Quando il tifo diventa aberrante. Insultato il dramma di Anna Frank da: la repubblica

Quando il tifo diventa aberrante. Insultato il dramma di Anna  Frank

Quando il tifo diventa aberrante. Insultato il dramma di Anna  Frank
L’adesivo della vergogna

Negli ultimi giorni per le strade della Capitale sono comparsi alcuni adesivi che ritraggono la ragazzina ebrea, morta in un campo di concentramento nazista, con la maglia della Roma. E’ l’ennesimo indegno episodio di antisemitismo che ormai da anni contraddistingue il tifo romano
di MATTEO MONTI

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ROMA – Ennesimo episodio antisemita nel cuore della capitale. Non stupisce che, ancora una volta, il pretesto sia quello calcistico. Negli ultimi giorni, affissi su molti semafori e muri di Roma, sono comparsi alcuni adesivi che ritraggono Anna Frank con la maglia della Roma. L’ulteriore conferma di come i confini tra sport e razzismo si siano fatti sempre più labili, e pericolosi.

Sui muri, sui semafori e sulla segnaletica stradale di molte zone della capitale, alcuni adesivi che ritraggono la ragazzina ebrea, che morì in un campo di sterminio nazista, con la maglietta della Roma. La zona maggiormente colpita è quella di Rione Monti, una delle più centrali della capitale, dove gli adesivi campeggiano tutt’oggi, fortunatamente in numero più esiguo rispetto a quello riscontrabile ad inizio settimana. Lo sdegno si è poi trasformato nella pronta rimozione degli stessi: “Non riusciamo a capire il perché di questo tipo di azioni – hanno dichiarato alcuni commercianti di via Leonina-. Il rione viene riempito quasi quotidianamente di scritte e adesivi, ma mai si era arrivato a tanto. Passanti e turisti restavano impietriti davanti i segnali stradali: le persone sono rimaste impressionate da quel tipo di immagine”. Pronta anche la reazione da parte della Comunità ebraica.

UN PASSATO FATTO DI “STELLE” E DI INSULTI – Era lo scorso 26 maggio, data della finale di Coppa Italia vinta dalla Lazio sui giallorossi grazie alla rete di Lulic. Quelli che

credevano potesse essere l’occasione affinché lo sfottò si limitasse alla supremazia di campo, hanno dovuto fare i conti con messaggi ad alto contenuto offensivo e razzista. Striscioni in curva (“La storia è sempre quella, sul petto vuoi la stella”), accompagnati da scritte sui muri dei quartieri popolari della città: “Romanista ebreo”, “Ecco la tua stella”. La reazione era avvenuta ad un mese di distanza, in occasione della ricorrenza dell’86esimo compleanno della società giallorossa quando alcuni tifosi della Roma avevano lasciato sui muri di Testaccio scritte come “Anna Frank tifa Lazio” e “Laziale sionista”. Molti, purtroppo, i precedenti: 29 aprile 2001, durante il derby Roma-Lazio venne esposto uno striscione indirizzato ai tifosi giallorossi con su scritto “Squadra di negri, curva di ebrei”. Il 29 gennaio 2006, in occasione della gara tra Roma e Livorno, nella settimana di commemorazione della tragedia della Shoah, dalla Curva Sud venne issato uno striscione che provocò le reazioni dell’allora presidente Franco Sensi e delle istituzioni tutte: “Lazio-Livorno: stessa iniziale, stesso forno”. Poi i cori del derby del 16 ottobre 2011, anniversario della deportazione di oltre mille ebrei romani, quando, dalla Curva biancoceleste, si udì inveire contro gli avversari romanisti gli slogan “Giallorosso ebreo” e “As Roma Juden Club”. Ancora. Derby del 29 Novembre 1998, dalla Curva nord, un altro striscione: “Auschwitz la vostra patria, i forni le vostre case”. Una lista infinita di offese ad un passato su cui dovrebbe vigere l’imperativo del rispetto e del continuo ricordo, a cui si va ad aggiungere il nuovo episodio a cui hanno assistito sgomenti i cittadini roman

Le ragioni della Corte costituzionale La sentenza appena pronunciata sulla legge elettorale era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa di STEFANO RODOTA’ da: la repubblica


