ATTIVITA’ DELL’ANPI CATANIA nel 2013

2013      Adesione al comitato NO MUOS

               Adesione alla RagnaTela

               Adesione a Viva la Costituzione

15 DICEMBRE 2012  GIARRE

Inaugurazione della Piazza Peppino Alizzi

 Ricordo di Peppino Alizzi

25 GENNAIO 2013 CATANIA

Giornata della Memoria

Salone della CGIL

Proiezione del Film “LA ZONA GRIGIA”

25 GENNAIO 2013 CATANIA

Giornata della Memoria

Alle ciminiere incontro con gli studenti dell’Istituto “Umberto di Savoia” con presenza della figlia del deportato Antonino Garufi, Felice Rappazzo e Rosario Mangiameli.

26 GENNAIO 2013 CATANIA

Teatro Coppola

La Città Felice, ANPI, Rete delle Città Vicine

“Immagina che il Lavoro”

Relazione su lotte delle donne durante il fascismo e la Resistenza

27 GENNAIO ADRANO

Partecipazione presso la villa comunale al ricordo di Carmelo Salanitro

19 FEBBRAIO BIANCAVILLA

Sala dei Congressi presentazione del libro di Consuelo Lanaia “Padre Nostro”

8 MARZO 2013 BIANCAVILLA

Festa della Donna

Relazione su donne e Resistenza

11 MARZO CATANIA

Incontro sede ArciGay su “Resistenza oggi i valori della Costituzione”

13 APRILE CATANIA

In preparazione del 25 Aprile

Salone CGIL

Presentazione del Libro “Donne ebree in Sicilia al tempo della shoah” di Lucia Vincenti

14 APRILE FIUMEFREDDO

Festeggiamento dei 92 anni del partigiano Antonino Mangano partigiano Mitraglia

Con gli studenti dell’Istituto Giovanni Verga

23 APRILE CATANIA

Salone CGIL

Omaggio a Renata Viganò in collaborazione con La città Felice

25 APRILE CATANIA

CORTEO PROVINCIALE

25 APRILE MISTERBIANCO

Partecipazione al ricordo del partigiano Orazio Costarella

MAGGIO 2013 CATANIA

Teatro COPPOLA

Presentazione del film “ La ragazza col pugno chiuso”

un documentario di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile e  Umberto Migliaccio su

Giovanna Marturano, antifascista, partigiana, protagonista di battaglie politiche e sociali dal dopoguerra ai giorni nostri. Un secolo di storia attraverso lo sguardo di una bimba di 101 anni.

31 MAGGIO 2013  CATANIA

Presso il cinemateatro Francesco Alliata

“Donne e Resistenza” presentazione del film “ Anna Teresa e le resistenti” di Matteo Scarfò a seguire proiezione del film “ Roma città aperta”

8 LUGLIO 2013

CGIL, ANPI

Conferenza stampa alla CGIL  sui 70° anniversario dello sbarco alleato invitato il coordinatore regionale ANPI Ottavio Terranova.

9 LUGLIO 2013

ARCIGAY, CGIL , ANPI

Incontro con il prof. Vanni Piccolo delegato UNAR

“Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e identità di genere”

29 LUGLIO CATANIA

“Siamo tutti DI Matteo” solidarietà al P.M. Di Matteo Sit-in davanti al tribunale.

11 AGOSTO 2013 RANDAZZO

ANPI, CGIL e COMUNE DI RANDAZZO

 concerto “e nel Cuor… l’Italia“  del maestro Leonardo Locatelli con la partecipazione di Federica Tangari. Presso il Chiostro del Palazzo comunale partecipazione di 200 spettatori.

12 AGOSTO 2013 CATANIA

ANPI con varie Associazioni e partiti

concerto “e nel Cuor… l’Italia“  del maestro Leonardo Locatelli con la partecipazione di Federica Tangari. Presso il Cortile Platamone partecipazione  di 200 spettatori.

2 SETTEMBRE CATANIA

Manifestazione in Prefettura contro la guerra in Siria

12 OTTOBRE Catania

Presidio in Prefettura per la difesa della Costituzione con le associazioni e i partiti che aderiscono a Viva la Costituzione.

26 OTTOBRE CATANIA

presentazione del libro di Pier Vittorio Buffa “IO HO VISTO” presso la libreria VOLTAPAGINA

Con la presenza di Enzo Bianco, Rosario Mangiameli, L’autore.

8 NOVEMBRE CATANIA

Centro fieristico Le Ciminiere

1943-2013 a 70 anni dallo sbarco in Sicilia Ricostruzione storica e narrazione pubblica

Organizzata dal liceo Classico Spedalieri

 16  NOVEMBRE

 

CATANNIA convegno  organizzato da ANPI, ANED; ANPPIA e Centro Storico ISSICO “ Dallo sbarco alleato all’avvio della Resistenza.” Aula Magna dell’Istituto Lombardo Radice.  Intervenuti; Petrina Paladino, Rosario Mangiameli, Ermanno Taviani, Felice Rappazzo, Giovanni Burtone.

24 NOVEMBRE

Festa del tesseramento Banchetto a Piazza Stesicoro ore 10.00 ore 13.00

Volantinaggio in difesa della Costituzione

Con Sit-In in difesa del PM Di Matteo.

