Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo di Antonio Mazzeo

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo

di Antonio Mazzeo

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.

Qualcuno ha storto il muso per il nome,Il nome, Operazione Mare Nostrum. Si è detto che c’era una caduta di stile, un voler scimmiottare i fausti dell’impero romano. In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze.

L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei “porti sicuri” che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla guerra civile.

In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Mostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi NATO e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire infatti a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati “Predator”, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.

Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le “tabelle di onerosità” sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al “contenimento” delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa”, è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” ed “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla

Etna – Eruzione 1928

Silenzio sui campi di concentramento fascisti in Friuli da: il friuli.it

La denuncia dello scrittore Boris Pahor: “Apprezzo il coraggio di iniziative come ‘Magazzino 18’ che hanno il coraggio di affrontare temi tuttora scomodi come questi”

 

Silenzio sui campi di concentramento fascisti in Friuli

 

14/11/2013

 

“Esiste un colpevole silenzio sui campi di concentramento fascisti, che furono attivi in queste terre. Come quelli di Arbe (Rab), Gonars e Visco, dove furono deportati circa 28 mila sloveni, vittime di deportazioni e rastrellamenti che colpirono interi paesi, per fare terra bruciata attorno ai partigiani”. Lo ha affermato ieri a Trieste lo scrittore Boris Pahor, intervenendo all’iniziativa “Memoria bene comune” promossa dallo Spi Cgil.

“Ecco perché – ha proseguito Pahor – apprezzo il coraggio di iniziative come questa, con le visite ai campi di Gonars e di Visco, e di spettacoli come ‘Magazzino 18‘ che hanno il coraggio di affrontare temi tuttora scomodi come questi”. All’incontro è intervenuta la segretaria generale nazionale dello Spi Cgil, Carla Cantone, secondo cui “quelle avvenute in queste terre durante il nazifascismo sono vicende che devono far parte della memoria comune del nostro Paese”. Nel corso di due giorni, gli degli studenti dei Licei Galilei, Carducci e Slomsek hanno compiuto visite ai campi fascisti di Visco e Gonars e alla risiera di San Sabba

“Più cresce il movimento e meno ci sono sette”. Intervista a Maurizio Acerbo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Il movimento sceso in piazza il 19 sembra non volersi perdere d’animo e così tra la difficile costruzione di una vertenzialità sociale e assemblee forse con troppi interventi ‘autocentrati’ si avvia a bruciare altre scadenze. Qual è il tuo punto di vista?
Vedo comunque positivo che ci sia un processo di aggregazione sulla base di una piattaforma sociale. Che ci sia mobilitazione nel movimento è fondamentale,soprattutto dopo un lungo periodo di assenza. E poi si tratta di qualcosa non caratterizzato dall’ideologia, che divide e crea recinti, ma dalla concretezza delle rivendicazioni. Insomma, ‘più cresce il momvimento e meno ci sono sette’, per dirla con Marx. E’ bene che tutti si rimettano in gioco a partire dai contenuti e dalla piattaforma sociale, che dentro la crisi non può che essere che aperta man mano che si ha la capacità di allargare ad altri soggetti della galassia sociale prodotta dalla crisi.Quella del passo indietro dei soggetti politici sembra una fase che stiamo subendo, però, più che vivendo consapevolmente
Non vedo salti immediati al tema della soggettività politica perchè è evidente che c’è, ed è probabilmente l’ostacolo principale a metter su qualcosa che somigli all’esperienza dei greci, una certa diffidenza nei confronti del terreno della rappresentanza. Su questo la penso molto come Carlo Formenti. Si tratta di un senso comune che si è radicato ed è diventato maggioritario e rispetto al quale non credo di ci siano scorciatoie facili per superarlo.
Certo, ma non credi che la pesantezza della crisi abbia in qualche modo ridisegnato più che la rappresentanza il senso della domanda di rappresentanza?
Dentro la crisi dobbiamo fare i conti con il fatto che non c’è un immediata relazione con il conflitto. Già è difficile produrre un livello di mobilitazione da minimo sindacale. Nel 94 e nel 2001-2003 abbiamo avuto ondate più potenti. Non c’è quindi un automatismo nella crisi. Certo, il malcontento, se si offrono degli spazi per esprimerlo poi può trovare sbocco, ma il tema della rappresentanza è più complesso. Penso che Wu Ming, di cui sono un fan, sbagliano nel dire che Grillo svolga una funzione di sostituzione dei movimenti radicali. Dimenticano che la gran parte dei movimento sociali in Italia, come ideologia prevalente, hanno avuto quella di non andare a una relazione sul terreno della rappresentanza. Il problema è che non ci sia stata dentro la crisi una ripresa della sinistra radicale, come anche in Inghilterra. E questo, va detto, è comune alle altre articolazioni della sinistra. Nessuno si senta escluso.