Sono francamente incomprensibili alcuni attacchi alla Corte costituzionale, la cui unica colpa è quella di aver toccato un nervo da troppo tempo scoperto di una politica che ha perduto la dimensione istituzionale. La Corte ha rifiutato d’essere normalizzata, d’essere risucchiata nelle logica delle convenienze e dei rinvii, d’essere considerata parte di un sistema che sfugge regolarmente le proprie responsabilità. Ha così dato un buon esempio di autonomia, mostrando come ogni istituzione possa e debba fare correttamente la sua parte. La vera decisione “politica” sarebbe stata quella di piegarsi alle richieste di ritardare la sentenza, per dare al Parlamento altro tempo oltre quello che già gli era stato generosamente concesso.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la Corte aveva segnalato fin dal 2008 (e con ben tre sentenze) il fatto che la legge elettorale conteneva un vizio di incostituzionalità. Lo aveva fatto con un linguaggio prudente, ma assolutamente chiaro: “l’impossibilità di dare un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione di un premio di maggioranza al
raggiungimento di una soglia minima di voti e di seggi”. Queste parole erano state scritte dall’attuale presidente della Corte, Gaetano Silvestri, che all’indomani del suo insediamento, nel settembre di quest’anno, aveva voluto ribadire una volta di più la necessità di un intervento parlamentare che ci liberasse da una legge costituzionalmente viziata. Lo aveva fatto anche il suo predecessore, Franco Gallo.

La sentenza appena pronunciata, dunque, era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa. Ma proprio questa sua prevedibilità rende ancora più pesante la responsabilità di un Parlamento che è andato avanti per cinque anni come se nulla fosse, portandoci addirittura a nuove elezioni con una legge incostituzionale proprio nel suo punto più significativo, quello della composizione della rappresentanza, radicalmente distorta da un abnorme premio di maggioranza. Il punto chiave è proprio questo. In una democrazia rappresentativa vi è una soglia oltre la quale la manipolazione delle regole finisce con il vanificare il valore del voto espresso da ciascun elettore. E probabilmente è anche questa la preoccupazione che ha indotto la Corte a dichiarare illegittime le norme che, escludendo la possibilità di esprimere preferenze, privano i cittadini della possibilità concreta di scegliere i loro rappresentanti. La legge Calderoli ci aveva trascinato fuori dalla logica rappresentativa, e ci aveva abbandonato in una sorta di vuoto dove la logica costituzionale era stata sostituita dal potere assoluto di oligarchie ristrettissime (venti, trenta persone) di scegliere arbitrariamente 945 parlamentari. E tutto questo era avvenuto all’insegna della pura “governabilità”, parola che aveva cancellato, con una evidente e grave forzatura, il riferimento alla rappresentanza.

Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per valutarne tutte le conseguenze. Ma l’attenzione oggi deve essere rivolta proprio a questi temi generali, senza introdurre argomentazioni improprie come quelle riguardanti il fatto che la Corte ci riporterebbe alla Prima Repubblica. Qual è il senso di questa critica? La Corte avrebbe dovuto evitare di fare il proprio dovere? O doveva addirittura manipolare la legge vigente in modo da renderla gradita a quanti oggi immaginano questa o quella riforma elettorale alla quale affidare equilibri e dinamiche politiche? Davvero in questo modo la Corte si sarebbe sostituita impropriamente alla politica, alla quale invece è stata restituita la responsabilità della decisione. Questo è un segno ulteriore del rigore con il quale la Corte si è mossa, eliminando il vizio rappresentato dal premio di maggioranza, senza cedere ad alcuna tentazione di interventi manipolativi. I critici dovrebbero essere consapevoli di tutto questo.

Nell’esercitare il potere di approvare una nuova legge elettorale, al quale fa esplicito riferimento il comunicato ufficiale della Corte, il Parlamento dovrà tuttavia tenere ben fermi alcuni vincoli che già emergono con grande nettezza. Il primo riguarda il fatto che, legiferando nella materia elettorale, il Parlamento si era finora sostanzialmente ritenuto immune dal controllo di costituzionalità, per la difficoltà tecnica di far arrivare queste leggi davanti alla Corte. Così che proprio le norme fondative della rappresentanza politica avevano finito con il costituire una categoria a sé, autoreferenziale, una zona franca, un territorio dove nessuno poteva penetrare, con effetti negativi per la generalità dei cittadini. Ora questo non sarà più possibile, e la legalità costituzionale potrà ovunque essere ricostruita. Il secondo tipo di vincolo riguarda l’illegittimità costituzionale di meccanismi che alterano il rapporto tra voti e seggi attraverso forzature maggioritarie. In questo modo è possibile restaurare quella democrazia perduta negli anni tristi del Porcellum.

