Franca Rame- Lo Stupro.

25 novembre 1960 l’assassinio nella repubblica domenicana delle sorelle Mirabal

Erano tre giovani donne le sorelle Mirabal, assassinate il 25 novembre di oltre mezzo secolo fa perché si erano opposte alla tirannia di un governo brutale come quello di Rafael Leonidas Trujillo, nella Repubblica Dominicana. La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebrerà domani in tutto il mondo, prende le mosse proprio dal sacrificio di Maria Argentina Minerva, Antonia Maria Teresa e di Patria Mercedes, uccise il 25 novembre del 1960 mentre andavano a trovare i propri mariti in carcere. L'assassinio delle sorelle Mirabal è stato dunque preso ad esempio dall'Onu, su indicazione nel 1981 di un gruppo di donne riunitesi in un consesso femminista a Bogotà, per designare - con la risoluzione 54/134 del 1999 - il 25 novembre come Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. La ferocia dell'atto perpetrato dagli uomini di Trujillo spiega bene l'intendimento delle Nazioni Unite: il 25 novembre del 1960 le tre sorelle furono intercettate dagli uomini del dittatore mentre si dirigevano a trovare i propri mariti in un carcere del Paese latino americano. Portate nei campi, vennero uccise a bastonate per poi essere riportate in macchina e spinte in un burrone, per simulare una loro morte casuale. Una vicenda che da lì a poco si diffuse dalla piccola Ojo de Agua, nella provincia di Salcedo, in tutto il mondo, fino a diventare il triste emblema delle violenza maschile, che ancora oggi, 52 anni dopo quell'accadimento, continua a perpetuarsi in tutto il mondo, anche in quello più civilizzato, declinandosi dal femminicidio alla violenza fisica, dallo stalking allo stupro, dalle violenze domestiche fino al mobbing sui posti di lavoro. Tutte espressioni distorte del potere diseguale tra donne e uomini.

Erano tre giovani donne le sorelle Mirabal, assassinate il 25 novembre di oltre mezzo secolo fa perché si erano opposte alla tirannia di un governo brutale come quello di Rafael Leonidas Trujillo, nella Repubblica Dominicana. La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebrerà domani in tutto il mondo, prende le mosse proprio dal sacrificio di Maria Argentina Minerva, Antonia Maria Teresa e di Patria Mercedes, uccise il 25 novembre del 1960 mentre andavano a trovare i propri mariti in carcere. L’assassinio delle sorelle Mirabal è stato dunque preso ad esempio dall’Onu, su indicazione nel 1981 di un gruppo di donne riunitesi in un consesso femminista a Bogotà, per designare – con la risoluzione 54/134 del 1999 – il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La ferocia dell’atto perpetrato dagli uomini di Trujillo spiega bene l’intendimento delle Nazioni Unite: il 25 novembre del 1960 le tre sorelle furono intercettate dagli uomini del dittatore mentre si dirigevano a trovare i propri mariti in un carcere del Paese latino americano. Portate nei campi, vennero uccise a bastonate per poi essere riportate in macchina e spinte in un burrone, per simulare una loro morte casuale. Una vicenda che da lì a poco si diffuse dalla piccola Ojo de Agua, nella provincia di Salcedo, in tutto il mondo, fino a diventare il triste emblema delle violenza maschile, che ancora oggi, 52 anni dopo quell’accadimento, continua a perpetuarsi in tutto il mondo, anche in quello più civilizzato, declinandosi dal femminicidio alla violenza fisica, dallo stalking allo stupro, dalle violenze domestiche fino al mobbing sui posti di lavoro. Tutte espressioni distorte del potere diseguale tra donne e uomini.

Trasporti locali, Usb dichiara sciopero nazionale di quattro ore per il 6 dicembre Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

L’Unione Sindacale di Base Lavoro Privato proclama per il prossimo 6 dicembre lo sciopero nazionale nel Trasporto Pubblico Locale di 4 ore, attuato secondo specifiche articolazioni territoriali.

Questa prima azione di sciopero, limitata a 4 ore a causa della penalizzante normativa in materia di diritto alla sciopero nei servizi pubblici essenziali, rappresenta, come si legge in un comunicato, “una prima urgente riposta contro le politiche del governo”, che prevedono,sempre secondo Usb, “vaste e preoccupanti privatizzazioni nel settore con pesanti ricadute sui carichi di lavoro, sui salari, nonché sulla qualità e quantità del servizio alla cittadinanza”.

