Nessuno tocchi la Costituzione!

La Camera dei Deputati si appresta nei primi giorni di dicembre a legittimare un vero e proprio strappo alla Costituzione, votando in terza ed ultima lettura modifiche all’art. 138 della Costituzione. I comitati a difesa e per l’attuazione della Costituzione invitano i deputati a non avallare con il loro voto modifiche costituzionali dannose e ingiustificate. Ne consegue che tutti i deputati iscritti all’ANPI che voteranno in tal senso, si porranno automaticamente fuori dalla Associazione, per contrasto con l’art. 2, lettera l) dello Statuto.

A.N.P.I. – STATUTO

TITOLO I
COSTITUZIONE E FINALITÀ

Articolo 1
È costituita l’Associazione nazionale fra i partigiani italiani con la denominazione «ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA» (A.N.P.I.).

Articolo 2
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha lo scopo di:
a) riunire in associazione tutti coloro che hanno partecipato con azione personale diretta, alla guerra partigiana contro il nazifascismo, per la liberazione d’Italia, e tutti coloro che, lottando contro i nazifascisti, hanno contribuito a ridare al nostro paese la libertà e a favorire un regime di democrazia, al fine di impedire il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e di assolutismo;
b) valorizzare in campo nazionale ed internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani e degli antifascisti, glorificare i Caduti e perpetuarne la memoria;
c) far valere e difendere il diritto acquisito dei partigiani di partecipare allo sviluppo morale e materiale del Paese;
d) tutelare l’onore e il nome partigiano contro ogni forma di vilipendio o di speculazione;
e) mantenere vincoli di fratellanza tra partigiani italiani e partigiani di altri paesi;
f) adottare forme di assistenza atte a recare aiuti materiali e morali ai soci, alle famiglie dei Caduti e di coloro che hanno sofferto nella lotta contro il fascismo;
g) promuovere studi intesi a mettere in rilievo l’importanza della guerra partigiana ai fini del riscatto del Paese dalla servitù tedesca e delle riconquiste della libertà;
h) promuovere eventuali iniziative di lavoro, educazione e qualificazione professionale, che si propongano fini di progresso democratico della società;
i) battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni;
l) concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione Italiana, frutto della Guerra di Liberazione, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli;
m) dare aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazioni, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione.

Berlusconi è decaduto. Il berlusconismo no Autore: Stefano Corradino da: controlacrisi.org

 

Dopo quasi vent’anni Berlusconi esce dal Parlamento (eletto alla Camera dei Deputati nel marzo 1994). Il Senato ha approvato oggi la decadenza del leader di Forza Italia condannato il 1º agosto 2013 a quattro anni di reclusione per frode fiscale con sentenza passata in giudicato nel cosiddetto “processo Mediaset”. ”Noi non ci ritireremo” ha esclamato il Cavaliere davanti ai sostenitori radunati di fronte a Palazzo Grazioli preannunciando che non farà alcun passo indietro, non uscirà dalla scena politica. Siamo sicuri che, almeno in questo caso, manterrà la promessa e che continuerà, da non senatore nella sua opera, iniziata nel ’94 di degrado morale e civile del Paese, insieme ai suoi accoliti, falchi e colombe che nella sostanza pari sono. Lo farà forte di un conflitto di interessi mai rimosso e di un potere economico e mediatico per nulla scalfito. Per questo condividiamo in pieno le parole di Barbara Spinelli oggi su “Repubblica”: “…Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi mezzi finanziari. Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate… “La sua decadenza – ha affermato il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti – avrebbe dovuto essere decretata da tempo e senza bisogno di un giudice. Sarebbe bastato prendere atto del suo conflitto di interessi, delle tante relazioni pericolose, dell’elogio del mafioso Mangano, del voto parlamentare su Ruby, della distruzione del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo…” Il berlusconismo è un sistema di potere, immorale e illegale, che ha prodotto una regressione politica e culturale senza precedenti e che non decade con Berlusconi perché è la pesantissima eredità di questi venti anni: un processo degenerativo del tessuto democratico profondamente innervato nel codice genetico della politica che, in assenza di un sussulto civile, potrebbe sopravvivere alla fine di Berlusconi.