25 NOVEMBRE CATANIA

Partecipazione alla giornata internazionale contro la violenza di genere

29 NOVEMBRE

L’ANPI CATANIA invitata dall’Ambasciatore dello Stato della Palestina in Italia Dott.ssa Mai Alkaila alla celebrazione della giornata di solidarietà con il Popolo Palestinese.v

Patrianews E’ in uscita il numero di novembre/dicembre 2013 di Patria Indipendente:

 

Patrianews
E’ in uscita il numero di novembre/dicembre 2013 di Patria Indipendente:
Patria Indipendente, numero 10-11 del 2013
                                                                                                                                                                                                                                                                    
Segnaliamo:
–   Sì, il progetto della Resistenza è rimasto incompiuto: intervista al partigiano e storico Claudio Pavone a cura di Natalia Marino  
–   Dibattito sul berlusconismo:
    Berlusconi incarna l’autobiografia di una nazione (in allegato): un pezzo di Marco Revelli – sociologo e storico
    Sarà duro battere l’ideologia del berlusconismo: un pezzo di Miguel Gotor – storico e senatore della Repubblica
–  Carlo Lizzani, regista: una generazione tormentata: profilo a cura di Serena D’Arbela 
Info e abbonamenti su  http://www.anpi.it/patria-indipendente/ 

Stefano Rodotà: “La Corte non ha deligittimato il Parlamento” da: l’espresso

Il giurista analizza il quadro politico dopo la decisione della Corte costituzionale sul Porcellum: “Sarei più cauto di Napolitano nel dire che non si possa scegliere un sistema proporzionale”. Messaggi di stima con Civati, ma critica le Primarie e non andrà a votare

di Luca Sappino

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Stefano Rodotà: La Corte non ha deligittimato il Parlamento
Stefano Rodotà

 

Il parlamento «è legittimo», spiace per Forza Italia e 5 Stelle. La Corte avrebbe compiuto una «scelta politica e invasiva» non intervenendo sul Porcellum. E però, «sarei più cauto di Napolitano nel dire che non si possa scegliere un sistema proporzionale». Stefano Rodotà commenta il dibattito di queste ore: «Non è vero», dice, «che il proporzionale ci condanna alle larghe intese». Poi, sulle primarie del Pd: «non andrò a votare. Con Civati messaggi di stima».

Professore, lei dice che la Corte ha fatto «correttamente» la sua parte. Il professor D’Alimonte invece parla di «intervento invasivo». Gasparri si dice stupito, dall’indiscrezione secondo cui la Corte avrebbe valutato di sancire anche il ritorno al Mattarellum: «non sapevo avesse potere legislativo», ha detto…
«Io invece confermo e sono un po’ sbalordito dal professor D’Alimonte, studioso serissimo, che sa perfettamente che dal 2008 c’era un vizio di costituzionalità nella nostra legge elettorale e che questo doveva essere eliminato. La Corte non ha fatto nessun intervento manipolativo e anzi, se si fosse tirata indietro – come in molti auspicavano – sì, in quel caso, sarebbe stata una scelta politica e invasiva».

Resta il fatto che gli effetti sono enormi.
«Ma non può certo essere colpa della Corte. La colpa è della politica che per anni non è riuscita a trovare un punto di equilibrio. Era noto a tutti che un sistema che assegna, teoricamente, e poi concretamente in un panorama tripolare, la maggioranza dei seggi a chi magari prende il 20 per cento dei voti, fosse incostituzionale. Chi sostiene che la Corte non avrebbe dovuto intervenire, mi dispiace, ma non sa cos’è il controllo di costituzionalità».

Non è però il maggioritario, in generale, ad essere incompatibile con la Costituzione?
«Questa è la prima volta che la corte si esprime su un sistema elettorale. Ora abbiamo eliminato una zona d’ombra, però la Corte non si è spinta oltre, né nel prescrivere un sistema proporzionale né nell’indicare la soglia per cui sarebbe costituzionalmente compatibile un premio di maggioranza. Non sarebbe d’altronde stato nei suoi poteri».

Napolitano però, al contrario, ha rilanciato per il superamento del proporzionale, definendolo un «imperativo». E’ una forzatura della sentenza sul porcellum?
«Napolitano faceva riferimento al referendum del ‘93. Io, comunque, avrei dei dubbi rispetto al fatto che quel referendum impedisca di fare una legge che sia di tipo proporzionale. A venti anni di distanza sarebbe assolutamente possibile che si scegliesse la via del proporzionale».

Chi vuole superare il proporzionale, dice di voler garantire la stabilità.
«Ma è il solito vincolo della governabilità, che viene sostenuto dicendo quelle che a me sembrano plateali stupidaggini, cioè che nei paesi moderni e maggioritari il giorno stesso delle elezioni si sa chi governerà. Quanti giorni ci stanno mettendo in Germania per fare la coalizione di governo? E in Inghilterra? Si fanno ovunque, questa è la verità, governi di coalizione e non è una tragedia. Bisogna avere più fiducia nei cittadini».

Dicono che saremmo condannati alle larghe intese.
«Io che ho speso contro le larghe intese un momento importante della mia vita, spero non sia così. Si dovrebbero fare alleanze, non per forza le larghe intese».

Forza Italia e 5 Stelle sostengono che il parlamento sia illegittimo e che dovrebbero esser riassegnati almeno i seggi ottenuti da Pd e Sel col premio di maggioranza. Lei che pensa?
«Questo non si può dire. Dal punto di vista formale la Corte stessa ha detto che la sentenza non travolge il parlamento. Se questo può fare, come dice la Corte, la legge elettorale, vuol dire che è legittimo. Il problema è semmai la legittimazione politica di questo parlamento».

Pensa alle riforme costituzionali?
«Penso al tentativo di manipolare l’articolo 138, sì, su cui era previsto il voto martedì. Non penso abbiano legittimazione a sufficienza per cambiare la regola stessa della revisione costituzionale».

E per «superare il bicameralismo», come dice Napolitano? In molti, in queste ore, propongono, insieme alla legge elettorale, di abolire il Senato…
«Bisogna vedere bene le motivazioni della Corte e le modalità con cui si vogliono fare queste modifiche. La mia opinione è però che il contesto è cambiato e l’assoluta libertà di intervento che si era assegnata a questo parlamento andrebbe rivista».