A proposito della lotta degli autoferrotranvieri genovesi, a cui l’USB ha dato il suo pieno sostegno, il sindacato di base parla di una “condizione non più accettabile”. Da sei anni i contratti del TPL sono bloccati, mentre gestioniclientelari e criminali, che hanno visto la pesante intromissione della politica, hanno spolpato le aziende pubbliche di trasporti.

Ma altrettanto fallimentari sono le privatizzazioni: “basti pensare a quelle già attuate – come Alitalia, Telecom, ILVA, solo per citare qualche esempio. La risposta ai problemi del TPL non può dunque essere quella delle dismissioni, dell’affidamento ai privati, la riduzione del numero di aziende e la diminuzione delle risorse da parte dello Stato”.

USB Lavoro Privato chiama gli autoferrotranvieri ad aderire in massa allo sciopero nazionale e ritiene che i lavoratori debbano interrompere qualunque forma di disponibilità nei confronti delle aziende “per non essere complici di chi pretende di peggiorare il servizio, ridurre le linee e colpire nello stesso tempo salario e condizioni di lavoro”.Usb chiede ai lavoratori di ritirare la diponibilità ad operare “straordinari volontari” che, “in quanto tali, non rappresentano alcun obbligo contrattuale dei lavoratori ma sono solo ed esclusivamente una disponibilità concessa dai singoli lavoratori: in quanto tale può – e deve – essere revocata”.

Corteo il 21 dicembre a Modena contro le scie chimiche | Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Una giornata di mobilitazione nazionale contro le “scie chimiche”. A promuoverla per il 21 dicembre a Modena sono l’Associazione ‘Riprendiamoci il Pianeta – Movimento di Resistenza Umana’ e la Draco Edizioni in collaborazione con il ‘Movimento Valori e Rinnovamento’, ‘Per il Bene Comune’ e ‘Caposaldo Associazioni Unite’. La mobilitazione, promossa con un manifesto diffuso anche su internet, prevede un corteo a Modena e flash mob in diversi punti della citta’. Quella delle scie chimiche e’ una teoria secondo la quale le scie di condensazione visibili nell’atmosfera sarebbero composte da agenti chimici e sarebbero legate al passaggio di alcuni aerei.”Da diversi anni – scrivono i promotori della mobilitazione – anche l’Italia come molti altri paesi del mondo e’ interessata da sempre piu’ pesanti irrorazioni chimiche, eseguite da aerei cisterna, privi di riconoscimento, che rilasciano nei nostri cieli scie piu’ o meno consistenti”. Scie, secondo i promotori della mobilitazione, “composte da diversi materiali, fra i quali metalli pesanti”. “Chi sta spruzzando, che cosa e perche’ nei nostri cieli?”, si chiedono i promotori nel manifesto chiedendo “risposte” subito.

La parabola di Vendola e la giusta misura dello sfruttamento da: Euronomade | Autore: GISO AMENDOLA, GIROLAMO DE MICHELE, FRANCESCO FESTA

No, non avevamo bisogno di origliare le intercettazioni diffuse dal “Fatto Quotidiano”. Il gioco del cosa c’è dietro, della spiata indiscreta, del “guarda cosa si dicono in privato” non è per niente attraente, e non solo per una nostra convinta e radicata repulsione per i metodi inquisitori e per le posture da pubblici ministeri. Né per una questione di stile (per quanto le questioni di stile non siano questioni da poco). Ma perché l’attenzione al nascosto, all’intimo, al chiacchiericcio è essa stessa un dispositivo, piuttosto potente, per neutralizzare i conflitti, per produrre opinione pubblica tanto risentita quanto impotente, piuttosto che movimenti capaci realmente di far male. Non ci sembra casuale che, potendo pescare nella scatola delle notizie precotte e surgelate, nessuno abbia speso due parole di approfondimento sulla figura dello scattante felino, ancorché factotum di padron Riva: che, oltre a consegnare buste contenenti, secondo gli inquirenti, mazzette, commissionava paginate di pubblicità ILVA “legali” su tutte le testate locali (ad eccezione di due, una cartacea e una on line) per condizionarne la linea editoriale; che qualche volta è intervenuto col nickname di Angelo Battista, senza che alcuno ne avesse sentore. Giusto per chiarire come funzionava il sistema-ILVA, fino a che punto arrivasse a condizionare lo spazio pubblico della discussione, e di cosa si facesse finta di nulla a qualsivoglia livello politico e sindacale.