Gallino: “Un colpo di stato è in atto in Italia e in Europa” Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

 

«Le misure della legge di stabilità, per quanto sembrino sorrette da buone intenzioni, in una prospettiva minimamente di sinistra hanno il grave di difetto di continuare a essere più che mai provvedimenti a pioggia, mentre il paese è in emergenza con 10 milioni tra disoccupati, precari, scoraggiati, vale a dire il 40 per cento della forza lavoro attiva – afferma Luciano Gallino, autore di Il colpo di Stato di banche e governi (Einaudi) – Con questi spiccioli buttati qua e là il risultato sarà quasi inesistente».

Cosa ne pensa di quello che il governo chiama «reddito minimo» mentre in realtà è una social card?
Invece di investimenti da 10 o 20 miliardi nel campo del lavoro o sul dissesto idrogeologico si fa una cosina che non servirà nemmeno come esperimento. In Francia dove è stato sperimentato il «reddito di solidarietà attiva», l’esperimento riguardava un milione di persone con un impegno finanziario enormenemte superiore ai 40 milioni di euro all’anno stanziati in Italia. Con queste modestissime risorse non inciderà sulla povertà. Aggiungo che non sono favorevole al reddito minimo. Penso che se ci sono le risorse sarebbero più utili da spendere per creare posti ad alta intensità di lavoro, e soprattutto niente grandi opere. Il reddito minimo è un intervento di portata non direttamente paragonabile a interventi diretti sull’occupazione, ma avrebbe qualche giustificazione se fosse una modalità per superare la congerie della cassa integrazione in deroga, dei sostegni alla famiglie in povertà, dell’Aspi. Si potrebbe mettere ordine integrando tutto nella sola voce del sostegno al reddito per chi non ha occupazione.

Quello in corso in Italia, e in Europa, sarebbe per lei un colpo di stato. In cosa consiste?
Si può parlare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attribuisce poteri che non gli spettano per svuotare il processo democratico. Oggi decisioni di fondamentale importanza vengono prese da gruppi ristretti: il direttorio composto dalla Commissione Ue, la Bce, l’Fmi. I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno passati al direttorio. Se questa non è la fine della democrazia, è crtamente una ferita grave. Pensiamo al patto fiscale, un enorme impegno economico e sociale con una valenza politica rilevantissima di cui nessuno praticamente ha discusso. I parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perchè ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di stato in atto.

Il governo Letta è l’espressione di questo colpo di stato?
Lo è fino al midollo. Perchè tutti i suoi componenti rappresentano l’ideologia neoliberale per la quale l’essenziale è la decisione, che sia rapida efficiente ed economicamente razionale.

Crede che Letta e Napolitano avvertano la difficoltà di mantenere il piano dell’austerità?
Direi che prima se ne rendono conto, meglio sarà per tutti.

Ma è realistica la loro intenzione di ammorbidire l’austerità?
Non lo è, un pò di pioggerella su un grande pascolo non fa crescere i baobab o le sequoie. Gli alberi bisogna piantarli, non innaffiare il prato aspettando che dopo tre o quattro decenni crescano da soli.

Uno degli effetti del colpo di stato è stato l’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione italiana?
È avvenuto in tutti i paesi membri dell’Unione Europea dopo la decisione del consiglio europeo sotto la spinta del direttorio. Bisogna assolutamente rientrare dal debito in 20 anni, riportandolo al 60%. Questo valore è inventato. Poteva essere il 50% o il 70%. Il dogma poi è diventato sacro. Questa decisione impone all’Italia di trovare 50 miliardi di euro ogni anno, per i prossimi venti. Significa l’impossibilità assoluta di farvi fronte. Qualora fosse realizzato questo piano sarà imposta una miseria rispetto alla quale quella della guerra del 40-45 sarà poca. Questa decisione doveva essere discussa, sottoposta a un referendum, per rendere edotti i cittadini di cosa significava.

A cosa è ispirato il progetto politico di chi dirige questo colpo di stato?
La maggior parte dei nostri governanti ha assorbito l’ideologia neoliberale per cui i cittadini non devono pronunciarsi, perchè danno fastidio, si mettono a discutere di cose che non capiscono, intervengono su decisioni che riguardano la loro vita, ma se si prendono alla spiccia è meglio, senza interferenze. La democrazia è un intralcio quando si devono prendere decisioni economiche e finanziarie in modo veloce. Angela Merkel al suo parlamento ha detto che viviamo in un sistema democratico e quindi è corretto che il parlamento esamini le leggi a condizioni che si arrivi a decisioni conformi al mercato. La direttrice dell’Fmi Christine Lagarde sostiene la stessa cosa. Quello che queste due signore auspicano è già avvenuto. I parlamenti non decidono nulla.

