanti dovrebbero imparare a vivere più modestamente.

Sarebbe la cosa migliore per la terra e anche per l’umanità. Ovviamente io sono in completo disaccordo con questa visione, ma cosa si può dire a priori contro di essa? Non la si può discutere da un punto di vista ecologico: cosa si può dire, che è un male per la terra? Non lo è, per la terra è probabilmente meglio che dire che ci vuole cibo per tutte le persone viventi. Non sarebbe la cosa migliore per la terra organizzare lentamente la morte di due terzi dell’umanità? Questo è il punto: abbiamo già preso alcune decisioni etico-politiche. Voglio cioè sottolineare che siamo molto più liberi e responsabili di quanto pensiamo. Solitamente è di moda dire – i vecchi marxisti lo fanno spesso – che siamo liberi solo in apparenza: tu vai al negozio e compri quello che vuoi, ma in realtà sei manipolato. È vero, però siamo anche più liberi di quanto pensiamo. Se si crede in qualche tipo di destino, la vita è più semplice.

La cosa difficile è rompere con il destino. […] Penso che il primo passo consista nell’accettare le conseguenze della modernità, che sono di libertà radicale non solo nel senso buono, ma anche nel senso terrificante per cui dobbiamo decidere. Sta completamente a noi. È quello che Jacques Lacan intende quando dice che non c’è il grande Altro (il n’y a pas de grand Autre): non c’è nessuno su cui possiamo contare. Ogni volta che c’è una crisi la gente spontaneamente cerca qualche equilibrio perduto. Tutto ciò ha avuto inizio con Confucio, che considero la forma originaria dell’idiota. Confucio non era tanto un filosofo quanto un protoideologo: gli interessavano non le verità metafisiche, ma piuttosto un ordine sociale armonioso al cui interno gli individui potessero condurre una vita felice ed etica.

Non c’è da stupirsi che il disordine che Confucio vede intorno a sé fornisca ironicamente una buona descrizione di una società realmente democratica. […] L’idea confuciana era che la crisi accade quando l’armonia originale è perduta, e dunque si tratta di restaurare l’armonia. Dobbiamo togliere di mezzo questa idea: non c’è alcuna armonia che dobbiamo o possiamo restaurare. Per l’equilibrio dobbiamo decidere quello che vogliamo, e per questo dobbiamo lottare e combattere.

Estratto dal libro di Slavoj Žižek, Chiedere l’impossibile, a cura di Yong-june Park, trad. it. di Gigi Roggero, Ombre Corte.

Le parole che hanno fatto la storia | Autore: Nelson Mandela

 

– 1964: Discorso al processo per sabotaggio
http://www.guardian.co.uk/world/2007/apr/23/nelsonmandela

– 1990: Discorso post-liberazione
http://www.anc.org.za/show.php?id=4520

– 1993: Discorso in occasione della consegna del Premio Nobel per la Pace
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1993/mandela-lecture.html

– 1994: Discorso per la vittoria dell’ANC
http://www.anc.org.za/show.php?id=3658

– 1994: Discorso come presidente del Sudafrica all’ANC
http://www.africa.upenn.edu/Articles_Gen/Inaugural_Speech_17984.html

– Pubblicazione delle Nazioni Unite in occasione del Mandela day
http://www.un.org/en/events/mandeladay/pdfs/Mandela%20In%20his%20words%20WEB.pdf

Donne discriminate per 4 italiani su 10. Ma gli stereotipi resistono Fonte: redattoresociale.it

Quasi la metà degli italiani (il 46,7 per cento) ritiene che le donne siano vittima di discriminazione. Il 55, 7 per cento pensa che la situazione degli uomini sia migliore di quello delle donne. In entrambi i casi ad avere questa visione sono in maggioranza le donne (49,4 per cento nel primo caso, 64,6 per cento nel secondo). Nonostante questo però tra gli italiani permangono alcuni stereotipi di genere, in particolare viene accettata l’attuale asimettrica divisione dei ruoli: gran parte della popolazione ritiene infatti che “gli uomini siano meno adatti a occuparsi di faccende domestiche”: lo pensano il 75,3 per cento degli uomini ma anche il 73 per cento delle donne. E solo la metà della popolazione è contraria al fatto che “in condizioni di scarsità di lavoro i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini”. Una posizione per le donne maggioritaria ma il 22 per cento è d’accordo e il 20 per cento né d’accordo né contrario. Sono queste le contraddizioni sulla rappresentazione di genere messe in luce dall’Istat nel report “Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere”, presentato oggi a Roma.

Il rapporto sottolinea che gli stereotipi sui ruoli di genere sono meno diffusi tra i giovani, tra le persone con titolo di studio più elevato e tra i residenti del centro-nord. Ad esempio, l’affermazione che è “soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia” trova d’accordo il 43,3 per cento degli under 34 contro il 66, 9 per cento dei più anziani. E che appaiono superati alcuni stereotipi tradizionali sui ruoli di genere: il 77 per cento non ritiene che l’uomo non debba prendere le decisioni più importanti.
Sul fronte delle rinunce, l’Istat rileva che il 44,1 per cento delle donne contro il 19,9 per cento degli uomini riferisce di aver dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o per volere dei propri cari