Perciò non meraviglia che l’operazione del “Fatto Quotidiano” produca ora una catena di discussioni torbide, che trattano la parabola di Nichi Vendola come una faccenda di immoralità personali, di mancanze caratteriali, di connaturati servilismi. Tutto questo interessa poco, se non come ulteriore specchio della corruzione generalizzata della nostra “sfera pubblica”: corruzione non “morale”, non patologica, ma sempre più evidentemente costitutiva di quella stessa sfera. A meno di non voler credere alla favola populista della corruzione come anomalia, come espressione di malanimo morale, e non come strumento di estrazione della ricchezza sociale. Ma, una volta proclamato l’assoluto disinteresse per le strategie delle truppe di Travaglio e di tutti quelli che hanno un qualche interesse a buttarla in caciara, non per questo possiamo dichiarare chiusa la questione. Perché non c’è garantismo che possa eludere l’infamia che emerge dalle vicende dell’Ilva: un’infamia tutta politica, e proprio per questo, e senza nessuna concessione al moralismo, un’infamia pienamente e duramente etica. E che non chiama in causa né solo la parabola di Vendola, né quella del suo partitino: ma è intessuta di scelte di campo, di blocchi culturali e politici, di incapacità radicate che coinvolgono il modo d’essere dell’intera sinistra. Che non a caso nel Sud conosce il suo più fragoroso e rovinoso fallimento; ed è ulteriore conferma dell’avvertimento gramsciano sulla funzione della “classe intellettuale meridionale”, quale “miglior agente del capitalismo industriale italiano”, ovvero amministratore del potere locale e formatore dell’“opinione pubblica” a tutto vantaggio del discorso della “classe industriale”.

E allora fuori dalle retoriche neutralizzanti dello scandalismo e delle simmetriche e altrettanto improvvise passioni “garantistiche”, sarà bene ribadire i tratti fondamentali di questo fallimento. Quelli evidenti, quelli per cui non avevamo bisogno di sbirciare dal buco della serratura, perché già dispiegati e fatti emergere dalle inchieste aperte nei territori, e nutriti dalle lotte reali che li hanno attraversati. Appare, s’è detto, l’immagine di un potere completamente “a disposizione” del padrone, che ha la necessità di ribadire la propria presenza, di dissipare anche il minimo dubbio che possa essersi, anche se per un solo attimo, “defilato”. Un potere che deve riaffermare continuamente il proprio essere impegnato nella sua opera di mediazione, anche quando mediare significa solo rimuovere gli ostacoli dalla ripresa del cammino del padrone, quando l’opera di mediazione del potere non può che significare “favorire gli investimenti” di quel padrone.

Sarà bene ricordare che il biennio 2009-2010, nel quale Vendola assurge a stella politica di prima grandezza e assume un altrimenti impensabile status di referente politico, o comunque di interlocutore bipartisan, è il biennio in cui viene scritta e varata negli uffici del ministro Prestigiacomo (era il 19 febbraio 2009), con l’assenso e la firma di padron Riva e dei dirigenti nazionali dei sindacati dei metalmeccanici, una “legge di interpretazione autentica” della legge regionale sulle emissioni inquinanti varata da appena tre mesi – la famigerata legge regionale 8/2009 – che consente, grazie al combinato delle medie aritmetiche, dei monitoraggi non più “di continuo” ma in tre soli fasi annuali, della “sottrazione dell’incertezza pari al 35 per cento per ciascuna unità di misura”, di millantare una inesistente riduzione delle emissioni; degli interventi sull’ARPA, che testardamente continuava a rilevare dati che avrebbero messo a rischio l’attività dell’ILVA; della rivendicata (e condotta a buon fine) opposizione di Vendola al referendum consultivo sulla chiusura dell’ILVA; dei rapporti preferenziali con il gruppo Marcegaglia, la cui presidente poteva dichiarare, alla presenza di Vendola e Riva: «Se le imprese perseguissero solo ed esclusivamente i criteri ambientali sparirebbero nel giro di poco tempo, ma soprattutto resterebbero aziende che non fanno il loro mestiere. Ecco perché all’Ilva va riconosciuto il merito di aver saputo coniugare ambiente e competitività. Il referendum è una follia». Era l’epoca in cui Vendola si rivolgeva così a padron Riva (era il 23 novembre 2010): «Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi. La stessa che mi ha fatto scendere in campo contro il referendum per la chiusura del ‘polmone produttivo’ della Puglia» – e dietro questa comunanza di valori cristiani tra il padrone e il “governatore rosso” come non pensare all’inno cristiano per eccellenza, quella Pentecoste nel quale la Chiesa “spira de’ nostri bamboli / nell’ineffabil riso”? Ed era l’epoca nella quale il gruppo Riva aveva, con i suoi danari sporchi di sangue e diossina, fatto ingresso nel salotto buono dell’Alitalia assieme ai vari Ligresti, Passera, Benetton, Colaninno, Tronchetti Provera, Angelucci.

