Intervista a Tes durante il sit-in della Comunità Etiope davanti all’Ambasciata saudita a Roma da: Coordinamento Migranti Bologna

Il governo dell’Arabia Saudita ha recentemente affermato di voler allontanare i migranti irregolari dal paese. Come in tutti gli stati del Golfo, in Arabia Saudita vivono milioni di lavoratori migranti, spesso protagonisti di proteste e lotte contro lo sfruttamento e il regime dei confini. L’annuncio del governo ha scatenato un’ondata di razzismo contro i lavoratori e lavoratrici migranti, accusati di essere criminali e rubare il lavoro. Tra i più colpiti dalle violenze, i migranti e le migranti di origine etiope stanno subendo una grave persecuzione. Pubblichiamo di seguito un’intervista realizzata con Tes, che ha partecipato al sit-in della comunità etiope di fronte all’Ambasciata saudita a Roma:

 

Perché oggi, 19 novembre, siete di fronte all’ambasciata saudita e che cosa sta succedendo in Arabia Saudita?

 

Siamo qui in più di duemila a denunciare le violenze che stanno succedendo in Arabia Saudita contro i migranti Etiopi. Stiamo urlando tutti insieme contro le violenza del governo saudita, un governo razzista e violento. In molte città del mondo oggi e nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni e sit-in di solidarietà e di protesta. In questo momento, più di 25.000 etiopi stanno rischiando la vita a causa della repressione del governo. La repressione contro i migranti si è scatenata in maniera terribile soprattutto sulla comunità etiope. Uomini e donne vengono cercati fin dentro le case, vengono seviziati e le donne stuprate. Siamo qui in tanti e non solo a Roma perché vogliamo che le violenze si fermino e perché chiediamo che i migranti etiopi che sono incarcerati possano almeno tornare sani e salvi a casa senza essere uccisi o maltrattati nelle case e nelle carceri.

 

Com’è la condizione dei migranti in Arabia saudita e come è peggiorata nell’ultimo periodo?

 

Le leggi sull’immigrazione lì prevedono che, quando un migrante viene assunto, il padrone si prende i documenti del paese di origine. Se vuole cambiare lavoro, se non gli vanno bene le condizioni, è costretto a scappare, ma se viene preso poi subisce violenze e può essere espulso. I migranti e in particolare gli Etiopi che sono vittime di una vera e propria persecuzione subiscono un ricatto che arriva fino a mettere a rischio la loro vita, non solo la permanenza in quel paese. La condizione dei migranti è dura qui in Europa come in Arabia saudita, ma lì la violenza è molto maggiore, perché moltissimi etiopi stanno rischiano in questi momenti la vita. E qui in Italia almeno abbiamo la possibilità di dire la nostra, di lottare contro la legge Bossi-Fini come stiamo facendo tutti insieme.

 

Che azioni future avete in programma?

 

Continueremo a manifestare e a organizzare azioni di solidarietà e di protesta, qui e in tutto il mondo, anche più frequentemente se è necessario a farci sentire e a salvare delle vite in Arabia saudita.

Vendola, Cancellieri e il regime dei salotti | Fonte: Micro Mega | Autore: Angelo D’Orsi

cancellieri-640

Scriveva su MicroMega nel 2 del 2010 il mio maestro Norberto Bobbio: “Pluralismo significa non soltanto che vi sono (debbono esservi) molte forze in gioco, ma anche che tra queste forze vi è (deve esserci) concorrenza e quindi conflitto, e pertanto ogni compromesso è sempre parziale e provvisorio, e l’unità non facilmente perseguibile e nemmeno benefica”. (La citazione si può trovare con innumerevoli altre di vari autori nello stimolante libro di Pierfranco Pellizzetti, Libertà come critica e conflitto , Mucchi Editore).

