Pestaggi e raid squadristi, è il “Bangla tour” “Così l’ultradestra va a caccia di immigrati” da: repubblica.it roma

Da Torpignattara al Casilino, spedizioni di militanti contro i bengalesi. “Siamo camerati ed è nostro dovere combattere i clandestini con questi massacri”

di FEDERICA ANGELI e GIUSEPPE SCARPA

“Dai andiamoci a fare un bengalino”. Inizia così il gioco degli adolescenti della destra romana. Partire in squadre, al grido di “Camerata della destra romana, azione”, per andare a massacrare di botte uno straniero. Il ciak di un film surreale che ha ormai centinaia di proseliti, si chiama “Bangla Tour” e comincia davanti alle sedi di Forza Nuova. Una di queste si trova all’Appio, ai civici 52 e 54 di via Lidia.

È da lì che le baby squadre partono “per sconfiggere il nemico”, ovvero lo straniero, ovvero in bengalese, soggetto che, a dire dei sedicenni patecipanti, è perfetto per le spedizioni punitive. Perfetto perché non reagisce e non denuncia. Perfetto perché incarna l’immigrato debole su cui si può infierire senza timore di essere perseguiti. Quindi, con l’adrenalina a mille, si lascia la sede di Forza Nuova tappezzata da bandiere con croci celtiche e da poster inneggianti il Duce, si sale tutti insieme in una macchina, dove l’unico maggiorenne è colui che guida, si scegli il quartiere dove andare a fare il raid  –  Torpignattara, Casilino, Prenestino, Acqua Bullicante, zone dove la comunità del Bangladesh ha la sua più alta concentrazione  –  e una volta individuato il soggetto, si passa all’azione. Un pestaggio “terapeutico” e “ideologico”. Un massacro che “ti scarica i nervi e la tensione” e che racchiude un credo, quello di combattere l’immigrazione.

“Noi siamo camerata e combattiamo l’immigrazione clandestina”, non hanno neanche tentato di giustificarsi i due giovani che sono stati fermati dalla polizia dopo il colpo. Quel “Bangla Tour” per cui sono stati arrestati e processati un diciannovenne e un sedicenne iniziò una notte di maggio. Non era il primo e forse non sarebbe stato l’ultimo se uno dei due “camerata” non avesse smarrito, dopo il pestaggio di un minorenne del Bangladesh finito in ospedale col labbro e il sopracciglio spaccati, il proprio cellulare. La notte del 18 maggio infatti in via Oddi una testimone vide tutto dal suo balcone: i ragazzi che chiesero d’accendere al bengalese, lui che cercò l’accendino nella tasca e i due che lo scaraventarono a terra picchiandolo a sangue e con una violenza inaudita. Il minorenne massacrato, pensando a un pestaggio a scopo di rapina anche se mentre le prendeva di santa ragione venne insultato per il colore della sua pelle, tirò fuori il suo cellulare mentre tentava di ripararsi dai colpi e lo consegnò. Ennesimo segno di una resa incondizionata.

I due lo presero, per poi gettarlo nel primo cassonetto. Non era un bottino quello che volevano. Era picchiare il “bengalino” il loro scopo. Peccato però che nella fuga persero il loro cellulare che fu ritrovato appunto dalla polizia, avvertita dalla testimone. Rintracciati nel quartiere i ragazzi coi vestiti sporchi di sangue furono portati in commissariato. “Dietro queste spedizioni punitive  ha dichiarato l’avvocato Massimiliano Scaringella, difensore del sedicenne romano  –  a mio avviso c’è un vero e proprio indottrinamento. Il mio assistito rispondeva alle mie domande come un invasato. Picchiare i bengalesi per lui non era solo un modo per divertirsi, mi spiegò, ma era una vera e propria crociata, una battaglia che doveva combattere a tutti i costi. Qualcuno, più grande di lui, lo aveva attirato a frequentare la sede di Forza Nuova e l’idea che mi sono fatto è che il Bangla Tour fosse una sorta di iniziazione per essere accettato nel gruppo. Ma su di lui, sono certo, c’è stato un vero e proprio lavaggio del cervello. Ritengo sia una vittima inconsapevole di un sistema che tende comunque ad approfittarsi dei più

deboli. Ora il ragazzo, grazie all’affetto e all’impegno della famiglia, sta uscendo, con fatica, dall’incubo in cui era finito”.

La caccia al bengalese per il sedicenne arrestato è finita con un percorso di riabilitazione psicologica. Per gli altri continua al grido di “camerata, azione”. Come nella brutta copia di una pellicola già vista che, ciclicamente, torna in voga, con buona pace di chi, per paura e per debolezza, non sporge mai denuncia.