Ma questo singolare mix di impotenza e di arroganza, di “non temete, potete contare su di me” e di “non potete prescindere da me, solo attraverso me vi salverete”, non è altro che lo specchio della crisi di rappresentanza radicale di poteri “pubblici” che non sono più che nodi di connessione, anche piuttosto deboli e occasionali, tra flussi finanziari, territori, forme delle cooperazione sociale da captare, precarizzare, ricondurre ai ritmi e alle necessità dell’accumulazione. I movimenti sociali hanno in tutt’Europa registrato la crisi radicale degli spazi democratici e la necessità di reinvenzione radicale di spazi di decisione
comuni, contro la corruzione endemica e strutturale della governance. La vera arroganza è consistita nel credere ancora mediabile quello che non poteva essere più né mediato né attraversato: tentare di attraversare la governance più o meno da “sinistra”, magari tentando la fragile carta di qualche tentativo di cooptazione di pezzi dei movimenti sociali, porta esattamente all’arroganza impotente di chi non può che farsi parte della fisiologica corruzione. E quando l’azione del potere giudiziario, che può espandere e allargare crepe nelle rappresentanze, ma che è ovviamente impotente a trovar vie di uscita alla crisi, ti mette comunque davanti all’evidenza dell’incepparsi dei meccanismi consolidati di compromesso, non puoi che ridurre l’arte di governo all’arte del buon telefonare e del proporti come amico fidato tra conoscenti di vecchia data: per una sinistra che non sa nulla della radicalità della crisi della rappresentanza, la corruzione è un esito obbligato. Inutile quindi stracciarsi più di tanto le vesti per una telefonata in cui non si capisce Vendola da che parte stia: sta dalla parte di un potere che non ha scelta, che non può far altro che lubrificare più o meno amichevolmente tutti i canali possibili di un governo che è ormai separato da tutti i classici canali di legittimazione, e che sa di avere sempre meno presa, in una crisi generale degli equilibri costituzionali. Ma il luogo di questa arroganza impotente non è altro che l’unico luogo possibile di una sinistra che non vuol sapere nulla della crisi strutturale della rappresentanza, che non riesce neanche a nominarla teoricamente, tranne inveirvi contro di tanto in tanto con l’esorcismo della “lotta al populismo”.

ilva-cimiteroL’imperativo fondamentale che costringe qualsiasi sinistra, attualmente, in questo ruolo di sempre più netta subalternità e complicità, è emerso in modo assolutamente chiaro nella questione Ilva: è l’incapacità assoluta a ragionare fuori dall’assunzione di un’idea lineare e indiscutibile di sviluppo, e di pensare a un orizzonte meridiano non più legato alla storica subalternità del meridione allo sviluppo capitalistico nazionale. La dislocazione a Taranto delle attività a caldo con libertà di ecocidio; la creazione di una catena gerarchica di comando di fatto interamente costituita da capetti importati dal bresciano e dalla bergamasca, e graziosamente alloggiati post oppidum, che non gli si dovesse sporcare il bucato della cenere rossa che tinge persino le lapidi del cimitero; il monopolio delle attività di trasporto nautico alle compagnie liguri, con ulteriore estrazione e rapina del profitto prodotto sul territorio jonico: sono esempi concreti, ma al tempo stesso simbolici, di un modello che ha usato la dialettica sviluppo/sottosviluppo come strumento di rapina, ma anche di controllo e assoggettamento dei luoghi e delle genti – e la cui critica è nel nostro DNA politico almeno dai tempi in cui ce l’hanno narrato Serafini e Ferrari Bravo. Come simbolica, ma anche performativa, è la retorica del “buon meridionale” che si sta facendo spazio attraverso l’industria cinematografica italiana – è un caso che il Salento ne sia un luogo centrale anche dal punto di vista delle dinamiche produttive? – che presenta l’arretratezza e la stereotipia meridionale come una felice opportunità tanto per i felici indigeni scampati alle brutture del progresso, quanto per la buona società nordica che la crisi costringe a cercare alternative più economiche e geograficamente prossime a Sharm El Sheik e Ibiza. Una soggezione simbolica imbastita da un’immagine dominante del Mezzogiorno italiano, quale paradiso turistico e inferno sociale, ma anche e soprattutto da una sua definizione come forma incompiuta di modelli dominanti. Da un lato, il modello ILVA e i suoi sostenitori si percepiscono come compiutezza di modelli superiori, evoluti, moderni, insomma fratelli maggiori che fanno il bene dei minori; dall’altro, e soprattutto, le popolazioni meridionali si definiscono come copia imperfetta, come fratello minore che, immaturo, non segue i ritmi e i tempi della civiltà capitalistica. Il governatore Vendola quindi intercede presso il deus ex machina con questa condizione di subalternità in mente, operando il bene del Sud, affinché esso raggiunga quella compiutezza, quella maturità. Nondimeno la filigrana del discorso appare, oggi, assai nitida: a patto che il Sud permanga in una dimensione senza storia, senza progresso, senza la luce della ragione, senza futuro, insomma senza tutte quelle conquiste dell’industrializzazione italiana, altrimenti quell’intercessione in stile vendoliano perderebbe la propria ratio.