In tutto questo, che peso possono avere le elezioni europee?
Penso che la questione Syriza non vada vista come soluzione magica che consente di superare sbarramenti elettorali. Quello che potrebbe servire è una campagna che ci consente di introdurre a livello di massa non una miriade di proteste ma quello che serve è far venire fuori una visione generale della crisi, cosa che finora non siamo riusciti a fare, e quindi il ruolo della Bce e della Troika. E questo già sarebbe importante. Aiuta a far passare nell’immaginario che c’è una sinistra al di fuori del centro-sinistra. E quindi, un’altra sinistra è possibile. Una cosa difficile ma possibile. E credo che sia per questo che il successo di Syriza sia oscurato dai mass media. L’evento in Europa non è né Marie Le Pen né Alba dorata, ma i greci di Syriza. L’altro elemento per cui credo che sia importante la candidatura europea di Tsipras è che apre la discussione anche sulla Syriza italiana. Uno dei limiti che ho sentito in questi anni è che oltre alle riserve delle organizzazioni rispetto alla prospettiva di ricostruzione di una sinistra radicale modello Syriza è che anche i settori che si collocano a sinistra del centrosinistra ci hanno creduto poco.

Credo sia l’aspetto più evidente. C’è stata una specie di fuga dalla realtà, per rintanarsi in schemi ormai superati dagli eventi…
Ritengo che ciò che non va bene e che non funziona è che ci sia un pezzo di sinistra che fa i convegni sulla sinistra e un altro pezzo che fa i movimenti. Allora, da un lato la prima rischia di essere sempre troppo politicista e molto spesso non va da nessuna parte perché la discussione è verso un pd senza vita e dall’altro nei movimenti si dovrà aprire una discussione sul fatto che l’Italia ha concluso il processo di americanizzazione e non c’è più, per esempio, una sinistra di classe di peso. Tutti celebrano l’America Latina, ma Chavez ha fatto le occupazioni o il governo? Il punto è che questo discorso non può essere l’oggetto di una predica.

Vabbé ma a queste tare non può provvedere il movimento…
Certo, però quello che è accaduto in questo autunno sul piano della piattaforma sociale è che alcune esperienze come il partito sociale hanno dimostrato di essere non certo un qualcosa di impolitico. E poi, l’unica occasione in cui Sel ha detto di aver preso una cantonata è stata in occasione della manifestazione del 19 ottobre. Quindi, questo dimostra che non bisogna avere una visione della politica astratta e scolastica.

… oppure da regolamenti di conti…
Nel 2008 tanti di sinistra pensavano, dentro rifondazione e fuori, che tutto sommato se Rifondazione si levava di torno chissà quali prospettive si sarebbero aperte. Essendo arrivati al 2014 con l’unico paese europeo in cui non c’è una sinistra radicale in Parlamento ma anche in cui non c’è stato rispetto all’attacco una mobilitazione sociale adeguata, è chiaramente uno schema da rottamare definitivamente. Nella stessa Francia sulla riforma delle pensioni Sarkozy si è spaccato la faccia. Questo dovrebbe insegnare a tutti che la boria di partito non funziona ma anche la boria antipartito dà bei grattacapi.

