Anche a Catania il 25 novembre ci farà Lo sciopero delle donne.

Comunicato stampa
Per la giornata internazionale contro la violenza di genere, anche le donne di Catania hanno adottato il rosso:  che sia un drappo, una bandiera, una sciarpa, un indumento, ma che sia rosso.
Rosso: non il colore del sangue e del sacrificio ma quello del coraggio, della riscossa. Rosso, il colore dell’energia, rosso come chi non si piega, rosso per chi protesta e combatte contro la mattanza che uccide, solo in Italia, una donna ogni due o tre giorni.
Le manifestazioni inizieranno al mattino con un sit-in davanti al tribunale di Catania dalle 8:30 alle 10:00. Il 25, infatti, prende il via il processo d’appello per il femminicidio di Stefania Noce, la studentessa catanese femminista uccisa dal fidanzato, che diceva di amarla più della sua vita.
Tutt* indosseranno qualcosa di rosso.
Nel pomeriggio, in piazza Stesicoro, nell’area antistante le rovine romane, dalle 16:00 alle 18:00  le associazioni partecipanti creeranno dei momenti di sensibilizzazione e informazione sulla violenza di genere con mostre, performance, flash mob e reading di brani e poesie.
Hanno aderito le seguenti associazioni: Le Voltapagina, SNOQ CT, Udi Catania, Associazione Sen Licodia, Centro Antiviolenza Thamaia, Arcigay Catania, Associazione Antimafia Rita Atria, Associazione Casablanca, La Ragna-Tela (Rete catanese di donne e uomini affinché la violenza sessista abbia fine), COPE, ASIFI, OpenMind GLBT Catania, CGIL Catania, ANPI Catania, TILT Sicilia, Associazione Culturale “XXI in scena – Etna ‘ngeniousa”, FIOM, Ass. 25 novembre giornata mondiale contro la violenza alle donne.
Programma:
• SEN (associazione Stefania Noce) poesia di Stefania Noce musicata e cantata
• La Ragna-tela mostra fotografica “Tante donne tante case” / Istallazione “Il merito delle donne. La grandezza femminile a Catania” +  reading brani tratti dal libro di Goliarda Sapienza “Io, Jean Gabin” e brani del libro “il salice e la betulla” di Cleide Catanzaro
• ASIFI mostra pittorica + estemporanea
• Arcigay danza silenziosa
• FIOM lettura di un brano Ferite a morte
• TILT reading
• Associazione Culturale “XXI in scena – Etna ‘ngeniousa reading di Egle Doria
• CGIL reading “con il ventre squartato” + istallazione in contemporanea dai quattro canti a via Crociferi lungo la via San Giuliano drappi rossi e istallazione scarpe rosse
• LVP-SNOQ performance “Chi rompe non paga” + reading poesie

Un anno di presidio permanente in contrada Ulmo a Niscemi

Per una resistenza popolare permanente contro il Muos e le 46 antenne

Per la smilitarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo

Dal 22 novembre 2012 , dopo il successo della prima manifestazione nazionale NoMuos del 6 ottobre, i comitati e gli attivisti NoMuos hanno iniziato un’ininterrotta presenza di monitoraggio e di azioni dirette per bloccare il lavori di costruzione dell’ecoMUOStro .

In questi intensi mesi di lotta la partecipazione popolare è cresciuta , nonostante la crescente repressione ed i violenti sgomberi dei blocchi : dalla grande manifestazione del 30 marzo alla riuscita dello sciopero generale autorganizzato a Niscemi il 31 maggio, fino al 9 agosto con l’ingresso di migliaia di persone dentro la base della morte per liberare i 10 attivisti NoMuos, che erano saliti sulle antenne NRTF. Soprattutto dopo l’arrivo delle autogru della ditta COMINA di Belpasso l’11 gennaio si sono moltiplicati i blocchi ( che hanno visto la partecipazione, oltre degli attivisti dei comitati, delle mamme NoMuos) per praticare la revoca dal basso dei lavori. Contemporaneamente sul piano legale ci si batte nelle sedi giudiziarie, su quello scientifico si smontano gli studi pseudo-indipendenti dell’ Istituto Superiore di Sanità e su quello parlamentare si è presentata una nostra proposta di mozione: tutto ciò dimostra che il movimento sta costruendo solide radici , e non solo a Niscemi ,come dimostra la presenza dei comitati NoMuos nel resto d’Italia e la partecipazione alle manifestazioni di lotta contro il governo dell’austerità e della guerra a Roma il 18 e 19 ottobre,ma deve ulteriormente rafforzare la sua capacità di mobilitazione popolare. Oramai tanti falsi amici (passato il periodo elettorale) hanno gettato la maschera, non bastano più le petizioni e le chiacchiere.

