Rodi, come la “digos” fascista schedava gli italiani. Per la prima volta aperti gli archivi con tutti i documenti segreti Marco Clementi, L’Huffington Post

Rodi, Gruppo Carabinieri Reali – Ufficio Centrale Speciale. Dietro questa sigla si nascose per più di dieci anni, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza, che riuscì a mettere sotto controllo praticamente l’intero Dodecaneso.

Su una popolazione di 130.000 abitanti furono raccolti circa 90.000 dossier, conservati oggi in un archivio unico e per il momento non accessibile agli studiosi, ma che si spera in un paio d’anni potrà fornire materiale in grado di aiutare a rileggere la presenza italiana nel Dodecaneso (1912-1947) e offrire nuovi spunti per la comprensione del fascismo.

Eirini Toliou, la direttrice del locale Archivio di Stato che ha acquisito i fascicoli, sostiene che fu Mussolini a volere questo stretto controllo. Probabilmente, nonostante un governo non disprezzabile, l’Italia non era stata in grado di ottenere la piena fiducia dei dodecanesini. Il luogo, inoltre, meta turistica di prestigio, si prestava allo spionaggio di stranieri residenti o di passaggio, provenienti dal Levante o dall’Europa, alleati o possibili nemici.

Scheda del nominato: così era chiamata la cartella contenente cognome e nome della persona controllata, paternità e maternità, data e luogo di nascita e residenza. In basso il numero di pratica, ossia il dossier, con l’indicazione dell’anno in cui era stato creato. Da quel momento, tutte le successive informazioni venivano allegate nella cartella originale. Persone normali si è detto, come Nichitas Zavolas, nato a Pigadia il 15 marzo 1897, o Teorodo Costantinidi fu Costantino, medico condotto, sul quale il 17 febbraio 1939 i carabinieri scrivono: “In passato fu un fervente irredentista ed era tenuto in molta considerazione dalla popolazione per l’opera che svolgeva a favore dell’unione di queste Isole alla Grecia”. Da diversi anni però (siamo nel 1939) “si disinteressa di politica ed affianca le autorità italiane dando a vedere di essere un leale collaboratore […]. Non è di razza ebraica”.

Cambiano i tempi. Siamo dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. A Rodi è governatore Cesare Maria de Vecchi conte di Val Cismon, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Moderato verso gli ebrei, mantiene il Collegio rabbinico ma deve comunque gestire il formale controllo razziale. Ai cittadini viene fornito un questionario dove specificare, cancellando con un tratto di penna le indicazioni che non interessano, se si appartiene alla razza ebraica (padre o madre), se si è iscritti alla comunità israelitica o se ne professi la religione.

Gli ebrei e gli irredentisti sono tenuti sotto controllo. Si capisce. Ma anche gli amici, come il maggiore della polizia tedesca Rodolfo Kaufmann, numero di protocollo 1229 categoria 2=10=15=1938, o il presidente della compagnia di bandiera “Ala Littoria”, Umberto Klinger, l’onorevole Klinger, che partecipò all’impresa di Fiume e durante la seconda guerra mondiale diresse il 114º Gruppo Autonomo di Bombardamento, protocollo 4950 categoria 2.11.1698-1937. Con lui, i passeggeri dei voli per Rodi, tutti regolarmente segnalati.

Poi i nemici, certo, come Kermeth Arthur Noel Anderson, maggiore comandante le truppe inglesi in Palestina, protocollo 6880 categ. 2.10.41=1933, o il deputato “irakiano” Yassin Taymore (167:1.1-102:1939) e la certissima “agente servizio informazioni cecoslovacco” Margaret Kis, agganciata nel 1936.