Davvero la parabola del governatore della Puglia qui è chiarissima: dopo aver tentato, invano, di tenere insieme una (non più che retorica) preoccupazione ecologista con l’imperativo di salvare la fabbrica, almeno dalla vicenda della legge sulle emissioni in poi, il suo agire è stato necessariamente improntato all’unica necessità di creare condizioni per la ripresa degli investimenti padronali. Il mantenimento non dei livelli di reddito, ma del lavoro dentro la fabbrica, è diventato l’unico possibile orizzonte: anche quando era evidente l’insostenibilità di quella produzione, quando era chiaro che lo sfruttamento in fabbrica coincideva completamente con l’attacco generalizzato e diretto alla vita nell’intera area, si è continuato a sostenere come scelta obbligata, come strada senza alternative, la conservazione di quella produzione. A quel punto, il consegnarsi mani e piedi alla speranza della buona volontà – e alle attese di profitto – di Riva & C. era solo l’esito obbligato – e, appunto, infame – dell’intera vicenda. Eppure, le lotte dei comitati avevano fatto emergere, sia pure tra evidenti tensioni e contraddizioni, in una situazione fortemente drammatica, direzioni del tutto diverse: in quelle lotte, si era affermato – nel conflitto con la rappresentanza sindacale ufficiale, letta e vissuta a buona ragione come subalterna al padrone – un nodo strettissimo tra lavoro, precarietà diffusa, disoccupazione, e salute. La giustamente memorabile incursione del treruote dell’estate del 2012 (qui e qui) aveva aperto un spazio per un discorso non assoggettato al ricatto lavorista: emergevano lotte che cominciavano ad articolare un discorso di resistenza e di alternativa sul crinale vita/lavoro, uscendo dalla fabbrica e coniugando vita e produzione sociale, reddito e ambiente, in chiara contrapposizione alle forze sindacali. Non dovevamo aspettare l’intercettazione per sapere che la scelta di Vendola – ma la questione interroga, ripetiamolo, l’intera sinistra, politica e sindacale – fu allora di ignorare completamente quanto si apriva di nuovo e di contraddittorio con la difesa fuori tempo di uno sviluppo già battuto in breccia dai processi di deindustrializzazione: e, al contrario, di ricordare ai Riva – con quale suicida e significativa coerenza! – che avrebbero trovato in “quelli della Fiom” i migliori alleati! Non capire nulla di quanto emergeva dalle lotte autonome dei comitati, non volerle vedere, per farsi mezzano dell’alleanza di fatto tra il sindacato e il padronato in nome dell’impensabilità di qualsiasi alternativa allo sviluppo siderurgico: è questo non poter e non voler evadere dalla logica della impossibile ricerca di una giusta misura dello sfruttamento, anche quando risulta chiaro che ogni misura è saltata, l’infamia di fondo di una sinistra che non è riuscita a impersonare altro che la conservazione degli antichi equilibri e la mediazione – via via divenuta impossibile, e trasformatasi in sudditanza – tra gli antichi soggetti.

Lo stesso – lo diciamo con chiarezza – vale per quell’ecologismo borghese che crede nell’esistenza di un capitalismo green o smart con cui sostituire pacificamente quello “brutto, sporco e cattivo”, così come crede di risolvere la devastazione etica e sociale sostituendo cozze e pecorini con tofu e semi di lino, e magari Vendola con Grillo: che crede di trovare soluzioni e alternative all’interno del modello capitalistico, non avendo compreso (o avendolo compreso fin troppo bene) che produzione e circolazione delle merci e dei profitti significa anche e soprattutto produzione di comando e circolazione degli strumenti di governo e assoggettamento della vita.