Nello scorso fine settimana siamo stati protagonisti dell’occupazione dell’assessorato al Territorio a Palermo, delle contestazioni a Crocetta a Gela ed a Forza Nuova a Pozzallo contro una manifestazione razzista, domenica scorsa sempre a Pozzallo si è tenuta una manifestazione interetnica con numerosi migranti; la progettualità di lotta del movimento NoMuos si sta estendendo oltre alla smilitarizzazione dei nostri territori, anche alla lotta per la chiusura delle galere etniche ed alla solidarietà attiva ai migranti.

Ad un anno dall’inizio del presidio permanente, prezioso laboratorio di democrazia diretta e di rapporti umani (con le fisiologiche luci ed ombre), tutto il movimento NoMuos deve riprendere le iniziative di lotta nella Sughereta ed a Niscemi (dove tra pochi giorni inaugureremo una sede in via 20 settembre n.36 ) , in vista dell’accelerazione dei lavori di completamento del Muos.

SABATO 23 novembre

 

 

ore 10,30 Passeggiata con mostre e musica

ore 13,00 Pranzo Sociale+Mercatino Sinergico al Presidio

ore 16,00 Assemblea Popolare (P.zza Vittorio Emanuele II)

ore 20,00 Cena Popolare al Presidio

ore 21,00 Concerto

Coordinamento regionale dei comitati NoMuos www.nomuos.info/

Presidio permanente NoMuos c/da Ulmo

 

 

‘Anpi in piazza per difendere la Costituzione da: la repubblica

L'Anpi in piazza per difendere la Costituzione

Il 24 novembre l’Associazione nazionale partigiani d’Italia sarà in 150 piazze d’Italia per dire no agli attuali tentativi di riforma costituzionale. Previsto in seguito un presidio davanti Montecitorio

 

21 novembre 2013

NO alle modifiche della Costituzione. No ai cambiamenti senza che i cittadini siano consultati. Il grido di allarme in difesa della Carta arriva dall’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, che lancia una giornata di mobilitazione, il 24 novembre in 150 piazze, per opporsi alla riforma dell’articolo 138 in discussione alla Camera.

La legge costituzionale proposta da questa maggioranza, denuncia Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi “vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale”, quella che garantisce il referendum sulle modifiche costituzionali, e “in questo quadro di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce”.

Smuraglia ricorda che, fra poco più di un mese, la Camera voterà in terza ed ultima lettura le modifiche dell’articolo 138 e se lo farà con una maggioranza che superi i 2/3 non ci sarà la possibilità di promuovere un referendum.

E per questo l’Anpi ha deciso di dedicare la tradizionale giornata del tesseramento, che quest’anno cade domenica 24 novembre, ad una grande campagna di informazione e di chiarimento sul tema, facendo di quella giornata un vero e proprio appuntamento diffuso per la Costituzione. I cittadini potranno avvicinarsi ai banchetti e ai gazebo, prendere informazioni, ricevere materiale, affinché siano consapevoli di ciò che sta accadendo e impediscano quello che è stato definito da Smuraglia “un autentico strappo a danno dei cittadini”.

L’intento di Smuraglia, inoltre, è anche quello di organizzare un presidio davanti alla Camera “e lo faremo, spero, con una larga partecipazione e con l’adesione di tutte le Associazioni impegnate nella difesa della Costituzione”.