La sentenza non travolge formalmente il Parlamento. Ma sicuramente incide, e profondamente, sulla sua legittimazione politica. Ferma la possibilità di approvare una nuova legge elettorale, comunque rispettosa del contesto ridefinito dalla Corte, davvero non sembra possibile che un Parlamento con un così profondo vizio d’origine possa mettere le mani sulla Costituzione. Fino a ieri questa poteva essere considerata una presa di posizione polemica di qualche politico o studioso. Ora è un dato istituzionale, ineludibile per tutti.

La Costituzione è tornata, e dobbiamo tenerne conto.

Madiba, nei commenti dal mondo la liturgia del “santo subito”, per stracciare i suoi insegnamenti Autore: fabio sebastiani

 

Numerosi i messaggi di cordoglio che sono giunti al Sud Africa da tutte le parti del mondo. Non c’è paese che si sia sottratto alla liturgia del post mortem disegnando una immagine di Madiba, per molti versi, inarrivabile. “Santo subito”, sembra un po’ lo slogan esemplificativo delle varie dichiarazioni ai quattro angoli del pianeta. Gli Usa, in particolare, con Obama in prima fila, che si è addirittura commosso “indiretta” nel ricordare il presidente del Sudafrica. Peccato che l’Anc sia stata sdoganata dalla lista delle organizzazioni terroristiche soltanto pochi anni fa. Da oggi in Usa verranno messe le bandiere a mezz’asta fino al 9 dicembre. In una fase in cui l’occidente costruisce muri sempre più poderosi, reinventando imperialismo e colonialismo, l’insegnamento di Mandela, nonostante tutti gli riconoscano di aver compiuto un mezzo miracolo nell’unificare il Sud Africa, è un insegnamento da archiviare in fretta e furia. Il paese ha perso il proprio padre”, dice Desmond Tutuche ha ricordato Mandela nel corso di una messa celebrata a Citta’ del Capo: i sudafricani dovrebbero fare a Mandela il regalo di un paese unito, ha dichiarato l’arcivescovo anglicano ed ex attivista anti-apartheid, Premio Nobel per la pace, nel corso della cerimonia cui hanno preso parte centinaia di persone. Numerosi giornali sudafricani sottolineano il ruolo di Mandela nella fine del regime dell’apartheid e nel ritorno del Sudafrica alla democrazia, nel 1994: “Sapeva che la riconciliazione era possibile e, cosa fondamentale, possedeva la forza di carattere che gli permetteva di accettare il fatto che un compromesso era altrettanto essenziale della fermezza nei negoziati”, scrive in un editoriale il Business Day. “Il suo ritiro dopo un solo mandato ha costituito un messaggio molto forte all’Africa intera, sottolineando come i principi della democrazia fossero più importanti di qualsiasi persona” prosegue il quotidiano, che – guardando alle elezioni politiche del 2014 – diffida i partiti dallo “sfruttare l’emozione provocata da questa perdita per il Paese per appuntarsi delle vittorie politiche facili ma che possono portare allo scontro”.A ricordare il suo passato antimperialista è il presidente cubano Raul Castro, che in un messaggio via twitter lo ricorda come “il compagno Mandela”, “per il suo esempio, la grandezza della sua opera e la fermezza delle sue convinzioni alla lotta
all’apartheid”.Il Venezuela ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, mentre il Dalai Lama ha espresso “profonda tristezza” per un uomo di “coraggio e di principi e dalla integrita’ inconstestabile”. In un comunicato diffuso sulla sua pagina web, il leader spirituale dei tibetani in esilio ha onorato “un grande amico” per il quale nutriva ammirazione e rispetto. “Con la sua morte – ha detto – il mondo ha perso un grande leader, la cui determinazione ha giocato un ruolo fondamentale nell’assicurare la pace e la riconciliazione”.
Anche Pechino ha reso omaggio a Mandela, “amico fedele del popolo cinese”, “uomo di Stato celebre in tutto il mondo”. “Il popolo cinese ricorderà il suo rimarchevole apporto alle relazioni tra la Cina e il Sudafrica e per la causa del genere umano”, ha scritto il presidente Xi Jinping in un messaggio di cordoglio indirizzato all’omologo Jacob Zuma.

Infine, il ministro italiano Kyenge. “Era una luce, una guida per il suo Paese e mi colpiva il suo sorriso eterno, nonostante le difficolta’ e i soprusi subiti- ha detto – la sua lotta per la non violenza e’ stata per me una fonte di ispirazione, quindi questa notizia e’ molto triste. Ma sono sicura che rimarra’ per sempre un punto di riferimento”.