Professore, perdonerà l’off-topic. Voterà alle primarie del Pd?
«Non vado a votare. Io non ho mai votato alle primarie del Pd».

E i suoi messaggi con Civati? 
«Non c’è niente di male, sono attestati di stima. Io non vado però a paracadutarmi dall’esterno in un partito, scegliendone segretario e candidati. Poi, se vuole, può anche leggere in queste mie parole una riflessione critica sul metodo delle primarie».

Test a Trapani Birgi dei nuovi droni squalo di Antonio Mazzeo

La Sicilia poligono sperimentale dei velivoli senza pilota destinati ai futuri scacchieri di guerra. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es riferiscono di aver utilizzato a novembre la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, il nuovo aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Il drone è decollato da Birgi per la prima volta il 14 novembre sorvolando sul Mediterraneo per circa 12 minuti alla quota di 2.000 piedi e a una velocità di 170 nodi. Le operazioni sperimentali sono state condotte da un team congiunto Piaggio – Selex con il supporto del personale militare dello scalo siciliano. Nella sua breve attività aerea, il dimostratore è stato scortato da due caccia-addestratori MB.339 dell’Aeronautica militare. Ai test sperimentali hanno contribuito pure la Marina militare e l’Esercito. Un mese prima, infatti, il drone era stato trasferito in Sicilia a bordo della nave da sbarco “San Marco” dopo un ciclo di prove effettuato sulle piste dell’aeroporto di Decimomannu (Sardegna). Il velivolo fu imbragato nel porto di Cagliari da un elicottero CH-47 dell’Esercito italiano e successivamente posizionato sul ponte di volo della “San Marco” diretta a Trapani.
Questo genere di programmi ad elevato contenuto tecnologico determina significative ricadute sull’acquisizione di competenze dell’industria italiana”, ha spiegato l’ufficio stampa del ministero della Difesa. “L’adozione e l’integrazione di tecnologie all’avanguardia a livello mondiale consentiranno un sensibile sviluppo  della capacità di controllo d’area, rendendo possibile la monitorizzazione simultanea ed in tempo reale di un’area di centinaia di Km quadrati, ampliando notevolmente le capacità operative e lo spettro dei possibili servizi fornibili dai sistemi a pilotaggio remoto”. L’Aeronautica militare guarda con particolare interesse allo sviluppo del velivolo prodotto da Piaggio Aereo Industries. Nel giugno 2013, il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, ha dichiarato che lo “squalo martello” potrebbe essere chiamato a sostituire i velivoli senza pilota Reapers, utilizzati dalle forze aeree in Afghanistan e Pakistan e da qualche mese pure nel Canale di Sicilia nell’ambito dell’operazione anti-migranti “Mare Nostrum”. Debertolis ha aggiunto che l’Italia potrebbe ordinare una decina di questi nuovi droni e che gli stessi potrebbero essere dotati di sistemi missilistici o bombe. “I P.1HH sono abbastanza grandi da poter ospitare armi al loro interno”, ha dichiarato il generale. Da drone-spia il velivolo diverrebbe così un drone-killer, consentendo così all’Aeronautica italiana di intervenire in Africa e Medio oriente con un micidiale sistema di morte. “Siamo intenzionati a inviare una lettera d’intenti ad altri paesi partner per promuovere il velivolo”, ha aggiunto il generale Claudio Debertolis. Secondo l’amministratore delegato di Piaggio Industries, Alberto Galassi, lo “squalo martello” è pure il migliore candidato per il programma dell’Unione europea di sviluppo di un prototipo MALE (medium-altitude and long-endurance), cioè in grado di volare a medie altitudine e per lungo tempo.
Il P.1HH “HammerHead” è la versione senza pilota del bimotore P.180 prodotto dalle officine Piaggio e utilizzato in ambito civile e militare da numerosi paesi al mondo. Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. La missione è gestita da una stazione di terra, collegata attraverso un centro di comunicazione in linea di vista e via satellite che consente il controllo remoto dei sistemi di navigazione dell’aeromobile. Il velivolo è stato dotato da Selex ES (gruppo Finmeccanica) di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300”. L’azienda italiana ha pure realizzato le apparecchiature di gestione e controllo del velivolo e del segmento di terra, sulla base del sistema SkyISTAR ideato – come specifica Selex – per “svolgere missioni di pattugliamento; intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR); individuare target puntuali e rispondere alle diverse minacce che spaziano dagli attacchi terroristici all’immigrazione illegale, alla protezione delle zone economiche esclusive, alle infrastrutture e siti critici”.
L’annuncio del primo volo sperimentale dello “squalo martello” da Trapani Birgi è stato fatto in occasione del Dubai Airshow 2013, la fiera internazionale del settore aereo, civile e militare, tenutasi recentemente negli Emirati Arabi Uniti. Dal 2006 Piaggio Industries è controllata in buona parte da Mubadala Aerospace, società aerospaziale della Mubadala Development Company, holding finanziaria del governo di Abu Dhabi e partner del colosso Lockheed Martin (il produttore dei controversi cacciabombardieri F-35 e del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS della Marina militare USA) e di Alenia Aermacchi (Finmeccanica) per realizzare i 48 velivoli d’addestramento M343 acquistati dagli Emirati. A fine novembre 2013, Mubadala Aerospace ha accresciuto la sua quota in Piaggio Aereo dal 33 al 41% a seguito di un aumento di capitale di 190 milioni di euro circa. Contestualmente anche Tata Ltd., società con sede a Londra ma dipendente dal gruppo indiano Tata, ha portato al 44,5% il proprio controllo azionario di Piaggio, mentre l’investitore italiano Piero Ferrari è cresciuto dall’1 al 2%. A vendere, il fondo d’investimento HDI, passato dal 33 al 12,5%.
Negli Emirati, Piaggio Aereo ha pure avviato una partnership strategica con Adasi (Abu Dhabi Autonomous System Investments), holding finanziaria con sede ad Abu Dhabi, per sviluppare un nuovo aereo pattugliatore multiruolo per missioni di sorveglianza (Mmppaa – Multirole Patrol Aircraft). L’accordo del valore di circa 100 milioni di euro prevede la progettazione e la realizzazione di due prototipi entro la fine del 2014. Nonostante l’industria aerea sia ormai in mano quasi esclusivamente a capitali arabi e indiani, il contratto è stato inserito nell’ambito dei programmi di cooperazione militare Italia-Emirati Arabi Uniti.
Il nuovo velivolo sarà destinato a missioni di sorveglianza aerea, pattugliamento terrestre, costiero e marittimo e persino a comunicazioni d’intelligence. L’Mmppaa avrà un’autonomia di volo di 10 ore, un raggio operativo di oltre 6.100 km, una velocità di crociera di 650 km all’ora e verrà equipaggiato con un radar di ricerca e sensori elettrottici ed infrarossi.

