La ragna-tela organizza sabato 23 novembre :incontro con Manuela Ulivi

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Il pm Sebastiano Ardita: “Di Matteo turbato più dal provvedimento del Csm che dalle minacce” da: antimafia duemila

ardita-di-matteo-c-giorgio-barbagallodi Miriam Cuccu – 15 novembre 2013
Bersagliato da attacchi su più fronti insieme agli altri pm che portano avanti il processo sulla trattativa Stato-mafia, l’ultimo dei quali arrivato dal carcere nel quale Totò Riina (secondo il procuratore Messineo un perfetto capro espiatorio di cui potrebbero avvalersi elementi esterni a Cosa nostra) è rinchiuso. Eppure ciò che più angoscia Nino Di Matteo è il procedimento disciplinare ancora in corso per avere violato “l’obbligo di riservatezza” rilasciando delle dichiarazioni sull’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro Mancino e Napolitano a Repubblica il 22 giugno 2012 (in realtà già resa pubblica da Panorama). Questo perchè Di Matteo “è infinitamente innamorato delle istituzioni” e dunque “soffre all’idea che lo Stato, che serve in trincea come un soldato fedele, possa rimproverargli qualcosa”. A parlare è Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina nonché difensore del pubblico ministero di Palermo di fronte al Consiglio supeirore della magistratura, in merito al provvedimento che risulta ancora essere in sospeso: “visto che adesso l’istruttoria appare conclusa, abbiamo chiesto che si proceda alla sua definizione” senza avanzare richieste di trattamenti di favore, “siamo fiduciosi che, se non ve n’è la ragione, chi di dovere non terrà sospesa invano la posizione di Di Matteo”.

“Palermo – spiega il dottor Ardita a Il Fatto Quotidiano – sta rivivendo una strategia di tensione” dove la mafia “continua a esistere e a coltivare interessi, pur senza dominare come un tempo” e Riina sembra oltremodo innervosito dal processo in corso, forse perchè anche i mafiosi “intendono tutelare la loro integrità dal sospetto di contaminazione con lo Stato”. Nel capoluogo siciliano si respira un clima teso allo spasimo, dove solo in pochi tra le fila dei politici – il governatore siciliano Rosario Crocetta, la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi e Rita Borsellino – hanno espresso la propria solidarietà e vicinanza a Nino Di Matteo. “Spero che quanti storcevano il naso dopo i primi allarmi di attentato, si accontentino di quel che ha detto Riina e non aspettino altre conferme per capire dove siamo arrivati”.
Oggi è sempre più palese che all’interno dello Stato, uno Stato che, secondo Ardita, dovrebbe essere “laico e indivisibile”, si sia verificata la presenza di una storica e prolungata continuità tra mafia e Stato. In un momento come questo Nino Di Matteo, che “appartiene alla generazione dei primi anni ‘90”, “quella ‘battezzata’ col fuoco delle stragi” è “interiormente tranquillo” e concentrato solo nel “continuare il suo lavoro”. “Di certo – afferma il procuratore aggiunto di Messina – nessuno vent’anni fa gli aveva garantito che fino a oggi non sarebbe morto più nessuno”.

Foto © Giorgio Barbagallo

Crisi, il caso Sicilia: livelli di povertà e lavoro nero doppi rispetto alla media nazionale | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Il 27,03 per cento della popolazione in Sicilia vive in poverta’ relativa, con un reddito di quasi mille euro al mese, mentre 180 mila famiglie si trovano in poverta’ in assoluta, in condizioni di non potere fare nemmeno un pasto al giorno. Sono cifre che indicano un fenomeno doppio rispetto ai livelli nazionali.
Nella provincia di Palermo, 140 mila famiglie si trovano in condizioni di poverta’ relativa e 46 mila famiglie vivono in poverta’ assoluta. Un panorama economico devastato dalla crisi che registra punte di lavoro nero, almeno nel settore edile, anche del 50%.
Nel capoluogo siciliano il 14,7 per cento delle famiglie ha un reddito al di sotto di 10mila euro l’anno e il 30 per cento dei pensionati riceve una pensione integrata al trattamento minimo di meno di 500 euro al mese. A cio’ si aggiunge che il fondo nazionale politiche sociali per la Sicilia e’ passato dai 35 milioni del 2010 ai 27 milioni del 2013 e i servizi agevolati a favore di anziani e poveri sono stati azzerati, a partire da ticket e trasporto pubblico.

