Gallino: “Un colpo di stato è in atto in Italia e in Europa” Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

 

«Le misure della legge di stabilità, per quanto sembrino sorrette da buone intenzioni, in una prospettiva minimamente di sinistra hanno il grave di difetto di continuare a essere più che mai provvedimenti a pioggia, mentre il paese è in emergenza con 10 milioni tra disoccupati, precari, scoraggiati, vale a dire il 40 per cento della forza lavoro attiva – afferma Luciano Gallino, autore di Il colpo di Stato di banche e governi (Einaudi) – Con questi spiccioli buttati qua e là il risultato sarà quasi inesistente».

Cosa ne pensa di quello che il governo chiama «reddito minimo» mentre in realtà è una social card?
Invece di investimenti da 10 o 20 miliardi nel campo del lavoro o sul dissesto idrogeologico si fa una cosina che non servirà nemmeno come esperimento. In Francia dove è stato sperimentato il «reddito di solidarietà attiva», l’esperimento riguardava un milione di persone con un impegno finanziario enormenemte superiore ai 40 milioni di euro all’anno stanziati in Italia. Con queste modestissime risorse non inciderà sulla povertà. Aggiungo che non sono favorevole al reddito minimo. Penso che se ci sono le risorse sarebbero più utili da spendere per creare posti ad alta intensità di lavoro, e soprattutto niente grandi opere. Il reddito minimo è un intervento di portata non direttamente paragonabile a interventi diretti sull’occupazione, ma avrebbe qualche giustificazione se fosse una modalità per superare la congerie della cassa integrazione in deroga, dei sostegni alla famiglie in povertà, dell’Aspi. Si potrebbe mettere ordine integrando tutto nella sola voce del sostegno al reddito per chi non ha occupazione.

Quello in corso in Italia, e in Europa, sarebbe per lei un colpo di stato. In cosa consiste?
Si può parlare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attribuisce poteri che non gli spettano per svuotare il processo democratico. Oggi decisioni di fondamentale importanza vengono prese da gruppi ristretti: il direttorio composto dalla Commissione Ue, la Bce, l’Fmi. I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno passati al direttorio. Se questa non è la fine della democrazia, è crtamente una ferita grave. Pensiamo al patto fiscale, un enorme impegno economico e sociale con una valenza politica rilevantissima di cui nessuno praticamente ha discusso. I parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perchè ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di stato in atto.

Il governo Letta è l’espressione di questo colpo di stato?
Lo è fino al midollo. Perchè tutti i suoi componenti rappresentano l’ideologia neoliberale per la quale l’essenziale è la decisione, che sia rapida efficiente ed economicamente razionale.

Crede che Letta e Napolitano avvertano la difficoltà di mantenere il piano dell’austerità?
Direi che prima se ne rendono conto, meglio sarà per tutti.

Ma è realistica la loro intenzione di ammorbidire l’austerità?
Non lo è, un pò di pioggerella su un grande pascolo non fa crescere i baobab o le sequoie. Gli alberi bisogna piantarli, non innaffiare il prato aspettando che dopo tre o quattro decenni crescano da soli.

Uno degli effetti del colpo di stato è stato l’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione italiana?
È avvenuto in tutti i paesi membri dell’Unione Europea dopo la decisione del consiglio europeo sotto la spinta del direttorio. Bisogna assolutamente rientrare dal debito in 20 anni, riportandolo al 60%. Questo valore è inventato. Poteva essere il 50% o il 70%. Il dogma poi è diventato sacro. Questa decisione impone all’Italia di trovare 50 miliardi di euro ogni anno, per i prossimi venti. Significa l’impossibilità assoluta di farvi fronte. Qualora fosse realizzato questo piano sarà imposta una miseria rispetto alla quale quella della guerra del 40-45 sarà poca. Questa decisione doveva essere discussa, sottoposta a un referendum, per rendere edotti i cittadini di cosa significava.

A cosa è ispirato il progetto politico di chi dirige questo colpo di stato?
La maggior parte dei nostri governanti ha assorbito l’ideologia neoliberale per cui i cittadini non devono pronunciarsi, perchè danno fastidio, si mettono a discutere di cose che non capiscono, intervengono su decisioni che riguardano la loro vita, ma se si prendono alla spiccia è meglio, senza interferenze. La democrazia è un intralcio quando si devono prendere decisioni economiche e finanziarie in modo veloce. Angela Merkel al suo parlamento ha detto che viviamo in un sistema democratico e quindi è corretto che il parlamento esamini le leggi a condizioni che si arrivi a decisioni conformi al mercato. La direttrice dell’Fmi Christine Lagarde sostiene la stessa cosa. Quello che queste due signore auspicano è già avvenuto. I parlamenti non decidono nulla.