La valle non molla la fresa Fonte: Il Manifesto | Autore: Mauro Ravarino

 

Solo il Rocciamelone è rimasto tra le nuvole. Il resto della Valle ha fatto festa in un lungo e colorato corteo di protesta che ha sfilato, ieri pomeriggio, per le strade di Susa, il capoluogo ma anche il sito dove dovrebbe sorgere la stazione internazionale dell’alta velocità. La manifestazione ha ribadito un no all’opera ma anche all’«occupazione militare di un territorio», sottolineando «Il diritto a opporsi al Tav senza essere criminalizzati». La risposta sta tutta in quei trentacinquemila scesi in piazza.
In testa al corteo, le mamme con i bambini, nel passeggino o travestiti da trenini di gommapiuma (rigorosamente locali e di colore verde). Un cartello simbolico: «+ cicogne – talpe», in riferimento alla grande fresa che dovrebbe scavare il cunicolo esplorativo di Chiomonte, ma che ancora non si è mossa, nonostante la cerimonia per l’avvio della fase operativa. Poi, gli amministratori della Val di Susa con le fasce tricolori e il presidente della Comunità montana, Sandro Plano, dietro lo striscione: «Insieme a me – ha detto – ci sono 23 sindaci dell’Alta e Bassa Valle qui. Il nostro non è solo un «no» all’opera, ma un discorso più ampio, è una critica a un modo di concepire le opere pubbliche e di investire il denaro dei cittadini».
Poco più in là su un carro trainato da un trattore è stato affisso un grande assegno di 26 miliardi di euro, consegnato idealmente dal popolo No Tav agli abitanti della Terra dei Fuochi e ai terremotati dell’Aquila. È la cifra simbolica che rappresenta «il furto» contro cui si batte il movimento valsusino. Alla sua storia pluriventennale si ispirano tante delle delegazioni dei comitati e dei movimenti provenienti da tutti Italia: dai No F35 ai No Dal Molin, dai No TerzoValico ai pugliesi del No 275, dai No Muos ai No Pedemontana fino ai No Tav della Savoia francese.
Luca Fagiano, della nutrita rappresentanza romana, ha parlato di «spirito della Valle di Susa in viaggio per tutto il Paese».
Il lungo serpentone, che ha invaso la cittadina piemontese, è esploso in tutta la sua eterogeneità: giovani e anziani, studenti e lavoratori, centri sociali, sindacalisti, cattolici di base, anarchici, ambientalisti e partiti della frammentata sinistra. Soddisfatto Alberto Perino, applauditissimo nell’intervento conclusivo in piazza d’Armi, dove hanno preso il microfono anche Gianni Vattimo e Giorgio Cremaschi. Cori contro le forze dell’ordine sono stati rivolti al passaggio davanti al Napoleon, l’albergo che ospita gli agenti che si alternano nei turni di sorveglianza al cantiere della Maddalena: «Fuori le truppe di occupazione» è stato l’urlo di un gruppo di manifestanti.
Hanno sfilato, tra gli altri, la Fiom con il segretario torinese Federico Bellono, Rifondazione con il segretario nazionale Paolo Ferrero («È la gente che finalmente riprende la parola» ha affermato, richiamandosi alle manifestazioni che nello stesso momento si tengono a Napoli, Pisa, Gradisca), Legambiente, il parlamentare di Sel Giorgio Airaudo, due sezioni dell’Anpi e i senatori del Movimento cinque stelle Alberto Airola e Marco Scibona. Proprio Scibona ha spiegato come l’accordo internazionale sull’opera non può dirsi ratificato perché ha avuto il via libera solo da uno dei due rami del Parlamento (la Camera): «Ma questo ai francesi non verrà detto – ha aggiunto – così come non verrà detto che a Chiomonte la talpa, in realtà, non è partita».
Il prossimo mercoledì è il giorno dell’incontro bilaterale tra Francia e Italia con Letta e Hollande. «Saremo di nuovo nella capitale per dire a tutti che non ci si può fermare, che dobbiamo andare avanti».
Questo è il prossimo appuntamento per ribadire il «no» alla realizzazione della Torino-Lione e allo spreco di denaro pubblico, ancor più in tempi di crisi. I militanti, che saranno in piazza con i protagonisti della manifestazione del 19 ottobre a Roma, stanno organizzando dei bus per raggiungere la capitale «andiamo tutti a Roma – si legge in un volantino – ad affermare ancora una volta che non è importante quanti vertici faranno e dietro a quante porte si chiuderanno, sulle nostre teste non si decide!».
Tra i prossimi appuntamenti la passeggiata notturna il 6 dicembre in Val Clarea e il convegno di sabato 7 a Bussoleno «Diritto alla resistenza», per smontare – spiegano gli organizzatori – «pezzo per pezzo la strategia di criminalizzazione e repressione nei confronti del movimento No Tav».