Edilizia capitale del lavoro nero
A snocciolare i numeri drammatici della crisi e della perdita del potere d’acquisto di salari e pensioni nell’Isola sono stati i segretari generali di Cgil Palermo, Maurizio Cala’, e di Uil Palermo, Antonio Ferro. I tre sindacati confederali terranno venerdi’ prossimo a Palermo una manifestazione, a cui parteciperanno oltre ai sindacati anche diversi sindaci, per chiedere la modifica della legge di stabilita’ del Governo Letta, nell’ambito dello sciopero generale. ”Chiediamo – hanno detto Cgil e Uil – di recuperare potere di acquisto dei salari”. Devastanti anche i dati del settore edile, un comparto che a Palermo e provincia poteva contare fino al 2008 su quasi 20mila addetti. Ora, tra incompiute, cantieri annunciati e mai partiti ed opere gia’ finanziate e finite nel dimenticatoio, il numero e’ sceso a 12mila nel 2012 e nel 2013 si calcolano altri 2 mila operai in meno. Di pari passo, anche la massa salariale e’ diminuita del 16 per cento, passando da 135 milioni a 110. ”Nei cantieri edili – ha detto Mario Ridulfo, segretario Fillea Cgil Palermo – fino al 2008-2009 il lavoro nero era al 30 per cento. Adesso supera il 50 per cento. Ed e’ un dato stimato per difetto. Ci sono casi come quello scoperto in un cantiere di Bagheria, dove su 12 lavoratori 11 erano in nero”.

Le grandi aziende riducono gli investimenti
Infine i livelli di criticita’ delle aziende dei settori della chimica, dell’energia e del manifatturiero. ”E la crisi – hanno aggiunto Cgil e Uil – coinvolge le aziende del settore plastico, che stanno chiudendo tutte. I grandi gruppi come Enel, Eni, Terna, Italgas stanno riducendo gli investimenti e il disastro riguarda anche le partecipate del Comune di Palermo: il processo di riorganizzazione atteso da un paio d’anni viene continuamente spostato. In questo quadro inseriamo il fallimento del servizio idrico integrato gestito da Aps nei 52 comuni del palermitano”.

Scenari dell’euro. Democrazia e sovranità nazionale Fonte: micromega | Autore: Enrico Grazzini

 

Anti-europeisti, non anti-europeiL’Europa reale fra ribelli e nazionalistiEuro, l’uscita è destraUn’opposizione per la nostra EuropaL’Europa di oggi come quella di Versailles. Un monito degli economistiIl tunnel infinito dell’austerity europeaL’Europa reale. Quindici tesi sul rapporto tra il capitalismo finanziario globale e la democraziaPer un’Europa di “nuova generazione”Il Sud Europa farà la fine della Ddr?Europa, sinistra batti un colpo.
La casa brucia e gli abitanti cercano disperatamente l’acqua per spegnere l’incendio, mentre i filosofi dibattono su come sarebbe bello avere una nuova meravigliosa abitazione. Come spegnere l’incendio della crisi europea? Quali scenari attendono i cittadini europei? Quali potrebbero essere le possibili risposte della sinistra alla crisi?

La sinistra dovrebbe adottare la proposta del filosofo Jurgen Habermas, che di fronte alla drammatica crisi dell’euro e al grave deficit democratico dell’Unione Europea, propone la fuga in avanti dell’unione politica [1]? O invece dovrebbe promuovere il progetto del sociologo Wolfgang Streech, che di fronte al fallimento di questa UE propone un passo indietro, cioè il ritorno alla sovranità nazionale e il recupero della sovranità monetaria da parte dei paesi europei [2]? Chi ha ragione? Chi suggerisce – come più o meno fanno le forze socialiste e di centrosinistra in Europa – di tentare di riformare questo sistema dell’euro per allentare l’austerità che strangola la UE; o chi invece, come Frederic Lordon su Le Monde Diplomatique, propone il ritorno alle monete nazionali mantenendo però l’euro come moneta comune verso le valute extraeuropee, come il dollaro e lo yen [3]?

In questo articolo suggeriamo che quest’ultima sia la soluzione più realistica, meno dannosa e più credibile, anche nei confronti di un’opinione pubblica sempre più contraria a questo euro e a questa Europa che impone in maniera autoritaria politiche di austerità a senso unico. Non si tratta di rigettare l’idea di una Europa più unita ma di prendere atto che le politiche recessive ci stanno gradualmente massacrando e che in questo contesto neo-coloniale di Unione Europea modellata dalla Grande Germania, dalla Merkel e dai suoi predecessori (il socialista Gerhard Schroder), politiche riformistiche e di sviluppo sono praticamente impossibili. In questa fase l’unione politica è improponibile, a meno di non adottare in toto il modello tedesco di Unione Europea e di assoggettarsi all’egemonia delle finanza tedesca. Meglio quindi compiere un realistico passo indietro verso la sovranità nazionale, per farne due in avanti verso la rifondazione di un’Europa solidale e cooperativa, come volevano i padri fondatori.