Scoppia la guerra e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la cui giurisdizione non era stata estesa alle Isole Egee, diventa a Rodi il “Tribunale speciale per la difesa del Possedimento”, e condanna all’ergastolo Giorgio Chirmicali per aver “portato armi contro lo Stato italiano”. Prigioniero a Taranto, non può neanche ricevere un pacco dal padre Elias. Sono i Carabinieri dell’Ufficio Centrale Speciale a sconsigliarlo il 29 gennaio 1943, considerando il detenuto “non meritevole di alcuna agevolazione” a causa della gravità del crimine commesso.

L’epoca è complessa. Migliaia di ebrei fuggono dall’Europa, ma milioni restano. Alcuni vanno in Francia, altri negli Stati Uniti. Quelli cosiddetti “revisionisti”, convinti che la terra promessa sia la Palestina, si imbarcano come possono diretti verso Haifa. Le navi inglesi bloccano le rotte, affondano navi e carrette del mare entrano nelle acque del Dodecaneso, fanno naufragio. Il Possedimento accoglie i naufraghi. Alcuni ripartono subito, ma altri restano più a lungo, in improvvisati campi profughi. E sono messi sotto controllo. Nel frattempo l’Italia ha occupato la Grecia. I carabinieri collaborano con l’ufficio informazioni del Comando superiore delle Forze Armate dell’Egeo, si passano notizie e dati. Rosa Spiegel, di Bratislava, così come Eugene Reimann, non riceveranno mai alcune lettere inviate dalla loro città natale. Interviene la censura militare, blocca la corrispondenza, traduce e gira ai carabinieri, che aprono nuovi fascicoli. Sono decisi, fermi, ma alla fine trattano bene i profughi. Che nel 1942 vengono trasferiti in Italia, a Ferramonti, in Calabria, e il 16 settembre 1943 saranno i primi ebrei europei ad essere liberati dagli Alleati.

Qualche settimana fa lavoravo al “Titolario”, il vecchio indice dell’archivio amministrativo che fecero gli italiani nel 1942. Tra le tante voci, mi restava come sospesa la classe G del titolo IV: “tipografia, macchine tipografiche, gestione”. Una classe per la tipografia? Che senso ha, quando cose apparentemente più importanti come la costruzione di acquedotti o caserme sono una sottoclasse? Solo osservando le “schede del nominato”, ho capito l’importanza e la necessità di una voce separata dalle altre spese. La tipografia stampava le schede, a Rodi, in segreto. Gestire il potere, allora, osservare senza essere visti, significava avere anche il controllo totale di quelle macchine.

Comunicato Stampa ANPI PIEMONTE : un fantomatico ” coordinamento nazionale per la rivoluzione”

anpipiemonte

Il tentato golpe dell”8 dicembre, “L’Immacolata” da : contropiano.org di federico rucco

Il tentato golpe dell''8 dicembre, “L'Immacolata”

 

La giornata di “mobilitazione nazionale degli italiani” del prossimo 9 dicembre, dovrebbe iniziare nella notte dell’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata. Gli organizzatori, tra cui abbiamo individuato ed indicato parecchi esponenti e organizzazioni neofasciste, hanno scelto questa data per pura casualità? Può essere, ma può essere anche per riconnetterla ad un episodio gravissimo e inquietante della guerra di bassa intensità scatenata nel nostro paese contro la sinistra da parte degli apparati dello Stato, organizzazioni neofasciste e apparati statunitensi. Ci riferiamo al tentato colpo di stato della notte dell’8 dicembre 1970.

 

 

A leggere i nomi dei soggetti coinvolti nel tentato golpe – e che emersero dalla successiva inchiesta – si capisce benissimo che quello che si tentò di attuare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 fu il più serio tentativo di colpo di stato nella storia italiana. Il più serio, non il più riuscito, a questo ci hanno pensato in tempi assai più recenti Draghi, l’Unione Europea e i governi Monti e Letta fortemente voluti e sostenuti dal Quirinale.