Quello che tratteggia sembra un moloch politico-finanziario praticamente inattaccabile. In che modo si può costruire un potere alternativo?
Me lo chiedono sempre, ma le alternative ci sono e gli dedico 35 pagine del libro. La riforma essenziale è quella del sistema finanziario per affrontare la possibilità di una nuova crisi che può esplodere nel giro di pochi anni. Questo sistema è lontanissimo dalle esigenze delle economie reali e dalla produzione di beni utili per la comunità. In Europa si discute di questo dal 2008 senza combinare nulla, salvo pubblicare numerosi rapporti o studi. La riforma dell’architettura finanziaria della Ue è fondamentale, come anche l’intervento sui trattati europei. Siamo arrivati al paradosso che si possono cambiare le costituzioni in due ore, mentre il trattato di Maastricht viene ritenuto immodificabile. Questo trattato ha limiti gravissimi, assomiglia allo statuto di una corporation, mentre sarebbe molto bello che la piena occupazione comparisse non una sola volta come oggi, ma come il suo scopo centrale. Bisogna inoltre modificare lo statuto della Bce. Davanti a 26 milioni di disoccupati e 126 milioni a rischio di povertà persegue la stabilità dei prezzi, mentre dovrebbe regolare il credito e l’attività finanziaria, prestare a enti pubblici a cominciare dagli Stati. Una facoltà che hanno tutte le banche centrali, tranne la Bce.

C’è la legge di stabilità ma manca la politica economica | Autore: roberto romano da: controlacrisi.org

 

Finalmente abbiamo la legge di stabilità. Saranno in molti a sostenere che il percorso politico della nuova maggioranza si è finalmente delineato. Adesso sarà possibile adottare tutti i provvedimenti che permettono al paese di uscire dalle secche in cui si è trovato in questi ultimi anni, e guidare la ripresa economica con tutti i provvedimenti necessari. Se da un punto di vista politico è possibile sostenere la maggiore coerenza dell’attuale maggioranza, la politica economica e pubblica che si manifesta con la “nuova” legge di stabilità è, forse, il vero manifesto della “nuova” politica economica.

Proviamo a farci una domanda semplice: la politica economica del governo è quella di sostenere…….? Nessuno saprebbe dare una risposta univoca. Qualcuno risponderebbe il lavoro via cuneo fiscale; altri l’edilizia via ecobonus; si potrebbe proseguire facendo riferimento alle infrastrutture e ai nuovi investimenti; se proprio si vuole esagerare possiamo considerare il nuovo fondo SIA, cioè il sostegno all’inclusione attiva. Si potrebbe anche declinare la nuova IUC (imposta unica comunale), in sostituzione della vecchia IMU. Se vogliamo esagerare possiamo considerare la possibilità per le banche e le assicurazioni di dedurre in 5 anni le predite legate alle sofferenze.

L’elenco potrebbe continuare per molte altre voci, ma il senso dell’elenco è quello di denunciare l’assenza di una politica economica di qualsiasi colore. Inoltre, le principali misure di politica economica, quelle che metteranno realmente le mani nelle nostre tasche e nelle tasche dello stato, sono annunciate senza che si possa discutere della loro utilità. Al massimo è concesso il vincolo “politico”, quello legislativo è chiedere troppo, di destinare i risparmi della spending review alla riduzione del cuneo fiscale. Al netto dell’effetto marginale del provvedimento in essere, è necessario conoscere che il fisco interviene sempre a margine dei redditi pattuiti nel mercato, realizzando, quindi, una distribuzione marginale dello stesso reddito. Chiedere al fisco di risolvere i problemi di crescita, distribuzione di reddito e produttività, per non parlare di nuovo lavoro, è la più grande menzogna di questi ultimi 20 anni, ma comoda per dissipare il vasto patrimonio di conoscenze che potrebbero facilitare l’uscita dalla crisi, senza essere per forza keynesiani.

La legge di stabilità è la manifestazione plastica della politica italiana: tutti hanno ragione; tutti devono trovare una risposta più o meno plausibile. Nominalmente tutti possono essere riconosciuti, ma la politica economica è qualcosa di più. L’andazzo non è accettabile. Tutti parlano della più grave crisi del capitalismo. Alcuni si spingono a dire che questa crisi è molto peggiore di quella del ventinove, ma la realtà è più stringente: la crisi economica partita nel 2007 per alcuni paesi si è declinata in minore crescita, per altri in stagnazione, per altri ancora in recessione, per i più sfortunati in depressione. L’Italia è l’unico paese europeo, al netto della povera Grecia, che ha vissuto una depressione nel vero senso della parola. 175 mld di euro di minore crescita dell’Italia rispetto alla media europea nel corso di questi ultimi 10 anni, 6 milioni di persone senza lavoro, una riduzione del reddito procapite del 17%, secondo solo a quello della Grecia (meno 14%), potevano suggerire almeno la scelta di chi e di che cosa privilegiare. La politica dovrebbe occuparsi del cosa e del come progettare il futuro. L’attuale governo gestisce male il presente, mentre il futuro è nelle mani del destino. Ma come possiamo lasciare al destino 6 milioni di persone senza lavoro? Come possiamo rinunciare a creare tanto lavoro quanto se ne perde? Come possiamo guardare al futuro se ai giovani neolaureati non offriamo un lavoro coerente con la loro formazione?

Forse un senso nella legge di stabilità e nella nuova maggioranza c’è, ed è nella parodia di Briatore e di Renzi fatta da Crozza suggerita da Nicolò. Non che gli altri siano meglio o peggio, ma sono la fotografia della classe dirigente che rigenera, nei migliori dei casi, se stessa.