Non c’è peggiore cieco di chi non vuole vedere (e spesso la sinistra è orba): ma non esiste più alcun dubbio che L’Europa dell’euro e dell’austerità stia immiserendo i popoli più deboli. L’asimmetria tra i paesi forti e quelli meno competitivi dell’Europa continua a crescere, come dimostra anche il recente declassamento dell’economia francese che si distacca sempre più da quella tedesca. Occorre riconoscere che il fallimento dell’euro – la moneta unica nata per generare stabilità e sviluppo, ma che ha prodotto finora recessione e instabilità – rappresenta anche il fallimento del processo di unità europea per come si è svolto finora. Purtroppo euro, Unione Europea, sacrifici, austerità e autoritarismo costituiscono ormai quasi sinonimi per gran parte dell’opinione pubblica di destra e di sinistra. L’euro rappresenta infatti la principale e quasi unica “conquista” dell’Unione Europea. Questa UE non è riuscita – o meglio: non ha voluto – costruire una Europa sociale; non ha realizzato neppure una politica estera e una difesa comune. La politica di immigrazione extraeuropea è una politica repressiva di respingimenti.

Questa UE non è riuscita soprattutto a costruire una Europa con istituzioni democratiche; il Parlamento Europeo infatti, come noto, è scarsamente rappresentativo e conta molto poco, non può avviare iniziative di legge. E chi decide veramente, la Commissione Europea, non è eletto ma è nominato su base intergovernativa. La UE non è molto di più che l’Europa del mercato unico, della liberalizzazione dei capitali e dell’euro, cioè di un sistema di politica monetaria uguale e identico per 17 paesi molto diversi. Un sistema guidato da un direttorio franco-tedesco in cui la Germania pesa molto più dei gallici. L’euro però non è solo una unità di conto: la politica monetaria è il principale strumento in mano alle classi dirigenti tedesche per costringere i paesi europei a deflazionare, ridurre bruscamente i debiti pubblici, comprimere il welfare, aumentare le tasse, ridurre il costo del lavoro con l’obiettivo (illusorio) di diventare più competitivi e riuscire così a restituire i debiti ai creditori (innanzitutto le banche tedesche).

La causa principale della crisi della UE consiste nel fatto che questo euro è nato a immagine e somiglianza del marco e che il trattato di Maastricht assume solo parametri finanziari (arbitrari ed assurdi) di debito e deficit per l’unione dei paesi europei. La BCE, come voleva la Bundesbank, è nata non per essere una vera banca centrale ma un guardiano austero dell’inflazione. La politica di austerità non è contingente, non è semplicemente negoziabile nelle riunioni tra i capi di stato e ministri dell’economia e delle finanze. La politica di austerità è fissata dai rigidi trattati (sottoscritti ovviamente dal Parlamento italiano con l’adesione convinta del centrosinistra) del Fiscal Compact e del Two Pack. Questi trattati sono vincolanti e prevedono il rafforzamento della sorveglianza sulle politiche di bilancio degli stati europei: chi sgarrerà sulla strada dell’austerità e dell’abbattimento dello stato sociale verrà sanzionato.

Tuttavia non solo i premi Nobel dell’economia Joseph Stiglitz e Paul Krugman ma anche i ciechi comprendono che imporre l’austerità di bilancio in un periodo di recessione e di stagnazione non ha alcun senso; se non quello di rafforzare l’egemonia della Germania e dei paesi creditori del nord. La crisi viene fatta pagare ai più deboli e divide l’Europa. Dal momento che non è più possibile svalutare la moneta, l’euro è diventato la camicia di forza che impone ai paesi deficitari del sud Europa di svalutare il loro lavoro e i loro capitali per restituire i debiti ai paesi creditori del nord Europa. Le “riforme” che la UE e la BCE pretendono sono l’esatto opposto di una politica di sinistra: precarizzazione del mercato del lavoro, sul modello tedesco della famigerata riforma Hartz, per cui oggi circa 7 milioni di tedeschi hanno mini-job con paghe di 400 euro al mese; abbattimento del welfare state; privatizzazione dei servizi pubblici.

Occorre prendere atto che all’interno di questo contesto non è possibile avviare a livello nazionale nessuna vera politica di sviluppo sostenibile e di sinistra [4]. In Italia il governo Letta è supino di fronte alla Merkel e alla UE ed è sostanzialmente eterodiretto. Ma neppure un ipotetico governo di sinistra potrebbe fare molto nel quadro di questa sistema a direzione tedesca.