In questo momento, allora, la parabola di Vendola risulta davvero significativa: perché quelle potenzialità che nella vicenda Ilva emersero, quelle nuove lotte e quella nuova dignità dei corpi oltre il lavoro e lo sfruttamento, stanno animando ora, a Sud ma non solo, nuovi movimenti territoriali, che mostrano d’essere molto più che lotte “ambientali”. Sono comitati che si muovono per la restituzione delle ricchezze saccheggiate e devastate dalle logiche dello sviluppo industriale, che pongono con forza – vedi la questione delle bonifiche in Campania – la questione della riappropriazione democratica sul senso, sui ritmi e sulle finalità dello sviluppo. Lotte che si muovono proprio su quel crinale indisgiungibile vita/salute/lavoro/welfare che era già emerso a Taranto e che Vendola aveva scelto di ignorare per farsi triste mediatore, in nome dell’imperativo della produttività industriale, tra esigenze del padrone e richieste di un sindacato subalterno. Sul terreno tracciato da queste lotte, e dalla cooperazione sociale che in esse si esprime, è possibile riarticolare ora un discorso diffuso di dignità, di resistenza e di produzione di spazi alternativi di decisione: al contrario, la strada delle piccole sinistre “socialiste” – quale Sel è stata – del “realismo” della difesa della rappresentanza, degli imperativi dello sviluppo imposto, e della centralità assoluta della difesa del lavoro salariato a qualsiasi costo, è solo la storia triste di una subalternità caparbiamente perseguita.

Genova riparte ma con riserva. Entro l’anno il referendum dei lavoratori | Fonte: Il Manifesto | Autore: Katia Bonchi

Le cinque giornate di Genova si chiudono con un sì all’accordo firmato tra associazioni sindacali, Prefettura, Comune di Genova, Regione Liguria e Amt. Ma non si tratta di un sì definitivo, in quanto entro il 31 dicembre un referendum tra tutti i dipendenti dell’azienda, dovrà ratificarlo o meno, dopo che i tavoli tecnici tra azienda e sindacati avranno chiarito come l’azienda di trasporto pubblico comunale riuscirà a risparmiare 4 milioni di euro nel 2014 senza toccare le tasche dei lavoratori né il loro orario di lavoro.
Un sì arrivato tra polemiche e contestazioni, dopo quattro ore di tesissima assemblea a cui hanno partecipato circa 1.500 dei 2.500 lavoratori dell’azienda. Decine di interventi contrapposti, tra acclamazioni e urla, perché se l’accordo raggiunto è stato valutato positivamente dalla maggioranza, per molti non era sufficiente per porre fine allo sciopero.
Per la prima volta nella vita, infatti, almeno una parte dei tranvieri genovesi, si è vista in testa a una protesta che poteva trascinare altre realtà del trasporto pubblico ma non solo. «La scintilla dell’Italia siamo noi» urlavano fieri ieri i tranvieri in corteo, perché i beni comuni sono a rischio privatizzazione in tutto il Paese e da Genova avrebbe potuto partire la battaglia per difenderli. «Volevamo essere la miccia della protesta, ma non si è mai vista una miccia che dura 5 giorni – ha detto sconsolato un giovane autista – perché se a parole la solidarietà è arrivata da molte parti d’Italia e da diverse categorie, in piazza poi ci siamo stati solo noi». «Non possiamo aver investito 5 giorni di sciopero per aver in cambio solo un accordo fumoso – ha detto in assemblea una delle tante voci in disaccordo – perché questa è una vertenza che ha una rilevanza sociale, una battaglia per tutti i cittadini».
Un fronte del no formato in gran parte dai più giovani, giustamente più preoccupati per un futuro calcolato sul lungo periodo, mentre i «padri di famiglia – come li ha definiti informalmente un sindacalista – sono per il sì perché sono stanchi ed esasperati».
A chiudere gli interventi è stato Andrea Gatto, segretario nazionale del sindacato autonomo Faisa Cisal, il più forte tra i tranvieri genovesi. Gatto è stato uno dei capipopolo della protesta, ma oggi con le ultime forze ha cercato di riportare i suoi sul binario della responsabilità: «Dobbiamo ricordarci che questa vertenza non è stata aperta per cambiare il mondo. Volevano che Amt rimanesse pubblica, che il Comune ricapitalizzasse, che la Regione pagasse gli autobus, che non toccassero gli stipendi dei lavoratori. E tutto questo nell’accordo c’è scritto«.
Il livello di tensione si è alzato vertiginosamente man mano che si avvicinava il momento del voto. Ma lo stesso sistema per dire sì o no ha creato polemiche fin dall’avvio dell’assemblea: «Avevamo preparato le schede per far votare 2.500 lavoratori – spiega Antonio Cannavacciuolo della Uiltrasporti – ma ci hanno detto che con le schede ci sarebbero stati i brogli, così abbiamo rinviato la decisione alla fine degli interventi». Poi i sindacati, stretti tra chi voleva votare subito, chi in rimessa, chi per alzata di mano, chi no, hanno preso la decisione che ha suscitato più polemiche: quella di far spostare i lavoratori ai due lati della sala, i favorevoli a destra, i contrari a sinistra. Molti hanno lamentato che non sia stato dato tempo sufficiente a far capire cosa fare e come: «Non è vero – dice Cannavacciuolo – abbiamo ripetuto il tutto per alcuni minuti. Ma quando si perde è più semplice trovare delle scuse». Secondo i sindacati, che hanno fotografato i due «fronti», il sì ha vinto a grande maggioranza, con una percentuale intorno al 65-70%. Molte decine di lavoratori si sono riversati fuori dalla sala urlando la loro rabbia e minacciando di strappare la tessera del sindacato. «Questa è una brutta pagina di storia sindacale, dopo cinque giorni di lotte uniti, non doveva finire così».
Forse le divisioni erano inevitabili, ma il modo in cui i lavoratori hanno lasciato la sala, soprattutto dopo la grande e coesa assemblea del giorno precedente, non può non aver lasciato l’amaro in bocca a molti. Intorno a metà pomeriggio gli autobus hanno cominciato a uscire dalle rimesse. Per i genovesi certamente un sospiro di sollievo, dopo cinque giorni di paralisi, per qualcuno la fine di un «sogno». Oggi i bus saranno di nuovo in pieno servizio pronti per Sampdoria Lazio. Qualcuno aveva chiesto di fermarsi fino a lunedì: «Abbiamo lasciato a piedi per una settimana i nostri concittadini, perché non lasciare a piedi i tifosi?». E molti, nella giornata dei veleni, hanno ironizzato: «L’accordo arriva proprio in tempo per la partita, chissà come mai»