Nelson Mandela: la battaglia per la memoria Fonte: Liberazione | Autore: Gennaro Carotenuto

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Metti una sera a cena venisse il bel sorriso ieratico di un elegante vecchio nero dai capelli bianchi. Quasi nessuno lo temerebbe o sarebbe razzista. È successo con Nelson Mandela nella sua età matura, dopo che per tre quarti della sua vita i benpensanti di tutto il mondo si erano uniti nell’odio contro il terrorista e il militante rivoluzionario disconoscendone le ragioni.

 

I quotidiani che oggi lo celebrano hanno difeso per decenni l’apartheid. I politici che lo onorano avevano giustificato quel sistema concentrazionario, che aveva assassinato decine di migliaia di militanti, privato milioni di una vita degna e levato a Madiba molti dei suoi anni migliori, come una triste necessità causata da due fenomeni nei quali il Sud Africa razzista faceva da anello di congiunzione tra XX e XXI secolo: la guerra fredda e le migrazioni.

 

L’apartheid è stato a lungo giustificato come una triste necessità della guerra fredda, come difesa dai neri incapaci di autogoverno rispetto allo splendore degli schiavisti, l’unico argine possibile dai migranti dell’Africa immensa disposti a vivere nelle baraccopoli come Soweto e a rovinarsi la salute in miniere come Marikana. I bianchi erano costretti a difendersi o sarebbero stati spazzati via da quelle masse senza volto e non era possibile quell’utopia ingenua di «un uomo, un voto» che altrove era alla base della legittimazione dell’Occidente. Considerazioni simili furono spese e si spendono per Israele rispetto ad un intorno mediorientale numericamente soverchiante e irrimediabilmente ostile e per il Cile di Pinochet, con l’Henry Kissinger del “non possiamo permettere che [Salvador] Allende vada al governo per l’irresponsabilità del suo popolo”. Quegli africani bianchi, perfino i più ottusi e spietati, restavano “i nostri” e Mandela era il nemico, il sanguinario terrorista.

 

Ma oltre a questa elementare esegesi c’è molto di più di ciò ed è fondamentale ricordarlo e capirlo. La melassa di oggi, con quei coccodrilli già pronti da mesi, è la negazione stessa di Nelson Mandela e della lotta di una vita. La costruzione che ci sottopongono, quella di un “happy ending” per l’ignominia dell’apartheid, senza vincitori né vinti, è semplicemente una narrazione falsa, che ricalca quella della fine della storia alla Fukuyama, scopo della quale è mantenere sul trono l’uomo bianco nella sua infinita saggezza. Il bianco era stato costretto all’apartheid dall’irresponsabilità del nero ma, con il ravvedimento di questo, il bianco era pronto a tendere la mano.

 

Se l’apartheid era stata una triste necessità così, con la fine dell’incubo sovietico, si era potuto permettere di guardare avanti. Nella costruzione retorica c’è il ravvedimento operoso dell’uomo bianco che finalmente può essere generoso e concedere la pace all’uomo nero sconfitto che, dopo una vita di sbagli per i quali è stato giustamente punito, è finalmente diventato saggio, come testimoniano i suoi capelli. È l’uomo bianco che concede a Mandela di uscire dal carcere e che vince comunque. Vinceva da suprematista, vince oggi che concede generosamente un regime democratico disegnato dai Chicago boys e protetto dal FMI, nel quale può permettere di farsi governare dal nemico storico lasciato uscire dal carcere. È la ricostruzione dominante ma non sta in piedi.

 

L’apartheid non finisce perché finisce la guerra fredda o per un atto lungimirante dei razzisti. L’apartheid finisce perché è sconfitto militarmente in guerre che non s’insegnano in nessuna scuola occidentale. L’apartheid finisce perché nel suo delirio espansionista è sconfitto dalle lotte dei popoli dell’Africa australe e deve via via ritirarsi prima dalla Rhodesia, quindi dalla Namibia, infine dall’Angola meridionale. È lì, a Cuito Cuanavale, la più grande battaglia campale in territorio africano dalla fine della seconda guerra mondiale, che si combatte tra la fine dell’87 e l’inizio dell’88 lo scontro militare nel quale è sconfitta l’apartheid. È a Cuito Cuanavale che si aprono le porte del carcere dove è sepolto Mandela da oltre un quarto di secolo.