Cig, Cgil all’attacco: decreto su deroga irricevibile, subito tavolo su ammortizzatori Fonte: rassegna

 

Il testo del decreto in materia di ammortizzatori in deroga, “se dovesse rimanere così com’è”, per la Cgil è “irricevibile” e renderà “ingestibile il fronte sociale investito dalla crisi”. E’ la posizione del sindacato di corso d’Italia espressa oggi dal segretario confederale, Serena Sorrentino, al tavolo convocato dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, sul decreto interministeriale che individua nuovi criteri per gli ammortizzatori in deroga. Come Cgil, afferma la dirigente sindacale, “riteniamo l’intero impianto dello schema di decreto da rivedere. Per questo abbiamo chiesto, e il ministro Giovannini ha accolto, che il dicastero del Lavoro convochi un tavolo tecnico sugli ammortizzatori sociali che affronti nel complesso le criticità presenti allo stato attuale, e che se confermate impediranno la gestione delle crisi aziendali e del bisogno di garantire un sostegno al reddito ai lavoratori coinvolti, tra le quali l’Aspi, la Mini-Aspi, gli ammortizzatori in deroga, i contratti di solidarietà, i fondi di solidarietà, e altro ancora”. Al termine della riunione, fa infine sapere Sorrentino, “il ministro Giovannini ha accolto la richiesta di avviare un tavolo di confronto, aggiungendo che lo stesso decreto potrà essere modificato in relazione alle osservazioni che arriveranno dalle parti”.

E’ morto Nelson Mandela, il combattente della libertà Fonte: Liberazione.it | Autore: Maria R. Calderoni

Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.
All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città.
Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione.
Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta
di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra.
Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

L’eredità immensa di Nelson Mandela, l’uomo che seppe lasciare il potere Fonte: redattoresociale.it

 

di Zachary Ochieng. In esclusiva da News from Africa

NAIROBI – La morte di Nelson, icona dell’anti apartheid, ha lasciato il mondo nella tristezza. Sebbene se ne sia andato all’età di 95 anni, che già in sé è una rarità per qualcuno che ha passato 27 anni in carcere, la sua eredità rimarrà per anni. Poche persone nel pianeta potrebbero eguagliare la sua immagine straordinaria ed è per questo motivo che il mondo sta celebrando la sua vita invece di essere in lutto. Senza dubbio sarà ricordato come uno degli uomini più grandi della storia.

La ricca eredità che Mandela si lascia alle spalle è impareggiabile . Oltre ai suoi risultati politici, ha combattuto per una società giusta che è culminata nella demolizione del regime dell’apartheid. Ha abbandonato il palcoscenico della politica dopo aver servito solo un mandato, preparando la strada per le generazioni più giovani che prenderanno il comando. Molti leader africani sono noti per tenere il potere fino alla morte. Dittatori come Robert Mugabe in Zimbabwe vengono subito in mente. Al potere da quando lo Zimbabwe è diventato indipendente nel 1980, Mugabe ha continuato a rimanere attaccato alla sua posizione.

“Se c’è qualcosa per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela, è la sua determinazione a liberare i sudafricani dall’oppressivo regime dell’apartheid e dalla credenza che non si deve essere per sempre al potere per diventare popolare . È questo il motivo per cui ha servito soltanto un mandato e poi ha lasciato. Questa è una cosa che altri leaders africani dovrebbero imitare”, afferma il Adams Oloo, presidente del Dipartimento delle politiche e delle relazioni Internazionali all’università di Nairobi.

L’ex procuratore generale del Kenya Charles Njonjo, un vecchio amico di Mandela che è stato suo compagno di classe all’università di Fort Hare in Sud Africa, parla di un uomo che era molto intelligente ma rimaneva sempre umile. “Era uno studente infaticabile ma sempre pronto ad assistere gli studenti meno veloci con i loro compiti. Ha mostrato questa umiltà e senso di comprensione quando ha accettato di lavorare con lo stesso regime che lo aveva imprigionato per il bene della ripresa nazionale e della riconciliazione ”, afferma Njonjo.

La straordinaria levatura di Mandela è esemplificata dai 250 premi che ha ricevuto nella sua vita, incluso il premio Nobel per la pace nel 1993. Con il tipo di affetto che il mondo mostra nei suoi confronti, Madiba, come era noto al suo clan, attrarrà molto probabilmente anche premi postumi.