Sardegna, la “mano dell’uomo” e quella del governo. Ecco perché il disastro era annunciato Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“Era gia’ tutto scritto e ora e’ del tutto inutile scandalizzarsi: almeno ci si risparmi la farsa di indicare nei cambiamenti climatici la responsabilita’ di questa ennesima, immane tragedia”. A parlare è Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale degli Architetti. In Sardegna l’allerta maltempo è ancora attiva perle prossime 24-36ore. Oggi, nella giornata di lutto nazionale, si contano i danni, ma intanto arrivano altre emergenze,come il rischio di crolli e l’inquinamento da liquami. Insomma, i 200 milioni stanziati dal Governo rischiano di essere una “goccia nel mare”. Infuriano le polemiche sul dissesto idrogeologico e qualcuno dice:”La legge di stabilità ci ha legato le mani”. Non solo, la furia dei tagli dei tagli ha azzerato anche uno stanziamento di un milione e mezzo prorio su questo capitolo di bilancio.

Il “capolavoro” di Cappellacci
Quella che è stata sicuramente un precipitazione di proporzioni eccezionali si sta trasformando in una catastrofe in piena regola, grazie a quella che il vescovo di Tempio-Ampuria chiama “la mano dell’uomo”. Anche lui dall’altare nel corso dell’omelia dei funerali di sei vittime tuona contro le responsabilità degli amministratori pubblici. E tra i responsabili il governatore Ugo Cappellacci li supera tutti. La revoca, scoperta proprio inquesti giorni di un milione e mezzo di risorse per l’assetto idrogeologico lo marchia a fuoco. E lui è costretto a rispondere con un no comment. Quel milione e mezzo di euro era stato assegnato agli enti locali per il Piano di Assesto Idrogeologico, ma poi è stato cancellato: la legge regionale n. 21 di Agosto,“Sostegno alle povertà e interventi vari”, sopprimeva la quota 2013 di uno stanziamento triennale destinato a “ampliare ed approfondire il quadro conoscitivo dell’assetto idrogeologico del territorio regionale, individuando in particolare le criticità idrauliche e da frana e la relativa pericolosità di aree non ancora studiate interne ai territori comunali”. Enormi quantità di fondi che avrebbe permesso di sistemare con le dovute procedure di sicurezza fiumi, bacini d’acqua ponti e strutture nei pressi dei centri abitati. Invece, per l’anno in corso, sono stati tagliati, cancellati, rimossi.“Il piano paesaggistico è illegale”
Certo, dirà qualcuno, in una situazione in cui la città di Olbia in poche decine di anni ha subito 21 condoni urbanistici quello del governatore sembra “solo” un “peccato veniale”.
Stefano Deliperi, presidente del Gruppo di intervento giuridico, continua:“È vero, fra raffiche di vento a 100 km orari è venuta giù tanta pioggia, ma è vero anche che vittime e danni vi sono stati soprattutto in quartieri edificati in zone a rischio idrogeologico come nella piana olbiese, a Putzolu, a Santa Mariedda, a Baratta, sulla costa di Pittulongu. Com’era già accaduto nella tragica alluvione di Capoterra”. “Urbanizzazione selvaggia, scellerato consumo del suolo, disprezzo e violazione di ogni norma di pianificazione incalza Freyrie: questi fattori uniti all’arroganza ed alla assoluta mancanza di una visione di lungo periodo di una classe politica sorda a tutti i suggerimenti, hanno portato alla conta dei morti di queste ore”. Intanto, alcuni deputati del Pd Michele Anzaldi, Luigi Bobba, Federico Gelli, Ernesto Magorno, annunciano la presentazione di una interrogazione urgente al ministro dei Beni e attivita’ culturali in cui chiedono di chiarire la natura del nuovo piano paesaggistico che rispetto al quadro normativo del 2006 presenterebbe modifiche tagli da configurarsi come un nuovo piano e non come un aggiornamento o revisione. Grazie a questo verrebbero sbloccate illegittimamente lottizzazioni ferme da oltre 10 anni e permettere di realizzare in tutte le aree, compresa la fascia costiera, ampliamenti del 15% dell’attuale cubatura”.

Olbia distrutta da 21 sanatorie in 40 anni
Olbia è una città dove, in meno di 40 anni, si sono susseguiti 21 “piani di risanamento”, che tradotto vuol dire condoni. Per spiegare la tragedia di Olbia bisogna partire da questo punto. Perche’ ogni intervento di prevenzione e pianificazione non puo’ prescindere da un attento utilizzo del territorio. “Olbia e’ una citta’ nata senza regole” ammette l’assessore alla Protezione Civile Ivana Russo, un’avvocatessa di trent’anni al suo primo mandato. “Il problema si chiama Puc, Piano urbanistico comunale: su questo noi abbiamo fatto e vinto la campagna elettorale”. I 21 piani di risanamento significano di fatto 21 sanatorie, praticamente quasi tutta Olbia era abusiva ed e’ stata sanata. “E noi – dice Russo – abbiamo le mani legate perche’ la gente ha pagato gli oneri di urbanizzazione ed ora e’ a posto per la legge. Nonostante le case siano costruite a 15 metri dai canali, sopra i letti dei fiumi, in punti dove sono secoli che esondano i torrenti, sono in regola”. Una situazione che fa dire all’assessore che “per noi, che si allaghi tutto in caso di pioggia, e’ ordinaria amministrazione”.

