Oltre il filo (Trailer) – Pubblicato in data 20/lug/2012 C’è una pagina dimenticata della storia del ‘900, quella dei campi di concentramento italiani dove vennero internati gli abitanti di interi villaggi sloveni e croati e nei quali morirono di stenti migliaia di persone. Il documentario racconta l’inedita storia di un gruppo di bambini sopravvissuti ad uno di quei campi. ‘Oltre il filo’ accompagna i bambini di allora in un viaggio nella memoria. Artisti e studenti dell’Accademia di Lubiana, internati nel campo, riuscirono a ritrarre durante la prigionia i volti e la vita dei detenuti. Ma anche i bambini prigionieri, una volta scappati dal campo, raccontarono con disegni e componimenti inediti quella terribile esperienza. I protagonisti riflettono sui propri traumi, quei segni invisibili che li hanno accompagnati nel corso della vita. Poi rivedono alcuni disegni di allora e rileggono quei componimenti. Una co-produzione ZAVOD KINOATELJE IMMAGINARIA FOCUS MEDIA AGHEROSE in collaborazione con RAI — sede regionale per il Friuli Venezia Giulia con il contributo di Ministrstvo za kulturo Republike Slovenije Sklad za avdiovizualne medije Fondo Audiovisivo FVG Comune di Gonars Grad Rijeka Regia Dorino Minigutti Direttore della fotografia Bruno Beltramini Musiche originali Aleksander Ipavec Montaggio Sanjin Stanić Suono e mixage Francesco Morosini

L’Anpi di catania vuole ricordare Il partigiano Ricci con questo video Intervento di Raimodo Ricci, presidente nazionale dell’ ANPI, alla festa dell’ Anpi Barona di Milano. Prima parte.

“IO DIFENDO LA COSTITUZIONE” insieme all’ANPI, 24/11/2013

ll diritto e la violenza: le tappe di una lentissima evoluzione Fonte: ingenere.it | Autore: Maria Antonella Cocchiara

 

Il nostro ordinamento giuridico è stato a lungo permeato dalla violenza di genere: fino al 1956 era in vita lo jus corrigendi e solo nel 1996 lo stupro è stato inserito tra i reati contro la persona. Nonostante oggi quelle leggi non esistano più, sopravvive l’immaginario che le alimentava. Per questo inasprire le pene non basta, è necessario aggiungere azioni sociali e culturali. L’esempio inglese.

Nonostante la crescente sensibilità della gravità del fenomeno, nonostante la mobilitazione di associazioni femminili, femministe e, di recente, anche maschili per contrastare ogni forma di violenza di genere anche attraverso una condivisa riflessione critica sull’immaginario culturale maschile che supporta e talvolta addirittura giustifica queste violenze, il numero di “donnicidi” in Italia è costante pur in presenza di una complessiva riduzione degli omicidi [1]. Una “cultura della violenza” che sopravvive alle diverse (ed evidentemente ancor deboli) azioni di contrasto e continua ad alimentarsi di luoghi comuni sull’identità maschile, secondo il modello dell’uomo forte e autoritario, destinato “per natura” a possedere e a comandare. Ferite, percosse che uccidono, ma che – quando non uccidono – lasciano nelle vittime della violenza segni indelebili e più profondi di quelli esteriori. La violenza sulle donne, comunque essa si manifesti, come violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, costituisce un crimine che annichilisce, toglie la stima di sé, sottrae ogni certezza, demolisce l’autostima.

A chi, sull’esempio di certa stampa superficiale e scandalistica, motiva la violenza maschile sulle donne indugiando sulla gelosia, il raptus o il “troppo amore”, si può rispondere che «ciò che arma la mano di una persona violenta è un irrazionale desiderio di possesso a tutti i costi» [2] all’interno di relazioni tuttora asimmetriche tra i due generi. E tuttavia è naturale chiedersi: come è possibile che nel nostro paese sia ancora così radicata una mentalità tanto arcaica, patriarcale, che rimanda la relazione intima al desiderio di dominio sul corpo delle donne? Una mentalità che configura il rapporto di coppia in termini di controllo e non di fiducia e condivisione?