“Più Libri Più Liberi”, dal 5 all’8. Per la dodicesima edizione il libro dell’anno scelto dai librai | Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

 

“Parti da un libro”. Con questo slogan per il 2013 avrà il via dal 5 dicembre fino all’8 Più Libri Più Liberi, la dodicesima edizione della fiera nazionale della piccola e media editoria che, come di consueto verrà ospitata a Roma, negli spazi del palazzo dei Congressi. “Parti da un libro – per ripetere le parole di Enrico Iacometti, presidente del Gruppo Piccoli Editori dell’AIE – perché il libro è al centro di ogni attività culturale, dell’informazione, dell’identità e dell’educazione”.Certo oggi i dati “relativi ai libri” non fanno sorridere né editori, né appassionati. L’editoria infatti non vive momenti facili. I dati raccontato che il numero dei piccoli e medi editori è diminuito e mostrano anche un calo del 20% delle vendite.

“Lo stesso assortimento dei libri –aggiunge Iacometti – nelle librerie è calato e quanto spinge i lettori a cercare i testi su Amazon. Una verità che danneggia fortemente l’editoria indipendente” e che aprirebbe un dibattito molto ampio. Eppure l’appuntamento che lo scorso anno ha registrato più di 50.000 visitatori, 293 stand e 415 espositori, quest’anno vedrà 374 espositori, ben 900 ospiti e sarà arricchito da 310 appuntamenti. Come dire? Gli artigiani del libro non mollano e scendono in fiera con i loro sofrozi, la loro passione e la loro voglia di risollevare una crisi che ha colpito duramente il settore.

“Una quattro giorni – ha spiegato Loredana Lipperini, scrittrice – che dà l’opportunità di sondare i nuovi umori dell’editoria” soprattutto per i non addetti ai lavori che avranno la possibilità di accedere alla fiera con un biglietto giornaliero intero di 6.00 euro (ridotto convenzionato 4,00 euro).

Come ogni anno anche per questa edizione non mancherà la presenza di Radio 3 Fahrenheit in diretta dal palazzo ogni giorno dalle 15:00 alle 18:00 fino all’8 dicembre quando verrà proclamato il libro dell’anno.
Una grande novità, accanto a questa tradizione: un altro librò vedrà “la vittoria”, ma in questo caso sarà scelto dai librai.

Una fiera che agli organizzatori costa circa un milione e trecentomila euro. Di questi, precisano, circa 120.000 sono per i dieci giorni di affitto del Palazzo dei Congressi. Fabio Del Giudice, spiega che a finanziare la fiera quest’anno sono stati la Regione Lazio, con circa 200.000 euro, la Provincia di Roma con 100.000, il Comune con 70.000. E poi ancora la Camera di Commercio con 75.000 e a chiudere il Ministero per i Beni culturali, che, rispetto al 2012 quando ha messo a disposizione ben 200.000 euro, per questo ha diminuito il contributo a 60 mila euro, meno di un terzo.

Centinaia gli appuntamenti in programma da poter consultare sul sito http://www.plpl.it, altrettanto numerosi gli ospiti, nazionali e internazionali. Ne ricordiamo solo alcuni, tra cui: Nanni Balestrini, Raffaele La Capria, Massimo Carlotto, Melania Mazzucco, Fabio Stassi, Erri De Luca, Andrea Camilleri, Loredana Lipperini. E poi ancora Edna O’Brien, com Tahar Ben Jelloun, il reporter messicano Diego Enrique Osorno, autore di un libro sulla guerra tra le gang di narcotrafficanti al confine con gli Stati Uniti.

Anche le Biblioteche di Roma saranno presenti con un programma ricco anche nello spazio Ragazzi e con un ciclo continuo di letture ad alata voce e incontri di vera informazione in collaborazione con editori, lettori professionisti e anche volontari.

Tutte le info necessarie e gli incontri si possono consultare su l web http://www.plpl.it. Qui si possono anche consultare i collegamenti diretti ai profili social su Facebook, Twitter (hashtag #piulibri13), Instagram, flickr e you tube.

il convegno Il ’43 in Sicilia tra mafia stragi civili e separatismo da La Sicilia

·        Giovedì 28 Novembre 2013

·        OggiCultura,

 

Rosario Mangiameli
Si tiene a Palermo oggi e domani, a Palazzo dei Normanni, un Convegno storico su “Lo sbarco in Sicilia e il mondo nuovo”, una riflessione sulle vicende del 1943 organizzata dalle Università di Palermo, Messina e Catania con il supporto culturale e organizzativo della Fondazione Federico II e con il concorso di numerosi studiosi di università europee.
La scelta dei curatori è quella di proporre la composizione di un contesto vasto, nazionale e mediterraneo, nel quale leggere gli eventi siciliani di quell’anno. L’occupazione/liberazione della Sicilia, infatti, che comportò una svolta nella partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale, ebbe anche vaste ripercussioni su scala mediterranea ed europea. La caduta del fascismo (25 luglio) e la successiva paralisi dello Stato (8 settembre) sono le prime e più evidenti conseguenze, annunciatesi d’altronde già durante la battaglia per la Sicilia. Sulla nostra isola si manifestò per prima la crisi di consenso del regime fascista, che portò a una scomposta difesa del fronte e al capovolgimento delle alleanze; tale capovolgimento riconosciuto e sperimentato dalla popolazione prima ancora che sancito dall’attività diplomatica e dalla firma dell’armistizio sotto la tenda di Cassibile. Ciò era conseguenza del ruolo centrale che la Sicilia aveva