Napoli, 100 mila fuochi di protesta Fonte: Il Manifesto | Autore: Francesca Pilla

 

Migliaia di persone, un fiume in piena alle 14.30 in punto si riversa nelle strade di Napoli. Poco importa il solito balletto di numeri, centomila per gli organizzatori 30 mila per la Questura. La manifestazione contro l’ecocidio della Campania è la prova che ribellarsi si può. Migliaia di volti, tutti diversi ma scesi in piazza in una unione di intenti che solitamente è difficile a mettere insieme. I bambini che con gli impermeabili gialli e le calosce ai piedi sfidano il vento e la pioggia battente. Le madri che hanno perso i figli ammalati di tumore che mostrano le gigantografie dei loro cari. I giovani, tantissimi e accompagnati dai meno giovani ancora ballano e cantano «Contessa». Volti nuovi accanto a quelli storici che intonano vecchi slogan, come «pagherete caro, pagherete tutto» per poi passare a quelli tutti partenopei che fotografano il momento tragico: «La monnezza non va bruciata, raccolta, raccolta differenziata». Un gruppo di alunni delle elementari porta un lenzuolo con un messaggio per il paese: «Cosa aspettate che facciamo la cacca blu?». Scortato da madri e maestre, Alessandra, Paola, Patrizia,fanno parte dell’associazione un nuovo mondo.org: «Questi bambini devono avere consapevolezza che quella natura che amano è malata e può uccidere». A pochi metri da loro si apre il lungo serpentone di tutti quelli che vogliono mettere la parola fine agli sversamenti illegali e chiedono a gran voce una mappatura delle aree a rischio. Hanno in testa al corteo uno striscione con su scritto a caratteri cubitali «Stop biocidio» e issano le foto di quelli che, secondo loro, sono i responsabili della catastrofe ambientale che uccide in provincia di Napoli e Caserta. Gli ex governatori Antonio Rastrelli (all’epoca An) e Antonio Bassolino, i prefetti Catenacci e Panza, i supercommissari Guido Bertolaso e Gianni De Gennaro.
Un messaggio di speranza arriva da Don Patriciello che marcia con loro in prima fila: «La nostra madre terra è moribonda, ma non è morta». Il parroco di Caivano che da anni lotta apertamente contro le ecomafie cammina sotto il braccio di un idolo dei napoletani, il cantante Nino D’Angelo che poi salirà sul palco di piazza del plebiscito parlando al cuore della sua gente: «Io vivo qui a Casoria è uno scempio che hanno fatto in trent’anni dobbiamo ribellarci». Con loro anche Maurizio Landini, leader della Fiom: «Era doveroso esserci», dice.
Corso Umberto, il cosiddetto Rettifilo, è rigonfio. Tant’è che quando l’inizio del corteo è a piazza del Plebiscito la coda ancora deve passare davanti alla Questura. Bilancio positivo nonostante le diverse anime di questo movimento. Anche la contestazione agli addetti del comune di Napoli che si sono in un primo momento posizionati davanti a tutti con il gonfalone del capoluogo, è low profile. Vengono rimandati indietro, seppur aspramente, con le altre istituzioni, i rappresentanti dei comuni di Caivano, Pozzuoli, Casoria e tanti altri. Il primo cittadino Luigi De Magistris arriva a metà della manifestazione e non viene attaccato, come minacciato, dallo zoccolo duro dei comitati. Stringe mani, scambia qualche chiacchiera, sfila per un po’ ma senza fascia tricolore. Venerdì aveva risposto in consiglio a Pietro Rinaldi eletto in quota centri sociali che gli aveva chiesto di non manifestare: «Questa piazza non è mia, ma non è manco tua». In corteo, infatti, molti i suoi sostenitori, come il gruppo di risveglio cittadino Ue Cap: «Questo sindaco si è sempre battuto contro gli inceneritori in regione e per la raccolta differenziata» spiegano. Di più, numericamente parlando, i rappresentanti del mondo antagonista o come veniva definito un tempo disobbediente, quelli con le maschere di Anonymus, gli anarchici. Davanti alla camera di commercio srotolano uno striscione che copre completamente la statua di Vittorio Emanuele II: «Camorra, stato, imprenditori. Stesse colpe». Arrabbiati (e come dargli torto) scandiscono slogan contro le istituzioni: «Chi ha inquinato deve pagare» e «Assassini in giacca e cravatta». Ma è la manifestazione di tutti, delle mamme vulcaniche vestite in rosso, degli zampognari, dei medici per l’ambiente, e ancora dei lavoratori di Pomigliano, dei frati francescani, dei suonatori di tammorre, degli studenti e dei cittadini di ogni età. «Occorre subito – spiega Francesco Ferrante dell’associazione Green Italia – rendere pubblica e aggiornare l’attività censimento dei siti contaminati, a salvaguardia della salute pubblica e nell’interesse della filiera agroalimentare campana, come del resto bisogna accelerare sul Registro Tumori della Regione Campania».
Si arriva così nel grosso piazzale davanti il Palazzo reale che è completamente coperto dagli ombrelli. Prendono la parola l’oncologo Antonio Marfella che chiede al governo ancora una volta di riconoscere il nesso tra inquinamento e insorgenza delle malattie, Padre Alex Zanotelli, i rappresentati dei comitati della Terra dei Fuochi. Un lungo discorso anche quello di don Patricello: «Bisogna cambiare passo, è insopportabile. Ora sappiamo quello che per tanto tempo è stato taciuto. Ora basta serve pagina nuova». E sono applausi. Poi però quando chiede al presidente Napolitano di intervenire dalla folla si levano fischi e in molti gridano «assassino assasino». E’ la sfiducia nello Stato che si è voltato dall’altro lato.