Quello che tratteggia sembra un moloch politico-finanziario praticamente inattaccabile. In che modo si può costruire un potere alternativo?
Me lo chiedono sempre, ma le alternative ci sono e gli dedico 35 pagine del libro. La riforma essenziale è quella del sistema finanziario per affrontare la possibilità di una nuova crisi che può esplodere nel giro di pochi anni. Questo sistema è lontanissimo dalle esigenze delle economie reali e dalla produzione di beni utili per la comunità. In Europa si discute di questo dal 2008 senza combinare nulla, salvo pubblicare numerosi rapporti o studi. La riforma dell’architettura finanziaria della Ue è fondamentale, come anche l’intervento sui trattati europei. Siamo arrivati al paradosso che si possono cambiare le costituzioni in due ore, mentre il trattato di Maastricht viene ritenuto immodificabile. Questo trattato ha limiti gravissimi, assomiglia allo statuto di una corporation, mentre sarebbe molto bello che la piena occupazione comparisse non una sola volta come oggi, ma come il suo scopo centrale. Bisogna inoltre modificare lo statuto della Bce. Davanti a 26 milioni di disoccupati e 126 milioni a rischio di povertà persegue la stabilità dei prezzi, mentre dovrebbe regolare il credito e l’attività finanziaria, prestare a enti pubblici a cominciare dagli Stati. Una facoltà che hanno tutte le banche centrali, tranne la Bce.

C’è la legge di stabilità ma manca la politica economica | Autore: roberto romano da: controlacrisi.org

 

Finalmente abbiamo la legge di stabilità. Saranno in molti a sostenere che il percorso politico della nuova maggioranza si è finalmente delineato. Adesso sarà possibile adottare tutti i provvedimenti che permettono al paese di uscire dalle secche in cui si è trovato in questi ultimi anni, e guidare la ripresa economica con tutti i provvedimenti necessari. Se da un punto di vista politico è possibile sostenere la maggiore coerenza dell’attuale maggioranza, la politica economica e pubblica che si manifesta con la “nuova” legge di stabilità è, forse, il vero manifesto della “nuova” politica economica.

Proviamo a farci una domanda semplice: la politica economica del governo è quella di sostenere…….? Nessuno saprebbe dare una risposta univoca. Qualcuno risponderebbe il lavoro via cuneo fiscale; altri l’edilizia via ecobonus; si potrebbe proseguire facendo riferimento alle infrastrutture e ai nuovi investimenti; se proprio si vuole esagerare possiamo considerare il nuovo fondo SIA, cioè il sostegno all’inclusione attiva. Si potrebbe anche declinare la nuova IUC (imposta unica comunale), in sostituzione della vecchia IMU. Se vogliamo esagerare possiamo considerare la possibilità per le banche e le assicurazioni di dedurre in 5 anni le predite legate alle sofferenze.

L’elenco potrebbe continuare per molte altre voci, ma il senso dell’elenco è quello di denunciare l’assenza di una politica economica di qualsiasi colore. Inoltre, le principali misure di politica economica, quelle che metteranno realmente le mani nelle nostre tasche e nelle tasche dello stato, sono annunciate senza che si possa discutere della loro utilità. Al massimo è concesso il vincolo “politico”, quello legislativo è chiedere troppo, di destinare i risparmi della spending review alla riduzione del cuneo fiscale. Al netto dell’effetto marginale del provvedimento in essere, è necessario conoscere che il fisco interviene sempre a margine dei redditi pattuiti nel mercato, realizzando, quindi, una distribuzione marginale dello stesso reddito. Chiedere al fisco di risolvere i problemi di crescita, distribuzione di reddito e produttività, per non parlare di nuovo lavoro, è la più grande menzogna di questi ultimi 20 anni, ma comoda per dissipare il vasto patrimonio di conoscenze che potrebbero facilitare l’uscita dalla crisi, senza essere per forza keynesiani.