avuto assegnato nella guerra: retrovia del fronte africano, poi divenuta essa stessa fronte.
La narrazione degli eventi siciliani del ’43 ha conosciuto diverse stagioni in questi settant’anni: le accuse di tradimento ai comandi militari mosse dai gerarchi fascisti, le illazioni sull’aiuto offerto dai mafiosi alle forze da sbarco, la narrazione di una eroica quanto disperata resistenza in contrasto con le accoglienze festose che la popolazione riservava agli alleati, il confronto tra l’attitudine stragista americana e quella tedesca. Infine il confronto tra l’insorgenza separatista e l’avvio di una politica democratica e autonomistica. Sull’analisi questi aspetti e sulla rielaborazione che ne hanno fatto la storiografia e l’industria culturale, si incentra la prima giornata del convegno
La seconda giornata analizza il contesto mediterraneo, ovvero la crisi dei fascismi di esportazione, il caso spagnolo e quello rumeno e perfino le ripercussioni su aree remote come l’Argentina, teatro di una originale rielaborazione delle tendenze populiste e autoritarie già presenti nel modello italiano. La crisi dei sistemi coloniali è un altro aspetto fondamentale che si annunciò nell’Africa settentrionale e che da lì a poco avrebbe avuto seguito in tutti i paesi sottoposti al dominio europeo. Un altra sessione del convegno riassume i temi del coinvolgimento dei civili nella guerra in Sicilia e nel resto d’Italia, si tratta infatti di un importante punto di svolta del 1943 che vede istituirsi anche in Italia la pratica delle stragi, e quell’escalation che dalla discriminazione porta ai programmi di distruzione dei cittadini di origine ebraica.


28/11/2013

Oltre il filo (Trailer) – Pubblicato in data 20/lug/2012 C’è una pagina dimenticata della storia del ‘900, quella dei campi di concentramento italiani dove vennero internati gli abitanti di interi villaggi sloveni e croati e nei quali morirono di stenti migliaia di persone. Il documentario racconta l’inedita storia di un gruppo di bambini sopravvissuti ad uno di quei campi. ‘Oltre il filo’ accompagna i bambini di allora in un viaggio nella memoria. Artisti e studenti dell’Accademia di Lubiana, internati nel campo, riuscirono a ritrarre durante la prigionia i volti e la vita dei detenuti. Ma anche i bambini prigionieri, una volta scappati dal campo, raccontarono con disegni e componimenti inediti quella terribile esperienza. I protagonisti riflettono sui propri traumi, quei segni invisibili che li hanno accompagnati nel corso della vita. Poi rivedono alcuni disegni di allora e rileggono quei componimenti. Una co-produzione ZAVOD KINOATELJE IMMAGINARIA FOCUS MEDIA AGHEROSE in collaborazione con RAI — sede regionale per il Friuli Venezia Giulia con il contributo di Ministrstvo za kulturo Republike Slovenije Sklad za avdiovizualne medije Fondo Audiovisivo FVG Comune di Gonars Grad Rijeka Regia Dorino Minigutti Direttore della fotografia Bruno Beltramini Musiche originali Aleksander Ipavec Montaggio Sanjin Stanić Suono e mixage Francesco Morosini

L’Anpi di catania vuole ricordare Il partigiano Ricci con questo video Intervento di Raimodo Ricci, presidente nazionale dell’ ANPI, alla festa dell’ Anpi Barona di Milano. Prima parte.

“IO DIFENDO LA COSTITUZIONE” insieme all’ANPI, 24/11/2013

ll diritto e la violenza: le tappe di una lentissima evoluzione Fonte: ingenere.it | Autore: Maria Antonella Cocchiara

 

Il nostro ordinamento giuridico è stato a lungo permeato dalla violenza di genere: fino al 1956 era in vita lo jus corrigendi e solo nel 1996 lo stupro è stato inserito tra i reati contro la persona. Nonostante oggi quelle leggi non esistano più, sopravvive l’immaginario che le alimentava. Per questo inasprire le pene non basta, è necessario aggiungere azioni sociali e culturali. L’esempio inglese.

Nonostante la crescente sensibilità della gravità del fenomeno, nonostante la mobilitazione di associazioni femminili, femministe e, di recente, anche maschili per contrastare ogni forma di violenza di genere anche attraverso una condivisa riflessione critica sull’immaginario culturale maschile che supporta e talvolta addirittura giustifica queste violenze, il numero di “donnicidi” in Italia è costante pur in presenza di una complessiva riduzione degli omicidi [1]. Una “cultura della violenza” che sopravvive alle diverse (ed evidentemente ancor deboli) azioni di contrasto e continua ad alimentarsi di luoghi comuni sull’identità maschile, secondo il modello dell’uomo forte e autoritario, destinato “per natura” a possedere e a comandare. Ferite, percosse che uccidono, ma che – quando non uccidono – lasciano nelle vittime della violenza segni indelebili e più profondi di quelli esteriori. La violenza sulle donne, comunque essa si manifesti, come violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, costituisce un crimine che annichilisce, toglie la stima di sé, sottrae ogni certezza, demolisce l’autostima.