 

 

Il “Golpe Borghese” o “Golpe dell’Immacolata”, rappresenta uno dei tanti episodi più gravi della stagione delle stragi di stato o della “strategia della tensione” come è stata ribattezzata. Una parte della DC, partito-stato dell’epoca era disponibile a trasferire sul “fronte interno” la guerra fredda in corso a livello internazionale tra Usa e Urss. Nell’Europa mediterranea, in Grecia, Spagna e Portogallo (i Pigs di oggi) nel 1970 c’erano ovunque dittature militari, il franchismo in Spagna, i colonnelli in Grecia, il salazarismo in Portogallo. E in Italia? In Italia c’era invece il Partito Comunista Italiano, il più forte dell’Europa occidentale e una sinistra extraparlamentare molto ampia e radicata.

 

Il piano golpista era già stato messo a punto ed i gruppi operativi erano già stati creati nel 1969. Il piano prevedeva l’occupazione del Viminale, del Ministero della Difesa, il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e l’assassinio del Capo della Polizia Angelo Vicari. Gruppi armati avrebbero dovuto inoltre impossessarsi delle sedi della RAI per permettere la lettura, ad operazione avvenuta, del proclama da parte del promotore principale dell’impresa. Tra questi il “principe nero”, Junio Valerio Borghese. Nome forte e rispettato, comandante di sommergibili e gruppi incursori durante la seconda guerra mondiale, comandante della X MAS dall’armistizio del 1943 al 1945, fondatore del movimento di estrema destra “Fronte Nazionale”; fu suo il famoso ordine che bloccò l’intera operazione mentre questa era in pieno svolgimento, un ordine di cui non si conoscono né motivazione ne l’eventuale mandante. L’opinione pubblica venne informata dei fatti solo nel marzo del 1971. Il processo iniziò nel 1977 e si concluse nel 1984 con l’assoluzione in appello di tutti i 46 imputati “perché il fatto non sussiste”, ma nella sentenza venne comunque rilevato che l’accaduto “non fu certamente riconducibile a uno sparuto manipolo di sessantenni”. Junio Valerio Borghese se ne era già andato, morì a Cadice, in Spagna nel 1974, dove riparò nelle ore immediatamente successive al fallito golpe al riparo nel paese dominato dalla dittatura franchista.

 

La memoria corta di molti e il fatto che non se ne parli più o poco, non significa che fu un episodio da barzelletta, tantomeno in un paese come l’Italia. Oltre a Borghese, vi sono forti indizi che l’azione godette dell’appoggio di Gladio, dei membri della P2 di Licio Gelli e dei vertici della mafia siciliana nelle persone dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, oltre che del silenzio assenso del capo del SID (Servizio Informazioni Difesa) generale Vito Miceli e di ambienti del Dipartimento di Stato americano. Stando alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta furono i due boss ad ordinare il rapimento del cronista siciliano Mauro De Mauro, sequestrato nel settembre 1970 e mai più tornato a casa. De Mauro, cronista de “L’Ora” di Palermo ed ex combattente della Decima Mas, già nel mirino di Cosa Nostra per le sue indagini sulla morte di Enrico Mattei, ma la sua sorte sarebbe stata segnata dal presunto scoop sul golpe dell’Immacolata, su cui pare sapesse parecchio, e sul quale non mancò di vantarsi con i colleghi di redazione.

 