 

Quando Nelson Mandela afferma -e lo ha fatto inequivocabilmente in molteplici occasioni- che senza Rivoluzione cubana, senza la volontà politica di Fidel Castro, senza il sangue di migliaia di combattenti cubani, oltre che di angolani dell’MPLA di Agostinho Neto, delle milizie armate del suo African National Congress e dei namibiani della Swapo, l’apartheid non sarebbe finita non sta facendo una concessione protocollare ad un vecchio amico e ad un processo storico residuale. Quel giorno, sui campi di battaglia del Sud dell’Angola, i bianchi sudafricani non sono diventati buoni: “sono stati sconfitti”. Quel giorno non si combatteva l’ennesima battaglia per interposta persona al crepuscolo della guerra fredda ma fu, sotto gli occhi di chi poteva guardarlo, il più grande esempio di internazionalismo della Storia.

 

Solo poi venne tutto il resto, la straordinaria capacità di Nelson Mandela di smantellare l’apartheid, di costruire un processo di pace e un nuovo paese. Ma quel processo è comprensibile davvero solo ricordando quel che in mille coccodrilli viene oggi negato: che l’apartheid fu sconfitta e che la pace di oggi fu costruita col sangue di quei combattenti. Mandela è stato un combattente quando è stato necessario combattere per poter diventare un uomo di pace da una posizione di forza. Senza combattere, e senza il decisivo aiuto militare cubano, l’apartheid sarebbe sopravvissuta per molti anni ancora, avrebbe eretto altri muri e sarebbe stata giustificata e difesa ad oltranza ancora da tanti tra quelli che oggi celebrano Madiba.

 

Ieri, nel suo alto discorso, Barack Obama non infinge nel riconoscere che senza Nelson Mandela lui non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. Che differenza di statura rispetto al pensiero unico per il quale ogni progresso sociale, scientifico, culturale positivo in questo pianeta sarebbe figlio dell’Occidente! Obama invece ammette che la legittimazione dell’inquilino della Casa Bianca sia venuta da una spoglia cella di un duro carcere sudafricano. Pretendo troppo nel chiederlo a Barack Obama e sarò io, da uomo libero che nulla ha da guadagnare dalle proprie idee, a completare il sillogismo. Se Barack Obama ammette di dovere la sua presidenza a Nelson Mandela e Mandela ha sempre riconosciuto a Fidel Castro e all’aiuto internazionalista cubano il passaggio fondamentale che ha permesso la sconfitta dell’apartheid (che gli USA difendevano), allora se oggi Obama è alla Casa Bianca lo deve anche alla Rivoluzione cubana.

Come sempre accade in questi casi, ma per un grandissimo come Mandela in particolare, oggi sui giornali come nelle bacheche Facebook di ognuno di noi, si combatte una battaglia per la memoria. Da una parte, il mainstream, che si esalta nel solare sorriso del vecchio saggio. Dall’altra si pubblica il pugno chiuso del militante rivoluzionario. Ma il vecchio saggio è rimasto fino alla fine dei suoi giorni un militante rivoluzionario. Perché essere rivoluzionari, oggi più che mai, è essere saggi

Non c’è pace per i pensionati | Fonte: Liberazione | Autore: Sante Moretti

pensionati

 

La legge di stabilità votata dal Senato non modifica la legge Fornero e introduce alcune misure che peggiorano la condizione dei pensionati e di chi andrà in pensione. Non è credibile l’ipotesi di modifiche alla Camera che si limiterà a discutere il pasticcio dell’Imu.

 

In soldoni. Le pensioni superiori a 1.486 €uro lordi saranno parzialmente rivalutate fino a 2.973 €uro: fino a 1.487 €uro lordi la rivalutazione è piena, tra i 1.487 ed i 1.982 €uro è del 90%, da 1.982 a 2.478 €uro del 75%, da 2.478 a 2.973 €uro del 50%.
Per quelle superiori è abolita la rivalutazione al costo della vita. È eccessivo considerare d’oro una pensione di 3.000 €uro lorde (2.000 €uro nette).
Nel biennio 2012/2013 con il blocco della rivalutazione sono stati sottratti dagli assegni pensionistici di 6 milioni di anziani mediamente 700/800 €uro che non verranno più recuperati: una diminuzione permanente della pensione. La rivalutazione per il 2014 sarà di circa 5 €uro al mese per le pensioni minime, 10 per quelle di 1.000 €uro e di 15 per quelle fino a 3.000 €uro lorde mensili.
Da tempo contestiamo questo sistema di rivalutazione in quanto è maggiore se la pensione è più elevata ed il paniere non è tarato sui consumi degli anziani.

 

Viene introdotto il contributo chiamato di solidarietà per aggirare il parere negativo della Corte Costituzionale che ha annullato quello deciso dal governo Berlusconi e confermato dal decreto “Salva – Italia” con la conseguente restituzione di quanto trattenuto a 35.000 anziani che percepivano pensioni superiori a 100.000 €uro.
Il prelievo è pari al 5% per gli importi di pensione tra i 90.000 €uro annui ed i 150.000 e sale al 10 per gli importi da 150.000 ai 200.000 e del 15% per le eccedenti.
Si sostiene che questo prelievo, poco più di 40 milioni, dovrebbe servire nel prossimo triennio a sperimentare il salario minimo ed a sostenere i poveri. Si dovrebbero vergognare, come si può, per finalità condivisibili che interessano milioni di persone, rendere disponibili 40 milioni in tre anni?

 

Rimane in vigore il prelievo dello 0,3% e dell’1% sulle pensioni in base agli anni di contribuzione versati prima del 1996 degli iscritti ai fondi speciali elettrici, trasporti, dirigenti di azienda ed altri…
Dal 2014 l’età per la pensione di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti salirà a 63 anni e 9 mesi ed a 64 anni e 9 mesi per le autonome (commercianti, artigiane o coltivatrici): per la pensione di anzianità saranno necessari 42 anni e 6 mesi di contributi.
È rimasto intanto tragicamente irrisolta la drammatica condizione degli esodati.