La sinistra italiana dovrebbe svegliarsi dal suo torpore provinciale e dalle sue false certezze, dalle sue illusioni verso un’idea di Europa che, come il socialismo reale, nella realtà si dimostra opposta a quella che romanticamente sognava. Se la sinistra continuerà a rincorrere il centrosinistra e se non affronterà alla radice il problema dell’euro e della UE, lascerà alle destre, a Forza Italia, a Berlusconi e a Bossi, e anche a Beppe Grillo – che si proclama né di destra né di sinistra -, il monopolio della protesta crescente contro questa Europa guidata dalle banche tedesche. E verrà emarginata. Occorre una svolta. Ma come? Come finirà la brutta avventura dell’euro? Quali scenari si prospettano per l’euro e la UE?

Sono quattro a nostro parere gli scenari possibili, e ad ognuno assegniamo arbitrariamente ma ragionevolmente un indice di probabilità. Ovviamente altri analisti potrebbero disegnare scenari differenti e assegnare diverse percentuali di probabilità. Tuttavia questo esercizio preliminare ci sembra possa essere utile come base di approfondimento e di discussione.

Scenario del crollo e del caos. L’euro potrebbe crollare quando le banche centrali, la FED americana e la Banca Centrale giapponese, e anche la BCE, ritireranno il mare di liquidità che hanno immesso nell’economia. In questo scenario i capitali rifluiscono negli USA, in Giappone e in Asia e nei paesi europei più forti, e si riaccende la speculazione sui titoli di stato dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Una banca sistemica o uno stato europeo è costretto a dichiarare fallimento (Grecia? Portogallo? Slovenia? Italia?); oppure un governo, di fronte alla prospettiva di fare la fine orrenda della Grecia o di Cipro, decide di ritornare unilateralmente alla moneta nazionale abbandonando l’eurozona. L’euro crolla come un castello di sabbia. L’amministrazione Obama e la FED non riescono, o non vogliono, difendere l’euro a guida tedesca. Si produce il caos incontrollato in Europa e nel mondo. L’euro è una moneta monca, senza una vera banca centrale come difensore di ultima istanza. Il crollo caotico dell’euro è quindi un’ipotesi possibile e gli assegno ragionevolmente un 40% di probabilità.

Scenario di mantenimento dell’euro e dell’austerità. Molti pensano che l’euro sia tecnicamente insostenibile e destinato inesorabilmente a crollare. Sulla carta questo è vero ma nella realtà è vero solo in parte. L’euro è lo strumento con il quale le classi dirigenti tedesche intendono imporre la loro egemonia, e può continuare a sopravvivere anche se il sentiero è molto stretto. In questo scenario la Germania della democristiana Merkel e dei socialisti rosa della SPD riesce a imporre la sua politica di austerità e (contro) riforme, anche grazie a qualche leggero ammorbidimento delle politiche di austerità dovuto alla protesta dei paesi europei. I governi europei si adeguano alla germanizzazione dell’Europa; la deindustrializzazione e l’immiserimento dei paesi deboli avanza ma non provoca rivolte di strada e proteste sindacali in grado di produrre alternative politiche. I sindacati e le sinistre volenti o nolenti si subordinano alle politiche tedesche e della UE, il populismo di destra non riesce a sovvertire la situazione, la diseguaglianza e la disoccupazione continuano a crescere ma non si produce nessuna crisi verticale. L’industria europea riesce a sopravvivere alla meno peggio agganciandosi allo sviluppo dei paesi emergenti. L’amministrazione Obama aiuta l’eurozona e frena la speculazione sui PIIGS. Occorre infatti considerare che la caduta di una valuta come l’euro sarebbe un evento geopolitico di prima grandezza, uno tsunami al cubo: e che l’euro è attualmente sostenuto dal governo americano e dalla FED per non fare crollare l’economia mondiale. Inoltre sul piano strategico a Obama potrebbe andare bene che il dollaro abbia una alternativa molto debole e poco credibile come moneta internazionale di riserva, quale è l’euro attualmente. E’ probabile quindi che il governo americano sosterrà l’euro e che cerchi di imporre alla finanza anglosassone limiti alla speculazione contro la moneta europea. Questo scenario potrebbe avere il 40% di probabilità. E’, insieme alla prospettiva del caos incontrollato, lo scenario peggiore.