Al golpe dell’Immacolata non mancò ovviamente l’appoggio di altri movimenti di estrema destra come “Avanguardia Nazionale”, fondato nel 1960 da Stefano Delle Chiaie. Lo stesso Delle Chiaie venne accusato, al processo per il golpe dell’Immacolata, di aver guidato il primo manipolo di golpisti dentro il Viminale, accusa infondata visto che lo stesso Delle Chiaie dimostrò che all’epoca dei fatti si trovava in Spagna. Il suo nome attirò nuovamente l’attenzione degli inquirenti che indagavano sulle stragi di Piazza Fontana del 1969 di della stazione Bologna del 1980. Per i fatti di Piazza Fontana su Delle Chiaie fu spiccato un mandato di cattura internazionale, visto che all’epoca faceva la spola tra Spagna e Sud America dove continuava la sua l’attività fiancheggiando le giunte militari di tutta l’America Latina (dal Cile alla Bolivia all’Argentina).. Estradato in Italia nel 1987 venne processato e assolto da tutte le accuse. Lo scomparso Andrea Barbato disse di lui: “Lei è un imputato particolare, o è un colpevole molto fortunato o è un innocente molto sfortunato”. Ai militanti di Avanguardia Nazionale si sarebbero aggiunti anche quelli del già citato “Fronte Nazionale” di Borghese e del “Movimento Politico Ordine Nuovo”, fondato da Pino Rauti e poi passato nelle mani di Clemente Graziani e Sandro Saccucci dopo il rientro di Rauti nell’MSI.

 

Anche dagli ambienti militari non mancò il supporto all’operazione. Tra i luogotenenti di Borghese vi erano il generale dell’Aeronautica Giuseppe Casero e il colonnello Giuseppe Lo Vecchio, che presero posizione nei pressi del Ministero della Difesa garantendo di avere il beneplacito del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, il generale Fanali. Il maggiore Luciano Berti, alla testa di un gruppo di 187 allievi cadetti del Corpo Forestale partì da Città Ducale e si appostò nei pressi della sede della RAI, azioni simili erano già previste a Venezia, Milano, Reggio Calabria, Verona, in Toscana ed in Umbria. Tutto sembrava pronto, si attendeva solo il segnale convenuto, che poi era la parola d’ordine “Tora Tora Tora” , la stessa dell’attacco giapponese a Pearl Harbour nel 1941.

 

Ma la notte dell’8 dicembre arrivò un contrordine. Invece del via libera al golpe tanto atteso, Junio Valerio Borghese ordinò il rientro immediato dell’intera operazione. A tutt’oggi nessuno conosce con certezza i motivi di tale decisione, l’unico fatto certo fu che Borghese certamente obbedì ad ordini superiori, ma egli si rifiutò fino alla morte di parlarne con chiunque, compresi i suoi più stretti collaboratori. Il processo non ha chiarito molto su questo aspetto e tanto meno come sia stato possibile che tale disegno sia stato concepito in maniera così meticolosa e senza il minimo intoppo all’interno stesso degli apparati dello Stato. Le ipotesi si sprecano: da un lato si pensa al mancato appoggio, che venne a mancare ad operazione in corso da parte di uno dei settori più importanti del progetto golpista: l’ Arma dei Carabinieri,.

 

Interessante in questa vicenda fu anche il ruolo del colonnello dell’esercito Amos Spiazzi (finito nelle indagini per la Rosa dei Venti e oggi animatore di un gruppo di destra). Secondo i sostenitori dello scenario del golpe la notte egli mosse da Milano con una colonna di militanti con lo scopo di occupare Sesto San Giovanni; a suo dire invece, a Borghese fu tesa una trappola, il golpe sarebbe stato utilizzato dalla DC per emanare leggi speciali, e fu lui stesso a telefonare a Borghese avvisandolo dell’imminente pericolo, in quanto l’esercito aveva già avviato la cosiddetta “Esigenza Triangolo”, a supporto delle forze dell’ordine contro eventuali disordini. Secondo Amos Spiazzi, le forze politiche nazionali più legate e devote agli Stati Uniti volevano e dovevano continuare a governare l’Italia a qualunque costo e con qualunque mezzo. Le minacce di colpi di stato erano un pericolo inventato, un modo per poter tenere in piedi un sistema di polizia. In breve, una dittatura pluripartitocratica, a detta di Spiazzi, che “da sessant’anni governa l’Italia non tenendo conto del volere dei cittadini”.