 

È dal 1992 che tutti i governi (cominciò Amato) sono intervenuti sulle pensioni con l’argomento che sul terreno economico il sistema non regge, che è cresciuta la speranza di vita, che le pensioni pesano troppo sullo stato sociale, che il rapporto con il PIL degli altri paesi europei è negativo.
Negli ultimi due anni hanno prelevato 6 miliardi di €uro per tamponare la crisi: una rapina a viso scoperto!

 

L’Inps ha diffuso alcuni dati su cui torneremo. su 16.650.000 pensionati ben 7.200.000 percepiscono meno di 1.000 €uro al mese e di questi 2.600.000 meno di 500 €uro.
Il bilancio dell’Inps 2012 è in passivo di circa 10 miliardi a causa della confluenza dell’Inpdap che vi ha scaricato un analogo disavanzo. Il lavoratori dipendenti, malgrado l’aumento dei disoccupati, è attivo di 1 miliardo e 350 milioni, quello dei precari di 8 miliardi e 716 milioni. Contemporaneamente vengono confermati i pesanti deficit delle gestioni dei lavoratori autonomi, dei dirigenti d’azienda, del clero, dei fondi speciali (trasporti, ferrovieri, elettrici…). E’ confermato da tutti gli osservatori economici un aumento esponenziale delle famiglie a rischio di povertà.

 

Ma i continui interventi sulle pensioni puntano ad un sistema che si basi sulla previdenza integrativa, a rompere la continuità tra salari e pensione (salario differito), a diminuire i contributi (parte del salario), a superare la previdenza pubblica con forme di assistenza.
Sappiamo bene che un confronto vero non si riesce ad aprire in quanto le confederazioni sindacali ed i sindacati dei pensionati non possono mettersi di traverso né al PD né al PDL né tantomeno a Napolitano.
Né le nostre argomentazioni trovano spazio nei mass-media.

Abbiamo rivendicato un tetto alle pensioni, ma riteniamo debba essere esteso ai vitalizi, agli organi costituzionali, alle casse dei giornalisti, dei notai, degli avvocati…come pure ai salari, compensi, emolumenti del settore pubblico e privato. Sappiamo bene che una simile “bolscevica” misura confligge con il sistema di produzione capitalistico ma riteniamo sia l’unico strumento efficace per superare la crisi e praticare un minimo di giustizia sociale

Lo sport della riconciliazione | Fonte: Il Manifesto | Autore: Matteo Patrono

 