Scenario di riforma dell’euro. La crisi precipita e, di fronte al possibile crollo di sistema, si producono riforme radicali relative alla revisione del trattato di Maastricht, del Fiscal Compact, dello statuto della BCE, e il lancio degli eurobond. La Germania è costretta ad accettare politiche di condivisione dei debiti e ad aumentare i salari, la domanda interna e le importazioni. Considerando che la Merkel domina incontrastata nella politica tedesca ed è decisa a imporre la sua politica nella UE, e che in Germania esistono vincoli costituzionali alla condivisione dei debiti europei, e che la revisione dei trattati sarebbe possibile solo in tempi lunghi e non compatibili con il precipitare della crisi, si può assegnare a questo scenario una probabilità del 5%.

Scenario concordato di ritorno alle monete nazionali. La crisi precipita e gli stati europei, compresa la Germania, per non crollare sono costretti ad accordarsi per ritornare alle monete nazionali con cambi semifissi ma flessibili e concordati (la Germania non ha infatti vincoli costituzionali che le impediscono di tornare alla moneta nazionale). Le svalutazioni competitive in Europa sono nuovamente possibili, il marco si rivaluta, ma sopravvive un minimo di cooperazione monetaria europea, anche se debole. Si evitano fallimenti a catena anche se si ristrutturano alcuni debiti. All’interno dell’eurozona i cambi sono praticamente fissi ma l’euro potrebbe rimanere come moneta comune di fronte alle altre valute internazionali come il dollaro e lo yen. La moneta comune funzionerebbe da scudo verso la speculazione internazionale sul mercato libero delle valute (è l’ipotesi espressa da Frederic Lordon su Le Monde Diplomatique). Questo scenario potrebbe avere una probabilità del 15%.

Lo scenario che a mio parere la sinistra dovrebbe sostenere è quello più realistico e meno dannoso, cioè l’ultimo. I governi europei potrebbero decidere autonomamente politiche espansive per uscire dalla crisi; e i paesi più deboli potrebbero svalutare la loro moneta per riequilibrare la bilancia dei pagamenti, rilanciare l’occupazione e ridurre i debiti. Il recupero della sovranità nazionale sarebbe positivo per la democrazia perché essa finora, nel bene e nel male, si è sviluppata all’interno delle nazioni europee, e non certamente a livello di una UE costruita su base intergovernativa e a guida tedesca.

La proposta di rilanciare l’Europa grazie a iniziative di unificazione politica più democratiche di quelle attuali, sostenuta da Habermas, sembra una via di fuga improponibile, più ideologica che realistica. Merkel è molto chiara: ha detto reiteratamente che vuole procedere passo per passo verso l’Europa unita, senza riforme radicali; e che non prevede nessuna riforma istituzionale in senso democratico della UE, neppure un presidente eletto dal popolo, come propongono (a mio parere sbagliando) i socialisti e parte dei popolari europei. Merkel ha apertamente e ripetutamente dichiarato che vuole solo un’Europa più competitiva e con meno welfare. Chiedere più democrazia e meno austerità nel quadro di questa UE dominata dalla politica tedesca appare del tutto ingenuo e irrealistico. Non affronta i veri problemi. Il recupero della sovranità monetaria da parte dei paesi europei è difficile e complessa, e ovviamente non piace alla Germania: ma è possibile ed è facilmente condivisibile dall’opinione pubblica. Così la sinistra potrebbe finalmente contrastare il pericoloso populismo di destra. E non apparire complice delle rovinose politiche di austerità della UE, come avviene attualmente. Solo recuperando la sovranità nazionale si potrebbero gettare le basi per una nuova Europa di cooperazione tra stati con pari dignità.

NOTE

[1] Jurgen Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza, 2012
[2] Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013
[3] Frederic Lordon, Le Monde Diplomatique-il Manifesto, agosto 2013 “Uscire dall’euro?Contro un’austerità perpetua”
[4] Tonino Perna scrive giustamente sul Manifesto dell’8 novembre che i governi nazionali prendono a pretesto l’Europa per attuare politiche economiche di destra. Ma è anche vero che la UE pretende effettivamente politiche di destra (vedi per esempio la famigerata lettera della BCE al governo italiano firmata da Mario Draghi e da Jean-Claude Trichet).

