Vendola, Cancellieri e il regime dei salotti | Fonte: Micro Mega | Autore: Angelo D’Orsi

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Scriveva su MicroMega nel 2 del 2010 il mio maestro Norberto Bobbio: “Pluralismo significa non soltanto che vi sono (debbono esservi) molte forze in gioco, ma anche che tra queste forze vi è (deve esserci) concorrenza e quindi conflitto, e pertanto ogni compromesso è sempre parziale e provvisorio, e l’unità non facilmente perseguibile e nemmeno benefica”. (La citazione si può trovare con innumerevoli altre di vari autori nello stimolante libro di Pierfranco Pellizzetti, Libertà come critica e conflitto , Mucchi Editore).

Fa bene rileggere le parole del filosofo, davanti all’ossessione “unitaria” del presidente della Repubblica, grande padre delle “Larghe Intese”, il quale in nome della legittima esigenza di salvare la situazione economica del paese, non ha spinto verso un nuovo CLN, bensì verso una triste alleanza delle forze politiche che fino alle elezioni di febbraio 2013 si erano scontrate per esattamente un ventennio. Questa non è la politica dell’unità nazionale (che ha un senso in situazione di emergenza, come fu la lotta al nazifascismo), ma di una forzosa unità degli opposti in nome di un obiettivo politico, che, se nella misura in cui viene perseguito si rivela non compatibile con la democrazia, la quale è fatta di conflitto, di contrasti, di contrapposizioni, sulla base, tuttavia, del riconoscimento delle regole comuni di base, come in qualsiasi competizione: dal gioco delle carte al pugilato. Ebbene, come ci si può alleare con chi le regole del gioco – quelle fissate dalla Costituzione e dall’insieme dell’apparato legislativo – non ha mai riconosciuto?

V’era una sola possibile ratio nell’alleanza impropria tra centrodestra e centrosinistra: fare una legge elettorale degna di questo nome. E poi sciogliere le Camere e andare al voto con la nuova legge. Non solo non lo si è fatto, ma tutto sembra dimostrare che questo governo assurdo, guidato (ma solo formalmente) da un giovane democristiano ambizioso e furbetto, miri a durare indefinitamente, perseverando nella politica degli annunci, mentre sotterraneamente lavora a smantellare quel che rimane da smantellare: Costituzione (vedi aggiramento delle norme dell’art. 138 relative ai cambiamenti della Carta in vista del suo stravolgimento), diritti sociali (l’elenco sarebbe troppo lungo), spazi di libertà (vedi occupazione militare della Val Susa), dignità nazionale (vedi atteggiamento verso gli Usa in relazione al Muos e agli F35).

Ma il PD, con i suoi mugugni interni, continua a resistere stoicamente: finché non avrà perseguito l’obiettivo del proprio annientamento, persevererà? L’esperienza del governo Letta-Alfano (il secondo intanto consuma l’uccisione del padre, alias Berlusconi; del resto anche Letta ha ucciso Bersani e gli altri padri e padrini più o meno nobili del suo partito) risulta di eccezionale interesse per gli studiosi di oggi e di domani: essa rivela, accanto a tutta una serie di altri fatti, come pressoché l’intera classe politica sia ormai sideralmente lontana non “dalla società”, ma da una parte precisa della società; quella preponderante numericamente ma ormai priva di rappresentanza politica costituita dai ceti più deboli: dagli “umiliati e offesi”, che stringono i denti e si arrabattano per  sopravvivere, e spesso maledicono il mondo e la vita.

Viene talora davvero il sospetto che, una volta messo piede in quelle istituzioni (non solo il Parlamento, ma anche gli organismi locali), una volta agguantato “il posto”, si entri nel giro, e si esca dal contatto sociale. Sospetto sbagliato, naturalmente, in quanto generico e generalizzante; ma quello che ci mette sotto gli occhi la cronaca è desolante. Quello che ci tocca vedere è una impressionante contiguità fra i poteri; potere politico, potere economico, potere dei media. Una sorta di superpotere è ormai di fatto signore del paese: e le distinzioni di ruolo come quelle di appartenenza politica o di affinità ideologica non hanno alcun peso. La signora Cancellieri, osannata dal centrosinistra e dal centrodestra ben prima di ascendere ai fasti governativi con Monti (uno dei più grandi bluff della storia contemporanea), nel suo “inciampo” dimostra proprio questa contiguità: al di là della gravità (estrema!) del fatto, ossia della signora ministro della Giustizia (davvero palesatasi nei panni di ministro dell’Ingiustizia) che interviene a favore di detenuti, extra e contra legem , quello che emerge è precisamente la contiguità familiare e amicale tra la famiglia della Cancellieri e la famiglia Ligresti. Intrecci e incroci impressionanti.

Ma è pure, ahimè, la contiguità che rivela Nichi Vendola con i potenti, nella sua già famigerata chiacchierata telefonica con il “galantuomo” Girolamo Archinà, a quanto risulta finora, eminenza grigia della fabbrica di morte che è l’Ilva di Taranto. Ora, possiamo pensare che “prima” Vendola fosse come appare in quella telefonata? Ossia un personaggio del più squallido sottobosco della politica? No. Vendola era uomo intelligente, raffinato, culturalmente preparato: una piccola eccezione nel panorama, anche della sinistra “radicale”. Poi, gli slittamenti a destra, poi la superfetazione delle “narrazioni”, ma ciononostante, l’ascesa al soglio della Regione Puglia (meritatamente, e malgrado l’ostilità del PD), poi il bla bla e la fuffa, e un inatteso risultato elettorale che ha dato al suo evanescente partito un bel manipolo di parlamentari, la presidenza della Commissione che deve scacciare Berlusconi dal Senato (ma non parliamo di chi riveste quella carica: un altro bel personaggio!), oltre addirittura alla presidenza della Camera ( no comment sulla titolare).

Ebbene, ecco Vendola come è ridotto: non so se effetto della mutazione genetica che accade nelle stanze del potere, o messo nudo nella sua essenza prima celata. Certo, non v’è ipotesi di reato, in quella conversazione, ma fa pena scoprirlo intricato in quel partito non istituzionale, assolutamente trasversale, che una volta avremmo chiamato della “classe dirigente”, ma che oggi, disvelato nella sua miseria, appare semplicemente come il protagonista di un “regime da salotto” (come ha scritto Juri Bossuto, in una lettera a un quotidiano torinese, non pubblicata, in relazione al caso Cancellieri).

Il familismo amorale è una delle nostre piaghe nazionali, si sa; ma il regime dei salotti che ci governa è, per chi dai salotti è condannato all’esclusione (ossia la quasi totalità della popolazione italiana) intollerabile. La difesa della Cancellieri, invece, da parte di una fetta cospicua del PD, è inaccettabile, ma perfettamente esplicabile. Non è solo per garantire la “tenuta del governo” (ma che vuol dire!?), ma anche e forse soprattutto perché la simpatica solidarietà fra coloro che si accomodano ogni sera sui sofà del salotto, e che sorbiscono il caffè coi pasticcini, o il Berlucchi con i pistacchi, fra “ho un amico che aspira al consiglio di amministrazione” e un “non ti preoccupare: ci penso io”, fra un “non bisogna parlare sul tuo giornale di questa cosa” e un “smetteremo subito, stai tranquillo”, non consente di fare altrimenti. Il salotto non si tradisce.

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