Fa bene rileggere le parole del filosofo, davanti all’ossessione “unitaria” del presidente della Repubblica, grande padre delle “Larghe Intese”, il quale in nome della legittima esigenza di salvare la situazione economica del paese, non ha spinto verso un nuovo CLN, bensì verso una triste alleanza delle forze politiche che fino alle elezioni di febbraio 2013 si erano scontrate per esattamente un ventennio. Questa non è la politica dell’unità nazionale (che ha un senso in situazione di emergenza, come fu la lotta al nazifascismo), ma di una forzosa unità degli opposti in nome di un obiettivo politico, che, se nella misura in cui viene perseguito si rivela non compatibile con la democrazia, la quale è fatta di conflitto, di contrasti, di contrapposizioni, sulla base, tuttavia, del riconoscimento delle regole comuni di base, come in qualsiasi competizione: dal gioco delle carte al pugilato. Ebbene, come ci si può alleare con chi le regole del gioco – quelle fissate dalla Costituzione e dall’insieme dell’apparato legislativo – non ha mai riconosciuto?

V’era una sola possibile ratio nell’alleanza impropria tra centrodestra e centrosinistra: fare una legge elettorale degna di questo nome. E poi sciogliere le Camere e andare al voto con la nuova legge. Non solo non lo si è fatto, ma tutto sembra dimostrare che questo governo assurdo, guidato (ma solo formalmente) da un giovane democristiano ambizioso e furbetto, miri a durare indefinitamente, perseverando nella politica degli annunci, mentre sotterraneamente lavora a smantellare quel che rimane da smantellare: Costituzione (vedi aggiramento delle norme dell’art. 138 relative ai cambiamenti della Carta in vista del suo stravolgimento), diritti sociali (l’elenco sarebbe troppo lungo), spazi di libertà (vedi occupazione militare della Val Susa), dignità nazionale (vedi atteggiamento verso gli Usa in relazione al Muos e agli F35).

Ma il PD, con i suoi mugugni interni, continua a resistere stoicamente: finché non avrà perseguito l’obiettivo del proprio annientamento, persevererà? L’esperienza del governo Letta-Alfano (il secondo intanto consuma l’uccisione del padre, alias Berlusconi; del resto anche Letta ha ucciso Bersani e gli altri padri e padrini più o meno nobili del suo partito) risulta di eccezionale interesse per gli studiosi di oggi e di domani: essa rivela, accanto a tutta una serie di altri fatti, come pressoché l’intera classe politica sia ormai sideralmente lontana non “dalla società”, ma da una parte precisa della società; quella preponderante numericamente ma ormai priva di rappresentanza politica costituita dai ceti più deboli: dagli “umiliati e offesi”, che stringono i denti e si arrabattano per  sopravvivere, e spesso maledicono il mondo e la vita.

Viene talora davvero il sospetto che, una volta messo piede in quelle istituzioni (non solo il Parlamento, ma anche gli organismi locali), una volta agguantato “il posto”, si entri nel giro, e si esca dal contatto sociale. Sospetto sbagliato, naturalmente, in quanto generico e generalizzante; ma quello che ci mette sotto gli occhi la cronaca è desolante. Quello che ci tocca vedere è una impressionante contiguità fra i poteri; potere politico, potere economico, potere dei media. Una sorta di superpotere è ormai di fatto signore del paese: e le distinzioni di ruolo come quelle di appartenenza politica o di affinità ideologica non hanno alcun peso. La signora Cancellieri, osannata dal centrosinistra e dal centrodestra ben prima di ascendere ai fasti governativi con Monti (uno dei più grandi bluff della storia contemporanea), nel suo “inciampo” dimostra proprio questa contiguità: al di là della gravità (estrema!) del fatto, ossia della signora ministro della Giustizia (davvero palesatasi nei panni di ministro dell’Ingiustizia) che interviene a favore di detenuti, extra e contra legem , quello che emerge è precisamente la contiguità familiare e amicale tra la famiglia della Cancellieri e la famiglia Ligresti. Intrecci e incroci impressionanti.