Privatizzazioni, una grande svendita che farà godere le banche. Prc: “Uno scandalo” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Dal petrolio e dal gas all’elettronica, al controllo del traffico aereo, ai servizi assicurativi-finanziari per le imprese all’estero, ma anche cantieri navali e stazioni ferroviarie: sono otto le societa’ che entrano nella prima tranche del piano di privatizzazioni del Governo, annunciata oggi. Sono controllate dal Tesoro, direttamente o tramite Cassa Depositi e Prestiti ed in un caso da Ferrovie, con partecipazioni pubbliche che verranno alleggerite con una parziale dismissione della quota. IlGoverno ha anche annunciato il via libera all’operazione di cessione di un pacchetto del 3% di Eni, affiancato a un buyback del Cane a Sei zampe che non farà scendere lo Stato sotto il 30% del capitale, la famosa soglia d’Opa. In pratica, con il riacquisto di titoli azionari effettuato dalla società petrolifera, la partecipazione del Tesoro, in mano principalmente alla Cdp, crescerebbe al 33%; proprio di quel 3% aggiuntivo si avvia la dismissione e Saccomanni ha spiegato che dovrebbe valere 2 miliardi. Il titolare delle Finanze ha aggiunto che sul mercato andranno una quota del 60% di Sace e Grandi Stazioni. Per Enav e Fincantieri si tratta del 40%, mentre “nel complesso delle privatizzazioni che riguarderanno le reti in mano alla Cdp saremo nell’ordine del 50%”. Da queste operazioni dovrebbero entrare tra i 10 e 12 miliardi di euro, di cui la metà vanno a riduzione del debito nel 2014 e l’altra parte a ricapitalizzazione della Cdp.

Con questo pacchetto in mano domani il ministro Saccomanni andra’ alla riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles per “battagliare con piu’ forza”. Almeno così dice il Consiglio, Enrico Letta. Intervenendo in collegamento video agli Stati generali della cultura a Milano ha dichiarato di voler “ridurre il debito l’anno prossimo per la prima volta dopo cinque anni”, “grazie alle privatizzazioni”, un piano ”importante e significativo”.

 

Le proteste si sono levate da più parti, a cominciare dai sindacati che cominciano a intravedere il pericolo di una dismissione progressiva e quindi di un futuro smembramento delle aziende. Per il Prc siamo alla svendita. “Le ‘dismissioni’ da 12 miliardi, di parte dell’Eni e di Fincantieri, tra l’altro, annunciate da Letta – scrive Paolo Ferrero in una nota – sono un vero e proprio scandalo: il premier dimostra di essere a libro paga della Merkel, e andrebbe denunciato per alto tradimento”. “La svendita – di questo si tratta – del patrimonio pubblico – continua Ferrero – non porterà risorse né aiuterà a far diminuire il debito pubblico. È solo lo smantellamento e la svendita, appunto, dei gioielli di famiglia, alle spalle e a scapito del popolo italiano che ne è il legittimo proprietario”.

 

Le associazioni dei consumatori annunciano di voler vigilare. “Non vorremmo infatti – si legge inun comunicato di Federconsumatori e Adusbef – che si facesse l’ennesimo regalo alle banche”. La scelta della fase non certo esaltante per il mercato borsistico lascia sospettare che possa esserci pronta qualche operazione speculativa. Il caso Telecom non aiuta certo a farsi una opinione diversa, infatti.

 

– ENI – Core business nel petrolio e nel gas: la societa’ guidata da Paolo Scaroni e’ la prima azienda italiana per capitalizzazione a Piazza Affari, 66,4 miliardi a fine 2012. Un gigante dell’Energia con un fatturato oltre i 127 miliardi alla chiusura dell’ultimo bilancio, presente in 90 Paesi, 78.000 dipendenti. Il Tesoro ha oggi in Eni una partecipazione del 4,34% mentre la Cassa Depositi e Prestiti (all’80,1% del Tesoro) ha una quota del 25,76%.
– STM – Leader globale nel mercato dei semiconduttori con clienti in tutti i settori applicativi dell’elettronica, la societa’ di Pasquale Pistorio (oggi presidente onorario) e’ quotata alle Borse di Milano, Parigi e New York. Nel 2012 i ricavi netti sono stati pari a 8,49 miliardi di dollari. Gruppo italo-francese della microelettronica, con sede a Ginevra, e’ partecipato indirettamente dal Tesoro tramite la StMicroelectronics Holding N.V. di cui ha il 50% (il restante 50% e’ del francese Fonds strate’gique d’investissement).

 

ENAV – E’ la societa’ a cui lo Stato ha affidato la gestione e il controllo del traffico aereo civile nei cieli e negli aeroporti italiani. Interamente controllata dal Tesoro e vigilata dal Ministero dei Trasporti, nasce dalla trasformazione nel 2000 dell’Ente Nazionale Assistenza al Volo in Spa.