La legge di stabilità è la manifestazione plastica della politica italiana: tutti hanno ragione; tutti devono trovare una risposta più o meno plausibile. Nominalmente tutti possono essere riconosciuti, ma la politica economica è qualcosa di più. L’andazzo non è accettabile. Tutti parlano della più grave crisi del capitalismo. Alcuni si spingono a dire che questa crisi è molto peggiore di quella del ventinove, ma la realtà è più stringente: la crisi economica partita nel 2007 per alcuni paesi si è declinata in minore crescita, per altri in stagnazione, per altri ancora in recessione, per i più sfortunati in depressione. L’Italia è l’unico paese europeo, al netto della povera Grecia, che ha vissuto una depressione nel vero senso della parola. 175 mld di euro di minore crescita dell’Italia rispetto alla media europea nel corso di questi ultimi 10 anni, 6 milioni di persone senza lavoro, una riduzione del reddito procapite del 17%, secondo solo a quello della Grecia (meno 14%), potevano suggerire almeno la scelta di chi e di che cosa privilegiare. La politica dovrebbe occuparsi del cosa e del come progettare il futuro. L’attuale governo gestisce male il presente, mentre il futuro è nelle mani del destino. Ma come possiamo lasciare al destino 6 milioni di persone senza lavoro? Come possiamo rinunciare a creare tanto lavoro quanto se ne perde? Come possiamo guardare al futuro se ai giovani neolaureati non offriamo un lavoro coerente con la loro formazione?

Forse un senso nella legge di stabilità e nella nuova maggioranza c’è, ed è nella parodia di Briatore e di Renzi fatta da Crozza suggerita da Nicolò. Non che gli altri siano meglio o peggio, ma sono la fotografia della classe dirigente che rigenera, nei migliori dei casi, se stessa.

“Più Libri Più Liberi”, dal 5 all’8. Per la dodicesima edizione il libro dell’anno scelto dai librai | Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

 

“Parti da un libro”. Con questo slogan per il 2013 avrà il via dal 5 dicembre fino all’8 Più Libri Più Liberi, la dodicesima edizione della fiera nazionale della piccola e media editoria che, come di consueto verrà ospitata a Roma, negli spazi del palazzo dei Congressi. “Parti da un libro – per ripetere le parole di Enrico Iacometti, presidente del Gruppo Piccoli Editori dell’AIE – perché il libro è al centro di ogni attività culturale, dell’informazione, dell’identità e dell’educazione”.Certo oggi i dati “relativi ai libri” non fanno sorridere né editori, né appassionati. L’editoria infatti non vive momenti facili. I dati raccontato che il numero dei piccoli e medi editori è diminuito e mostrano anche un calo del 20% delle vendite.

“Lo stesso assortimento dei libri –aggiunge Iacometti – nelle librerie è calato e quanto spinge i lettori a cercare i testi su Amazon. Una verità che danneggia fortemente l’editoria indipendente” e che aprirebbe un dibattito molto ampio. Eppure l’appuntamento che lo scorso anno ha registrato più di 50.000 visitatori, 293 stand e 415 espositori, quest’anno vedrà 374 espositori, ben 900 ospiti e sarà arricchito da 310 appuntamenti. Come dire? Gli artigiani del libro non mollano e scendono in fiera con i loro sofrozi, la loro passione e la loro voglia di risollevare una crisi che ha colpito duramente il settore.

“Una quattro giorni – ha spiegato Loredana Lipperini, scrittrice – che dà l’opportunità di sondare i nuovi umori dell’editoria” soprattutto per i non addetti ai lavori che avranno la possibilità di accedere alla fiera con un biglietto giornaliero intero di 6.00 euro (ridotto convenzionato 4,00 euro).

Come ogni anno anche per questa edizione non mancherà la presenza di Radio 3 Fahrenheit in diretta dal palazzo ogni giorno dalle 15:00 alle 18:00 fino all’8 dicembre quando verrà proclamato il libro dell’anno.
Una grande novità, accanto a questa tradizione: un altro librò vedrà “la vittoria”, ma in questo caso sarà scelto dai librai.

Una fiera che agli organizzatori costa circa un milione e trecentomila euro. Di questi, precisano, circa 120.000 sono per i dieci giorni di affitto del Palazzo dei Congressi. Fabio Del Giudice, spiega che a finanziare la fiera quest’anno sono stati la Regione Lazio, con circa 200.000 euro, la Provincia di Roma con 100.000, il Comune con 70.000. E poi ancora la Camera di Commercio con 75.000 e a chiudere il Ministero per i Beni culturali, che, rispetto al 2012 quando ha messo a disposizione ben 200.000 euro, per questo ha diminuito il contributo a 60 mila euro, meno di un terzo.