Qui entrano in gioco la storia, i miti, alcune radicate tradizioni, o meglio il “peso di certe tradizioni”, che per troppo tempo sono state considerate come un valore positivo anziché un evidente disvalore. Alla base delle percosse, delle lame e delle pallottole c’è un retaggio antico, che purtroppo perdura anche nell’Italia del 2000: «C’è – osserva Anna Baldry – la volontà di poter controllare, fin nei minimi dettagli, la vita di un’altra persona. Di punirla per essersi sottratta» a tale controllo.

Nel nostro Paese, i precetti religiosi sono stati a lungo piegati a giustificazione di un ruolo sottomesso delle donne al “capo-famiglia”, prima il padre e poi il marito; i valori, le tradizioni e persino le leggi che consideravano la violenza domestica contro donne e minori un “fatto naturale”, normale, addirittura giustificabile e socialmente accettato sono state dominanti per un tempo superiore a quanto si possa immaginare, rendendo a lungo opaca, se non invisibile, la violenza di genere proprio perché essa coincideva con quei valori.

Il nostro ordinamento giuridico è stato, del resto, permeato a lungo di violenza, alimentandosi di disvalori considerati “valori insopprimibili” e di un “immaginario patriarcale” che ha segnato profondamente la storia e il diritto dell’Europa medievale, moderna e contemporanea [3].

Basti pensare che, dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione e, in particolare dell’art. 29 che proclama la “eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”:

– solo nel 1956 la Corte di Cassazione ha deciso che al marito non spettava nei confronti della moglie e dei figli lo jus corrigendi (art. 571 c.p.), ossia il potere educativo e correttivo del pater familias che comprendeva anche la coazione fisica;

– solo tra il 1968 e il 1969 la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie;

– solo nel 1975 il nostro ordinamento giuridico ha sostituito la famiglia strutturata gerarchicamente con un nuovo modello di famiglia paritaria;

– solo dopo la legge n. 442 del 5 agosto 1981, che ha abrogato la rilevanza penale della causa d’onore, la commissione di un delitto perpetrato per salvaguardare l’onore proprio e della propria famiglia (art. 587 c.p.) non sarebbe stato più sanzionato con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente, cancellando così il presupposto che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” costituisse una provocazione gravissima tanto da giustificare la reazione dell’“offeso”;

– e sempre dopo tale legge del 1981 non avrebbe trovato più spazio nel nostro ordinamento l’istituto del “matrimonio riparatore” (art. 544 c.p.), che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso in cui lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore della famiglia;

– solo nel 1996, dopo circa vent’anni di iter legislativo, sarebbe stata approvata la legge n. 66 che, nel dettare nuove “Norme sulla violenza sessuale”, trasferiva questo reato dal Titolo IX (Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) del codice penale al Titolo XII (Dei delitti contro la persona).

Ritardi che sono espressione evidente delle resistenze e della difficoltà di estirpare nel nostro Paese le radici delle asimmetrie tra i sessi e, di conseguenza, della violenza di genere.

Oggi quell’immaginario patriarcale non è più presente nelle leggi, nei codici e nella giurisprudenza, ma ha lasciato segni profondi ed evidentemente continua a sopravvivere nei comportamenti di molti uomini.

E allora, che fare? A un problema complesso si devono dare risposte articolate che affrontino la questione secondo un approccio integrato, capace di mettere in campo strategie e interventi di diversa natura.

Interventi di vario tipo, non limitati all’inasprimento delle pene a carico dell’autore della violenza. La repressione è necessaria, ma da sola non basta. Oltretutto, la punizione – indubbiamente indispensabile, anche per l’effetto deterrente che può esercitare quando è dotata di efficacia e di effettività – in ogni caso interviene dopo che la violenza ha avuto luogo e deve essere affiancata da altre misure che abbiano la capacità di prevenire la violenza o comunque di snidarla prima che si manifesti in tutta la sua brutalità.

Ben vengano, pertanto, gli interventi legislativi, da quelli di carattere strettamente penale, intesi soprattutto a rafforzare l’effettività delle sanzioni, a specifiche “leggi anti-violenza”, di cui quasi tutte le regioni italiane si sono dotate. Ben venga la normativa anti-stalking, frutto di una nuova sensibilità del legislatore italiano verso i temi della violenza, e ben vengano i provvedimenti adottati nel 2013, ovvero la ratifica della Convenzione di Istanbul, considerata il trattato internazionale di più ampia portata in materia, e la conversione in legge del decreto n. 93/2013 (L. 15 ottobre 2013, n. 119).