 

SACE – Offre servizi di export credit, assicurazione del credito, protezione degli investimenti all’estero, garanzie finanziarie, cauzioni e factoring, con 70 miliardi di euro di operazioni assicurate in 189 paesi. Dal novembre 2012 e’ controllata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti.

– FINCANTIERI – E’ uno dei gruppi cantieristici piu’ grandi al mondo, erede della grande tradizione italiana in campo navale. Con ricavi a quota 2,4 miliardi nel 2012 con una quota di export oltre il 70%. E’ controllato da Fintecna (al 100% della Cdp) che ha in portafoglio una quota oltre il 99%.
– CDP RETI – E’ un veicolo di investimento, costituito nel mese di ottobre 2012 e posseduto al 100% da Cassa Depositi e Prestiti. Ha in portafoglio, acquisita nel 2012 da Eni, una partecipazione del 30% in Snam, la societa’ protagonista della metanizzazione dell’Italia a partire dal 1941, realizza e gestisce le infrastrutture del gas.

 

– TAG – Trans Austria Gasleitung e’ la societa’ che gestisce in esclusiva il trasporto di gas nel tratto austriaco del gasdotto che dalla Russia giunge in Italia attraverso Ucraina, Slovacchia e Austria. Asset strategico perche’ garantisce circa il 30% delle importazioni nazionali. Cassa Depositi e Prestiti ha rilevato da eNI a fine 2011 dall’Eni, tramite Cdp Gas, una quota dell’89%.

 

– GRANDI STAZIONI – Controllata al 60% da Ferrovie dello Stato (al 100% del Tesoro) e’ la societa’ creata nel 1998 con l’obiettivo di riqualificare, valorizzare e gestire le tredici principali stazioni ferroviarie italiane: oltre 1.500.000 mq di asset immobiliari con piu’ di 600 milioni di visitatori l’anno.

Privatizzazioni, la goccia di 12 miliardi sul debito Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano

 

C’è qualcosa di «stupido», riprendendo la famosa affermazione di Prodi sui vincoli europei, nel progetto di proseguire la privatizzazione di parte delle società pubbliche e il programma di spending review. Fortunatamente c’è ancora tempo prima che i propositi diventino politica economica, Keynes era convinto della forza delle idee (buone) rispetto agli interessi costituiti.

 

Il primo effetto «potenziale» della discussione del consiglio dei ministri è quello di ampliare l’impatto della Legge di Stabilità di ulteriori 12 miliardi di euro per il 2014, di cui 6 per ridurre un debito pubblico di oltre 1.900 mld (avete letto bene), e 6 per ricapitalizzare la Cassa Depositi e Prestiti, mentre i risparmi di spesa, stimati in 32 mld di euro (spending review), superiori alle previsioni indicate nella Legge di Stabilità, saranno destinati alla riduzione delle tasse sul lavoro, dell’indebitamento e del debito. Con il consiglio dei ministri prende corpo il Documento economico e finanziario (Def), nel quale il governo si era impegnato a realizzare privatizzazioni per 30 mld di euro tra il 2014 e il 2015.

 

Per capire cosa celano le privatizzazioni (potenziali) è necessario fare un piccolo passo indietro rispetto alla «discussione proficua» (cit. Letta), più precisamente al provvedimento “Destinazione Italia”. In esso si declinava il piano sotteso alle privatizzazioni: attirare investimenti dall’estero, come quelli nazionali, per valorizzare le «società partecipate dallo Stato anche con la predisposizione di un piano di dismissioni».

 

Si assume che un «programma di privatizzazioni e dismissioni avrebbe numerosi vantaggi: a) lo sviluppo delle Società da privatizzare, attraverso l’acquisizione di nuovi capitali italiani ed esteri; b) l’ampliamento dell’azionariato mediante la quotazione in Borsa, che consenta anche una più ampia diffusione del capitale di rischio tra i risparmiatori e la crescita della capitalizzazione complessiva della Borsa italiana; c) l’ottenimento di risorse finanziarie da destinarsi alla riduzione del debito pubblico».I beneficiari dell’operazione sono gli investimenti diretti esteri. L’esperienza Telecom non ha insegnato molto, possiamo riporre qualche speranza nell’intraprendenza di Massimo Mucchetti circa la golden share.

