Grecia, l’orrore dell’austerity raccontato da Laura Boldrini | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini è stata recentemente in Grecia, dove ha anche incontrato Alexis Tsipras, in qualità di vice-presidente del parlamento ellenico. Dal viaggio ha ricavato un taccuino che ieri sera ha raccontato, senza omettere particolari scabrosi, alla trasmissione Ballarò.

“Con i greci rilanciamo una Europa del Mediterraneo”
Un quadro realistico e drammatico che spinge Boldrini a proporre alle istituzioni greche di fare una conferenza a Roma durante il loro semestre prima delle elezioni europee, “proprio per rilanciare da Roma insieme agli amici greci, una dimensione europea che sia basata anche sulle istanze che vengono dal Mediterraneo”.

“I diabetici preferiscono farsi tagliare gli arti”
“Ho visto un paese veramente in crisi – ha detto Boldrini – . Un paese in cui a detta degli operatori, dei medici, ci sono seri problemi per tutti. Ad esempio c’e’ il 30% della popolazione che non ha piu’ accesso alle cure sanitarie gratuite, il che significa che se una giovane disoccupata deve partorire e va in ospedale, deve pagare almeno mille euro per avere il certificato medico e per il certificato di nascita del bambino. Questo crea molti problemi evidentemente”, ha aggiunto. “Ci parlano di malati di diabete che arrivano in ospedale per farsi tagliare gli arti perche’ non avevano i soldi per le cure. Ci parlano di malattie che erano sparite e che oggi, purtroppo, sono ritornate- racconta ancora Boldrini- le malattie della poverta’. Cosi’ come e’ aumentato molto il numero dei bambini abbandonati: nel giro di un anno c’e’ stato un raddoppio, come ci hanno detto i responsabili degli orfanatrofi. Abbiamo una fotografia di un paese che sta pagando un prezzo altissimo e io ritengo che nel concepire oggi l’Europa del futuro, noi dovremmo partire dagli ospedali e dagli orfanatrofi della Grecia. Da qui bisogna ripartire per pensare l’Europa”. Questa, spiega la presidente della Camera, “e’ una crisi che non colpisce solo le fasce piu’ vulnerabili. Questa e’ una crisi che colpisce vivamente anche il ceto medio.Si vede proprio un calo drastico nello stile di vita, negli standards. Basta andare nelle citta’ e si vedono moltissimi negozi chiusi. Quindi c’e’ stato proprio un radicale impoverimento della societa’ greca”.

Bisogna cercare una risposta strutturale
Per Boldrini non servono interventi di emergenza, “qui – dice – il problema qui e’ strutturale. Certo si vive un momento duro, grave ma non e’ la risposta emergenziale che bisogna cercare. Qui bisogna cercare una risposta strutturale, riuscire ad affiancare alle misure di austerity le misure della crescita, il rilancio dell’occupazione specialmente quella giovanile. Parliamo di un paese come la Grecia dove la disoccupazione giovanile e’ del 65% e quella generale del 27%. Questi sono dati veramente allarmanti. Allora io credo che per riuscire ad influenzare le istituzioni europee sia necessario oggi fare un fronte comune. Paesi che hanno piu’ o meno le stesse istanze possano fare in modo che queste istanze vengano fatte presenti con forza e anche tenute nella dovuta considerazione”.

Alitalia: Esuberi, lo spettro del 2008. Sindacati in trincea | Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

 