Accanto agli interventi normativi, sia di tipo punitivo che preventivo, devono però essere adottati anche maggiori strumenti di intervento sociale (sportelli di ascolto e di denuncia, presidi anti-violenza nei vari ambiti territoriali, case-rifugio per donne maltrattate, attivazione di linee telefoniche dedicate, assistenza attraverso personale specializzato, ma soprattutto istituzionalizzazione dei Centri anti-violenza esistenti etc.) e poi interventi che genericamente definirei culturali e formativi diretti sia a “professionalizzare” le forze di polizia e gli operatori sanitari ed educativi, affinché acquisiscano maggiore sensibilità, capacità di lettura e riconoscimento del problema, sia a realizzare in tutte le scuole di ogni ordine e grado progetti per divulgare la cultura di genere, per combattere gli stereotipi, per educare i giovani al concetto di parità e pari opportunità. Non attraverso un isolato incontro o una conferenza, ma all’interno di specifici percorsi formativi destinati a sensibilizzare, sin dalla più tenera età, alla cultura del rispetto reciproco e della valorizzazione delle differenze e al contrasto verso qualsiasi forma di discriminazione.

Insomma, un sistema integrato di interventi simile al “metodo Scotland” messo in atto nel Regno Unito dalla ministra laburista Patricia Scotland, che è riuscita nella sola Londra a ridurre il numero di femminicidi da 49 a 5 all’anno.

È ovvio che un tale sistema non può essere realizzato con le poche risorse messe a disposizione dalla recente legge «per il contrasto della violenza di genere»: non ci vogliono solo idee chiare e obiettivi condivisi, non bastano gli attuali centri anti-violenza che – pur nella precarietà in cui sono costretti ad operare – offrono eccellenti servizi alla comunità, non è sufficiente la rete di associazioni femminili e maschili mobilitate nel condannare e contrastare la violenza, ma è necessario, anche e soprattutto, poter contare su un ceto politico e amministrativo convinto che l’impegno per prevenire e ridurre il costo umano e sociale della violenza di genere non è una spesa ma è un investimento, una misura che contribuisce anche al sostegno dell’economia del Paese. Meno donne maltrattate in famiglia significa, infatti, più donne serene e produttive nei luoghi di lavoro e risparmi per servizi giudiziari, cure mediche e servizi sanitari, sociali e legali. A vantaggio dell’intera comunità, maschile e femminile.

[1] Cfr. Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto, i cui dati sono stati resi noti il 15 agosto 2013.

[2] Così Gabriella Moscatelli, presidente di “Telefono Rosa”.

[3] Marco Cavina, Per una storia della “cultura della violenza coniugale”, in «Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche», IX/2, 2010, p. 19.

La crisi di lunga durata | Fonte: Liberazione.it | Autore: Nicola Melloni

 

La crisi non è finita, lo sappiamo bene in Italia con l’economia in recessione e la disoccupazione in aumento. Il resto dell’Europa meridionale non è messa molto meglio, mentre Germania e Stati Uniti sembrano essere usciti dal momento peggiore, almeno se si guardano gli indicatori macroeconomici più classici, come crescita e disoccupazione.

Che nascondono però alcune inquietanti verità. Per esempio che il famoso top 1% si è impossessato del 95% della crescita avvenuta in questi anni negli USA. O che, sempre negli Stati Uniti, la partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa dal 1948, l’anno in cui si cominciarono a registrare questi dati. E la produzione industriale, in tutti i paesi occidentali, è ancora sotto il livello pre-crisi. Perché? Perché mancano le opportunità di investimento.

Certo, lo shock finanziario ha colpito duro, ed ancora più duro han colpito le politiche di austerity. Il problema, però, è di natura strutturale, non congiunturale. Si tratta di trend di lungo periodo del capitalismo, proprio quelli che, in primo luogo, hanno gettato le basi per il meltdown del 2007. La finanziarizzazione dell’economia ha creato una enorme massa di capitale in eccesso in cerca di investimento che non era, però, facile trovare. Il risultato è stato la creazione di bolle su bolle, sempre più grosse, sempre più difficili da controllare. Fino a Lehman, appunto. Nulla però si è fatto per curare questi problemi e lo stesso trend è ricomparso quasi subito: una crescita esponenziale del mercato azionario americano, pure a fronte di bassi investimenti e bassa crescita; ed un aumento fortissimo dei prezzi delle case in Inghilterra, soprattutto a Londra. Insomma, nuovamente il capitale – presto riformatosi soprattutto grazie ai quantitative easing – gira il mondo e, non trovando investimenti produttivi, crea bolle speculative. I segni di una certa instabilità del sistema finanziario non mancano, anche JP Morgan ha messo in guardia i mercati denunciando un eccesso di liquidità superiore anche al periodo 2001-2006, gli anni che hanno portato alla bolla e alla crisi finanziaria.

Quello cui ci troviamo davanti è, in sintesi, una crisi di struttura. C’è una sovraccumulazione di capitale ed un eccesso di capacità produttive. Da una parte, l’avanzamento tecnologico e la robotizzazione porta ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda corrente. Dall’altra, la stessa domanda è costretta dalla crescente diseguaglianza che è stato l’altro trend dominante degli ultimi trent’anni. Per un decennio abbondante, questo squilibrio è stato nascosto proprio dalla leva finanziaria che, con i vari mutui subprime e l’economia del debito, ha finanziato tanto gli investimenti profittevoli quanto il consumo. In realtà, la struttura economica attuale – e con l’attuale livello di domanda – sembra portarci a quella che Larry Summers ha definito una stagnazione secolare, con pochissime opportunità di investimento, e dunque di crescita. Tant’è che è stato calcolato che il livello di equilibrio dei tassi di interesse per garantire la piena occupazione sia negativo (-3%). Un trend che rischia di peggiorare con il progressivo re-orientamento dell’economia cinese verso i servizi. Non è una sorpresa quindi che la politica monetaria espansiva di questi anni abbia portato risultati assai modesti: in America, appunto, un rigonfiamento artificiale dei prezzi delle azioni – il rapporto prezzo/guadagni che indica la presenza di un eccesso di esuberanza nei mercati è già a livello di rischio – in Europa una riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Affidarsi al mercato, dunque, non potrà portare a nessuna vera crescita non solo per i prossimi mesi o anni, ma addirittura per i prossimi decenni. L’uscita dalla crisi può avvenire solo attraverso l’intervento pubblico. Da una parte, con politiche fiscali redistributive che possano incoraggiare la domanda interna. Dall’altra, soprattutto, con la spesa pubblica. Tutto l’Occidente, oggi, è in disperato bisogno di interventi pubblici per ricalibrare il sistema economico in maniera sostenibile, verso una versione ecologicamente compatibile del capitalismo. Si tratta di una modernizzazione necessaria, tanto per ragioni sociali quanto per motivi economici. Un tipo di investimento infrastrutturale di lungo termini che, per sua stessa natura, difficilmente potrebbe vedere il mercato privato protagonista – mercato che però, nel medio periodo, si gioverebbe sia della maggior crescita, sia della modernizzazione tecnologica.

In Italia poi, e non solo in Italia, il bisogno di investimento pubblico sarebbe essenziale per sopperire la mancanza cronica di infrastrutture – dai trasporti locali ai porti alla messa in sicurezza del territorio. Si tratterebbe di una ritorno al passato nella maniera di intendere l’economia pubblica. E soprattutto di una presa di coscienza che la struttura economia attuale non è sostenibile.

Le quote di genere due anni dopo Fonte: ingenere.it

 

In Italia la presenza femminile ai vertici delle imprese è ancora molto scarsa. In agosto, però, è entrata in vigore la legge che impone alle società quotate di riservare alle donne almeno un terzo delle posizioni in consiglio di amministrazione. Un’analisi sulle consigliere attuali suggerisce che è fondamentale una selezione attenta a competenze e qualità, piuttosto che ai legami con le imprese. E va associata a processi di formazione dei nuovi membri dei consigli. Ne potrebbero trarre benefici significativi soprattutto le società la cui governance non è ottimale.

Il Rapporto Consob On Corporate Governance of Italian listed Companies uscito nel mese di Novembre mostra che oggi il 17% dei posti di consigliere risulta ricoperto da donne (a fine 2011 erano il 7,4 per cento) e in 198 imprese (135 a fine 2011) almeno una donna siede in un consigli di amministrazione. Come si sottolinea nel rapporto, la diversità di genere è diventata una realtà diffusa: quattro consigli su cinque hanno entrambi i generi rappresentati. Questi numeri sono il risultato della legge 120/2011 (cosiddetta Golfo-Mosca) che ha introdotto in Italia l’obbligo temporaneo di rispettare un’equa rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società quotate e partecipate pubbliche. La quota di rappresentanza di genere è fissata al 20% per il primo mandato e al 33% per i successivi due.
Si tratta di una vera rivoluzione per le società italiane. La presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è sempre stata molto bassa, ben al di sotto del 7% fino al 2011, circa un terzo di quella di paesi come la Finlandia (27%), la Svezia (25%) e la Francia (22%) [1].Come mostra la Figura 1, la legge ha accelerato un processo di lentissima evoluzione della presenza femminile nelle società quotate. Quanti anni ci sarebbero voluti per arrivare alla percentuale attuale in assenza della legge? Troppi, probabilmente Come ricordava Magda Bianco su lavoce.info “se la presenza femminile nei boards avesse dovuto continuare a crescere con il tasso medio degli ultimi anni, occorrerebbero oltre sessanta anni per raggiungere il 33% imposto dalla legge”.
Come già per altri paesi europei che hanno introdotto prima dell’Italia una legge sull’equa rappresentanza di genere, l’introduzione delle quote è stata essenziale per raggiungere una maggiore presenza femminile ai vertici delle società.

Anche se è ancora troppo presto per dare una valutazione approfondita degli effetti di questa legge, possiamo già avanzare qualche riflessione.
I consigli di amministrazione italiani sono stati per anni dominati dal potere decisionale maschile. La legge sulle quote agisce come una misura shock per scardinare questo equilibrio, consolidatosi negli anni. Si tratta di una misura temporanea, pensata come un elemento di rottura necessario in questo momento. L’idea è infatti che, una volta minato lo status quo alla radice, le quote non saranno più necessarie. La legge obbliga ad aprire le porte dei consigli ad una platea più ampia, non solo perché richiede di considerare le donne, tipicamente escluse, ma anche perché rende conveniente un ripensamento dei meccanismi di selezione per tutti, uomini e donne.L’introduzione delle donne nei consigli di amministrazione infatti si accompagna ad una selezione più accurata, in cui tutti i talenti e le competenze, maschili e femminili, hanno le stesse opportunità di emergere e ricevono la stessa valutazione. Diventa conveniente per l’azienda stessa selezionare i migliori, uomini e donne. Criteri di merito saranno applicati per selezionare le migliori donne in ingresso, e gli stessi criteri saranno applicati anche agli uomini, per la prima volta nel nostro Paese, con la conseguenza che la “qualità” media dei rappresentanti non potrà che aumentare. La governance delle società quotate italiane quindi potrà beneficiare di questa apertura ad una maggiore concorrenza.

Un secondo elemento di riflessione riguarda il l ruolo che una massa critica di donne nei consigli di amministrazione potrà avere per le decisioni dell’azienda, e sue scelte, e alla fine la sua performance. La letteratura economico-manageriale ha da tempo sottolineato i vantaggi della diversity, come elemento chiave per il successo di un’organizzazione. In un contesto eterogeneo si allargano le prospettive, si rafforza la rappresentanza di tutti gli azionisti, si raccolgono i risultati resi possibili dall’azione dei diversi stili di leadership. Studi più recenti mostrano che in un contesto eterogeneo la massa critica è importante: analizzando i verbali di 402 consigli di amministrazione e comitati di un campione selezionato di imprese israeliano, (Schwartz-Ziv, 2013) [2], mostra che le aziende con una massa critica di almeno 3 persone dello stesso genere nel consiglio di amministrazione, in particolare 3 donne, hanno una migliore performance delle altre, una maggiore probabilità di cambiare il Ceo quando la performance è bassa, oltre ad una probabilità almeno doppia di richiedere ulteriori informazioni e di prendere un’iniziativa. A livello individuale inoltre, sia gli uomini sia le donne consiglieri sono più attivi quando ci sono almeno tre donne nel consiglio. La legge sulle quote sta introducendo anche nel nostro Paese una massa critica di donne nei luoghi decisionali, che potrebbe rivelarsi decisiva in un più ampio processo di cambiamento e di miglioramento delle policy, anche nei confronti delle altre donne, e così via via autoalimentarsi.