 

Se in prima approssimazione i provvedimenti di Letta assomigliano tanto alle misure adottate per agganciare l’euro tra il 1992 e il 2000, in realtà c’è una differenza di fondo e forse di sostanza: Amato vedeva nella privatizzazione la via per fare politica industriale, sappiamo poi come è andata a finire; il programma di Letta è finalizzato alla sola riduzione del debito (6 mld) e dell’indebitamento, tra l’altro via investimenti diretti esteri.

 

Le principali società coinvolte sono la Sace, Grandi Stazioni, quote di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti e del gasdotto Tag. Anche l’Eni è interessata con l’annunciato del via libera all’operazione di cessione di un pacchetto del 3%, affiancato a un buyback che non farà scendere lo Stato sotto il 30% del capitale.

 

Relativamente al programma spending review del Commissario discusso dal consiglio dei ministri, è necessario sottolineare che (il programma) non risponde a nessun indirizzo di massima del parlamento, deteriorando il potere di controllo e indirizzo dello stesso. Visto che si parla di servizi pubblici, forse, sarebbe il caso di fare uno sforzo di democrazia parlamentare. Diversamente rimangono le intangibili indicazioni del ministro del Tesoro e del Commissario. Sicuramente persone per bene, ma pur sempre persone. Razionalizzare 32 mld di euro, via risparmi, razionalizzazione dei costi della spesa pubblica e riordino della spesa a favore dei cittadini (detrazioni ed altro), può essere un lavoro più importante delle persone coinvolte?

 

Se il governo adotta un criterio universale per controllare i costi della pubblica amministrazione il paese sarà migliore, anche se continuo a pensare che non serva un commissario ma dei ministri che lavorano bene per assolvere a questo compito. Tuttavia il principale problema della spesa pubblica italiana è relativo alla formazione della spesa futura, cioè spesa corrente e in conto capitale per i prossimi anni. Pensate ai progetti che oggi, a torto o ragione, consideriamo inappropriati o inutili con il sopraggiungere della crisi economica.

 

Sarebbe necessaria una spending review capace di ricontrattare i progetti di spesa pubblica (contratti privati) esistenti e futuri, con dei criteri di efficacia ed efficienza, differenziando tra spesa che produce reddito e spesa che produce rendita.

Speriamo che la forza delle idee di Keynes sia più forte della stupidità delle vittime delle idee di qualche economista defunto

Scuola, ultimatum Ue all’Italia: assumete 137 mila precari entro due mesi | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

 

La Commissione Europea ha inviato all’Italia un nuovo avvertimento sulla discriminazione degli insegnanti e del personale precario che lavora nella scuola da più di 36 mesi continuativi a proposito del mancato adeguamento dello stipendio al personale di ruolo. Il nostro paese rischia una multa minima di 10 milioni di euro perché dal 1999, quando è stata emanata la direttiva comunitaria numero 70, non ha mai stabilizzato i 137 mila precari della scuola (stima Anief, 130 mila per Flc-Cgil, Cisl e Uil) che hanno lavorato per più di tre anni con le supplenze.