 

A leggere i documenti in circolazione per la “rivoluzione del 9 dicembre” i discorsi non sembrano molto diversi, fortunatamente e al momento, senza militari coinvolti direttamente.

Da stasera tornano i blocchi del movimento dei forconi. L’Anpi: “Massima vigilanza, c’è in mezzo la destra” Autore: fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Partira’ questa sera dalla Sicilia, il blocco dei trasporti degli autoconvocati dell’Immacolata, che potrebbe durare anche diversi giorni e al quale sono pronti a dare man forte frange sciolte di agricoltori, commercianti e piccoli imprenditori che vogliono “mazze e pietre” per cacciare il governo e anche ampi settori della destra.
Il Viminale e’ in allerta non solo per evitare il collasso della circolazione ma anche per il rischio di infiltrazioni da destra, compresa quella degli ultra’, al quale si aggiunge l’allarme su “recrudescenze mafiose” levato dal ministro per la pubblica amministrazione Gianpiero D’Alia. Scritte minatorie contro i trasportatori che lunedi’ saranno al lavoro e contro la Cna sono infatti comparse a macchia d’olio in diverse citta’ e localita’ della Sicilia.
Complice il divieto assoluto di assembramenti nei punti nevralgici della rete stradale, gli irriducibili della protesta in Sicilia, per ora accantonano i blocchi. A dirlo il leader Mariano Ferro in vista delle iniziative previste fino alle 24 del 13 dicembre: “Piu’ che di blocchi, parlerei di presidi di solidarieta’. Faremo volantinaggi, poi non so cosa accadra’. Dipendera’ dal clima e dagli animi che sono molto tesi, ve lo assicuro”.

A Torino, Cna, Cia e Confagricoltura hanno chiesto tutela al prefetto Paola Basilone che ha messo in campo una task force.

 

E anche l’Anpi (Associane Nazionale dei Partigiani Italiani) piemontese ha chiesto massima vigilanza anche perchè sembrerebbe che Torino si sarebber presentati falsi agenti di polizia in borghese che invitano i commercianti a chiudere lunedì prossimo per evitare tafferugli. “Invitiamo tutti gli antifascisti ed i democratici a respingere con fermezza le iniziative illegali messe in atto da questi provocatori”.

 

Non solo, Diego Novelli, ha diramato via rete una nota dove si legge che “Un fantomatico ‘Coordinamento nazionale per la rivoluzione’ attraverso Facebook ha indetto per lunedì prossimo una manifestazione di protesta in tutta Italia rivolgendosi in modo particolare agli ambulanti, ai negozianti, agli autotrasportatori e ad altre categorie invitando il popolo italiano alla ribellione”.

 

Sul fronte dell’ordine pubblico, il Viminale gia’ sa che dovra’ fare i conti con Forza Nuova e Casapound che hanno dato via web la loro adesione invitando chi li segue a manifestare con il tricolore ma senza etichette, come chiedono Ferro e soci. In attesa di valutare le proporzioni dell’agitazione, il ministero ieri ha emanato una circolare ai prefetti che ha esortato i funzionari a non tollerare assembramenti e blocchi, e a procedere agli sgomberi. “Ci e’ arrivata la comunicazione da parte delle Prefetture di Catania, Ragusa, Siracusa e Messina che dice che ci e’ vietato tutto”, ha commentato Ferro aggiungendo: “non possiamo adeguarci: siamo disponibili a farci arrestare”.
Soddisfazione per la retromarcia di due sindacati siciliani – Aias e Forza d’Urto, che hanno disdetto l’adesione – e’ stata espressa dal sottosegretario ai trasporti Rocco Girlanda. “Ritengo doveroso chiarire che lunedi’ non c’ e’ un fermo del settore dell’autotrasporto – ha dichiarato inoltre Girlanda – ma solo di alcuni che aderiscono a movimenti di protesta concomitanti con altre categorie che hanno in animo forme di dissenso eclatanti che stanno assumendo in questi giorni preoccupanti toni di carattere ‘rivoluzionario’, dal quale si discostano tutte le maggiori associazioni dei vettori”.
“Quello di lunedi’ non puo’ essere definito in alcun modo uno sciopero dell’autotrasporto. Nessuna fra le dieci federazioni piu’ rappresentative del settore ha deciso di aderire”, ha detto il presidente di Unatras, Paolo Ugge’. “E’ una protesta che nulla ha a che vedere con i problemi dell’autotrasporto, per i quali le associazioni di categoria hanno sottoscritto con il Governo precisi accordi. Quanto potra’ succedere lunedi’ rientra sempre piu’ in una iniziativa politica che mira alla protesta fine a se stessa e non puo’ trovare la condivisione degli imprenditori del trasporto”.