Un terzo elemento di riflessione riguarda la composizione del gruppo di donne che sono entrate nei consigli a seguito della legge e i potenziale cambiamenti
nello “stile” manageriale. È probabile che le donne, meno legate da un legame di parentela con il controllante e con una più lunga e continuativa esperienza di lavoro, abbiano un maggiore considerazione per welfare degli impiegati. Finora ciò che emerso dalla esperienza di altri paesi che hanno un numero di elevato di donne nei boards è che le donne siano più stakeholder-oriented piuttosto che shareholder-oriented degli uomini (come nel caso della Svezia [3] riportato da Adams e altri nel 2011) e che i boards influenzati dalle quote di genere abbiano licenziato meno lavoratori (come è stato dimostrato per il caso della Norvegia [4] da Matsa e Miller nel 2013). Sempre per la Norvegia, paese pioniere nell’introduzione delle quote, un recente studio di Bertrand, Black, Lleras-Muney e Jensen [5] mostra che le quote possono avere anche effetti di ricaduta più ampi sull’intera società, per esempio contribuendo ad aumentare l’occupazione femminile.

Quando avremo disponibili un numero più ampio di dati, potremo valutare se l’introduzione delle quote nel nostro paese ha effetti positivi sulle condizioni di lavoro femminili e fare delle valutazioni accurate su tutti questi aspetti. Per ora esiste un forte contrasto tra la crescita della rappresentanza femminile nei boards e la situazione statica dell’occupazione femminile italiana, ferma ormai da anni ai livelli più bassi d’Europa, 47%, e il ranking dell’ Italia nel Global Gender Gap Index del 2013 che la vede al 97° posto per opportunità economiche.

Note
[1] Women in economic decision making in the EU, Luxemburg 2012 http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/women-on-boards_en.pdf
[2] Schwartz-Ziv Martha (2013) Does the Gender of Directors matter? http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1868033
[3] Adams, Renée B., Amir Licht e Lilach Sagiv (2011) Shareholders and Stakeholders: How Do Directors Decide?, Strategic Management Journal, 32 (12), 1331-1355.
[4] Matsa, David A. and Miller, Amalia R. (2013), A Female Style in Corporate Leadership? Evidence from Quotas, American Economic Journal: Applied Economics,vol. 5, (3) 136-196.
[5] Bertrand M., Black S., Lleras-Muney A., Jensen S., Breaking the glass ceiling: The effect of board quotas on female labor market outcomes in Norway, Slides presentate in Bocconi, Settembre 2012.

Legge di Stabilità, la protesta contro i tagli delle vittime delle stragi Autore: redazione

 

La rabbia per il mancato inserimento dei risarcimenti alle vittime di strage nella Legge di stabilita’ monta anche a Firenze. Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, evidenzia come il “27 del mese” si confermi giorno ‘negativo’ per chi ha a che fare con stragi terroristiche ed eversive: il 27 maggio 1993 esplose la bomba in via dei Georgofili e “per ironia della sorte”, oggi, 27 novembre, si accende il “disco verde alla piu’ tribolata Legge di stabilita’ di questi ultimi 20 anni, e come prevedile, malgrado le promesse dello stesso Governo in carica, nella finanziaria non c’e’ l’emendamento composto di nove punti che avrebbe sanato la 206 del 2004 legge in favore delle vittime delle stragi”.
In una nota, Maggiani Chelli, continua dicendo: “Quindi ora forse capiamo perche’ il Governo, nella veste del primo ministro, ha avanzato la proposta che il prossimo 27 maggio quello del 2014, sia la giornata dedicata alla cultura nella citta’ di Firenze e che migliore data del 27 maggio, data del ricordo delle vittime della strage di via dei Georgofili, non ci fosse. Era ancora una volta, ahime’, non una pensata di un animo nobile, protesa a cambiamenti, bensi’ l’azione di chi ancora una volta usa le vittime delle stragi mentre di li a poco le avrebbe abbandonate a se stesse. Infatti di quale anno della cultura stiamo parlando? Di quello dell’ipocrisia?”. I parenti delle vittime di via Georgofili non possono “impedire che il 27 maggio prossimo sia a Firenze la giornata dedicata a qualunque minestra riscaldata si ami rimestare per dare lustro a istituzioni sorde ai richiami delle vittime della strage di via dei Georgofili”, ma se le cose non cambiano quel giorno i familiari daranno vita ad un presidio “di protesta”.