A chi, sull’esempio di certa stampa superficiale e scandalistica, motiva la violenza maschile sulle donne indugiando sulla gelosia, il raptus o il “troppo amore”, si può rispondere che «ciò che arma la mano di una persona violenta è un irrazionale desiderio di possesso a tutti i costi» [2] all’interno di relazioni tuttora asimmetriche tra i due generi. E tuttavia è naturale chiedersi: come è possibile che nel nostro paese sia ancora così radicata una mentalità tanto arcaica, patriarcale, che rimanda la relazione intima al desiderio di dominio sul corpo delle donne? Una mentalità che configura il rapporto di coppia in termini di controllo e non di fiducia e condivisione?

Qui entrano in gioco la storia, i miti, alcune radicate tradizioni, o meglio il “peso di certe tradizioni”, che per troppo tempo sono state considerate come un valore positivo anziché un evidente disvalore. Alla base delle percosse, delle lame e delle pallottole c’è un retaggio antico, che purtroppo perdura anche nell’Italia del 2000: «C’è – osserva Anna Baldry – la volontà di poter controllare, fin nei minimi dettagli, la vita di un’altra persona. Di punirla per essersi sottratta» a tale controllo.

Nel nostro Paese, i precetti religiosi sono stati a lungo piegati a giustificazione di un ruolo sottomesso delle donne al “capo-famiglia”, prima il padre e poi il marito; i valori, le tradizioni e persino le leggi che consideravano la violenza domestica contro donne e minori un “fatto naturale”, normale, addirittura giustificabile e socialmente accettato sono state dominanti per un tempo superiore a quanto si possa immaginare, rendendo a lungo opaca, se non invisibile, la violenza di genere proprio perché essa coincideva con quei valori.

Il nostro ordinamento giuridico è stato, del resto, permeato a lungo di violenza, alimentandosi di disvalori considerati “valori insopprimibili” e di un “immaginario patriarcale” che ha segnato profondamente la storia e il diritto dell’Europa medievale, moderna e contemporanea [3].

Basti pensare che, dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione e, in particolare dell’art. 29 che proclama la “eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”:

– solo nel 1956 la Corte di Cassazione ha deciso che al marito non spettava nei confronti della moglie e dei figli lo jus corrigendi (art. 571 c.p.), ossia il potere educativo e correttivo del pater familias che comprendeva anche la coazione fisica;

– solo tra il 1968 e il 1969 la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie;

– solo nel 1975 il nostro ordinamento giuridico ha sostituito la famiglia strutturata gerarchicamente con un nuovo modello di famiglia paritaria;

– solo dopo la legge n. 442 del 5 agosto 1981, che ha abrogato la rilevanza penale della causa d’onore, la commissione di un delitto perpetrato per salvaguardare l’onore proprio e della propria famiglia (art. 587 c.p.) non sarebbe stato più sanzionato con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente, cancellando così il presupposto che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” costituisse una provocazione gravissima tanto da giustificare la reazione dell’“offeso”;

– e sempre dopo tale legge del 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituto del “matrimonio riparatore” (art. 544 c.p.), che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore della famiglia;

– solo nel 1996, dopo circa vent’anni di iter legislativo, sarebbe stata approvata la legge n. 66 che, nel dettare nuove “Norme sulla violenza sessuale”, trasferiva questo reato dal Titolo IX (Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) del codice penale al Titolo XII (Dei delitti contro la persona).

Ritardi che sono espressione evidente delle resistenze e della difficoltà di estirpare nel nostro Paese le radici delle asimmetrie tra i sessi e, di conseguenza, della violenza di genere.

Oggi quell’immaginario patriarcale non è più presente nelle leggi, nei codici e nella giurisprudenza, ma ha lasciato segni profondi ed evidentemente continua a sopravvivere nei comportamenti di molti uomini.

E allora, che fare? A un problema complesso si devono dare risposte articolate che affrontino la questione secondo un approccio integrato, capace di mettere in campo strategie e interventi di diversa natura.

Interventi di vario tipo, non limitati all’inasprimento delle pene a carico dell’autore della violenza. La repressione è necessaria, ma da sola non basta. Oltretutto, la punizione – indubbiamente indispensabile, anche per l’effetto deterrente che può esercitare quando è dotata di efficacia e di effettività – in ogni caso interviene dopo che la violenza ha avuto luogo e deve essere affiancata da altre misure che abbiano la capacità di prevenire la violenza o comunque di snidarla prima che si manifesti in tutta la sua brutalità.

Ben vengano, pertanto, gli interventi legislativi, da quelli di carattere strettamente penale, intesi soprattutto a rafforzare l’effettività delle sanzioni, a specifiche “leggi anti-violenza”, di cui quasi tutte le regioni italiane si sono dotate. Ben venga la normativa anti-stalking, frutto di una nuova sensibilità del legislatore italiano verso i temi della violenza, e ben vengano i provvedimenti adottati nel 2013, ovvero la ratifica della Convenzione di Istanbul, considerata il trattato internazionale di più ampia portata in materia, e la conversione in legge del decreto n. 93/2013 (L. 15 ottobre 2013, n. 119).

