Comitato Viva la Costituzione di Catania .Giorno 24 novembre alle ore 10.00 in piazza Stesicoro a Catania, SIT-IN di solidarietà con il magistrato Nino Di Matteo

Giorno 24 novembre alle ore 10.00 in piazza Stesicoro a Catania, SIT-IN di solidarietà con il magistrato Nino Di Matteo


Il Comitato Viva la Costituzione ha sentito il bisogno di esprimere la sua solidarietà al magistrato Nino Di Matteo e ai suoi colleghi che indagano sulla trattativa Stato-Mafia.
Sulle minacce di morte al pm Di Matteo c’è un silenzio assordante da parte delle autorità.
Partecipate tutti e invitate i vostri amici.

Giorno 24 novembre alle ore 10.00 in piazza Stesicoro a CataniaSIT-IN di solidarietà con il magistrato Nino Di Matteo e i suoi colleghi che indagano sulla trattativa Stato-Mafia

In piazza Stesicoro contemporaneamente al nostro Sit-In ci sarà il tavolo dell’ANPI per la Giornata Nazionale del Tesseramento.

Allego un intervento di Paolo Borsellino sulla vicenda:

Salvatore Borsellino – 13 novembre 2013
“Le minacce da parte della mano armata dello Stato deviato, la mafia, si sono alzate di livello.
Attraverso Totò Riina, arrivano messaggi di morte a tutti i componenti del pool di Palermo oltre che al Procuratore Roberto Scarpinato.
Le Istituzioni, lo stesso Capo dello Stato, il cui ultimo atto nei confronti dello stesso pool è stata la implicita destabilizzazione ottenuta attraverso il conflitto di competenza sollevato di fronte alla Consulta per quelle intercettazioni cui era incappato dando ascolto ad un indagato nel processo sulla trattativa mafia- Stato, tacciono. Restano in attesa di avere un altro eroe su cui spargere false lacrime, a cui portare altre corone di Stato, restano in attesa di disputarsi le prime file nella cattedrale in cui verranno celebrati i prossimi funerali di Stato.
Restano in attesa di altre vedove da marcare a vista per essere certi che non sapessero nulla di quanto sapeva il marito come venne fatto, negli anni immediatamente seguenti la strage di via D’Amelio, con Agnese Borsellino.
E intanto le pressanti richieste fatte da chi, per servizio, quotidianamente, rischia la vita insieme a questi servitori dello Stato, dallo stesso Stato condannati a morte, le richieste di utilizzo di un dispositivo, il “bomb jammer” che avrebbe impedito di compiere, nella maniera in cui sono state compiute, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, vengono disattese o ignorate, ne viene negata l’efficacia o ne viene sottolineata la pericolosità.

Ed allora perché gli stessi motivi non ne impediscono o non ne hanno impedito l’utilizzazione per il capo dello Stato, per Berlusconi, per Schifani, per De Gennaro, per Alfano?
Dove sta la differenza? Perché per certe persone, che di protezione, almeno da parte della mafia, non avrebbero bisogno, certe misure vengono attuate e per altri, che corrono reali e immediati pericoli di morte, vengono negati? La risposta è semplice.
Per salvare Mannino ed altri potenti che la mafia aveva condannato a morte ritenendo che non avessero rispettati i patti, fu iniziata una scellerata trattativa che richiese, per essere portata a termine, l’assassinio di Paolo Borsellino.
Per i servitori dello Stato che hanno avuto l’ardire di portare alla sbarra alcuni dei responsabili di quella trattativa, si aspetta, per fermarli, che la mafia esegua la condanna a morte che ne è stata decretata.
Ma lo Stato non è fatto solo da questi sepolcri imbiancati, lo Stato siamo anche noi e noi non permetteremo che questo disegno criminale venga portato a termine ancora una volta. Noi ci stringeremo intorno a Nino di Matteo ed agli altri magistrati e lo faremo con ogni mezzo possibile. Prepariamoci a fare sentire, in ogni maniera, subito e con ogni mezzo la nostra volontà di RESISTERE, la nostra voce, il nostro sdegno.
Tutti devono sapere, tutti dovranno scegliere da che parte stare.
Noi abbiamo già scelto, noi siamo con la parte sana dello Stato, noi stiamo con questi magistrati che hanno scelto, a rischio della propria vita, di seguire l’esempio di Paolo Borsellino.
Per uccidere loro dovranno uccidere anche noi.”

Comitato Viva la Costituzione di Catania

Catania: 16 novembre 2013 Liceo Statale “G. Lombardo Radice” convegno “Dallo sbarco alleato all’avvio della Resistenza”

Organizzato dall’ANPI, ANED, ANPPIA, Centro ISSICO e Liceo “Lombardo Radice” si è svolto il convegno con la partecipazione degli alunni e i professori d’italiano e storia delle quinte classi. La dirigente scolastica Pietrina Paladino ha ringraziato tutti i partecipanti,  la presidente provinciale ANPI Santina Sconza  ha presentato l’associazione e ha invitato gli studenti a difendere la Costituzione.  Si sono svolte le relazioni in programma, il prof. Rosario Mangiameli ha fatto un escursus storico  sulla crisi del fascismo e la caduta dello stato monarchico dallo sbarco all’8 settembre, spiegando in motivi delle scelte politiche e militari che portarono gli alleati allo sbarco in Sicilia. Il prof. Ermano Taviani ha mostrato come l’ 8 settembre è stato interpretato nelle immagini cinematografiche con la visioni di spezzoni di film. Felice Rappazzo ha dissertato sulla crisi del fascismo e della Resistenza nella letteratura ed infine Giovanni Burtone ha raccontato l’esperienza del padre il partigiano ” Morello” . Alla fine gli studenti hanno posto alcune domande ai docenti che avevano tenuto le relazioni.

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Svendola | Fonte: ilfattoquotidiano.it | Autore: Marco Travaglio

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra. Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero. Poi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con una lettera di chiaro stampo berlusconiano, il pm Desirée Di Geronimo che indagava su di lui. Ha incassato un’archiviazione da un gip risultata poi in rapporti amichevoli con lui e la sua famiglia. Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani), non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti. In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali. C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette. Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi del Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Questo ovviamente in privato, mentre in pubblico proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche di Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa dietro le quinte. La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia.