CATANIA: Conferenza di Riorganizzazione Provinciale ANPI 13 dicembre 2013 ore 17.30 presso salone CGIL Via Crociferi 40

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Come da indicazioni della Segreteria Nazionale dell’ANPI a Catania il 13 dicembre 2013 è convocata la conferenza di riorganizzazione provinciale.

Si terrà alle ore 17.30 presso il salone della CGIL in Via Crociferi 40

Si procederà a intraprendere misure di potenziamento e innovazione nell’organizzazione provinciale e nel funzionamento degli organi dirigenti, oltre a definire linnee di iniziativa politica e culturale.

Tutti gli iscritti dell’ANPI e i sostenitori dell’antifascismo sono invitati a partecipare.

Santina Sconza Presidente Provinciale ANPI Catania

Maria Callas-Bellini -Norma_ Casta Diva-2 dicembre 1923 nasceva Lei la Divina Maria Callas

Inno dei lavoratori-di Filippo Turati

Incontro con Giulietto Chiesa Adrano 9 dicembre 2013

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Mercoledì 4 dicembre sciopero e manifestazione a catania la RSU

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Fantocci e volantini Fn contro Kyenge

Fantocci e volantini Fn contro KyengeAltro caso di razzismo firmato Forza Nuova. Tre fantocci ricoperti di vernice rossa sono stati trovati a pochi passi dall’ingresso del museo archeologico San Nicola, ad Agrigento. I fantocci sono ricoperti da volantini firmati ‘Forza Nuova’, indirizzati al ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge. Si legge: “L’immigrazione uccide. No ius soli. Kyenge dimettiti”. Al museo, nel pomeriggio, si è tenuta la consegna del trentasettesimo premio “Telamone per la pace”, che quest’anno è stato assegnato proprio al ministro.

Legge di Stabilità, norme sulla casa. L’analisi di Walter De Cesaris Autore: walter de cesaris da: controlacrisi.org

La casa è al centro della legge di stabilità e sul tema della casa si è sviluppato il dibattito più acceso. Eppure, la legge di stabilità non affronta neanche uno dei nodi della sofferenza abitativa in Italia e, qualora di striscio ne affronta qualcuno, lo fa nella direzione opposta a quella che sarebbe utile e necessaria.

 

Questa è la contraddizione fondamentale in cui ci troviamo.

 

Vediamo perché.

 

Per analizzare la situazione venutasi a creare, allarghiamo lo sguardo all’insieme dei provvedimenti in materia che il governo ha assunto da ottobre ad oggi: oltre alla legge di stabilità, giunta alla Camera, dopo il voto di fiducia al Senato, il decreto che ha abolito la prima rata dell’IMU del 2013 e il secondo decreto, di cui ancora non è stato pubblicato il testo definitivo, che contiene il pasticcio che ha scatenato la bufera dei sindaci e che riguarda la seconda rata dell’IMU. Moltissimi si troveranno a pagarla di nuovo, almeno parzialmente, a gennaio e, al di là del merito specifico, si svela fino in fondo l’inganno del governo: scaricare gli oneri ( e anche le proteste) addosso ai comuni. In pratica, ai sindaci viene messa in mano una pistola con un colpo in canna, dicendogli: o spari addosso ai cittadini o spari addosso a te stesso.

 

Ma torniamo alla contraddizione di fondo e sveliamola nei grandi numeri, come fosse una contabilità sociale.

 

I due decreti sull’abolizione dell’ IMU per il 2013 smuovono un importo complessivo di almeno 5 miliardi di euro.

 

L’abolizione dell’IMU (per sempre) per l’invenduto dei costruttori costa circa 250 milioni (molto di più di quanto il governo ha messo nella relazione tecnica).

 

Le misure per l’affitto sono invece in questi numeri: negli annunci 140 milioni di euro (100 per il contributo affitti e 40 per il fondo per la morosità incolpevole), ma nella realtà si tratta della metà perché il governo, ha pubblicizzato uno stanziamento complessivo per un biennio (2014 e 2015). Quindi siamo a uno stanziamento di 70 milioni di euro complessivi.