Genova, autisti sul piede di guerra contro le smanie di privatizzazione del sindaco Doria | Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

Riunioni dal prefetto e forze dell’ordine in preallarme a Genova in vista della seduta del consiglio comunale di martedi’ prossimo. L’assemblea dovra’ deliberare sugli indirizzi strategici delle societa’ partecipate, e quindi valutare se, come e quando fare entrare soci privati in alcune delle aziende. E il solo fatto che si discuta di questa eventualita’ agita i dipendenti, o almeno una parte di essi, e mobilita i sindacati. Da mesi la questione delle partecipate provoca tensioni.

 

Nei giorni scorsi un gruppo di lavoratori di Amt, l’azienda di trasporto pubblico locale, dopo avere manifestato per le vie del centro e’ entrato a Palazzo Tursi, dove la Commissione comunale incaricata stava discutendo sulla delibera per le partecipate, ha interrotto i lavori e poco dopo e’ arrivata al Salone di Rappresentanza, dove era presente il sindaco Marco Doria.Il primo cittadino ha portato i lavoratori nel cortile, dove ha cercato di illustrare la situazione, tra urla e insulti. Il 30 luglio scorso erano stati i dipendenti di Aster, azienda incaricata della manutenzione urbana, a fronteggiare i carabinieri schierati in assetto ntisommossa davanti a Palazzo Tursi. Il nodo principale, comunque, resta quello del trasporto pubblico.

 

Vincitore alle primarie del centrosinistra grazie anche a un nucleo di sostenitori di sinistra radicale che gli hanno consentito di prevalere sulle due candidate del Pd, l’ex sindaco Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, probabilmente Doria avrebbe fatto volentieri a meno di coinvolgere i privati nel trasporto pubblico. Amt non riesce ad andare oltre aggiustamenti che di volta in volta le garantiscono qualche mese di vita.

 

Nell’aprile scorso la direzione aveva messo a punto un piano di riequilibrio per il 2013 e 2014 fondamentalmente centrato su misure in grado di contenere il costo del lavoro, con interventi sugli istituti economici di secondo livello, sull’organizzazione del lavoro del personale viaggiante e mediante la riduzione del personale in soprannumero.

In maggio azienda e sindacati, tra il sollievo generale, avevano raggiunto un accordo che avrebbe permesso di raggiungere l’equilibrio di bilancio nel 2013 e parzialmente nel 2014 ed evitare misure piu’ drastiche. Ma a meta’ ottobre, in un incontro con i sindacati, l’azienda ha ribadito l’urgenza di individuare misure che devono avere efficacia da gennaio 2014. Nei giorni scorsi il sindaco da un’emittente tv locale ha dichiarato che senza interventi Amt tornera’ in passivo