L’ultimo saluto all’umanità lo aveva dato tre anni fa su un campo di cal­cio. Tutto vestito di nero: cap­potto, guanti, sciarpa e col­bacco, era una notte di luglio e a Johan­ne­sburg l’inverno australe non per­dona. Faceva un freddo da lupi e nono­stante gli acciac­chi dell’età, Nel­son Man­dela si era pre­sen­tato allo sta­dio di Soweto per salu­tare il suo popolo e il pia­neta intero in occa­sione della finale dei mon­diali di cal­cio tra Spa­gna e Olanda, la prima della sto­ria dispu­tata in Africa. A bordo di una mac­chi­netta elet­trica con la moglie Graca Machel si era fatto un giro di campo in mon­do­vi­sione, avvolto nel calore del pub­blico e nel fra­stuono delle vuvu­ze­las di Soc­cer City. Poi se n’era tor­nato a casa a guar­dare la par­tita in tv, con figli e nipoti.La Coppa del mondo sul suolo afri­cano ce l’aveva por­tata lui, spen­dendo il suo nome di fronte ai padroni del grande circo del foot­ball. «Que­sti mon­diali rap­pre­sen­tano molto più di un sem­plice gioco. Sono il sim­bolo del potere del cal­cio nell’unire gli uomini senza distin­zioni di lin­gua, colore, poli­tica e reli­gione». E pure lo sta­dio di Soweto, pian­tato tra le barac­che e le disca­ri­che della town­ship più famosa di Johan­ne­sburg, in qual­che modo era suo. Lì, l’11 feb­braio 1990, l’ex dete­nuto 466/64 dell’isola-prigione di Rob­ben Island aveva tenuto il suo primo discorso pub­blico da uomo libero dopo 27 anni die­tro alle sbarre. Nel­son Man­dela è stato un genio, un diri­gente poli­tico e moderno con una sen­si­bi­lità straor­di­na­ria nei con­fronti della dimen­sione sim­bo­lica. E in que­sto, lo sport l’ha agito e vis­suto come stru­mento di lotta, libertà e paci­fi­ca­zione. Nel 1995 quando la nazio­nale suda­fri­cana di rugby vinse la Coppa del mondo dispu­tata in casa, Man­dela era pre­si­dente da poco più di un anno. Prima della finale con­tro la Nuova Zelanda, scese negli spo­glia­toi dell’Ellis Park e spiegò ai gio­ca­tori che sì gli Spring­boks erano sem­pre stati l’emblema del potere bianco e sì fra loro poteva con­tare appena un gio­ca­tore nero (il metic­cio Che­ster Wil­liams), ma quella squa­dra che per para­dosso sfi­dava gli All Blacks neo­ze­lan­desi era per lui l’arcobaleno del nuovo Suda­frica libero e mul­ti­raz­ziale. E per­ché il mes­sag­gio arri­vasse chiaro e forte ovun­que, Man­dela andò in campo a con­se­gnare il tro­feo al capi­tano Fra­nçois Pie­naar, indos­sando la stessa maglia verde di quell’afrikaneer grosso e biondo che gli avrebbe chie­sto un giorno di fare da padrino a suo figlio. «Il mat­tino dopo ci sve­gliammo ed era­vamo tutti suda­fri­cani». L’abbraccio com­mosso tra i due uomini, immor­ta­lato da Clint East­wood nel film Invic­tus, è uno dei miti fon­da­tivi della società suda­fri­cana post-apartheid. Il sim­bolo della riconciliazione.Quel pome­rig­gio a Johan­ne­sburg nac­que la leg­genda della Madiba Magic, la capa­cità cari­sma­tica di spin­gere l’uomo, l’atleta, lo sport, oltre l’ostacolo. Chi aveva con­di­viso col futuro Pre­mio Nobel per la pace gli anni di pri­gio­nia a Rob­ben Island, la cono­sceva bene. Intorno alla metà degli anni 60, Man­dela era stato tra i pro­mo­tori della Makana Foot­ball Asso­cia­tion, il board di pri­gio­nieri poli­tici che orga­niz­zava il cam­pio­nato di cal­cio all’interno dell’isola. Ave­vano con­vinto i car­ce­rieri che gio­care a pal­lone era un loro diritto, fin lì negato. Pur essendo lo sport nero per eccel­lenza, Man­dela non si inten­deva di cal­cio, da ragazzo aveva tirato di boxe e pra­ti­cato l’atletica. Però in biblio­teca si era accorto che i suoi com­pa­gni di deten­zione dedi­ca­vano il loro tempo di let­tura tanto al Capi­tale di Marx quanto al Manuale delle regole Fifa. E che in nome del foot­ball, erano addi­rit­tura dispo­sti a met­tere da parte le spac­ca­ture tra Afri­can Natio­nal Con­gress e Pan Afri­ca­nist Con­gress. Fu creata una com­mis­sione disci­pli­nare interna i cui mem­bri tene­vano una fitta cor­ri­spon­denza su tabel­lini, referti arbi­trali e squa­li­fi­che. I gio­ca­tori pote­vano pre­sen­tare appello e difen­dersi davanti a una giu­ria. «Ci dice­vano che non era­vamo per­sone e invece noi dimo­strammo che si poteva avere un rego­lare pro­cesso. Con il pal­lone abbiamo riven­di­cato la nostra dignità».Man­dela non giocò mai nem­meno una par­tita del tor­neo e con l’inizio dell’isolamento gli fu negata anche la pos­si­bi­lità di guar­dare gli altri gio­care. In una cella angu­sta di due metri, si teneva in forma con fles­sioni e corsa da fermo. Nell’estate del 1980 riu­scì a con­vin­cere le guar­die a pre­star­gli una radio per ascol­tare la finale di Wim­ble­don tra McEn­roe e Borg. «Lo sport – scrisse nella sua auto­bio­gra­fia Lungo Cam­mino verso la libertà (Fel­tri­nelli, 1995) – è essen­ziale per la salute, ma soprat­tutto per la pace della mente».Sem­pre a pro­po­sito della Madiba Magic. Un anno dopo i mon­diali di rugby, il Suda­frica ospitò la Coppa d’Africa di cal­cio. Finale tra i padroni di casa e la Tuni­sia, sem­pre lì, a Soweto. Ricorda Linda Buthe­le­zil, cen­tro­cam­pi­sta, 27 pre­senze con i Bafana Bafana, sopran­no­mi­nato Mer­ce­des Benz. «Venne a tro­varci negli spo­glia­toi e disse che in fondo se lui aveva tra­scorso 27 anni in pri­gione, noi pote­vamo anche pas­sare 90 minuti su un campo di cal­cio per difen­dere l’onore del paese e alzare la coppa. Ci abbrac­ciò uno a uno. Tutti quanti, bian­chi, neri, meticci, sape­vamo che avremmo vinto. Come pote­vamo delu­dere que­sto grande uomo che con la sua forza e il suo esem­pio ci aveva rega­lato la libertà?». Vinse il Suda­frica 2–0. Tre anni fa invece la magia non bastò a evi­tare l’eliminazione pre­ma­tura dei padroni di casa e non bastò nem­meno all’Olanda fina­li­sta, per la quale nono­stante le anti­che remi­ne­scenze boere si dice facesse tifo il vec­chio Madiba davanti alla tv. Affet­tuoso omag­gio a quel tuli­pano nero con le trec­cine che nel 1987 gli aveva dedi­cato la con­qui­sta del Pal­lone d’oro men­tre lui era ancora rin­chiuso. «Io, Ruud Gul­lit, sto con Mandela».

Quegli italiani con gli “occhi a mandorla” dietro ai cinesi dei laboratori-lager Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Un laboratorio clandestino cinese in cui si preparavano scarpe con dormitorio attiguo e asilo nido tra i macchinari. L’ennesima fabbrica fantasma svolgeva la sua attivita’ in due villette-opificio ad Albonese e Parona, in provincia di Pavia. Negli ultimi giorni le forze dell’ordine si sono scatenate nei controlli. Dopo il tragico rogo di Prato, e la figuraccia del governo che è corso a dire per bocca del ministro del Lavoro Giovannini che i controlli si facevano eccome, stanno venendo fuori situazioni di sfruttamento e precarietà oltre ogni immaginazione. E non riguardano solo i cinesi. Anzi, come a Prato, dove si è scoperto un giro di certificati falsi gestiti da italiani, in tutti i casi i cittadini del Bel Paese fanno affari d’oro.