Ma è pure, ahimè, la contiguità che rivela Nichi Vendola con i potenti, nella sua già famigerata chiacchierata telefonica con il “galantuomo” Girolamo Archinà, a quanto risulta finora, eminenza grigia della fabbrica di morte che è l’Ilva di Taranto. Ora, possiamo pensare che “prima” Vendola fosse come appare in quella telefonata? Ossia un personaggio del più squallido sottobosco della politica? No. Vendola era uomo intelligente, raffinato, culturalmente preparato: una piccola eccezione nel panorama, anche della sinistra “radicale”. Poi, gli slittamenti a destra, poi la superfetazione delle “narrazioni”, ma ciononostante, l’ascesa al soglio della Regione Puglia (meritatamente, e malgrado l’ostilità del PD), poi il bla bla e la fuffa, e un inatteso risultato elettorale che ha dato al suo evanescente partito un bel manipolo di parlamentari, la presidenza della Commissione che deve scacciare Berlusconi dal Senato (ma non parliamo di chi riveste quella carica: un altro bel personaggio!), oltre addirittura alla presidenza della Camera ( no comment sulla titolare).

Ebbene, ecco Vendola come è ridotto: non so se effetto della mutazione genetica che accade nelle stanze del potere, o messo nudo nella sua essenza prima celata. Certo, non v’è ipotesi di reato, in quella conversazione, ma fa pena scoprirlo intricato in quel partito non istituzionale, assolutamente trasversale, che una volta avremmo chiamato della “classe dirigente”, ma che oggi, disvelato nella sua miseria, appare semplicemente come il protagonista di un “regime da salotto” (come ha scritto Juri Bossuto, in una lettera a un quotidiano torinese, non pubblicata, in relazione al caso Cancellieri).

Il familismo amorale è una delle nostre piaghe nazionali, si sa; ma il regime dei salotti che ci governa è, per chi dai salotti è condannato all’esclusione (ossia la quasi totalità della popolazione italiana) intollerabile. La difesa della Cancellieri, invece, da parte di una fetta cospicua del PD, è inaccettabile, ma perfettamente esplicabile. Non è solo per garantire la “tenuta del governo” (ma che vuol dire!?), ma anche e forse soprattutto perché la simpatica solidarietà fra coloro che si accomodano ogni sera sui sofà del salotto, e che sorbiscono il caffè coi pasticcini, o il Berlucchi con i pistacchi, fra “ho un amico che aspira al consiglio di amministrazione” e un “non ti preoccupare: ci penso io”, fra un “non bisogna parlare sul tuo giornale di questa cosa” e un “smetteremo subito, stai tranquillo”, non consente di fare altrimenti. Il salotto non si tradisce.

In CIle vincono i movimenti degli studenti: “Siamo i nipoti della dittatura militare” | Fonte: Il Manifesto | Autore: Moisés Paredes

 