I vostri commenti al post di Controlacrisi:”Con Renzi segretario, cosa deve fare la sinistra?” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Il suicidio è già cominciato con l’elezione del democristiano di turno” (Enzo Acciaio). La domanda del Post it-Controla crisi (Con Renzi segretario cosa deve fare la sinistra?), questa settimana ha suscitato tra i lettori soprattutto risposte brevi e molto taglienti che sottolineano che il tempo del “recupero” è finito da un pezzo misurando misurando così una sorta di estraneità a quella vicenda da parte della sinistra antagonista; ma c’è stato spazio anche per ragionamenti più articolati. Quasi cinquanta i commenti in tutto. Per Bibi Parodi, per esempio, è l’occasione per “lasciare il pd è cercare di rifondarsi con nuove alleanze, finendo la guerra fra “sinistre”e cercando di essere e stare fra i la gente ,fra i lavoratori ,studenti,per raccogliere il disagio e renderlo azione politica”.

 

Iris Cristofanini pone una domanda: “Perché con un altro cosa cambia?” “Il pd è diviso in 18 correnti – risponde – ognuna delle quali é rappresentata in una fondazione che prende soldi da industriali nn certocper fare i nostri interessi, la linea la detta repubblica e le scelte economiche sono di stampo liberista. Il pd è un partito che al massimo fa discorsi di sinistra e azioni di destra é inimpensabile. L unica soluzione é la costruzione di una sinistra antiliberista”. Una soluzione nella scia della quale sono d’accordo in molti: Ezio Stancich, “Fare un nuovo partito e ricominciare da zero”, Giuseppe LoGatto Di Calabria, “Scegliersi un leader”; Barbara Bandini,” Rimascere come l’araba fenice dalle proprie ceneri!”.La maggioranza dei commenti sono però di stampo catastrofista o fortemente critico mostrando una interpretazione unilaterale del post di Controlacrisi. Uno molto esemplificativo: Ettore Fiorita, “Con Renzi al governo saremo nella cacca piena”. Gli altri, variamente, evocano “il suicidio”, lo “sciaquone”, “la guerra”, “il funerale”, “tapparsi il naso”. Qualcuno si chiede anche, “quale sinistra?”. Renato Tassella, “Che c’entra la sinistra con Renzi? La sinistra è all’opposizione del governo del Partito di Renzi”.

Anche perché, come sottolinea, Vincenzo Giampà, “il Pd e prima i Ds, hanno avuto dalla bolognina di Occhetto in poi sempre tendenze suicide. Con Renzi faranno Karakiri…dato che vuole fondare un partito post democristiano in cui lui possa fare il Podestà radical chic”

Povere pensioni da: controlacrisi.org

Secondo il bilancio sociale dell’Inps, 11,5 milioni di pensionati percepiscono un reddito medio di 10.000 euro lordi annui, pari a 700 euro al mese. Con buona pace di quelli che ci raccontano del conflitto generazionale, sarebbe forse allora il caso di tornare a parlare di classico contrasto fra ricchi e poveri