I danni della legge di stabilità
Ma non possono esserlo le vittime, le distruzioni. “No certo. Ma per intervenire dovremmo fare degli interventi strutturali”. Fateli, allora. “Lo sa che abbiamo 50 milioni di attivo e non possiamo toccarli per colpa del patto di stabilita’? – risponde l’assessore – Vogliamo utilizzare i nostri soldi per mettere in sicurezza il territorio ma non possiamo spendere e cosi’ da comune virtuoso rischiamo di diventare comune del terzo mondo. Le faccio un esempio: se incasso 300, posso spendere al massimo 150. Gli altri 150 finiscono in un fondo di salvaguardia che, tra l’altro, non e’ piu’ a nostra disposizione: sono nella banca centrale grazie al governo Monti”. Ma non solo: “per tutto cio’ he concerne le acque piovane, abbiamo una persona. Una persona su 60mila abitanti. E non possiamo assumere perche’ il turn over e’ bloccato cosi’ come i contratti a tempo determinato”. Con quei 50 milioni, sostiene Russo, “potremmo mettere a norma tutte le scuole di Olbia, ma non possiamo farlo”. Oppure si potrebbe fare un serio intervento sul sistema fognario e su torrenti e canali ad esempio. “Questo e’ ancora un altro problema – spiega l’Assessore – . La gestione della rete fognaria e’ della societa’ Abanoa, che e’ di proprieta’ della regione. Mentre le acque bianche e reflue sono di competenza del comune”. In pratica significa che ad un soggetto spettano gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria in via Rossi e all’altro in via Neri. Ma se chi opera in via Rossi non fa il suo, quel che viene fatto in via Neri non serve a nulla. E viceversa. Il comune si e’ dotato, nel settembre dell’anno scorso, del piano di protezione civile in cui si ipotizzano una serie di scenari a rischio, tra cui quello in caso d’alluvione. Vengono previsti una serie di interventi pre e post emergenza che dovrebbero ridurre al minimo i danni e, soprattutto le vittime. Ma allora cosa e’ che non ha funzionato? “L’allerta meteo e’ arrivata, e’ vero. Ma non e’ che in 24 ore si possono fare interventi strutturali su fiumi e canali o sulla rete fognaria – ammette sconsolata l’assessore – devono essere messi in sicurezza prima. Ma non posso spendere”. E dunque? “Che ci siano responsabilita’ politiche negli anni, e’ evidente”. Gia’, non bastano 24 ore per riparare i danni di 21 sanatorie.

“E’ una fortuna che siamo ancora vivi”
“E’ una fortuna che siamo ancora vivi”, dice la famiglia De Candia, che ha già visto l’alluvione del 1979. “Stavolta non c’e’ stato niente da fare, in mezzora l’acqua ha raggiunto il metro e settanta”, raccontano. Bandinu il quartiere di Olbia dove i De Candia hanno un locale, è stretto tra il mare, lo stadio e i canali di raccoglimento dell’acqua che viene dalla diga a monte della citta’: qui Cleopatra ha scaricato tutta la sua violenza e solo per un destino curioso oggi si contano i danni e non le vittime. Perche’ non serve un esperto per capire che quelle case, in quella conca che sta sotto il livello del mare, non avrebbero dovuto esserci. Edifici cresciuti abusivamente tra gli anni sessanta e settanta e poi sanati in uno dei tanti condoni edilizi, vero male italiano contro il quale nessuna prevenzione potra’ mai abbastanza, firmati da politici di ogni colore. A Bandinu la voce popolare dice che l’onda e’ arrivata perche’ hanno aperto la diga, a monte. O che abbia ceduto qualche canale di supporto. Quel che e’ certo e’ quel che dice la signora Paola Padiglia, in via Sulcis: “bastano due gocce d’acqua e i tombini sembrano fontana di Trevi. Non li puliscono mai. Non puliscono i canali di scolo. E poi avviene questo”. Paola l’altra sera era in casa. “E meno male, altrimenti mia madre sarebbe morta. Sono riuscita a portarla al piano di sopra appena in tempo”. “Scrivetelo, scrivetelo, che qui non fanno nulla. Sono quarant’anni che abito qui, non hanno mai fatto nulla. E ogni volta e’ la stessa storia. Stavolta e’ andata peggio”.