Il risultato delle urne, vincente per tutti i leader studenteschi che si sono presentati alle elezioni, lo dimostra: la gran parte delle richieste avanzate dai diversi movimenti e organizzazioni è penetrata in profondità nella nostra società, dando senso a un gran numero di cileni i quali vedono giorno per giorno come gli enormi artigli del neoliberismo impongano un sistema che attribuisce garanzie e opportunità sulla base del potere d’acquisto delle persone.
A vent’anni dalla fine della dittatura, il Cile è gravato da pesanti zavorre. A livello politico, c’è tuttora una Costituzione le cui pagine sono state scritte con il sangue di migliaia di cileni vittime delle violenze, una Costituzione che fu approvata con l’inganno più grande della nostra storia. E abbiamo un sistema elettorale binominale, lo strumento perfetto per permettere a una minoranza di calpestare costantemente i sogni della maggioranza. Nel campo economico, siamo stati quasi completamente spogliati delle nostre risorse naturali. Hanno venduto il suolo, l’acqua, i minerali. I lavoratori sono costretti a versare quote ai Fondi pensione e se sono fortunati, avranno una pensione pari alla metà di quanto guadagnavano. Siamo stati completamente derubati della cosa pubblica. Lo Stato si è ridotto ad avere un ruolo di semplice osservatore, e il compito di gestire tutti gli aspetti della nostra vita è stato affidato alle mani del mercato. Il mercato della salute, dell’educazione, delle abitazioni.
A partire da questa situazione, si affrontano due visioni diverse del paese. È una dicotomia che si verifica quando si confrontano idee diametralmente opposte. Essa ha aperto le porte alla creazione di un nuovo ciclo politico. Oggi in Cile si sono create le condizioni per iniziare un processo di cambiamento strutturale che permetta di rispondere alle richieste dei cittadini nei diversi campi, ma soprattutto alla domanda di maggiore e migliore democrazia. Ci si chiede quale ruolo avrà il movimento studentesco in questo processo. Come in tutti i contesti, anche nel movimento esistono diversi punti di vista, tutti ugualmente legittimi e consoni agli obiettivi che da anni ci spingono a protestare nelle strade. Così, facendoci carico di questa diversità, in molti crediamo che il movimento studentesco debba avere un ruolo fondamentale e da protagonista nel contesto politico nazionale. Dobbiamo andare oltre l’impatto mediatico provocato dalle occupazioni e dalle grandi manifestazioni, per fare un salto qualitativo affinché le nostre idee possano essere adottate per risolvere la crisi che il sistema educativo cileno vive. Dopo queste elezioni, il nuovo governo dovrà rispondere alle idee che abbiamo portato avanti in tutti questi anni e che rappresentano il sentire della grande maggioranza del nostro popolo. I movimenti sociali giocano un ruolo fondamentale. Le autorità politiche che governano, dovranno farlo in funzione delle necessità della gente e non di piccoli gruppi privilegiati. Ora, in parlamento vi sono dirigenti sociali che conoscono la realtà del nostro paese. L’idea che se si occupa un ruolo politico non si fa più parte della società civile avvantaggia una élite politica abbiente che continuerà a ostentare i propri incarichi e in tante occasioni assumerà posizioni opposte a quanto richiesto dalla popolazione. Come costruttori del futuro, abbiamo il dovere di dare il nostro contributo sia nella società civile che nel mondo della politica. La democrazia non significa solo votare ogni quattro anni, si costruisce e si fa giorno per giorno, a partire dagli spazi di discussione e mobilitazione, creando articolazioni fra il sindacato e organizzazioni che possano costituirsi come forza sociale in grado di avviare cambiamenti nella società con ripercussioni nel campo politico. In questo modo riconcilieremo il «sociale» e il «politico», dopo che per tutti questi anni ce li hanno presentati come reciprocamente escludentisi, mentre devono andare di pari passo.
La capacità di compiere un salto qualitativo sarà un punto cruciale per i movimenti sociali. Essi possono contare su un grande appoggio popolare: il loro principale capitale politico e di credibilità. Occorre una prospettiva di lungo periodo per il paese, e ai movimenti sociali è richiesta un’attenzione strategica se vogliono dare buoni frutti. Bisogna infatti proteggere la democrazia, e per questo è necessaria la rifondazione delle istituzioni del sistema politico cileno, che sono attualmente il principale ostacolo alla nostra democrazia.
Il fatto di essere una generazione nata senza paure fa sì che abbiamo sufficienti strumenti per poter contrastare il mantenimento dello statu quo. E la mancanza di paura non deriva dal fatto di essere figli della democrazia, caratteristica che ci attribuiscono e che, a mio parere, è sbagliata. Non siamo figli della democrazia, siamo nipoti della dittatura. Siamo nati senza la possibilità di avere l’educazione gratuita. Questo fa parte dei nostri sogni. I nostri genitori sono stati vittime delle pallottole che i militari sparavano contro loro compatrioti. Tutti siamo vittime del perverso obiettivo politico che quelle pallottole esprimevano. Un giorno potremo parlare di figli della democrazia, per ora no.
Quel che manca oggi non sono i numeri, le cifre, i dati, le statistiche. Mancano l’impegno, la coerenza, il cameratismo, la lealtà rispetto agli altri e rispetto ai principi, valori sui quali la nostra generazione ha dimostrato di voler costruire. C’è bisogno di tutto questo, per raggiungere l’obiettivo di un paese e di una società più giusta. Il desiderio di trasformazione deve accompagnarsi alla volontà di accettare la diversità e costruire più democrazia, e di migliore qualità.
Non dobbiamo mai dimenticare che ci troviamo in un momento complesso e di portata storica; non rendersene conto o far finta di non considerarlo, significa riprodurre la grande amnesia collettiva che invece siamo chiamati a cancellare.