Nella lettera con la quale la Commissione Ue mette in mora l’Italia si legge che il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) usa i precari con contratti a termine «continuativi», ad ogni fine di anno scolastico (e comunque alla fine di ogni incarico) li «licenzia», per poi «riassumerli» attraverso il meccanismo della chiamata dalle «graduatorie in esaurimento», oppure con le chiamate dei presi a partire dalla fine di ogni agosto. Un’operazione che si protrae anche per molti mesi. Il problema è che, così facendo, centinaia di migliaia di persone vengono lasciate «in condizioni precarie nonostante svolgano un lavoro permanente come gli altri». La discriminazione di Stato non riguarda solo lo status giuridico, ma anche il reddito. I precari, infatti, guadagnano sensibilmente di meno degli «assunti». Se alla lotteria delle «chiamate» vincono una cattedra piena (cioè 18 ore alla settimana), possono arrivare anche a 1400 euro al mese. L’anno successivo rischiano tuttavia di ricominciare da un reddito anche dimezzato. Considerati i tagli delle cattedre, il riaccorpamento delle classi o degli istituti, e il blocco del turn-over, le cattedre sono diventate in questi ultimi anni sempre di meno, e ai precari non resta che accontentarsi di «spezzoni». In questi casi il reddito diminuisce sensibilmente, poco più o poco meno sulla soglia di povertà. Per la Commissione Ue gli stipendi vanno adeguati perché questi precari «svolgono lo stesso lavoro ma hanno un contratto diverso» rispetto a chi ha già un «ruolo». L’Italia deve rispondere entro due mesi, altrimenti la procedura sarà depositata alla Corte di giustizia europea. Una condanna della Corte costerà 10 milioni di euro, una cifra che potrà aumentare, da 22mila a 700 mila euro per ogni giorno di ritardo. «Dopo la messa in mora dell’Italia in merito alla procedura sul personale Ata della scuola, quello giunto oggi è un ulteriore segnale importante – afferma Marcello Pacifico dell’Anief e segretario organizzativo Confedir – L’equiparazione stipendiale è fondamentale anche ai fini della stipula dei contratti sui posti vacanti, sino al 31 agosto, e verso la stabilizzazione dei 137 mila supplenti nella nostra scuola». Tutti i sindacati sono ormai in trincea contro il ministero e chiedono una soluzione definitiva a questa piaga tutta italiana. Per la Flc-Cgil, che come l’Anief ha promosso un ricorso alla Corte di giustizia europea, il governo «deve mettere in campo un piano pluriennale che consenta la stabilizzazione – afferma il segretario Domenico Pantaleo – andando oltre gli stessi contenuti della legge sull’istruzione approvata in parlamento». Per Francesco Scrima della Cisl la stabilizzazione risolverebbe anche la discriminazione sul reddito dei precari. «Chi è assunto a tempo indeterminato – afferma – può far valere l’anzianità accumulata con il lavoro precario». La Uil attacca il piano triennale di immissioni in ruolo deciso dal ministro Carrozza; «è una soluzione parziale – sostiene – ci sono ancora posti in organico di diritto coperti con contratti annuali reiterati di anno in anno. La soluzione è l’organico funzionale».

Il Miur ha cercato di rivendicare la trasformazione delle graduatorie fisse in graduatorie in esaurimento («per sgonfiare le sacche di precariato»). E sostiene che le 11.542 immissioni in ruolo per il triennio 2014-2016 «contribuiranno a riportare a un livello fisiologico il ricorso ai precari». Che, nel 2016, saranno grosso modo 120 mila. Se l’Europa troverà convincenti queste argomentazioni, la procedura si arresterà. Altrimenti, lo Stato italiano inizierà a pagare.

Appello: Reddito garantito, occorre una «larga intesa» | Fonte: Bin Italia

Dinanzi all’immobilismo sulla questione sociale dimostrata dalle larghe intese attualmente al Governo diviene urgente promuovere una «larghe intesa sociale e politica» per introdurre un reddito garantito in Italia: qui e ora.

Inutile insistere sulla cruda realtà delle statistiche: un quarto della popolazione sospesa tra esclusione e marginalità sociale, un tasso di disoccupazione giovanile al 40%, circa tre milioni di disoccupati, per non considerare i milioni di «scoraggiati» che neanche si affacciano più al «mercato del lavoro», tutte e tutti senza alcuno strumento di sostegno al reddito.

In questi mesi il Governo non è stato capace di adottare nessuna misura utile ad arginare l’esplodere di una questione sociale che peggiora continuamente, nel sesto anno di crisi sociale ed economica, acuita dalle misure di austerità assunte dalle politiche pubbliche. L’Italia ha così guadagnato il triste primato di avere, tra i 28 paesi dell’Ue, il tasso maggiore di incremento della popolazione a rischio di esclusione sociale e si avvia a rimanere l’unico Paese senza una forma di garanzia universalistica dei «bisogni primari».

Negli stessi mesi sono state presentate alle Camere tre proposte di legge per l’introduzione di una qualche forma di reddito garantito (cfr. il manifesto 15 novembre 2013). Parlamentari del Partito Democratico ed i gruppi di Sinistra Ecologia e Libertà e del Movimento 5 Stelle hanno depositato tre distinti progetti di legge in favore di misure che in qualche modo hanno a che fare con il reddito minimo garantito.