La natura in vendita, ecco il nuovo asset della finanza Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Tricarico

 

Da qualche giorno su ebay il mostro di Lochness e l’omonimo lago, famosi in tutto il mondo, sono in vendita. Questa la provocazione dei gruppi della società civile europea che accoglie oggi con le sue proteste a Edimburgo il primo Forum mondiale sul capitale naturale.
L’evento arriva a un anno dalla dichiarazione sul «capitale naturale», siglata da alcune tra le principali banche e istituzioni finanziarie del pianeta lo scorso anno a Rio de Janeiro, in occasione del vertice Onu sullo sviluppo sostenibile. Per l’Italia Unicredit e il disastrato Monte dei Paschi.
La finanza globale guarda alla natura come una via di uscita dalla crisi. Proprio quando le catastrofi naturali incalzano a causa dei cambiamenti climatici provocati dal capitalismo energivoro degli ultimi decenni, la risposta delle elite finanziarie è sempre la stessa: sarà il mercato a salvare la Terra dalla crisi ecologica e le sue tragedie.
I banchieri così rialzano la testa dopo la crisi finanziaria del 2007-2009. Come se nulla fosse accaduto, oggi vogliono aprire una nuova fase del capitalismo finanziario, in cui lo scambio di soldi, rischi e prodotti associati alla natura è molto più profittevole di quello di beni e servizi. Ciò ha enormi implicazioni – geografiche e tematiche – in merito agli investimenti dell’enorme mole di capitali finanziari accumulata in poche mani negli ultimi decenni e che non sa più dove poter fruttare nell’economia tradizionale. Dal principio dello scorso decennio, infatti, la finanziarizzazione ha iniziato una ricerca spasmodica di nuove frontiere, di nuovi limiti, identificati nelle risorse naturali, intesi come meccanismo per generare nuovi asset da cui estrarre più profitto. Non solo petrolio ed energia, ma prodotti minerari, cibo, ed ora si vuole ancor di più.
L’obiettivo del Forum di Edimburgo è dare un valore monetario a tutti i servizi che gli ecosistemi da sempre ci forniscono generosamente e gratis: dall’umidità delle foreste tropicali, all’impollinazione delle piante, ai vari habitat presenti sul pianeta. I banchieri dal pollice verde accorsi in Scozia volutamente confondono il valore – per altro inestimabile – della natura con il suo potenziale prezzo di mercato, con la scusa dell’urgenza di combattere l’inquinamento degli ecosistemi. La legge ambientale viene così trasformata da regole e sanzioni a «compensazioni», e il mercato saprebbe stabilire il prezzo in maniera efficiente.
La pillola della mercificazione dell’intero pianeta viene indorata ad arte dai proponenti del capitale naturale. La scarsità di biodiversità ed ecosistemi che l’inquinamento provoca viene usata dagli stessi finanziatori dei disastri ambientali e sociali come scusa per trasformare i servizi degli ecosistemi in beni economici, invece di cambiare il modello energetico, agricolo e di sviluppo che sta portando alla loro distruzione. Il nuovo mantra è il «commercio» e il «pagamento» per i servizi degli ecosistemi, purché non si cambi il modo in cui usiamo, abbiamo accesso e gestiamo i beni comuni naturali. E questo non è un gioco finanziario a somma zero, come sostengono i nuovi «capitalisti naturali»: il fine ultimo di tale processo è rinchiudere la gestione delle risorse naturali nella struttura futura dei mercati di capitale, riducendo la possibilità di rivendicare i beni comuni e la loro gestione diretta da parte dei cittadini e delle comunità interessate. Così come in Inghilterra le terre comuni furono rinchiuse dai ricchi latifondisti a partire dal sedicesimo secolo, oggi la finanza globale riunitasi in Scozia propone la enclosure finale di tutto il pianeta.
E quando le merci reali non bastano più per sostenere la crescita, una rinnovata accumulazione di capitale richiede un allargamento della definizione di questo e l’invenzione di nuove merci da produrre. Il primo laboratorio in tal senso è stato il mercato del carbonio, cioè i certificati che equivalgono alla promessa di una riduzione delle emissioni di CO2 in futuro, nuovo asset «virtuale» su cui investire ricchezza anche in maniera speculativa, con la scusa della lotta ai cambiamenti climatici.
Nell’ultimo decennio per legge è stato creato un mercato europeo del carbonio che oggi però non funziona perché il prezzo delle emissioni evitate è troppo basso e così l’anidride carbonica prodotta continua ad aumentare. Ed allora si guarda subito a creare nuovi mercati. Se si da un valore a ogni specie della natura, ed ogni habitat, allora si possono creare certificati legati all’aspettativa di protezione di alcune aree con cui compensare la distruzione di altre. Un paradiso in terra per i cementificatori che potranno così costruire treni veloci e autostrade ovunque ricreando aree protette «equivalenti» altrove, e poco conta per chi ci vive ed è legato socialmente ed economicamente a quei territori. E così per le nuove estrazioni di petrolio o le produzioni di agro-combustibili. Ci penseranno poi i banchieri a speculare sui nuovi titoli finanziari da costruire ad arte sui certificati naturali creando nuove bolle e crisi finanziarie. A quando i sub-prime sui pagamenti per la protezione delle zone umide? O i derivati che scommettono sull’estinzione di specie rare? La storia già la conosciamo.