Accanto agli interventi normativi, sia di tipo punitivo che preventivo, devono però essere adottati anche maggiori strumenti di intervento sociale (sportelli di ascolto e di denuncia, presidi anti-violenza nei vari ambiti territoriali, case-rifugio per donne maltrattate, attivazione di linee telefoniche dedicate, assistenza attraverso personale specializzato, ma soprattutto istituzionalizzazione dei Centri anti-violenza esistenti etc.) e poi interventi che genericamente definirei culturali e formativi diretti sia a “professionalizzare” le forze di polizia e gli operatori sanitari ed educativi, affinché acquisiscano maggiore sensibilità, capacità di lettura e riconoscimento del problema, sia a realizzare in tutte le scuole di ogni ordine e grado progetti per divulgare la cultura di genere, per combattere gli stereotipi, per educare i giovani al concetto di parità e pari opportunità. Non attraverso un isolato incontro o una conferenza, ma all’interno di specifici percorsi formativi destinati a sensibilizzare, sin dalla più tenera età, alla cultura del rispetto reciproco e della valorizzazione delle differenze e al contrasto verso qualsiasi forma di discriminazione.

Insomma, un sistema integrato di interventi simile al “metodo Scotland” messo in atto nel Regno Unito dalla ministra laburista Patricia Scotland, che è riuscita nella sola Londra a ridurre il numero di femminicidi da 49 a 5 all’anno.

È ovvio che un tale sistema non può essere realizzato con le poche risorse messe a disposizione dalla recente legge «per il contrasto della violenza di genere»: non ci vogliono solo idee chiare e obiettivi condivisi, non bastano gli attuali centri anti-violenza che – pur nella precarietà in cui sono costretti ad operare – offrono eccellenti servizi alla comunità, non è sufficiente la rete di associazioni femminili e maschili mobilitate nel condannare e contrastare la violenza, ma è necessario, anche e soprattutto, poter contare su un ceto politico e amministrativo convinto che l’impegno per prevenire e ridurre il costo umano e sociale della violenza di genere non è una spesa ma è un investimento, una misura che contribuisce anche al sostegno dell’economia del Paese. Meno donne maltrattate in famiglia significa, infatti, più donne serene e produttive nei luoghi di lavoro e risparmi per servizi giudiziari, cure mediche e servizi sanitari, sociali e legali. A vantaggio dell’intera comunità, maschile e femminile.

[1] Cfr. Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto, i cui dati sono stati resi noti il 15 agosto 2013.

[2] Così Gabriella Moscatelli, presidente di “Telefono Rosa”.

[3] Marco Cavina, Per una storia della “cultura della violenza coniugale”, in «Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche», IX/2, 2010, p. 19.

La crisi di lunga durata | Fonte: Liberazione.it | Autore: Nicola Melloni

 

La crisi non è finita, lo sappiamo bene in Italia con l’economia in recessione e la disoccupazione in aumento. Il resto dell’Europa meridionale non è messa molto meglio, mentre Germania e Stati Uniti sembrano essere usciti dal momento peggiore, almeno se si guardano gli indicatori macroeconomici più classici, come crescita e disoccupazione.

Che nascondono però alcune inquietanti verità. Per esempio che il famoso top 1% si è impossessato del 95% della crescita avvenuta in questi anni negli USA. O che, sempre negli Stati Uniti, la partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa dal 1948, l’anno in cui si cominciarono a registrare questi dati. E la produzione industriale, in tutti i paesi occidentali, è ancora sotto il livello pre-crisi. Perché? Perché mancano le opportunità di investimento.

Certo, lo shock finanziario ha colpito duro, ed ancora più duro han colpito le politiche di austerity. Il problema, però, è di natura strutturale, non congiunturale. Si tratta di trend di lungo periodo del capitalismo, proprio quelli che, in primo luogo, hanno gettato le basi per il meltdown del 2007. La finanziarizzazione dell’economia ha creato una enorme massa di capitale in eccesso in cerca di investimento che non era, però, facile trovare. Il risultato è stato la creazione di bolle su bolle, sempre più grosse, sempre più difficili da controllare. Fino a Lehman, appunto. Nulla però si è fatto per curare questi problemi e lo stesso trend è ricomparso quasi subito: una crescita esponenziale del mercato azionario americano, pure a fronte di bassi investimenti e bassa crescita; ed un aumento fortissimo dei prezzi delle case in Inghilterra, soprattutto a Londra. Insomma, nuovamente il capitale – presto riformatosi soprattutto grazie ai quantitative easing – gira il mondo e, non trovando investimenti produttivi, crea bolle speculative. I segni di una certa instabilità del sistema finanziario non mancano, anche JP Morgan ha messo in guardia i mercati denunciando un eccesso di liquidità superiore anche al periodo 2001-2006, gli anni che hanno portato alla bolla e alla crisi finanziaria.