Un grande uomo che era sempre a suo agio con i giornalisti durante le interviste, Mandela ha ispirato molti leaders mondiali, incluso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha visitato il Sud Africa quando Mandela era gravemente malato in ospedale. “Voglio rendere omaggio a questo grande uomo Nelson Mandela per la sua ispirazione. L’Africa dovrebbe accogliere la democrazia e scrollarsi di dosso la cultura della dipendenza dagli aiuti umanitari”, aveva affermato Obama durante la sua visita, ricordandolo poi ieri tra le lacrime dopo la notizia della morte.

Mandela credeva nell’approccio non violento di Mahatma Gandhi per risolvere i conflitti , al quale perciò rendeva omaggio: “Osava esortare la non violenza in un periodo in cui la volenza di Hiroshima e Nagasaki erano esplose su di noi; esortava alla moralità quando la scienza, la tecnologia e l’ordine capitalista l’avevano resa ridondante ; ha sostituito i propri interessi con quelli del gruppo senza minimizzare l’importanza del sé. L’India é il paese di nascita di Gandhi; il Sud Africa è il suo paese di adozione”. Di fatto, Mandela e Gandhi erano uomini con idee simili.

La pandemia di Hiv/Aids senza dubbio è rimasta la principale prioritá di Mandela durante la sua presidenza ed il suo pensionamento. Nel continente africano dimora la maggior parte delle persone malate di Hiv/Aids e Mandela decise che bisognava fare qualcosa per arginare la pandemia. In primo luogo, decise di lottare in prima linea ammettendo che uno dei suoi figli era monto di Aids. Qualcosa di inaudito in Africa fino ad allora. Nessuna famiglia, in particolare una famiglia illustre come i Mandela, avrebbe infatti ammesso di aver perso uno dei propri cari a causa dell’Hiv/Aids. Forse prendendo spunto da Mandela, anche l’ex Presidente dello Zambia Kenneth Kaunda ha ammesso in pubblico la morte di uno dei suoi figli per Hiv/Aids. È questo il tipo di leadership per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela.

Attraverso la sua fondazione Nelson Mandela, che ha lo scopo di promuovere una societá giusta ed imparziale, libera da discriminazioni, egli ha visto l’Hiv/Aids come un’altra guerra che doveva essere combattuta e vinta. Dal 2003, ha sostenuto i concerti “46664” (nome che deriva dal suo numero di identificazione in prigione) che avevano lo scopo di raccogliere fondi e consapevolezza riguardo all’Hiv/Aids.

Pochissime leggende viventi hanno delle giornate internazionali dedicate a loro. Ma per Mandela, il 18 luglio è stato dichiarato Giornata internazionale per Nelson Mandela sin da quando era ancora vivo. La giornata, che coincide con la sua data di nascita, è caratterizzato da atti di carità e gentilezza per dimostrare i valori che lui rappresentava.

Oltre alla fondazione, c’è il Fondo per l’infanzia Nelson Mandela, che supporta i bambini del Sud Africa con la visione di cambiare il modo in cui la societá tratta i propri bambini e ragazzi. Il Progetto Hillbrow Theatre, ad esempio, è un luogo in cui bambini svantaggiati possono esprimersi attraverso l’arte. Attraverso le loro produzioni, gli studenti apprendono importanti capacitá di lavoro di squadra, rispetto reciproco e tolleranza.

Riposa in pace, Tata.

(Traduzione di Sara Marilungo)

Libri & Conflitti. La recensione di Dynamite Girl Autore: valerio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Libri & Conflitti. La recensione di Dynamite Girl

 

 

Libri & Conflitti. Dopo il grande interesse di Un sogno chiamato rivoluzione Filippo Manganaro, grazie a Nova Delphi Libri, torna in libreria con Dynamite girl.

L’estratto

“Gabriella Antolini e gli anarchici italiani in America”. Unʼagiografia anarchica. Mille volte son morti/Come, è indifferente/Con lʼamore nel pugno/Per troppo o per niente/ Han gettato testardi/La vita alla malora/Ma hanno tanto colpito/Che colpiranno ancora.
Era ora che queste parole lapidarie comparissero in un volume di storia, che la storia vedesse raccolti nelle pagine di un libro le decine e centinaia di nomi che vissero con militanza estrema le contraddizioni e le sofferenze dellʼOccidente fanciullo che stava nascendo come prima potenza economica e politica.
Ma era anche il momento che venisse fuori un libro sugli anarchici italiani: triste e travagliata la loro storia. Magri e spauriti gruppi di braccianti, manovali, operai, intellettuali e poeti che si mischiarono tra le folle dei migranti, forse per trovare un mondo migliore in cui vivere, forse per organizzare la rivoluzione dellʼoppresso che tanto desideravano in quegli anni di monarchie, in quegli anni di nuove e pallide democrazie, ma anche di tracollo imminente che si sentiva nellʼaria, trovando in quellʼAmerica terreno fertile.