Alitalia, lo scontro con Air France è sul numero degli esuberi. Rimandato l’aumento di capitale Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Una “severa riduzione dei costi” per accrescere l’efficienza e migliorare la capacita’ di competere. Detto in poche parole,migliaia di esuberi: rimane solo da stabilire quanti in un ventaglio di ipotesi che va dai duemila ai cinquemila. E’ su questo che si basa la revisione del Piano industriale di Alitalia approvato nella serata di ieri dal cda della compagnia, nel braccio di ferro con i francesi di Air France, che non l’hanno votato, costringendo la compagnia ad una proroga (al 27 novembre, quando tornera’ anche a riunirsi il cda) dei termini per partecipare all’aumento di capitale.
Il consiglio di amministrazione, che e’ durato due ore e mezzo mentre fuori si svolgeva la protesta di un gruppo di lavoratori, ha approvato la revisione del Piano che prevede oltre al taglio dei costi, la riduzione del numero di aerei a medio raggio, e un aumento dei voli internazionali e intercontinentali, diversamente da quanto richiesto dai francesi. Il cda ha anche deciso di far slittare di 13 giorni il termine per aderire all’aumento (al momento le adesioni sono ferme a 136 milioni):una decisione, secondo la versione ufficiale, per dare tempo ai soci di prendere coscienza del nuovo Piano; ma secondo alcune fonti anche per capire cosa decidera’ l’Assemblea di Poste che dovrebbe riunirsi il 20 novembre.
Il piano, tuttavia, non convince i francesi, che in cda hanno votato contro: Parigi, a quanto si apprende, ha apprezzato la parte industriale, che “va nella giusta direzione”, ma mancherebbero adeguate misure di riduzione del debito. Una posizione che non sorprende: gia’ due giorni fa, infatti, i francesi avevano fatto trapelare la loro bocciatura (“migliorato ma non a
sufficienza”). Il Piano, secondo quanto si apprende, dovrebbe prevedere risparmi per circa 200 milioni, con circa 2.000 esuberi (compreso il mancato rinnovo di un migliaio di contratti a termine). I francesi ne pretendono almeno il doppio.
E mentre i sindacati attendono una convocazione, forse gia’ per oggi, cresce la preoccupazione per il rischio esuberi. Il ministro dei trasporti Maurizio Lupi, che l’altra sera ha incontrato Del Torchio per farsi illustrare le linee guida del piano, ribadisce che una delle priorita’ del Governo e’ la difesa dell’occupazione. La leader della Cgil Susanna Camusso avverte che se il piano industriale dovesse prevedere degli esuberi, la risposta della Cgil sara’ “molto dura”. A dire no gia’ ieri, il leader della Cisl Raffaele Bonanni, che ora pero’ attende i numeri veri: “E’ assurdo parlare di esuberi senza un piano industriale”, ha detto, spiegando che comunque sul fronte occupazionale “ci sono mille soluzioni che si possono trovare”. “La ‘ricetta’ attuale proposta nel prossimo piano industriale sara’ sempre uguale, cosi’ come gli attori, sindacati e politici coinvolti, gli stessi, peraltro, che nel 2008 hanno mandato a casa 10mila persone e che oggi prevedono altre migliaia di esuberi”, dice, nel corso della protesta all’aeroporto di Fiumicino, Fabio Frati, della segreteria nazionale Cub Trasporti. “E’ a dir poco vergognoso che questo Paese non tuteli e non abbia una propria compagnia di bandiera – aggiunge -. Ed e’ falso quanto raccontano, circa gli aiuti di Stato. Si potrebbe intervenire, ma non c’e’ nessuna volonta’ politica di farlo e, come al solito, si cercano soluzioni che vanno sempre e solo a carico dei lavoratori, che credo abbiano gia’ pagato un prezzo molto alto”.
Intanto, si continua a guardare all’estero alla ricerca di un possibile un nuovo partner internazionale. Tra i papabili circolano i nomi di Air China, Etihad e Aeroflot. I russi, in particolare, non commentano ufficialmente su un possibile interesse per Alitalia, ma, secondo fonti del settore, la compagnia di bandiera russa resterebbe invece interessata a diventare partner, ma solo sulla base di un serio disegno industriale e finanziario, ritenendo la compagnia italiana complementare al proprio mercato.

Ocse: Italia, manager pubblici paperoni e cittadini lontani da politica e governo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’Italia e’ uno dei Paesi dell’area Ocse dove i cittadini nutrono meno fiducia nella politica, soprattutto in questa fase di crisi. Nel 2012, solo il 28% circa degli italiani hanno espresso fiducia nel proprio governo nazionale, piazzando la penisola agli ultimi posti di una classifica che vede al vertice gli svizzeri (l’80% dei quali ha fiducia nel proprio esecutivo), seguiti dai paesi scandinavi, e fanalino di coda la Grecia, dove solo il 12% dei cittadini ha espresso fiducia nel governo, a fronte di una media Ocse comunque non confortante.