Quello cui ci troviamo davanti è, in sintesi, una crisi di struttura. C’è una sovraccumulazione di capitale ed un eccesso di capacità produttive. Da una parte, l’avanzamento tecnologico e la robotizzazione porta ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda corrente. Dall’altra, la stessa domanda è costretta dalla crescente diseguaglianza che è stato l’altro trend dominante degli ultimi trent’anni. Per un decennio abbondante, questo squilibrio è stato nascosto proprio dalla leva finanziaria che, con i vari mutui subprime e l’economia del debito, ha finanziato tanto gli investimenti profittevoli quanto il consumo. In realtà, la struttura economica attuale – e con l’attuale livello di domanda – sembra portarci a quella che Larry Summers ha definito una stagnazione secolare, con pochissime opportunità di investimento, e dunque di crescita. Tant’è che è stato calcolato che il livello di equilibrio dei tassi di interesse per garantire la piena occupazione sia negativo (-3%). Un trend che rischia di peggiorare con il progressivo re-orientamento dell’economia cinese verso i servizi. Non è una sorpresa quindi che la politica monetaria espansiva di questi anni abbia portato risultati assai modesti: in America, appunto, un rigonfiamento artificiale dei prezzi delle azioni – il rapporto prezzo/guadagni che indica la presenza di un eccesso di esuberanza nei mercati è già a livello di rischio – in Europa una riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Affidarsi al mercato, dunque, non potrà portare a nessuna vera crescita non solo per i prossimi mesi o anni, ma addirittura per i prossimi decenni. L’uscita dalla crisi può avvenire solo attraverso l’intervento pubblico. Da una parte, con politiche fiscali redistributive che possano incoraggiare la domanda interna. Dall’altra, soprattutto, con la spesa pubblica. Tutto l’Occidente, oggi, è in disperato bisogno di interventi pubblici per ricalibrare il sistema economico in maniera sostenibile, verso una versione ecologicamente compatibile del capitalismo. Si tratta di una modernizzazione necessaria, tanto per ragioni sociali quanto per motivi economici. Un tipo di investimento infrastrutturale di lungo termini che, per sua stessa natura, difficilmente potrebbe vedere il mercato privato protagonista – mercato che però, nel medio periodo, si gioverebbe sia della maggior crescita, sia della modernizzazione tecnologica.

In Italia poi, e non solo in Italia, il bisogno di investimento pubblico sarebbe essenziale per sopperire la mancanza cronica di infrastrutture – dai trasporti locali ai porti alla messa in sicurezza del territorio. Si tratterebbe di una ritorno al passato nella maniera di intendere l’economia pubblica. E soprattutto di una presa di coscienza che la struttura economia attuale non è sostenibile.

Le quote di genere due anni dopo Fonte: ingenere.it

 

In Italia la presenza femminile ai vertici delle imprese è ancora molto scarsa. In agosto, però, è entrata in vigore la legge che impone alle società quotate di riservare alle donne almeno un terzo delle posizioni in consiglio di amministrazione. Un’analisi sulle consigliere attuali suggerisce che è fondamentale una selezione attenta a competenze e qualità, piuttosto che ai legami con le imprese. E va associata a processi di formazione dei nuovi membri dei consigli. Ne potrebbero trarre benefici significativi soprattutto le società la cui governance non è ottimale.

Il Rapporto Consob On Corporate Governance of Italian listed Companies uscito nel mese di Novembre mostra che oggi il 17% dei posti di consigliere risulta ricoperto da donne (a fine 2011 erano il 7,4 per cento) e in 198 imprese (135 a fine 2011) almeno una donna siede in un consigli di amministrazione. Come si sottolinea nel rapporto, la diversità di genere è diventata una realtà diffusa: quattro consigli su cinque hanno entrambi i generi rappresentati. Questi numeri sono il risultato della legge 120/2011 (cosiddetta Golfo-Mosca) che ha introdotto in Italia l’obbligo temporaneo di rispettare un’equa rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società quotate e partecipate pubbliche. La quota di rappresentanza di genere è fissata al 20% per il primo mandato e al 33% per i successivi due.
Si tratta di una vera rivoluzione per le società italiane. La presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è sempre stata molto bassa, ben al di sotto del 7% fino al 2011, circa un terzo di quella di paesi come la Finlandia (27%), la Svezia (25%) e la Francia (22%) [1].Come mostra la Figura 1, la legge ha accelerato un processo di lentissima evoluzione della presenza femminile nelle società quotate. Quanti anni ci sarebbero voluti per arrivare alla percentuale attuale in assenza della legge? Troppi, probabilmente Come ricordava Magda Bianco su lavoce.info “se la presenza femminile nei boards avesse dovuto continuare a crescere con il tasso medio degli ultimi anni, occorrerebbero oltre sessanta anni per raggiungere il 33% imposto dalla legge”.
Come già per altri paesi europei che hanno introdotto prima dell’Italia una legge sull’equa rappresentanza di genere, l’introduzione delle quote è stata essenziale per raggiungere una maggiore presenza femminile ai vertici delle società.