 

Leggiamo i numeri: 5 miliardi e 250 milioni per la rendita, 70 milioni per l’affitto (sotto forma di sussidi che, poi, alla fine vanno comunque ai proprietari per il tramite degli inquilini indigenti).

 

I grandi numeri rendono evidente il perché della contraddizione: la casa (in quanto rendita) è al centro della manovra del governo mentre in diritto alla casa ne è fuori.

 

Con la legge di stabilità non va meglio. Il centro del dibattito è l’istituzione della IUC (imposta unica comunale). Essa sarà composta dall’IMU (che rimane sulle seconde case e la paga il proprietario), da una nuova tassa sui servizi indivisibili (che pagano sia il proprietario che l’inquilino) e dalla tassa sui rifiuti (che paga solo l’inquilino). I vari giornali e siti specializzati si sono sbizzarriti nei calcoli più fantasiosi ai fini di chiarire quanto pagheranno i proprietari (se di più o di meno e così via). La cosa chiara è comunque che l’importo complessivo di IMU (per le seconde case) e Tasi (per le prime e seconde case) non sarà inferiore a quanto era l’IMU del 2012 (dopo gli aumenti del governo Monti).

 

Noi, però, proponiamo una contabilità sociale. La differenza è che ora la TASI la pagheranno in quota parte anche gli inquilini e per una percentuale che può arrivare fino al 30% del 2,5 per mille del valore catastale dell’alloggio. Tradotto in soldoni, per un alloggio di 150 mila euro di valore, la quota dell’inquilino, per il 2014, può superare i 110 euro in più che si aggiungono agli incrementi che arriveranno sulla tassa dei rifiuti (già quest’anno cresciuta in media del 25%). Si tratta di un nuovo balzello che si abbatte su una condizione già stremata. Il picco raggiunto dagli sfratti (70 mila solo lo scorso anno, di cui il 90% per morosità) è solo al punta dell’iceberg di una situazione “border line”, almeno dieci volte superiore.

 

Invece di agire nel senso di ridurre il peso su questa fascia, lo si aggrava. Questo è il succo della situazione.

 

Non finisce qui. Nelle pieghe della legge di stabilità si scoprono altri scempi che indicano la direzione di marcia di questo governo. La legge di stabilità afferma che le prime case classificate A1 (abitazioni di tipo signorile), A8( (ville), A9 (castelli e palazzi di eminente pregio) hanno diritto alla detrazione di 200 euro sull’IMU dovuta e testualmente aggiunge che “la suddetta detrazione si applica agli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli IACP.”

 

Le case popolari vengono parificate alle prime case di lusso, ai castelli e alle ville e dovranno pagare una imposta pari alla differenza tra quanto dovuto e la detrazione spettante di 200 euro.

 

Con la differenza, non piccola, che per le prime case di lusso, i castelli e le ville, l’imposta non può superare il 6 per mille mentre per le casi popolari può giungere fino al 10,6 per mille.

 

Questo è l’esemplificazione concreta di quello che significa una legislazione a favore della rendita immobiliare: mentre viene tolta per sempre l’IMU sull’invenduto dei costruttori privati, intervenendo così sul mercato al fine di mantenere artatamente troppi alti i prezzi sia per la vendita che per l’affitto, le case popolari, che assolvono un compito straordinario di rispondere a un bisogno invaso di affitti a canone sociale, non solo sono escluse da tale beneficio ma possono arrivare a pagare percentualmente di più di ville, castelli e residenze di lusso.

 

Peccato che di questo, i giornali specializzati in analisi economiche sofisticate, non facciano cenno alcuno.