I precari di oggi hanno un futuro: poveri tutta la vita e senza pensione Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

«Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati – disse il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua il 6 ottobre 2010 – rischieremmo un sommovimento sociale». Lo studio «Pensions at a Glance» pubblicato ieri dall’Ocse ha finalmente dissolto tutte le reticenze. Finalmente tutti i precari, i lavoratori autonomi e indipendenti sanno che avranno un presente da working poors e un futuro di povertà da anziani. «L’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema per le generazioni future – sostiene la ricerca – i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia».
Sul banco degli imputati ci sono il metodo contributivo e l’assenza delle pensioni sociali. Secondo l’Ocse, il metodo contributivo è legato strettamente all’ammontare dei contributi. Quindi penalizza tutti coloro che hanno un lavoro precario e nelle loro vita attraversano periodi crescenti di disoccupazione e precariato, quindi di retribuzione e di contribuzione diseguali. Al termine di questo zigzagare tra lavori e non lavori, queste persone rischiano di non percepire una pensione degna di questo nome. E, in futuro, non godranno delle pensioni sociali «per attenuare il rischio di povertà tra gli anziani». Una catastrofe, dopo più di mezzo secolo di Stato sociale.
Il sistema contributivo è stato tuttavia una manna per i conti pubblici. Ha garantito la stabilizzazione della spesa pensionistica. Nel 2010 era il 15,4% del Pil rispetto alla media Ocse del 9,3%. In virtù della riforma, nel 2050 sarà del 14,7%, mentre la spesa media nei paesi Ocse crescerà all’11,4%. La riforma Fornero del 2012 ha consolidato questi risultati, garantendo la stabilità del sistema tra il 2010 e il 2050. L’aumento dell’età pensionabile a 69 anni ha contribuito a questo fine, ma per l’Ocse non basta. «L’età effettiva alla quale uomini e donne lasciano il lavoro è ancora relativamente bassa: 61,1 anni per gli uomini e 60,5 per le donne – precisa l’Ocse – Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe sono essenziali».
La riforma dovrebbe continuare, evitando che i lavoratori «lascino il mercato in anticipo». in condizioni di crescente precarietà. Un circolo vizioso che rischia di trasformarsi in una dannazione perché lavorare 40 e più anni non garantisce comunque una pensione pari o quasi all’ultimo stipendio, come invece avveniva nel sistema precedente. Per questa ragione l’Ocse insiste sullo sviluppo dei sistemi integrativi privati e le assicurazioni vita. Due strumenti che non hanno prodotto i risultati attesi in Italia, molto probabilmente per i bassi salari (28.900 euro, pari a 38.100 dolari, al di sotto dei 42.700 dollari medi dell’Ocse). Ciononostante, nella logica neoliberista, l’Ocse sollecita a proseguire sulla strada della privatizzazione della previdenza a carico del lavoratore mentre i giovani non hanno la possibilità di versare i propri contributi e la percentuale degli over 55 che lavorano (sempre più precariamente) è «relativamente bassa», al 40,5%.
L’obiettivo che spinse 17 anni fa alla trasformazione del sistema, il suo costo elevatissimo, è stato dunque raggiunto. Le pensioni sono state vincolate alla crescita del Pil. Se oggi il Pil non cresce, e non crescerà nei prossimi anni, gli assegni previdenziali saranno ancora più poveri. Ciò peggiorerà l’attuale macroscopica diseguaglianza ai danni dei nuovi entrati sul mercato del lavoro, oltre che ai danni di chi non avrà una carriera professionale con regolari versamenti dei contributi.
Lavorare più a lungo, lavorare peggio, guadagnare sempre meno e, nel caso di chi ha iniziato a lavorare dopo la riforma Dini del 1996, non arrivare alla pensione contando sulla capacità di consumare di più. Nei fatti questa situazione è il rovesciamento della teoria del Nobel per l’Economia Franco Modigliani che rifletteva sull’attitudine dell’individuo al risparmio nella fase attiva della vita per poi consumare di più durante il pensionamento. Chi avrà lavorato per tutta la vita con il metodo contributivo, in maniera precaria, intermittente o indipendente, non ha più speranza di rientrare nel «ciclo vitale del lavoratore» sperimentato nel secondo Dopoguerra. E nel 2050 non consumerà quanto accumulato nel frattempo, continuando a lavorare da povero a 70 anni. E oltre

