C’è la legge di stabilità ma manca la politica economica | Autore: roberto romano da: controlacrisi.org

 

Finalmente abbiamo la legge di stabilità. Saranno in molti a sostenere che il percorso politico della nuova maggioranza si è finalmente delineato. Adesso sarà possibile adottare tutti i provvedimenti che permettono al paese di uscire dalle secche in cui si è trovato in questi ultimi anni, e guidare la ripresa economica con tutti i provvedimenti necessari. Se da un punto di vista politico è possibile sostenere la maggiore coerenza dell’attuale maggioranza, la politica economica e pubblica che si manifesta con la “nuova” legge di stabilità è, forse, il vero manifesto della “nuova” politica economica.

Proviamo a farci una domanda semplice: la politica economica del governo è quella di sostenere…….? Nessuno saprebbe dare una risposta univoca. Qualcuno risponderebbe il lavoro via cuneo fiscale; altri l’edilizia via ecobonus; si potrebbe proseguire facendo riferimento alle infrastrutture e ai nuovi investimenti; se proprio si vuole esagerare possiamo considerare il nuovo fondo SIA, cioè il sostegno all’inclusione attiva. Si potrebbe anche declinare la nuova IUC (imposta unica comunale), in sostituzione della vecchia IMU. Se vogliamo esagerare possiamo considerare la possibilità per le banche e le assicurazioni di dedurre in 5 anni le predite legate alle sofferenze.

L’elenco potrebbe continuare per molte altre voci, ma il senso dell’elenco è quello di denunciare l’assenza di una politica economica di qualsiasi colore. Inoltre, le principali misure di politica economica, quelle che metteranno realmente le mani nelle nostre tasche e nelle tasche dello stato, sono annunciate senza che si possa discutere della loro utilità. Al massimo è concesso il vincolo “politico”, quello legislativo è chiedere troppo, di destinare i risparmi della spending review alla riduzione del cuneo fiscale. Al netto dell’effetto marginale del provvedimento in essere, è necessario conoscere che il fisco interviene sempre a margine dei redditi pattuiti nel mercato, realizzando, quindi, una distribuzione marginale dello stesso reddito. Chiedere al fisco di risolvere i problemi di crescita, distribuzione di reddito e produttività, per non parlare di nuovo lavoro, è la più grande menzogna di questi ultimi 20 anni, ma comoda per dissipare il vasto patrimonio di conoscenze che potrebbero facilitare l’uscita dalla crisi, senza essere per forza keynesiani.

La legge di stabilità è la manifestazione plastica della politica italiana: tutti hanno ragione; tutti devono trovare una risposta più o meno plausibile. Nominalmente tutti possono essere riconosciuti, ma la politica economica è qualcosa di più. L’andazzo non è accettabile. Tutti parlano della più grave crisi del capitalismo. Alcuni si spingono a dire che questa crisi è molto peggiore di quella del ventinove, ma la realtà è più stringente: la crisi economica partita nel 2007 per alcuni paesi si è declinata in minore crescita, per altri in stagnazione, per altri ancora in recessione, per i più sfortunati in depressione. L’Italia è l’unico paese europeo, al netto della povera Grecia, che ha vissuto una depressione nel vero senso della parola. 175 mld di euro di minore crescita dell’Italia rispetto alla media europea nel corso di questi ultimi 10 anni, 6 milioni di persone senza lavoro, una riduzione del reddito procapite del 17%, secondo solo a quello della Grecia (meno 14%), potevano suggerire almeno la scelta di chi e di che cosa privilegiare. La politica dovrebbe occuparsi del cosa e del come progettare il futuro. L’attuale governo gestisce male il presente, mentre il futuro è nelle mani del destino. Ma come possiamo lasciare al destino 6 milioni di persone senza lavoro? Come possiamo rinunciare a creare tanto lavoro quanto se ne perde? Come possiamo guardare al futuro se ai giovani neolaureati non offriamo un lavoro coerente con la loro formazione?

Forse un senso nella legge di stabilità e nella nuova maggioranza c’è, ed è nella parodia di Briatore e di Renzi fatta da Crozza suggerita da Nicolò. Non che gli altri siano meglio o peggio, ma sono la fotografia della classe dirigente che rigenera, nei migliori dei casi, se stessa.

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