*Portavoce della Coordinadora nacional estudiantes secundarios (Cones), articolo tratto dall’edizione cilena del Diplo

Traduzione di Marinella Correggia

“Mare Nostrum”, guerra ai migranti nel Mediterraneo Autore: Antonio Mazzeo da: controlacrisi.org

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perchè le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti. Qualcuno ha storto il muso per il nome, Operazione Mare Nostrum. Una caduta di stile, un voler scimmiottare i fasti dell’impero romano? In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane.

Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è nè deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Nè un ponte di intercultura e pace. è invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze. L’Operazione Mare Nostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. «Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori», recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei «porti sicuri» che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla nuova guerra civile.
In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Nostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi Nato e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama «SAR Search and Rescue», ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono «arrestare i flussi migratori», come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati «Predator», aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.
Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le «tabelle di onerosità» sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al «contenimento» delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo «difesa», è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Cioè: da qui a fine anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto destinato per «sostenere», «soccorrere» ed «accogliere». In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla.

Roma, Fatebenefratelli: 6 dicembre sciopero personale ospedaliero da: controlacrisi.org

Fp CGIL CISL Fp UIL Fpl e Ugl Sanità confermano l’agitazione del personale dell’Ospedale Generale “San Giovanni Calibita – Fatebenefratelli” di Roma e così proclamano lo sciopero per il 6 dicembre prossimo.
“A fronte di una totale incertezza sul futuro finanziario dell’azienda, dopo la nostra totale contrarietà al piano presentato dall’azienda che prevedeva 170 esuberi, ci aspettavamo un tavolo di confronto con la proprietà per fare chiarezza sulle loro reali intenzioni. Anche gli interventi della Regione non hanno sortito gli effetti sperati e a tutt’oggi la crisi in cui versa l’ospedale continua ad aggravarsi”.

“Il tavolo triangolare con proprietà e Regione che doveva affrontare l’emergenza, previsto dall’accordo sottoscritto in Regione, non si è piu’ riunito lasciando nell’incertezza tutti i lavoratori. La Cooperativa che fornisce servizi di assistenza non viene pagata da diversi mesi e gli oltre 250 lavoratori non stanno percependo lo stipendio”.

“In occasione dello sciopero si svolgerà una manifestazione per rendere visibile la protesta dei lavoratori e sensibilizzare le istituzioni e cittadini per salvare un’importante struttura della sanità della Regione”.

Alluvione Sardegna. I geologi: “Oltre 6 milioni gli italiani a rischio” Fonte: redattoresociale.it

 

Quello che è accaduto in Sardegna non può più essere considerato un fatto eccezionale. Ne sono convinti i geologi italiani, che con una nota a firma del presidente del Consiglio nazionale, Gian Vito Graziano, torna sui numeri del dissesto ambientale in Italia. Afferma infatti Graziano: “Qualora non fossero ancora chiari i termini del dissesto idrogeologico, i geologi hanno il dovere morale di non abbassare la guardia, ricordando al Paese che la popolazione esposta a fenomeni franosi ammonta a 987.650 abitanti, mentre quella esposta alle alluvioni raggiunge 6.153.860, come evidenzia ancora l’Annuario Ispra.   Anche se le proiezioni quantitative per la frequenza e l’intensità delle inondazioni sono ancora incerte, l’Agenzia europea sostiene che sia probabile che l’aumento delle temperature in Europa porterà a inondazioni più frequenti e intense in molte regioni, a causa del previsto aumento dell’intensità e della frequenza di eventi meteorologici estremi”.

Non è solo colpa del clima . “Ma non è solo colpa dei cambiamenti climatici – ha proseguito Graziano – perché ad esempio l’urbanizzazione sfrenata, ha eroso dal 1985 ad oggi ben 160 km di litorale. I numeri recentemente pubblicati nell’Annuario dei Dati ambientali 2012 dell’Ispra parlano chiaro: se in Italia per oltre 50 anni si sono consumati in media 7 mq al secondo di suolo, oggi se ne consumano addirittura 8 mq al secondo. Significa che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e di Firenze. Per non parlare degli incendi , il 72%  dei quali risulta essere di natura dolosa, il 14% di natura colposa e il restante 14% di natura dubbia. Da tempo i geologi chiedono l’istituzione di una commissione che possa affrontare tali problematiche così come fece la Commissione De Marchi”.