L’Inps ha presentato giovedì a Roma il suo bilancio sociale 2012. Un rapporto ricco e aggiornato, di un ente che, dopo l’assorbimento dell’Inpdap, gestisce ormai la quasi totalità delle prestazioni pensionistiche (previdenziali e assistenziali) e degli ammortizzatori sociali, oltre ad amministrare le principali banche dati nazionali in materia. Nel 2012, in un paese con un Pil di 1500 miliardi, l’Inps ha pagato prestazioni per quasi 300 miliardi, di cui 261 miliardi di pensioni (237 miliardi di natura previdenziale e 41 miliardi di natura assistenziale), 13 miliardi di ammortizzatori sociali e 10 miliardi di assegni familiari. Nello stesso periodo, ha raccolto 208 miliardi di contributi sociali e ricevuto trasferimenti dallo stato per 94 miliardi. Fra i possibili spunti che emergono dalla lettura del rapporto, proviamo a fare qualche ragionamento focalizzandoci sul valore delle prestazioni pensionistiche erogate.
Le pensioni previdenziali (vecchiaia, invalidità e superstiti) in essere offrono in media 1.029 euro lordi al mese, con una forte differenza di genere: 1.365 euro per i maschi, 822 euro per le femmine. Le prestazioni assistenziali (assegni sociali, pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento) valgono in media poco più di 400 euro lordi al mese. Fra i peggio messi nel comparto previdenziale sono i lavoratori parasubordinati, che, anche escludendo quelli che hanno un’altra pensione da lavoro, arrivano a percepire un beneficio di appena 308 euro al mese, mentre nel comparto assistenziale spiccano gli invalidi civili, con una pensione di appena 273 euro al mese. Se ragioniamo in termini di pensionati, anziché di pensioni (lo stesso individuo può percepire più di una pensione) scopriamo che, su 16,8 milioni di pensionati, 11,5 milioni sono nel gruppo dei più poveri, con un reddito pensionistico medio di 10.000 euro lordi annui (netti, 700 euro mensili), mentre altri 3,8 milioni sono nel secondo gruppo, con un reddito medio annuo lordo di 23.800 euro, ovvero una pensione netta mensile di 1.500 euro.
Sono dati che non mostrano certo una generalità di pensionati ricchi e benestanti, anzi, con tali valori moltissimi pensionati finiscono sotto la soglia della povertà. Con buona pace di quelli che ci raccontano del conflitto generazionale, sarebbe forse allora il caso di tornare a parlare – in termini, bisogna ammetterlo, meno glamour – di classico contrasto fra ricchi e poveri, piuttosto che fra giovani e vecchi. In effetti, esistono 166.000 pensionati con pensioni medie fra 10 e 17 volte il minimo e 20.000 con un reddito pensionistico superiore a 17 volte il minimo, senza contare, per mancanza di dati, le pensioni erogate da Parlamento, Presidenza della Repubblica e altri organi costituzionali. Ma, se il problema è di tipo distributivo (ricchi e poveri) e non generazionale (giovani e vecchi), allora la giusta sede per intervenire sarebbe non il disconoscimento delle passate regole pensionistiche – peraltro di dubbia costituzionalità –, quanto l’adeguamento delle aliquote Irpef sugli scaglioni di reddito più adeguati (1).
Se il valore medio delle prestazioni pensionistiche erogate è basso, deve destare preoccupazione anche il fatto che, contrariamente a quanto era solito, le nuove pensioni liquidate nel 2012 hanno valori medi bassi e in calo, sia pur leggero, rispetto all’anno precedente (1.133 euro lorde al mese, escludendo le pensioni assistenziali), malgrado corrispondano a periodi contributivi molto lunghi (almeno 39 anni le pensioni di anzianità, fra i 27 e i 37 anni le pensioni di vecchiaia). E’ probabilmente l’avvisaglia di un calo che diventerà via via più forte di anno in anno; sia perché ancora per molti anni le pensioni liquidate ai parasubordinati saranno estremamente contenute (perché associate a bassi contributi e anzianità contributive), sia perché iniziano ad andare in pensione sempre più lavoratori che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, e che perciò si ritrovano, a differenza di quelli andati in pensione finora, già con più di metà della loro pensione calcolata con il sistema contributivo.