Centinaia gli appuntamenti in programma da poter consultare sul sito http://www.plpl.it, altrettanto numerosi gli ospiti, nazionali e internazionali. Ne ricordiamo solo alcuni, tra cui: Nanni Balestrini, Raffaele La Capria, Massimo Carlotto, Melania Mazzucco, Fabio Stassi, Erri De Luca, Andrea Camilleri, Loredana Lipperini. E poi ancora Edna O’Brien, com Tahar Ben Jelloun, il reporter messicano Diego Enrique Osorno, autore di un libro sulla guerra tra le gang di narcotrafficanti al confine con gli Stati Uniti.

Anche le Biblioteche di Roma saranno presenti con un programma ricco anche nello spazio Ragazzi e con un ciclo continuo di letture ad alata voce e incontri di vera informazione in collaborazione con editori, lettori professionisti e anche volontari.

Tutte le info necessarie e gli incontri si possono consultare su l web http://www.plpl.it. Qui si possono anche consultare i collegamenti diretti ai profili social su Facebook, Twitter (hashtag #piulibri13), Instagram, flickr e you tube.

il convegno Il ’43 in Sicilia tra mafia stragi civili e separatismo da La Sicilia

·        Giovedì 28 Novembre 2013

·        OggiCultura,

 

Rosario Mangiameli
Si tiene a Palermo oggi e domani, a Palazzo dei Normanni, un Convegno storico su “Lo sbarco in Sicilia e il mondo nuovo”, una riflessione sulle vicende del 1943 organizzata dalle Università di Palermo, Messina e Catania con il supporto culturale e organizzativo della Fondazione Federico II e con il concorso di numerosi studiosi di università europee.
La scelta dei curatori è quella di proporre la composizione di un contesto vasto, nazionale e mediterraneo, nel quale leggere gli eventi siciliani di quell’anno. L’occupazione/liberazione della Sicilia, infatti, che comportò una svolta nella partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale, ebbe anche vaste ripercussioni su scala mediterranea ed europea. La caduta del fascismo (25 luglio) e la successiva paralisi dello Stato (8 settembre) sono le prime e più evidenti conseguenze, annunciatesi d’altronde già durante la battaglia per la Sicilia. Sulla nostra isola si manifestò per prima la crisi di consenso del regime fascista, che portò a una scomposta difesa del fronte e al capovolgimento delle alleanze; tale capovolgimento riconosciuto e sperimentato dalla popolazione prima ancora che sancito dall’attività diplomatica e dalla firma dell’armistizio sotto la tenda di Cassibile. Ciò era conseguenza del ruolo centrale che la Sicilia aveva

avuto assegnato nella guerra: retrovia del fronte africano, poi divenuta essa stessa fronte.
La narrazione degli eventi siciliani del ’43 ha conosciuto diverse stagioni in questi settant’anni: le accuse di tradimento ai comandi militari mosse dai gerarchi fascisti, le illazioni sull’aiuto offerto dai mafiosi alle forze da sbarco, la narrazione di una eroica quanto disperata resistenza in contrasto con le accoglienze festose che la popolazione riservava agli alleati, il confronto tra l’attitudine stragista americana e quella tedesca. Infine il confronto tra l’insorgenza separatista e l’avvio di una politica democratica e autonomistica. Sull’analisi questi aspetti e sulla rielaborazione che ne hanno fatto la storiografia e l’industria culturale, si incentra la prima giornata del convegno
La seconda giornata analizza il contesto mediterraneo, ovvero la crisi dei fascismi di esportazione, il caso spagnolo e quello rumeno e perfino le ripercussioni su aree remote come l’Argentina, teatro di una originale rielaborazione delle tendenze populiste e autoritarie già presenti nel modello italiano. La crisi dei sistemi coloniali è un altro aspetto fondamentale che si annunciò nell’Africa settentrionale e che da lì a poco avrebbe avuto seguito in tutti i paesi sottoposti al dominio europeo. Un altra sessione del convegno riassume i temi del coinvolgimento dei civili nella guerra in Sicilia e nel resto d’Italia, si tratta infatti di un importante punto di svolta del 1943 che vede istituirsi anche in Italia la pratica delle stragi, e quell’escalation che dalla discriminazione porta ai programmi di distruzione dei cittadini di origine ebraica.


28/11/2013