Il grande affare dei disastri | Fonte: Il Manifesto | Autore: Tonino Perna

 

Nel periodo 1901-1951 si sono registrate in Italia sei alluvioni, di cui le più disastrose nel 1951, Polesine e Calabria, con 184 vittime. Nel periodo 1998-2008, a partire dalla tragedia della Val di Sarno (159 vittime), si erano registrate sette alluvioni devastanti. Negli ultimi, soli, quattro anni abbiamo avuto nove alluvioni disastrose generate da piogge intense e «bombe d’acqua».
Prima Giampilieri (Messina), poi il Veneto e le Marche, Genova e le Cinque Terre, la Lumigiana e il Vibonese, Barcellona (Me) e Massa Carrara, Taranto e ora la Sardegna: in quattro anni un susseguirsi di disastri, con morti e feriti, a cui segue il solito rito politico. Ci sono quelli che in malafede denunciano l’eccezionalità dell’evento naturale e piangono sui morti, feriti e dispersi. Gli altri denunciano la scarsa cura del territorio, la speculazione edilizia, il mancato preallarme della Protezione Civile. Dopo un paio di giorni, di accesi dibattiti e talk show televisivi, la vita politica e mediatica si riprende il suo spazio. La questione ambientale, i rischi a cui siamo esposti, la prevenzione di cui tutti parlano ma nessuno la fa, scompaiono dall’orizzonte. C’è la crisi, i tagli lineari e non, la decadenza del Cavaliere, il Nuovo Centro Destra e le primarie del Pd, e poi ancora le Province che si aboliscono e cambiano nome, le contro-Riforme che vengono annunciate, Bruxelles che ci boccia e ci chiede di fare gli esami di riparazione, e via dicendo. Fino alla prossima alluvione, alla prossima bomba d’acqua, che metterà in ginocchio un altro pezzo dell’ex Bel Paese. C’è qualcosa di profondo che non va e di cui bisognerebbe prendere coscienza.
Da trent’anni si discute del rischio idrogeologico nel nostro paese, ma le istituzioni non fanno niente per prevenirlo. Eppure le risorse economiche ci sarebbero, ma non vengono spese come ricordava ieri il ministro Carlo Trigilia. Tanti hanno scritto che prevenire costerebbe molto meno che ricostruire e riparare i danni post-catastrofe.
Giusto, ma solo in una visione ideale, che non tiene conto del tasso di profitto e dell’incentivo a investire. La prevenzione richiederebbe interventi capillari sul territorio, opere di ingegneria naturalistica e una pluralità di tecnici, piccole e medie imprese specializzate, operai idraulico-forestali che finalmente verrebbero utilizzati per la funzione per cui sono stati assunti. Un meccanismo molto complesso e poco conveniente per chi gestisce il territorio (a cominciare dalle Regioni). Invece, l’intervento post-catastrofe è un affare dal punto di vista economico e politico, fa girare molti più soldi, più tangenti, più extraprofitti, allarga le reti clientelari della classe politica locale e nazionale. La dichiarazione dello «stato di emergenza» è un grande business. Un esempio per tutti: il terremoto dell’Aquila. Chi non ricorda le risate notturne dei due imprenditori appena appresa la notizia della catastrofe? Ma, pochi sanno che, grazie al terremoto, nel triennio 2010-2013 l’Abruzzo è la sola regione italiana in cui sono aumentati fatturato e occupazione nell’edilizia, che sono letteralmente crollati nel resto d’Italia. D’altra parte, lo stesso meccanismo vale per altri disastri che si ripetono, d’estate, ogni anno: gli incendi.
Chi scrive dopo aver sperimentato con successo un metodo semplice, basato sul coinvolgimento delle associazioni ambientaliste e cooperative sociali, un metodo preso in considerazione anche a Bruxelles, ha visto prevalere l’uso dell’affitto di elicotteri da parte delle Regioni. Anziché prevenire a terra con sistemi capillari d’intervento, si è preferito affidare ai privati la gestione dall’alto della lotta agli incendi, con elicotteri che costano 3.500 euro l’ora. La Sma spa è, tra gli altri, una società che ha stipulato contratti milionari con diverse regioni meridionali. Complimenti.
Se queste sono le coordinate economico-politiche dentro le quali ci hanno costretto a vivere da diversi decenni, oggi la situazione si è ulteriormente complicata per via dei cambiamenti climatici. Siamo entrati nell’era degli «eventi estremi» meteorologici con cui dobbiamo fare i conti. Che cosa significa? Significa che quelli che un tempo potevano essere classificati come «eventi eccezionali» stanno diventano sempre più frequenti ed intensi. Vale a dire che uragani, tifoni, cicloni, bombe d’acqua, trombe d’aria, stanno crescendo, in tutto il mondo, come è testimoniato da una vasta letteratura scientifica. Questo perché l’ecosistema è entrato in una fase di fibrillazione, in una fase di «oscillazioni giganti» come le definiva il Nobel Prigogine, che caratterizzano un sistema di fluidi quando si entra in una fase di «squilibrio permanente». Nel caso del clima questo squilibrio è stato causato, senza ormai alcun dubbio, dalla straordinaria accelerazione nella produzione di CO2 , che dalla metà del secolo scorso è cresciuta in maniera iperbolica. Anche se improvvisamente riducessimo della 20/30 per cento la produzione di gas serra (assolutamente auspicabile quanto improbabile) nel medio-lungo periodo dovremmo comunque convivere con gli «eventi estremi», che diventeranno sempre più disastrosi nella misura in cui continueremo, ai ritmi attuali, a immettere CO2 nell’atmosfera.
Vivere nell’era degli «eventi estremi» significa ripensare il nostro modo di costruire, di canalizzare le acque, di gestire i fiumi e le fiumare, le coste, e naturalmente i sistemi urbani. Quando si parla di dissesto idrogeologico spesso ci si dimentica del dissesto urbano e si pensa solo a colline e montagne. Le nostre città, nessuna esclusa, non sono oggi in grado di reggere 400 mm di pioggia in ventiquattro ore, come è accaduto a Olbia. Se fosse successo in una grande città i morti sarebbero stati centinaia, i danni si sarebbero contati in miliardi di euro.
Abbiamo pertanto bisogno di elaborare e implementare un piano di sicurezza territoriale all’altezza della sfida che il cambiamento climatico ci impone. Sicurezza è una categoria che è stata finora usata nei confronti della microcriminalità, dell’arrivo dei migranti, delle minacce del terrorismo. Il paese leader nelle politiche di sicurezza sono gli Usa dove negli ultimi decenni governo e sindaci delle metropoli, in nome della «sicurezza nazionale e locale», si sono impegnati nella repressione della microcriminalità, dei migranti, del terrorismo. Peccato che non si siano accorti che tifoni, cicloni e uragani, crescono in frequenza e intensità ogni anno che passa e stanno distruggendo vaste aree in tutti gli States, dove si continuano a costruire casette unifamiliari in legno e malta, che vengono letteralmente spazzati via.
Dobbiamo, pertanto, recuperare politicamente la categoria della «sicurezza», finora regalata alla destra in tutto il mondo occidentale. Sicurezza dei territori non solo di fronte agli «eventi estremi», ma anche come opera di risanamento dei terreni inquinati (Campania docet), delle acque malsane, dell’aria che è diventata irrespirabile in tante città. Non lo possiamo fare da soli, abbiamo bisogno di una grande alleanza a livello europeo per cambiare gli orizzonti della politica di austerity di breve respiro. Lo dobbiamo fare insieme a tutte quelle forze sociali e politiche che nella Ue si battono per un altro modo di produzione, per un altro modello sociale, per una vera qualità della vita come obiettivo prioritario. È la più grande sfida del nostro tempo.