Anche se è ancora troppo presto per dare una valutazione approfondita degli effetti di questa legge, possiamo già avanzare qualche riflessione.
I consigli di amministrazione italiani sono stati per anni dominati dal potere decisionale maschile. La legge sulle quote agisce come una misura shock per scardinare questo equilibrio, consolidatosi negli anni. Si tratta di una misura temporanea, pensata come un elemento di rottura necessario in questo momento. L’idea è infatti che, una volta minato lo status quo alla radice, le quote non saranno più necessarie. La legge obbliga ad aprire le porte dei consigli ad una platea più ampia, non solo perché richiede di considerare le donne, tipicamente escluse, ma anche perché rende conveniente un ripensamento dei meccanismi di selezione per tutti, uomini e donne.L’introduzione delle donne nei consigli di amministrazione infatti si accompagna ad una selezione più accurata, in cui tutti i talenti e le competenze, maschili e femminili, hanno le stesse opportunità di emergere e ricevono la stessa valutazione. Diventa conveniente per l’azienda stessa selezionare i migliori, uomini e donne. Criteri di merito saranno applicati per selezionare le migliori donne in ingresso, e gli stessi criteri saranno applicati anche agli uomini, per la prima volta nel nostro Paese, con la conseguenza che la “qualità” media dei rappresentanti non potrà che aumentare. La governance delle società quotate italiane quindi potrà beneficiare di questa apertura ad una maggiore concorrenza.

Un secondo elemento di riflessione riguarda il l ruolo che una massa critica di donne nei consigli di amministrazione potrà avere per le decisioni dell’azienda, e sue scelte, e alla fine la sua performance. La letteratura economico-manageriale ha da tempo sottolineato i vantaggi della diversity, come elemento chiave per il successo di un’organizzazione. In un contesto eterogeneo si allargano le prospettive, si rafforza la rappresentanza di tutti gli azionisti, si raccolgono i risultati resi possibili dall’azione dei diversi stili di leadership. Studi più recenti mostrano che in un contesto eterogeneo la massa critica è importante: analizzando i verbali di 402 consigli di amministrazione e comitati di un campione selezionato di imprese israeliano, (Schwartz-Ziv, 2013) [2], mostra che le aziende con una massa critica di almeno 3 persone dello stesso genere nel consiglio di amministrazione, in particolare 3 donne, hanno una migliore performance delle altre, una maggiore probabilità di cambiare il Ceo quando la performance è bassa, oltre ad una probabilità almeno doppia di richiedere ulteriori informazioni e di prendere un’iniziativa. A livello individuale inoltre, sia gli uomini sia le donne consiglieri sono più attivi quando ci sono almeno tre donne nel consiglio. La legge sulle quote sta introducendo anche nel nostro Paese una massa critica di donne nei luoghi decisionali, che potrebbe rivelarsi decisiva in un più ampio processo di cambiamento e di miglioramento delle policy, anche nei confronti delle altre donne, e così via via autoalimentarsi.

Un terzo elemento di riflessione riguarda la composizione del gruppo di donne che sono entrate nei consigli a seguito della legge e i potenziale cambiamenti
nello “stile” manageriale. È probabile che le donne, meno legate da un legame di parentela con il controllante e con una più lunga e continuativa esperienza di lavoro, abbiano un maggiore considerazione per welfare degli impiegati. Finora ciò che emerso dalla esperienza di altri paesi che hanno un numero di elevato di donne nei boards è che le donne siano più stakeholder-oriented piuttosto che shareholder-oriented degli uomini (come nel caso della Svezia [3] riportato da Adams e altri nel 2011) e che i boards influenzati dalle quote di genere abbiano licenziato meno lavoratori (come è stato dimostrato per il caso della Norvegia [4] da Matsa e Miller nel 2013). Sempre per la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione delle quote, un recente studio di Bertrand, Black, Lleras-Muney e Jensen [5] mostra che le quote possono avere anche effetti di ricaduta più ampi sull’intera società, per esempio contribuendo ad aumentare l’occupazione femminile.

Quando avremo disponibili un numero più ampio di dati, potremo valutare se l’introduzione delle quote nel nostro paese ha effetti positivi sulle condizioni di lavoro femminili e fare delle valutazioni accurate su tutti questi aspetti. Per ora esiste un forte contrasto tra la crescita della rappresentanza femminile nei boards e la situazione statica dell’occupazione femminile italiana, ferma ormai da anni ai livelli più bassi d’Europa, 47%, e il ranking dell’ Italia nel Global Gender Gap Index del 2013 che la vede al 97° posto per opportunità economiche.

Note
[1] Women in economic decision making in the EU, Luxemburg 2012 http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/women-on-boards_en.pdf
[2] Schwartz-Ziv Martha (2013) Does the Gender of Directors matter? http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1868033
[3] Adams, Renée B., Amir Licht e Lilach Sagiv (2011) Shareholders and Stakeholders: How Do Directors Decide?, Strategic Management Journal, 32 (12), 1331-1355.
[4] Matsa, David A. and Miller, Amalia R. (2013), A Female Style in Corporate Leadership? Evidence from Quotas, American Economic Journal: Applied Economics,vol. 5, (3) 136-196.
[5] Bertrand M., Black S., Lleras-Muney A., Jensen S., Breaking the glass ceiling: The effect of board quotas on female labor market outcomes in Norway, Slides presentate in Bocconi, Settembre 2012.