Italia in vendita, a Pisa c’è chi dice no Fonte: Il Manifesto | Autore: Sandro Medici

 

Serviranno le furenti giornate genovesi a renderci definitivamente consapevoli che nel nostro paese è in corso una colossale spoliazione dei beni pubblici, un vero e proprio furto del patrimonio di noi tutti, cittadini e cittadine? Una trattativa sindacale sembra aver attenuato il conflitto tra il Comune e i tranvieri, sebbene restino asprezze e delusioni, ma quei cinque giorni di sciopero stanno lì a segnalare una contraddizione molto più acuta, destinata a riproporsi. A Genova come in altre città, oggi sul trasporto pubblico, domani sugli altri servizi municipali, dopodomani sul patrimonio immobiliare, e poi su caserme e poligoni, sui teatri, sui fondi agricoli, sui beni culturali, sui beni paesaggistici.
Sta insomma succedendo che le istituzioni politiche stanno svendendo l’Italia. Hanno cominciato con quel paradiso in terra che è l’isola di Budelli e chissà se mai si fermeranno. Dal governo in giù, tutte le amministrazioni pubbliche sono chiamate a disfarsi di quell’insieme di beni e servizi con cui finora, tra eccellenze e scricchiolii, sono stati garantiti diritti sociali e corrisposti bisogni popolari. Una politica assassina che non solleverà che di qualche grammo il peso del debito pubblico, e che invece indebolirà irrimediabilmente il paese e immiserirà il corpo sociale. Ma che, al contrario, permetterà cospicue accumulazioni di profitti e rendite, liberando la più selvaggia rincorsa speculativa del capitale finanziario.
I più esposti lungo questa acida traiettoria sono i sindaci, terminali esecutivi di vendite e privatizzazioni. Difficile che cittadini e lavoratori accettino in silenzio le previste deprivazioni; anzi, sempre più ci si riappropria di spazi abbandonati prim’ancora che vengano messi all’incanto, sempre più si estendono i conflitti territoriali per salvaguardare terre, mari e cieli. Il Teatro Valle e la Val di Susa, il Colorificio di Pisa e la lotta contro discariche e inceneritori, così come le centinaia di vertenze sparse nel paese sono tutti segmenti della stessa battaglia per i beni comuni. Sarà sempre più arduo comporre un conflitto che ormai s’accende in ogni dove: e i margini tra l’incalzare degli interessi e la tutela dei bisogni si stanno definitivamente estinguendo. I sindaci dovranno scegliere se diventare i funzionari liquidatori della propria amministrazione o se difendere i propri beni, le proprie comunità.
Tra il sindaco di Torino che privatizza il trasporto pubblico e quello di Messina che requisisce un villaggio per ospitarvi i sopravvissuti del naufragio di Pantelleria, c’è una differenza significativa: lungo la quale transita la scelta se rendersi partecipe del massacro nazionale o se sottrarsi e promuovere politiche alternative.
E proprio per offrire agli enti locali proposte e materiali che consentano una diversa gestione amministrativa, per sfuggire ai vincoli e agli obblighi che si scaricano sui Comuni, è in corso a Pisa l’incontro nazionale delle città solidali. E’ cominciato venerdì e si concluderà oggi pomeriggio. Tanti gli argomenti e le pratiche in discussione, tra cui i bilanci comunali sostenibili, l’estensione dei servizi sociali, l’uso sociale del patrimonio abbandonato, la valorizzazione culturale, la salvaguardia di territori e paesaggi, la democrazia partecipata, i diritti non più negati ma accolti e soddisfatti. E’ una realtà allo stato nascente composta attualmente da amministratori e amministratrici di una quindicina di città, da Messina ad Ancona, da Brescia a Firenze, da Imperia a Brindisi. Siamo sicuri che presto estenderà la sua rete di collaborazioni e collegamenti.