La crisi stronca la fiducia nella politica e nel governo
Il dato non è più di tanto sorprendente. La novità è che, se si osserva la serie storica dall’inizio della crisi e la si confronta con gli altri paesi, questo dato è in stretta relazione con la crisi economica. Il rapporto ‘Government at a glance 2013′ pubblicato dall’Ocse non lascia spazio a grandi interpretazioni. I dati del 2012 letti con quelli del 2007 mostrano che i Paesi dove la fiducia nel governo e’ calata di piu’ sono quelli colpiti piu’ duramente dalla crisi, come Grecia, Slovenia, Irlanda e Spagna, cosi’ come appare cresciuto il consenso per le autorita’ centrali che sembrano aver risposto meglio alla recessione come avviene, restando in Europa, in Germania, Francia, Regno Unito e Polonia. Le misure di austerita’ adottate da molti Paesi dopo la crisi economica hanno eroso la fiducia dei cittadini nei loro governanti, scesa dal 2007 al 2012 dal 45% al 40%.

Ancora peggiore il rapporto con i partiti politici, dei quali si fida appena il 21% dei cittadini dell’area Ocse, secondo i dati del 2013. Anche in questo caso l’Italia e’ agli ultimi posti della classifica, per la precisione quintultima in Europa, con meno del 12% dei cittadini che hanno espresso fiducia nei partiti. Va ancora peggio solo in Portogallo, Slovenia, Grecia e Spagna, tutti Paesi colpiti duramente dalla crisi del debito e, successivamente, da aspre misure di austerita’. Dall’altro lato della classifica il Lussemburgo, dove il 62% dei cittadini si fida dei partiti politici. A seguire, tutte con percentuali superiori al 50%, Svezia, Finlandia e Austria.

Manager Paperoni, solo da noi!
Ma il rapporto Ocse prende in esame anche altri aspetti del nostro Paese, molto meno legati all’opinione e più ai fatti reali. Come per esempio, le retribuzioni dei senior manager della pubblica amministrazione centrale italiana che risultano essere i piu’ pagati dell’area Ocse, con uno stipendio medio di 650 mila dollari, oltre 250 mila in piu’ dei secondi classificati (i neozelandesi con 397 mila dollari) e quasi il triplo della media Ocse (232 mila dollari). In Francia, un dirigente dello stesso livello guadagna in media 260 mila dollari all’anno, in Germania 231 mila e in Gran Bretagna 348 mila. Negli Stati Uniti, la retribuzione media e’ di 275 mila dollari.
Manager nababbi e spesa pubblica che per soddisfare le loro bocche fameliche deve tagliare sulla spesa per l’educazione, con una media inferiore di ben quattro punti rispetto alla media (8,5% contro 12,5 degli altri paesi). Secondo i parametri Ocse, comunque, in Italia la spesa pubblica nel 2011 arrivava quasi al 50% del Pil, non lontana dal 45,4% della media Ocse e il debito pubblico al 120%, oltre 40 punti percentuali in piu’ della media (79%). In dettaglio in Italia sono superiori alla media le spese in welfare (41% contro 35,6%, ma si ignorano i criteri, ndr) e i servizi pubblici generali (17,3% contro 13,6%).

 

Il commento di Paolo Ferrero
“I dati sui dirigenti della pubblica amministrazione italiana che sono i più pagati dell’area Ocse sono vergognosi – scrive in una nota il segretario del Prc Paolo Ferrero – un vero insulto alla povertà dilagante nel nostro Paese. Il governo deve tagliare subito gli stipendi e le pensioni d’oro – cumuli compresi – mettendo un tetto a 5000 euro al mese. Non si capisce perché in Italia il popolo deve fare i sacrifici e i manager devono guadagnare il doppio degli altri Paesi. Perché Mastrapasqua deve guadagnare più di Obama?”.

Quattro cortei, una comunità. Il 16 novembre si scende in piazza! da: controlacrisi.org

 