L’incubo di un nuovo 2008 va evitato in ogni modo, così governo e sindacati appaiono in sintonia sul caso Alitalia. «Per noi deve avere un piano industriale – esemplifica Susanna Camusso – non un piano di esuberi. Nell’incontro abbiamo parlato della conferma dell’impegno del governo perché ci sia una prospettiva positiva». Il faccia a faccia fra il ministro dei trasporti Maurizio Lupi e i leader sindacali, compresi quelli di categoria, sembra confermare che l’esecutivo Letta, neo socio di Alitalia tramite le Poste, ha intenzione di far valere il suo peso, per ridurre al minimo gli effetti sociali della nuova ristrutturazione dell’ex compagnia di bandiera.
A poche ore dalla presentazione del piano industriale dell’ad Gabriele Del Torchio – il cda di Alitalia è convocato per le 18 di oggi – fra le incognite che restano non c’è quella di una spaccatura governo-sindacati: «C’è stata coincidenza di vedute sulle preoccupazioni – spiega Lupi – e su una azione di corresponsabilità, in attesa di verificare l’aumento di capitale e il piano industriale che dovrà essere di discontinuità». Poi il ministro ha puntualizzato: «L’obiettivo del governo era quello della continuità di un’azienda come Alitalia, che pur essendo un’impresa privata rappresenta un settore strategico. Dunque puntiamo sul rafforzamento della compagnia che non deve essere solo un vettore regionale, ma che nell’ambito di una grande alleanza internazionale deve svolgere un ruolo fondamentale». Quanto ai possibili esuberi, la spiegazione dei timori governativi per un replay di quanto accadde cinque anni fa, con l’uscita dall’azienda di migliaia di addetti, arriva da Raffaele Bonanni: «Ci siamo visti per collaborare tra noi e vedere come tenere in piedi la compagnia – ha riepilogato il segretario Cisl – e il ministro sa che non accetteremo un piano industriale con lavoratori in esubero. Al governo sanno perfettamente che devono ancora sbolognare quelli del vecchio piano».
In questo contesto, anche il passo indietro dell’attuale azionista di maggioranza (25%) Air France-Klm – che chiedeva un piano lacrime e sangue – non preoccupa troppo il governo: «Se Air France non sottoscrive l’aumento di capitale non muore nessuno – avverte Lupi – il piano industriale non cambia e si cercherà un altro partner internazionale». Anche perché l’entrata in Alitalia di Poste con un investimento di 75 milioni è sufficiente per assicurare il via libera all’aumento di capitale: la soglia minima da raggiungere per considerarlo valido è di 240 milioni, e oltre a Poste ci sono già 71 milioni (Intesa San Paolo 26 milioni, Atlantia 26 milioni, Immsi 13 milioni e Maccagnani 6 milioni), cui vanno aggiunti altri 100 milioni assicurati da Intesa San Paolo e Unicredit.

Dopo Bologna, Milano: verso un movimento nazionale di “Partigiani della scuola e della Costituzione”| Fonte: micromega | Autore: Giansandro Barzaghi*

 

Dopo Bologna, Milano. Ripartendo dalla laicità, dalla Costituzione, dai giovani. Unificando le nuove resistenze.
Perché Bologna con il Referendum vinto sul “No” al finanziamento alle scuole private (Referendum poi negato dai “Giganti dai piedi di argilla”) ha squarciato la nebbia della palude e ha lanciato un sasso contro quel sistema integrato pubblico/privato che si inquadra bene nel governo delle larghe intese in cui vari soggetti, dalla Confindustria alla Curia, dalla Lega delle Cooperative alla Compagnia delle Opere, dal Pdl al Pd per finire alla maggioranza del Consiglio Comunale si sono impegnati per ribaltare il dettato costituzionale “senza oneri per lo Stato”. Ma per la prima volta hanno trovato una resistenza non di sparute avanguardie, ma di 50.000 cittadini bolognesi.

Per questo nel capoluogo lombardo la settimana scorsa si è tenuto un convegno nazionale sul tema e che vuole raccogliere quella pietra e trasformarla in una coscienza da far crescere con pazienza in modo da formare un vero e proprio movimento nazionale per la difesa e la riqualificazione della Scuola della Costituzione a partire dai Comitati per l’applicazione dell’Art.33 che stanno sorgendo in tutta Italia. Essi trovano oggi nuovo spazio dal fatto che, nella crisi, studenti, docenti e famiglie trovano sempre più intollerabile che consistenti risorse vadano alle scuole paritarie private a fronte di una scuola pubblica statale che va letteralmente a pezzi come conseguenza dei tagli micidiali dei vari governi. Qui c’è una questione non solo ideologica, ma concreta che tocca in modo diretto le condizioni materiali di milioni di persone.
E così per gli Enti Locali che, nei tagli che mordono, devono scegliere se continuare a finanziare le scuole private oppure rischiare di non riuscire ad assicurare i servizi fondamentali che per legge sono tenuti a dare.

Qui ed ora bisogna scegliere. Ma per fare questo bisogna ribaltare con forza le granitiche certezze di chi mette sullo stesso piano scuola pubblica e scuola privata in ragione di una Legge, la 62/2000 del Ministro Berlinguer che ha sdoganato il concetto di sussidiarietà. Da qui il sistema integrato pubblico/privato nel quale i due soggetti, Lombardia docet, sono sullo stesso piano in concorrenza tra loro sul mercato, come è avvenuto per la sanità. Cioè la scuola come erogatrice di servizi e non più come organo costituzionale al pari del Parlamento o della Magistratura.

Anzi per loro bisogna riequilibrare il sistema alzando il livello dell’intervento del privato perché il pubblico, inteso come statale, è ancora troppo preponderante essendo più del 90% nel nostro paese.