I malati Sla vincono ancora: 100% di risorse in più all’assistenza domiciliare indiretta dei disabili gravissimi | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

La due giorni di protesta dei malati Sla del Comitato 16 Novembre si è conclusa con un successo per tutti i disabili gravissimi d’Italia. Ancora una volta il Comitato ha dimostrato che solo con la lotta, solo scendendo in piazza si ottiene qualcosa, con le chiacchiere il welfare muore. Dopo il presidio di ieri, che si era concluso con un incontro col Ministero dell’Economia, impegnatosi a convocare entro pochi giorni un tavolo interministeriale, allargato a regioni ed associazioni, sul potenziamento dell’assistenza domiciliare indiretta nell’ambito di un piano nazionale per la non autosufficienza, il Comitato è stato ricevuto oggi dal presidente della Commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini. Il punto all’ordine del giorno: “aumento del fondo nazionale per la non autosufficienza”. Dopo alcuni momenti di stallo e una evidente difficoltà da parte di Azzollini ad esaudire la richiesta dei malati Sla di incrementare la dotazione del fondo almeno al livello del 2010, cioè a 400 milioni di euro, si è giunti ad un accordo. Il fondo, attualmente a 250 milioni di euro, 275 calcolando la misera aggiunta dell’ultima ora, aumenterà fino a 350 milioni di euro grazie a un emendamento alla legge di stabilità 2014. Le risorse aggiuntive, pari a 75-80 milioni di euro, saranno esclusivamente destinate alle disabilità gravissime, tra cui la Sla, e vincolate all’assistenza domiciliare indiretta. Dunque, un doppio successo per i malati Sla, che ottengono il 100% in più delle risorse per i disabili gravissimi e tutte destinate a quello che rappresenta il loro primo punto di battaglia, la possibilità di restare a casa e farsi assistere da chi vogliono loro. C’è da sottolineare che le risorse non sono certo sufficienti a rispondere alle esigenze di tutte le persone non autosufficienti, ma rappresenta comunque un passo in avanti in una fase storico-politica di grandi salti all’indietro nel campo delle politiche del welfare.