 

Degli impegni presi dal Ministro Lupi nella Conferenza Stato Regioni del 31 ottobre, dopo le manifestazioni per il diritto alla casa dell’ottobre, ancora nessuna traccia e il consiglio dei ministri che doveva essere convocato entro metà novembre per varare un pacchetto di misure sociali si è perso nel porto delle nebbie. Intanto, però, il governo non è rimasto con le mani in mano. Nel decreto che abolisce (non del tutto e con il pasticcio che i comuni hanno denunciato) la seconda rata dell’IMU per il 2013, il governo ha annunciato il varo di misure che favoriscono la dismissione del patrimonio pubblico con particolare riferimento alla possibilità di regioni ed enti locali di conferire il proprio patrimonio ai fondi immobiliari. Si sta per aprire la battaglia decisiva: il tema è il destino del patrimonio immobiliare pubblico conteso tra un’operazione di finanzirizzazione speculativa a cui guarda il governo e la possibilità del recupero e riuso ai fini sociali e in particolare della residenza popolare.

 

Rimangono, infatti, inevase questioni centrali, come quella del rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, essenziali per rispondere alla domanda senza risposta di abitazioni sociali, certificate dai comuni in un fabbisogno di almeno 650 mila alloggi, mentre assume una dimensione paradossale il fatto che vi siano alcune decine di migliaia di alloggi di edilizia economica e popolare (tra 30 e 40 mila) non assegnate in quanto inagibili, perché bisognosi di interventi di ristrutturazione.

 

Risultano in giacenza presso la Cassa Depositi e Prestiti ancora 1,05 miliardi di euro di fondi ex Gescal la cui finalità esclusiva riguarda l’edilizia residenziale pubblica. A questi vanno aggiunti 572 milioni di euro che lo stato ha prelevato in passato e sta restituendo. Il totale complessivo supera, pertanto, 1,5 miliardi di euro.

 

Un misura assolutamente necessaria e praticabile per avviare il recupero del patrimonio pubblico sarebbe un intervento al fine del rendere immediatamente utilizzabili tali risorse, anche in deroga ai vincoli del patto di stabilità, istituendo anche un “commissario ad acta” in caso di inadempienza delle regioni, così come fatto per i fondi strutturali europei non utilizzati.

 

Intanto, il 31 dicembre prossimo è in scadenza la proroga dell’esecuzione degli sfratti relativamente alla causale della finita locazione e solo per fasce sociali disagiate o con gravi problemi di malattia o handicap. Ciò che sarebbe giusto e necessario, assieme al varo di un piano casa nazionale per incrementare l’offerta di alloggi sociali, sarebbe quello di rinnovare la proroga, estendendola alla morosità incolpevole, causa orma del 90% degli sfratti. Niente di tutto questo, il governo, al momento, non sembra intenzionato a varare neanche la proroga per la finita locazione.

Questo dicembre dovremo rilanciare una grande mobilitazione anche per questa partita che riguarda nuclei anche poverissimi e con gravissimi problemi di handicap e malattia

Logistica, se gli ultimi tra gli ultimi si ribellano al ricatto. Intervista a Nicoletta Frabboni, dei Cobas Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

La lotta dei facchini della Granarolo viene sistematicamente ignorata dai mass media. In realtà si tratta di una lotta importante, perché gli ultimi tra gli ultimi hanno deciso di alzare la testa. Cosa accade?
Le grandi aziende, tipo la Granarolo, esternalizzano la logistica ai consorzi che a loro volta subappaltano alle cooperative. Con i regolamenti costruiti dalle coop stesse, viene agredito non solo il costo del lavoro, ma anche le condizioni del contratto di riferimento. E in questo, va detto, c’è una grossa responsabilità della Legacoop che, nella buona sostanza, lascia fare. Retribuzioni più basse e più dure condizioni di lavoro per i lavoratori, in grandissima maggioranza migranti. In alcuni casi il salario è del 35% in meno. Degli orari di lavoro, poi, non parliamo, la giornata lavorativa effettiva è molto ma molto oltre le otto ore di lavoro. Chi si ribella viene licenziato, come nel caso della filiera di cui è capofila la Granarolo. In quella vertenza si era addirittura arrivati a un accordo che prevedeva la riassunzione dei lavoratori che avevano protestato, riassunzione che invece si è fermata a nove su una cinquantina.