Genova, gli autisti dissidenti: “Vogliamo un referendum regolare” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“La miccia è accesa. E ora sta a loro gestire l’accordo farsa”. Tra gli autisti ribelli di Genova c’è molta amarezza. E la partita dell’accordo Amt non la considerano per niente chiusa. “Andremo avanti con le contestazioni. Vogliamo un referendum regolare”.Cha alla sala chiamate dei camalli ieri ci sia stato un vero e proprio blitz delle organizzazioni sindacali non ci sono dubbi. Basta confrontare le immagini dei video che girano in rete con le testimonianze dirette per rendersene conto. La procedura del tutto sommaria, la pressione dell’urgenza, la stanchezza dopo quattro ore di assemblea: tutti elementi tipici che i vecchi “professionisti” del sindacato hanno gestito con freddezza e dterminazione fino all’esito voluto. “Questo voto non può essere valido, è una presa in giro. In sala c’erano estranei mentre alcuni lavoratori Amt erano fuori”, ha urlato un giovane autista. Poi, in lacrime, ha aggiunto: “Dopo cinque giorni di sofferenza e lotta assieme, ci siamo divisi e abbiamo perso di credibilità davanti a tutti”.
Il primo conto che non torna è proprio quello sulla procedura utilizzata per far esprimere i lavoratori. A maggio, all’epoca dell’accordo stracciato poi dal Comune di Genova, ci fu il referendum. Stavolta invece, nemmeno l’ombra. La cosiddetta “consultazione” è avvenuta facendo dividere in sala chi era d’accordo e chi contro senza capire prima chi effettivamente fosse presente in sala. Possible tutta questa sommarietà e leggerezza in un momento così delicato?

Controlacrisi.org ha raggiunto al telefono Luca, tra quelli che ad un certo punto hanno deciso di autorganizzarsi perché la situazione si era fatta davvero insostenibile e costretto il sindacato a scioperare.

“L’accordo è tutto basato su ricapitalizzazione e no alla privatizzazione, ma a veder bene – sottolinea Luca – non ci sono formule chiare in proposito nel testo. E noi, lo voglio ricordare, siamo stati ben scottati dall’accordo precedente proprio su questi punti”. A non quadrare sono anche altri passaggi, come quello sulla cosiddetta riorganizzazione, che dovrebbe far risparmiare all’azienda 4 milioni. “Non ci è stata spiegata – dice Luca – così come si capisce poco dell’agenzia regionale.Mentre invece è chiara la vicenda della manutenzione esterna, che fa sbucare fuori alcuni capitoli della privatizzazione”. “Nel 2015 – conclude Luca – quando si andrà a gara non ce la caveremo se l’Agenzia regionale non funzionerà come si deve”.

Gli autisti di Genova si preparano a dare battaglia. Una delegazione di loro andrà a Roma all’assemblea degli austiti autorganizzati dell’Atac, e tra loro ci sono alcuni iscritti al Pd. La categoria è agitata. Il 6 dicembre l’Usb ha indetto uno sciopero nazionale. L’ondata delle privatizzazioni interessa ovviamente anche altre città. E non è detto che il testimone di un tavolo nazionale non venga preso in mano da altre città.