Il Tav si farà. Parola di Letta e Hollande Fonte: il manifesto | Autore: Ro. Ci.

Parigi, Letta incontra Hollande

Non solo la Tav si farà, ma Enrico Letta e François Hollande pensano di allungarne il percorso da Torino a Cuneo, e poi Ventimiglia fino ad arrivare a Nizza. Un progetto, hanno detto ieri i due capi di governo riuniti nel summit bilaterale Italia-Francia a Villa Madama a Roma, «teso a rendere ancora più osmotici i nostri due paesi». Il governo socialista francese e quello italiano delle larghe intese considerano, inoltre, «la nuova linea Lione-Torino un cantiere aperto» di cui sottolineano «il carattere prioritario della realizzazione». Per Hollande l’inizio dei lavori sulla Torino-Lione avverrà a fine 2014. «Non siamo alla fine del tunnel – ha detto – siamo all’inizio del tunnel. Nel 2014 la gara d’appalto sarà sottoscritta e i lavori potranno iniziare entro fine 2014, o all’inizio del 2015». Il presidente francese si è inoltre soffermato sull’importante della ratifica del trattato Italo-francese del 2012 da parte del Senato e della Camera del suo paese.
In Italia, il trattato è stato ratificato dalla sola Camera, tra le proteste del Movimento 5 Stelle e di Sel, e attende di passare il voto del Senato. Il parlamento europeo ha confermato lo stanziamento dei fondi dell’opera il 17 ottobre scorso. Si tratta di cofinanziamenti fino ad una percentuale del 50% degli studi, delle indagini geognostiche e dei lavori preparatori e fino al 40% per i lavori definitivi. Per questo il governo italiano e quello francese stanno stringendo i tempi per le ratifiche parlamentari.
L’Ue attende l’ufficialità del loro impegno finanziario a livello nazionale. Il bilaterale italo-francese si è soffermato anche sul destino dell’Alitalia. Hollande non ha chiuso del tutto l’ipotesi della partecipazione di Air France, ma ha subito puntualizzato: «Non sono il presidente di Air France e non tocca a me parlarne. Le discussioni devono proseguire per arrivare alla migliore soluzione possibile per le due aziende». Una prospettiva in questo senso è stata confermata da Massimo Sarmi, ad di Poste, coinvolte dal governo italiano nel salvataggio della compagnia di bandiera. De Juniac, presidente di Air France, «ci ha confermato che il gruppo era azionista interessato alla collaborazione commerciale e che in una fase successiva tornerà a valutare» l’Alitalia. Nel frattempo l’ingresso di Poste in Alitalia si avvicina. Ieri l’assemblea dei soci, alla quale partecipa in forze il ministero dell’Economia, ha deliberato la modifica dello statuto, includendo tra gli obiettivi delle Poste anche quello del trasporto aereo.
Altro punto del vertice è stata la collaborazione tra la Cassa Depositi e prestiti e l’analoga francese «Caisse des depots et consignation» e Bpifrance. Si è parlato di una loro partnership nello sviluppo delle piccole e medie imoprese. L’agenda comune dovrebbe essere formalizzata nel primo semestre 2014 attraverso la realizzazione di strumenti e progetti per rafforzare la capacità di crescita e investimento da parte di queste aziende. Quella di Villa madama è stata inoltre l’occasione per discutere di unione banciaria europea e di rilancio delle politiche di «crescita» nell’Ue. «è assolutamente necessario che il Consiglio europeo di dicembre – ha detto Letta – permetta la partenza di questa azione. Letta ha anche sottolineato su questa decisione «esiste un eccesso di timidezza in Europa».
Confermato infine l’impegno per una «lotta contro la disoccupazione, soprattutto quella giovanile che è al centro delle nostre preoccupazione – si legge nella dichiarazione finale congiunta – e delle nostre azioni».

Malati Sla, la lotta paga. Caro Baretta, resta vergognoso il trattamento del governo, che li ha fatti aspettare sei ore | Fonte: paoloferrero.it

La lotta paga: bravi i malati Sla e le persone che li accompagnano, che hanno ottenuto il raddoppio delle risorse, nell’ambito del fondo nazionale per la non autosufficienza, destinate all’assistenza domiciliare indiretta delle persone con disabilità gravissime. Quanto alle dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Paolo Baretta, che mi accusa di usare i malati di Sla per propaganda, segnalo che da sempre – e non solo da pochi incontri – Rifondazione è al loro fianco in questa battaglia. In ogni caso il trattamento del governo nei confronti di queste persone, costrette a protestare in piazza nonostante le loro condizioni gravissime, è vergognoso: ieri li ha fatti aspettare per sei ore prima di concedere un incontro, non era la prima protesta e ricordiamo che Raffaele Pennacchio, uno dei malati Sla simbolo di questa vertenza, è morto meno di un mese fa, proprio dopo aver protestato. La lotta dei malati Sla è emblematica e loro rappresentano, con la loro tenacia, un esempio per tutti. [Paolo Ferrero]