Con la tua esperienza diretta nei Cobas cosa hai potuto osservare?
Sono arrivati da noi dei facchini di una coop di Calderana di Reno; prima un quarantina e poi altri. Abbiamo presentato una piattaforma basata sulla clausola di salvaguardia, norma presente nel settore delle pulizie e non nella logistica guarda caso. Ma a volte la battaglia è molto dura perché le aziende non si fermano di fronte a niente: quello che accade è che le aziende cambiano nome e ragione sociale abbassando continuamente il costo del lavoro. Alla Logima, consorzio “Gli”, si sono inventati una mobilità dopo tre mesi dal cambiamento della ragione sociale. Hanno provato a licenziare donne in maternità obbligatoria, e Cgil, Cisl e Uil di categoria sono rimasti a guardare. Questo accade nella filiera dei salumifici. I Grandi salumifici italiani che si vantano di questo e di quello hanno licenziato le donne in stato di gravidanza. Un bambino è nato una settimana dopo che sua madre aveva impugnato il licenziamento. Su quindici persone dodici erano donne. Ci siamo opposti e le hanno dovute riassumere anche perché c’era la segnalazione alle Pari opportunità.Ci sono casi di aperta illegalità?
Spesso c’è una gestione mafiosa in base alla quale ci sono frequenti provvedimenti disciplinari e gente che non viene chiamata a lavorare. Così ti fanno stare a casa senza pagarti. Così la minaccia del licenziamento funziona. Abbiamo fatto, con il blocco stradale, lotte dure, a cui i lavoratori sono costretti per forza di cose. Cioè, per come funziona la produzione nella logistica, l’unica azione che puoi fare è bloccare il flusso delle merci. I grandi marchi, l’eccellanza italiana nell’alimentare viene colpita nel vivo visto che ormai ogni azienda basa i suoi affari sul just in time. C’è un giro di lavoro nero che è incredibile. Noi abiamo fatto denuncia all’ispettarato in maggio e ancora stiamo aspettando il loro intervento.

Uno delle zone più sensibili, se così possiamo dire è l’interporto di Bologna…
All’interporto lavorano qualcosa come cinquemila lavoratori. Hai idea di tutti gli interporti sparsi in Italia? Nelle campagne ci sono questi grandi magazini isolati da tutto dove accadono le cose più impensabili lontano da ogni testimonianza. Come ti iscrivi al sindacato di base ti licenziano. E allora bisogna andare in massa con un pullmann a dare una mano per i blocchi. A Padova, pochi giorni fa, sapendo che arrivavamo hanno chiuso il magazzino il pomeriggio. In giro c’è un grande fermento,però. Il settore della logistica non subisce crisi, del resto. E’ il settore tra i più trainanti perché le merci si spostano in continuazione. Quasi ogni giorno all’interporto c’è un blocco. Approfittano del fatto che si tratta quasi esclusivamente di forza lavoro migrante, ricattati con il permesso di soggiorno. C’è gente che ha Cud di 3.000 euro con 12 ore di lavoro al giorno. Ti pare possibile?

Per il sindacalismo di base si sono aperte nuove opportunità?
Solo il Sì Cobas segue circa 400 cooperative. L’Adl Cobas ne ha altrettante, soprattutto nel Veneto e nel Friu li e nella zona di Milano, Lazio, Marche.

Come funziona la gestione reale dei lavoratori nelle coop?
La busta paga è fittizia e la metà delle ore vengono trasformate in rimborso così non ci sono versamenti contributivi di alcun genere. Attualmente ci sono grandi trattative in ballo. Alcuni sindacati di base stanno cercando di chiudere un accordo nazionale con i grandi committenti in cui viene contempolata l’applicazione del contratto nazionale, malattia e infortunio e non licenzmento al cambio appalto.