Il 16 novembre quattro luoghi simbolo della lotta per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza scendono in piazza: Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca d’Isonzo. La lotta NoTav in Val di Susa contro la devastazione ambientale e la cementificazione del territorio; Pisa, con il suo attacco frontale all’intoccabilità della proprietà privata e la tutela dei beni comuni; Gradisca d’Isonzo, per la chiusura del Cie simbolo di politiche securitarie e disumane, incapaci di accoglienza ma solo di repressione; Napoli, per denunciare ancora una volta l’avvelenamento del territorio, la distruzione di un’economia locale, il rischio sanitario a cui sono esposte milioni di persone, a causa di un’economia che si serve della mafia per diminuire i costi ed aumentare i profitti. Quattro esempi del cortocircuito del potere si mobilitano e creano tra loro connessioni, per mostrare il filo che unisce vertenze complementari, con la certezza che è solo dalla coalizione delle lotte sociali che possiamo, dal basso, disarticolare politiche insostenibili e decostruire modelli asfissianti. È nelle comunità locali – attive, aperte ed inclusive – che prendono vita i semi di un’altra idea di società, ecologica, solidale, cooperativa, legata a esigenze concrete e a pratiche culturali vive e per questo vaccinate contro i populismi e il localismo reazionario. Quelle che scenderanno nelle piazze il 16 novembre sono comunità resistenti che si ribellano. Ci ribelleremo per bloccare la privatizzazione dei beni comuni e la riduzione dei diritti, per realizzare trasformazioni radicali a partire dalla connessione tra persone e territorio, tra storie umane e relazioni ambientali. Invaderemo le strade forti della pluralità delle nostre storie e linguaggi, per valorizzare le esperienze di partecipazione e di attivismo sociale, per difendere l’autodeterminazione dei territori e rafforzare le reti dell’economia locale e solidale che si battono contro il sistema economico dominante e le élite che lo alimentano. Le mobilitazioni di Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca di Isonzo evidenziano qualcosa che va oltre le criticità locali. Nella maglia che unisce queste lotte intravediamo i punti cardinali attraverso cui riprendere parola e riappropriarci dei diritti negati. Non è più tempo per opportunismi tattici, alchimie politiche e per strategie attendiste. La crisi – economica, sociale e culturale – che stiamo vivendo ci impone una reazione collettiva e uno scatto di dignità, per dare gambe ad un futuro nuovo, fatto di interessi comuni, proprietà collettive, giustizia sociale e ambientale. Il 16 novembre migliaia di donne e di uomini scenderanno in piazza, saranno un fiume in piena impossibile da fermare, saranno l’espressione di comunità resistenti che non si rassegnano e che propongono modelli di lotta territoriale partecipata per fermare l’economia del debito e delle grandi opere, il diktat delle multinazionali, il primato della proprietà privata e delle lobby finanziarie, per ripristinare la cittadinanza negata.

Comitato #fiumeinpiena Napoli

Movimento NoTav

Municipio dei Beni Comuni – Pisa

Coalizione dei centri sociali delle Marche, Nord Est, Emilia Romagna

Allarme Inps: ”Conti a rischio”. Ferrero: “Tagliate le pensioni d’oro e tornano” da:controlacrisi.org

 

Il presidente dell’Inps fa sapere di aver “scritto ai ministri Saccomanni e Giovannini”, “invitando a fare un’attenta riflessione” sul bilancio dell’Istituto che ormai è “un bilancio unico, essendo il disavanzo patrimoniale ed economico qualcosa che può dare segnali di non totale tranquillità”. Parlando davanti alla commissione bicamerale sul controllo degli enti previdenziali, Antonio Mastrapasqua ha spiegato come “la genesi della perdita dell’Inps” derivi da “uno squilibrio imputabile essenzialmente al deficit ex Inpdap, alla forte contrazione dei contributi per blocco del turnover del pubblico impiego e al continuo aumento delle uscite per prestazioni istituzionali”. L’Inps infatti ormai accorpa anche gli ex Inpdap ed Enpals.

“Mastrapasqua dice che i conti dell’Inps sono a rischio – ha replicato Paolo Ferrero (Prc) – e questo servirà a proporre un’altra stangata sui lavoratori. La cosa che non dice è che i rischi derivano dalle pensioni d’oro pagate profumatamente dall’Inps, perché invece i fondi dei lavoratori sono tutti in attivo. Si metta subito il tetto alle pensioni d’oro e agli stipendi dei dirigenti pubblici. È assurdo che gente come Mastrapasqua guadagni un milione di euro all’anno e che vi siano pensioni da centinaia di migliaia di euro mentre la povertà continua ad allargarsi”.

Padova, imprenditore in crisi si impicca da: controlacrisi.org

 

Aveva 47 l’imprenditore padovanoanni che si e’ impiccato a causa della situazione economica difficile in cui si trovava. L’uomo, titolare di due agenzie di viaggi, si è ammazzato nel garage di casa.

Qui e’ stato trovato stanotte dai familiari allarmati perche’ non era rientrato in casa la sera. Prima di suicidarsi, l’imprenditore, molto conosciuto e stimato nel quartiere, ha lasciato alcuni biglietti di scuse, spiegando di non farcela piu’ per i debiti, accanto anche alcuni estratti conto.