La brutta fine dell’euro nello scontro sempre più duro tra Draghi e i tedeschi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Più che di deflazione è più corretto parlare di prolungata bassa inflazione. Se la cava così Mario Draghi nel discorso al Forum della Suddeucht zeitung in un momento molto delicato della sua carica di governatore dell’Eurotower. E lo scontro con i tedeschi, che per bocca della Merkel chiudono addirittura sulla richiesta di riduzione delle esportazioni, si fa sempre più aperto. Davanti a loro Draghi ha insistito molto sul concetto di inflazione bassa, anche perché, realisticamente parlando, è l’unica arma da sfruttare in questo momento, per liberarsi dal piombo di una politica monetaria dominata dalle paure inflazionistiche della Germania.

Inflazione, occasione da sfruttare: deflazione permettendo
Alla Bce “quando vediamo segni di inflazione troppo bassa dobbiamo agire con la stessa determinazione di quando vediamo segni di inflazione troppo alta”, ha argomentato. La domanda da farsi è se ce la farà davvero la Bce a completare il suo progetto per la ripresa attraverso maggiori stimoli alle banche prima che arrivi l’ondata di deflazione a travolgere la fragile diga costruita da un anno a questa parte. Un anno passato a foraggiare le banche e, parallelamente, ad aggredire il costo del denaro fino al limite dell’ira da parte dei tedeschi. Un’ira che il presidente della Bundesbank Jens Weidmann esprime tutta in un’intervista al settimanale ‘Die Zeit’, sottolineando che se la Bce ha sì fatto cio’ che era necessario, ma “adesso un altro allentamento della politica monetaria non serve”. Il presidente della Bundesbank spiega, usando tutta la diplomazia di cui è capace, che “il Consiglio della Bce ha appena allentato ulteriormente la politica monetaria”, per questo non ritiene “opportuno annunciare gia’ il prossimo passo”. E il prossimo passo saranno i cosiddetti tassi negativi, ovvero il massimo stimolo possibile alle banche nel prendere denaro per immetterlo nell’economia reale.La Buba segna il confine a Draghi
Weidmann sottolinea che l’Eurotower ha ancora altre frecce al suo arco, ma sconsiglia dal loro impiego, poiche’ “tecnicamente non siamo certamente all’esaurimento delle nostre possibilita’, ma la domanda e’ cosa sia ragionevole. Il dibattito su nuovi provvedimenti distoglie dalle vere cause della crisi”. Anche se in sede di decisione da parte della Bce aveva votato contro la riduzione dei tassi di interesse allo 0,25%, il presidente della Buba mostra comprensione per la decisione voluta da Mario Draghi. Purché tutto si fermi lì. E’ in questo delicato gioco di equilibri che ad un certo punto del suo intervento Draghi è costretto a sottolineare che le voci intorno ai tassi negativi non sono da prendersi sul serio. “Vi invito a non cercare di dedurre da cio’ che ho detto oggi alcunche’ sulla possibilita’ di tassi negativi sui depositi” delle banche presso la Bce, dice Draghi in un’aggiunta a braccio al testo. Draghi ricorda di avere “gia’ detto in conferenza stampa” che questo argomento “e’ stato discusso nell’ultimo comitato di politica monetaria e dopo di allora non c’e’ niente di nuovo”. “Spero che questo chiarisca le cose” ha concluso il presidente della Bce.

La politica dei piccoli passi
In questo sforzo di politica dei piccoli passi Draghi si spinge addirittura fino all’argomento che alzare i tassi colpirebbe soprattutto i cittadini tedeschi. “Se alzassimo i tassi ora” come suggeriscono alcuni economisti tedeschi “questo sì che danneggerebbe i risparmi, perché l’economia rallenterebbe, ci sarebbero persone che perderebbero il lavoro e rallenterebbero gli investimenti”. “Quando l’economia si contrae – ha proseguito Draghi – inevitabilmente i risparmi vanno a ruota”. Peraltro per i risparmiatori tedeschi contano più i tassi sui bund a 5 anni per stabilire come vengono retribuiti i loro fondi. E se “certamente la decisione della Bce solitamente influisce anche sui tassi di lungo periodo, quando ci sta una crisi a pesare sono soprattutto altri fattori. Gli attuali tassi bassi sui Bund sono ampiamente spiegati dal fatto che gli investitori vedono la Germania come un porto sicuro”. Ma non è solo questo il passaggio in cui Draghi ha preso di petto i tedeschi. In un altro ha sostenuto che anche se il taglio dei tassi operato recentemente dalla Bce ”ha provocato preoccupazione” in alcuni ambienti, ”abbiamo bisogno di una politica monetaria per 17 Stati, che e’ diversa da quella per un Paese solo”. Insomma, Draghi sta cercando di dare una unità di facciata all’Ue cavalcando la tigre monetarista.