Certo, gli ulteriori aumenti dell’età di pensionamento e degli anni di contribuzione necessari per accedere al pensionamento previsti per i prossimi anni dalla riforma pensionistica del 2011 dovrebbero servire anche contrastare la riduzione delle prestazioni. D’altro canto, i dati contenuti nella parte del rapporto Inps sugli ammortizzatori sociali suggeriscono l’intempestività della stretta sui pensionamenti e alimentano scetticismo sul futuro: sono 4,4 milioni i lavoratori che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali nel 2012 (contro i 3,8 del 2011), con 2,5 milioni di trattamenti di disoccupazione e 1,6 milioni di trattamenti di Cig. Solo questi ultimi hanno comportato nel 2012 un miliardo di ore di lavoro in meno. È evidente che, se nei prossimi anni il mercato del lavoro non sarà in grado di accogliere tanto i giovani quanto l’aumento dell’offerta di lavoro degli anziani, ovvero se la crisi economica si prolungherà, tanto i conti del sistema pensionistico quanto il livello dei benefici sono destinati a diventare sempre più problematici.
Per chiudere, vale la pena di segnalare un’omissione. È opportuno che la tematica degli stranieri che vivono e lavorano in Italia sia considerata nel rapporto solo per indicare la nazione di provenienza dei lavoratori domestici? Eppure i 5 milioni di stranieri residenti in Italia, ormai il 7% della popolazione complessiva, costituiscono una componente importante, oltre che dell’economia nazionale, anche del sistema di welfare, con un apporto netto largamente positivo (cfr. in proposito il recente rapporto di Lunaria http://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2013/11/i_diritti_non_sono_un_costo-tot..pdf). L’Inps è l’ente che più di ogni altro si interfaccia con i lavoratori stranieri e dispone di dati dettagliatissimi, che purtroppo utilizza solo in minima parte, producendo un rapporto peraltro piuttosto difficile da trovare sul suo stesso sito. Non sarebbe lecito aspettarsi che un bilancio che vuole essere sociale integri al suo interno anche qualche informazione su tale dimensione? (1) Con qualche specifica eccezione legata soprattutto ai trattamenti particolarmente privilegiati dei quali godono, o hanno goduto fino a tempi recentissimi, i dipendenti degli organi costituzionali e alcuni funzionari dello stato o di alcuni enti locali, oltre che alle specifiche modalità con le quali si è intervenuti in salvataggio di alcuni fondi dissestati (ad esempio l’INPDAI), oggettivamente eccessivamente onerose per il sistema pubblico. Su tali situazioni sarebbero auspicabili interventi ad hoc

Crisi, Landini accusa il ministero dello Sviluppo: “Accompagna la delocalizzazione” | Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

Guardando ”alle delocalizzazioni in atto, come nel settore elettrodomestico, siamo di fronte a un ministero dello Sviluppo economico che invece accompagna quei processi”. Cosi’ il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, in un’intervista al Fatto Quotidiano.
Rivolgendosi al dicastero guidato da Flavio Zanonato, sottolinea: ”Quel ministero, oggi, e’ il luogo in cui le imprese impongono il loro punto di vista. Non ha una politica industriale e svolge un ruolo mai visto prima”. Insomma, per Landini ”il governo rischia di favorire le delocalizzazioni, la vendita dei pezzi migliori del nostro paese e quindi un processo di deindustrializzazione”. Alla domanda se oggi andra’ a votare per le primarie del Pd, il leader delle tute blu della Cgil risponde: ”No, non ci sono mai andato. Non e’ quello il mio ruolo”.