Legge di Stabilità, via un altro pezzo di sanità pubblica: la denuncia della Cgil-Fp Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Il maxiemendamento del Governo sulla Legge di Stabilita’ approvato ieri in Senato non solo conferma il taglio di 1,150 miliardi al Fondo Sanitario Nazionale per il biennio 2015 -2016 – colpendo le risorse contrattuali che avrebbero consentito di valorizzare la professionalita’ e di premiare il merito di medici ed operatori della sanita’ pubblica – ma finanzia con 400 milioni di euro i policlinici universitari privati dal 2014 al 2024. Lo denunciano Cecilia Taranto, segretaria nazionale Fp Cgil e Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil Medici. “A fronte di scelte politiche di potere di investimento nel privato – spiegano i sindacati – i cittadini avranno un servizio pubblico sempre piu’ povero, gia’ decurtato di oltre 30 miliardi di tagli lineari in pochi anni. Prima di pensare a destinare risorse ai policlinici universitari privati il Governo si impegni a dare nel prossimo incontro con il sindacato del 3 dicembre una risposta alle nostre richieste di stabilizzazione per i 35mila precari della sanita’, e a finanziare la formazione specialistica sanitaria dell’Universita’ pubblica nella quale e’ stato perfino ridotta la possibilita’ di accesso ai laureati. Il Governo cambi rotta. Non vorremmo che anche dopo il prossimo passaggio alla Camera il testo definitivo della Legge di Stabilita’ porti per Natale carbone per la sanita’ pubblica e doni natalizi per l’universita’ privata”.

“L’otto io lotto”, il sindacalismo di base fa la festa al lavoro festivo Autore: fabrizio salvatori

 

“L’otto io lotto, ma non solo”. Il 3 dicembre ci sarà a Roma un’assemblea all’Universita (16.30 Università Sapienza – Scienze politiche) dei lavoratori del commercio. L’iniziativa è in preparazione dell’8 dicembre, giornata festiva e scadenza a cui, dopo alcune riuscite iniziative dei mesi scorsi, il sindacalismo conflittuale e diverse realtà dei movimenti sociali stanno lavorando in molte città.
Il settore del commercio è caratterizzato da bassi salari, forte precarietà, flessibilità totale e completa disponibilità alle esigenze delle aziende. Una condizione oggi aggravata dalla pretesa di annullare le domeniche e le festività. Per le lavoratrici e i lavoratori del commercio il calendario non ha giornate segnate in rosso, le festività non esistono. La disponibilità a lavorare deve essere totale, a comandare è la sola logica dell’interesse economico delle direzioni aziendali.

“Questa condizione è paradossale: in un paese dove crescono ogni giorno i senza lavoro – si legge in una nota a firma di Usb – chi un lavoro ce l’ha è costretto a lavorare anche la domenica. Grazie all’obbligo del part-time (cioè al mezzo salario), infatti le aziende si garantiscono la possibilità di strozzare i lavoratori, imponendogli di lavorare durante le festività pur di arrotondare gli stipendi da fame”.

È la logica dello sfruttamento selvaggio, senza freni né controlli. Si tratta di una pratica in uso soprattutto nei centri della grande distribuzione. I centri commerciali hanno strozzato il piccolo commercio (lo dice la Confcommercio), distruggendo centinaia di migliaia di posti di lavoro (ogni posto nella GDO significa sei posti in meno nel piccolo dettaglio) e moltiplicando il lavoro precario. Organizzano: USB (Unione Sindacale di Base), CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario), Anomalia Sapienza, Tilt, Cinecittà Bene Comune.