Al Sud proprio queta mattina nelle campagne di Villa Liternoè stata scoperta una tratta di migranti che per dodici ore di lavoro venivano pagati 25 euro. Una sorta di Vietnam-Italia che non sembra più così tanto enclave. Il legame stretto tra criminalità e traffici dei cinesi sta venendo fuori in Campania con sempre maggior forza. Del resto basta dare un’occhiata ai numeri. La presenza di imprese cinesi in Campania ha subito un boom senza precedenti negli ultimi dieci anni: oggi se ne contano oltre 3mila, facendo della Campania la regione con la maggiore presenza di ‘lanterne rosse’ nel Sud Italia: dal polo tessile di San Giuseppe Vesuviano ai negozi nella periferia est di Napoli e sulla ex Circumvallazione esterna, che collega il capoluogo campano al litorale domizio. Fino ad arrivare ai recenti primi tentativi di espansione nelle zone dello shopping napoletano.

Boom di presenze in poco tempo anche a Matera, dove la comunità cinese è di quasi mille persone. Ed è pari all’1 per cento della popolazione complessiva e a quasi il 30 per cento di quella straniera. Il primo insediamento risale a circa quindici anni fa in coincidenza con il boom del settore del mobile imbottito di cui Matera e’ stato uno dei centri principali di sviluppo insieme alle vicine citta’ della Puglia, Altamura e Santeramo in Colle. Da quel momento e’ stata una crescita costante.

 

A Pavia, poi, i cinesi lavoravano, per ammissione degli stessi inquirenti, ”anche per griffe di alta moda nazionali e internazionali”. Gli operai, molti con bambini di pochi mesi al seguito, facevano turni lunghissimi e vivevano all’interno delle ‘fabbriche’ in condizioni igienico-sanitarie precarie e in presenza di centinaia di litri di solventi infiammabili dove i carabinieri hanno fatto irruzione dopo una serie di segnalazioni per rumori notturni molesti.

I titolari, due coniugi cinesi entrambi di 30 anni, regolari in Italia (lei con partita iva) si appoggiavano a due proprietari di casa pregiudicati, probabilmente dei prestanome, un uomo di 32 anni e una donna di 46.

I primi sono stati denunciati con l’ipotesi di riduzione in schiavitu’ (che pero’ dovra’ essere suffragata da eventuali denunce degli operai), i secondi per reati edilizi: avevano infatti modificato gli immobili per renderli funzionali al lavoro all’interno del laboratorio ricreando piccoli locali per far dormire i lavoratori e i loro famigliari vicino alle postazioni dove si svolgeva l’attivita’ artigianale. All’interno, gli operai e le loro famiglie, compresi alcuni bambini, dormivano tra taniche di liquidi altamente infiammabili molti dei quali aperti, tra esalazioni dannose per la salute.

 

Anche i carabinieri della Stazione di Parabiago (Milano) dopo una serie di servizi di osservazione nei pressi di un magazzino sospetto a Canegrate, hanno trovato 10 cittadini cinesi, clandestini, al lavoro alle loro postazioni dotate di macchine da cucire per la produzione di tessuti. Nel laboratorio erano state ricavate camere da letto, dove i lavoratori riposavano una volta terminato il turno. Il magazzino era riscaldato con una stufa a pellet che non rispetta le norme di sicurezza, e presentava un’area adibita a camera da letto e una zona dove gli operai cucinavano su un boiler a fiamma viva. I tre titolari, cinesi 50enni, sono stati denunciati per sfruttamento e favoreggiamento di immigrazione clandestina e violazione della tutela della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro.

 

Ancora decine di bombole di gas gpl tenute in condizioni di sicurezza molto precarie, standard di igiene e condizioni abitative del tutto fatiscenti al centro di un altro blitz della polizia, insieme a vigili del fuoco, Ausl e direzione provinciale del lavoro, che ha sequestrato un opificio-dormitorio cinese in via Sardegna, nella zona della stazione ferroviaria di Reggio Emilia. “Una situazione potenzialmente esplosiva”, ha spiegato il vicequestore di Reggio Emilia Cesare Capocasa. In caso di emergenza, infatti, le uscite di sicurezza erano ostruite dalle bombole di gas, che erano dislocate in vari punti dell’edificio causando, potenzialmente, inneschi a catena, in grado di far saltare per aria l’intera struttura. All’interno sono stati trovati trenta cinesi, che lavoravano e abitavano nell’opificio insieme anche ai figli. Tre sono risultati non regolarmente assunti e uno clandestino.

L’edificio, di proprieta’ di una societa’ reggiana, era stato affittato a un datore di lavoro cinese che lavorava soprattutto per aziende emiliane e del Veneto. L’edificio e’ stato sottoposto a sequestro e sono state comminate pesanti sanzioni.

Sequestri simili sono stati effettuati anche in centro-Italia (Fabro), dove una ottantina di operai cinesi lavoravano 12 ore al giorno per non più di 800 euro, quindi poco più di due euro e mezzo l’ora. Si tratta per lo piu’ di giovani, tra cui molte donne, provenienti dalla stessa regione della Cina. Reclutati quasi tutti – e’ emerso dall’indagine – direttamente nel Paese di origine dal loro connazionale denunciato per sfruttamento del lavoro.

L’attivita’, secondo le fiamme gialle, veniva portata avanti a Fabro da almeno quattro anni. Praticamente segregati all’interno di quel luogo di lavoro, i lavoratori dormivano su materassi sporchi e malsani, poggiati anche sui pavimenti, consumando i pasti in un refettorio comune in condizioni igieniche disastrose, disseminato di alimenti avariati o in pessimo stato di conservazione, con a fianco, decine di macchine da cucire. Al termine dell’operazione, denominata ”Fabro Fibra”, i titolari delle due aziende sono stati denunciati per dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali mentre un terzo cinese, il cui scopo era quello di reclutare manodopera in nero per le due ditte in verifica approfittando dello stato di bisogno e di necessita’ dei lavoratori, e’ stato denunciato per sfruttamento del lavoro