È il momento che queste tre proposte diano vita ad una concreta, unica, iniziativa in favore di un reddito minimo garantito, che permetta di introdurre, realmente, una prima tutela delle persone a rischio povertà, esclusione sociale determinata dall’aggravamento della precarietà di vita. Una misura capace di agevolare l’autodeterminazione individuale e investire sulle possibilità di miglioramento delle condizioni sociali, culturali, economiche delle donne e degli uomini. L’Unione europea si avvia, peraltro, ad introdurre parametri sociali di valutazione delle politiche economiche nazionali che potrebbero costare all’Italia, stante l’inerzia sul fronte del contrasto alla povertà, sanzioni molto gravi come l’esclusione dalle risorse del Fondo Sociale Europeo.

Nella primavera scorsa inoltre circa 170 associazioni, raccogliendo oltre 50mila firme, hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del reddito minimo garantito. Da tempo in molte manifestazioni di movimenti sociali, studenteschi, di precari-e e disoccupate/i la richiesta di un reddito garantito è tra le prime ad essere urlate. Una dimostrazione che nel Paese e in diversi settori sociali e della società civile l’introduzione di questa misura è già largamente sentita e condivisa.

Lanciamo quindi un appello perché le forze politiche ed i singoli parlamentari sensibili al tema convergano su un’unica proposta legislativa, determinando una “larga intesa parlamentare per il reddito garantito” che si misuri con i numeri necessari per giungere finalmente ad approvare una proposta di legge, la più universalistica, garantista e inclusiva possibile.

Una «larga intesa» in grado spostare l’asse delle politiche di austerity verso la definizione di nuovi diritti, a partire dal reddito garantito.

Consiglio direttivo Basic Income Network – Italia

Legge di stabilità, anche i pensionati scendono in piazza: manifestazione il 29 novembre a Roma Fonte: rassegna

 

E’ ancora battaglia sulla legge di stabilità. Dopo lo sciopero generale territoriale. Scendono in canpo i pensionati. Tutela del potere d’acquisto delle pensioni; politiche per il lavoro, l’equità e la giustizia sociale; equa redistribuzione della ricchezza a favore di lavoratori e pensionati; attuazione di politiche in grado di garantire un welfare universalistico; legge nazionale a sostegno delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie; contrasto agli sprechi e ai privilegi: con questi obiettivi, Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil  venerdì 29 novembre si riuniranno a Roma.

Si tratterà di una manifestazione  unitaria per chiedere a Governo, Parlamento e forze politiche modifiche al ddl e un confronto sui temi rivendicativi che le tre organizzazioni sindacali stanno portando avanti per la tutela dei pensionati.

La manifestazione , che si svolgerà al Teatro Italia, 18, si inserisce, spiega una nota unitaria, nel quadro delle manifestazioniunitarie a livello territoriale e regionale a sostegno delle istanze dei pensionati e dei lavoratori già n corso di svolgimento nelle diverse Regioni. L’obiettivo è quello di coinvolgere e sensibilizzare cittadini e parlamentari per ottenere cambiamenti significativi alla legge di Stabilita’, a partire dalla riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e sui pensionati e dalla rivalutazione delle pensioni.

Sulla manovra è intervenuta anche Confindustria. “L’Italia ha bisogno di più coraggio e determinazione per uscire dallo stallo e l’ho scritto in una lettera che ho inviato al presidente del Consiglio”. E’ quanto precisa il presidente di Viale dell’Astronomia Giorgio Squinzi che, dopo aver annunciato ieri l’invio di una lettera al presidente del Consiglio, spiega oggi, in linea di massima, quanto in quella lettera Confindustria chiede.”Dobbiamo uscire dallo status quo in cui ci siamo immersi negli ultimi decenni -ha sottolineato Squinzi- e bisogna riuscire a ritrovare la via della crescita perche’ Dio solo sa quanto ne abbiamo  bisogno”.

Il governo, intanto cerca di raddrizzare il tiro, almeno di fronte all’Europa. Da quando abbiamo approvato la bozza della legge di stabilità, sulla quale la Commissione europea ha espresso la sua preoccupazione la scorsa settimana,”è passato un mese abbondante” e “ci sono state nuove cose”. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni è quindi a Bruxelles per presentare ai partner dell’Eurogruppo “le nuove misure che abbiamo preso, le privatizzazioni, la spending review, il progetto per le quote della Banca d’Italia e altre cose che secondo noi rispondono alle richieste della Commissione europea”, ha detto il ministro al suo arrivo al palazzo del Consiglio europeo.