E Filippo Manganaro in  Dynamite Girl (Nova Delphi libri) racconta tutto ciò magistralmente. Racconta nomi e battaglie, ma non solo. Manganaro riporta un fiume di dati e testimonianze preziosissime sulla traccia che si è lasciata dimenticare dai più, ma anche ricordare da coloro che hanno camminato le stesse strade negli ultimi decenni del XX secolo.

Il Movimento No Global, gli Indignados, Occupy Wall Street, raccolgono le stesse esperienze e le stesse voci, che hanno lasciato numerosissimi documenti, giornali, riviste, quasi sentendo la damnatio memoriae sarebbe arrivata senza farsi attendere.

Dopo “Un sogno chiamato Rivoluzione” Manganaro ritorna in America dove trova una donna. Il filo rosso che, bene o male, si è dipanato tra tutti i personaggi di quegli anni furiosi. Trova Gabriella Antolini, una delle poche donne militanti, in un movimento che ancora non prevedeva lʼemancipazione della figura femminile. Trova lʼeccezione. Unʼeccezione che folgora.
“Nata il 10 settembre del 1900 a Masi Torello, nel ferrarese, emigrata a 7 anni con la famiglia e finita, una decina di anni dopo, sulle prima pagine dei giornali con l’appellativo di “Dynamite girl””.

Non si fece attendere nel farsi sentire questa giovane, che come tutti gli italiani nel primo del ʻ900 combattevano, alla stregua dei negri, la loro battaglia per lʼinserimento in una comunità ostile e diffidente. Una comunità che non solo odiava gli italiani perché fomentata da pregiudizi razziali, ma perché “instabili politicamente” e “potenzialmente pericolosi per la democrazia americana”.

Gli Antolini conobbero subito la fame e la povertà in un mondo che non li accettava, che non poteva accettarli, che tuttalpiù li sfruttava come forza lavoro a basso – bassissimo – costo. Il destino della ragazza era già segnato. Inizia a leggere. Inizia a capire. Inizia a militare tra i Galleanisti, fedeli allʼanarchico Luigi Galleani, fondatore del periodico italiano Cronaca Sovversiva, e militante molto deciso, a detta dei poliziotti prima, e dei fascisti, poi.

Molto decisa era anche la Antolini, giacché raccolse subito la fiducia dei compagni che le affidarono a soli 18 anni, 36 candelotti di dinamite, lʼarma con la quale si sarebbero dovuti vendicare i “fatti di Milwaukee”, lʼennesima manifestazione di violenza omicida da parte delle istituzioni americane ai danni degli italiani anarchici.
Gabriella fu fermata ed arrestata che era ancora sul treno. Il sui spirito romantico allora esploderà tutto nel periodo di detenzione, durante il quale tra le vessazioni subite e i durissimi turni di lavoro imposti alle detenute del carcere, non tradì mai i compagni, riuscendo anche a far calare un alone mitico intorno alla sua figura.
Questo lo scheletro, questa una chiosa riassuntiva. In realtà il volume, strutturato come un saggio storico fa trasparire ben poco della Antolini. Probabilmente lʼinsufficienza delle documentazioni, perdute tra gli archivi di stato, sta alla base di questa scelta, che sotto un certo punto di vista non è affatto deplorevole. Anzi, lʼimmagine della fanciulla, della militante, della donna Gabriella, nella sua essenzialità e nebulosità, traspare tra le vicende turbolente dei compagni anarchici ancora più forte e offre lo stimolo di uno studio ancor più approfondito sulle vicende degli animatori della lotta politica nellʼAmerica di un secolo che ci appare sempre più lontano.
Uno studio che finalmente possa dare dignità vera e tangibile al movimento anarchico e, in generale, ai movimenti che hanno attraversato il mondo capitalistico occidentale, e che possa raggiunga anche livelli accademici. Questo Manganaro lascia sperare. E lo lascia sperare nella maniera più brillante possibile.

Dynamite girl, Filippo Manganaro
Nova Delphi Libri
collana: ITHACA
pagine: 300
prezzo: Euro 12,00
ISBN: 978-88-97376-18-7