Vite spinte ai margini del tritatutto della crisi Fonte: il manifesto | Autore: isabella borghese

 

Morire di non lavoro, di Elena Marisol Brandolini (ediesse, euro 10,00 pagine 152). “E’ un libro denuncia sulla condizione in cui sono costretti a vivere i cittadini – spiega la giornalista – con un focus su Italia e Spagna. Io sono fortunata perché il mio lavoro mi consente di raccontare storie di persone e così di denunciarle e consegnarle all’attenzione pubblica”. A partire dunque dalla sua professione la Brandolini, grazie anche ai protagonisti della crisi che sta mettendo in ginocchio numerosi cittadini, costretti ormai da diversi anni a ricorrere a vere strategie di sopravvivenza, in questo libro affronta la crisi economica mettendo l’accento sull’austerità, il non lavoro, i suicidi, gli sfratti e dunque la mancanza di politiche adeguate, doverose e utili, invece, per risollevare le condizioni di chi oggi non ce la fa più.

Il quadro e il ragionamento che emerge da questa pubblicazione è molto chiaro, nonché drammatico. L’Italia e la Spagna sono tra le nazioni in cui la crisi ha portato alla luce due grandi e gravi drammi: da una parte parliamo della mancanza di lavoro che ha causato la non volontà da parte di chi lo perde di cercare altro impiego, dall’altra prevalgono la rabbia e la disperazione che questa condizione ha creato, fino a determinare la tragica realtà del suicidio, prima come risposta individuale poi, addirittura, collettiva.
Nel primo caso oggi in Italia, dati recenti rilevati dall’Istat nel secondo trimestre 2013, parlano di “1,3 milioni di persone scoraggiate, quelle che non si sono dunque attivate nella ricerca di un altro lavoro pensando di non poter trovare alcun impiego”. Un dato che comincia a presentare con forza la sua drammaticità e che porta ad affrontare anche il tema del suicidio come reazione di chi non riesce a reagire alla perdita del lavoro, che in una sorta di reazione a catena poi causa la perdita della casa, e presenta anche la mancanza di servizi sociali che invece dovrebbero intervenire per supportare chi versa in situazioni di evidente disagio.

In Catalogna, secondo quanto racconta la giornalista, il suicidio è forse più rilevante. “Ad acuire il numero di suicidi – spiega – è stato il problema degli sfratti. In Catalogna – continua l’autrice – del suicidio se ne è iniziato a parlare con il problema degli sfratti. All’inizio infatti era argomento sui cui si taceva, perché tra il governo e aziende trasporti sembrava esserci un accordo. Era la volontà di non far emergere il problema, e anche quello di non permettere di far accrescere l’emulazione”. In Italia la realtà è differente perché rispetto alla Spagna ha meno residenti che promuovono piattaforme, grazie alle quali a prevalere è la capacità di lotta così come vere strategie di associazionismo. La società civile resta un elemento di grande forza. Ma nello stivale a essere colpito è il ceto medio, quello che oggi non c’è più. E, se parliamo di suicidio, non possiamo non citare imprenditori della piccola e media impresa i più incapaci a reagire alla crisi.

Un ragionamento importante quello che si può trarre da Morire di non lavoro: la necessità di politiche di reddito alla cittadinanza. Prestare attenzione sul tema dei suicidi. “Perché chi perde il lavoro – spiega la Brandolini – non è clinicamente un malato mentale spinto al suicidio dalla malattia mentale, ma è spesso una persona che si trova senza vie di uscita e sceglie il suicidio come soluzione razionale”.

Strage Viareggio, inizia il processo. Ferrero: Vergognosa mancata costituzione di parte civile da parte dello Stato da: controlacrisi.org

 

Inizia stamani al Polo Fieristico di Lucca il processo per la strage di Viareggio che il 29 giugno del 2009 provocò 32 vittime. Gli imputati sono 33, fra loro i dirigenti di Fs – compreso l’ad Mauro Moretti – e della società proprietaria del convoglio che deragliò, la Gatx, che lo revisionarono e montarono. I familiari delle vittime sono arrivati al Polo Fieristico in corteo esibendo striscioni e foto dei loro cari rimasti uccisi nel disastro.

Fra gli striscioni, su quello che apriva il corteo c’era scritto: ”Viareggio, 29 giugno. Niente sarà più come prima” e ”Tagliare sulla sicurezza è stata una scelta, 32 morti una prevedibile conseguenza”. Stamani in aula Moretti non dovrebbe essere presente. ”Non ci stupisce – ha detto Daniela Rombi dell’associazione ‘Il mondo che vorrei’, che raggruppa i familiari delle vittime – queste sono udienze tecniche, capiamo bene che per loro non siano importanti. Quando saranno in aula li guarderemo in faccia”.

Oltre alle circa 100 parti civili che si sono costituite durante l’udienza preliminare stamani hanno fatto richiesta, fra gli altri, le associazioni Codacons e Cittadinanza attiva e la Cgil. Fra le parti civili non compare, invece, lo Stato, cosa che ha suscitato la reazione sdegnata dei familiari delle vittime. ”Lo Stato se ne frega dei 32 morti e se ne frega di avere la verità”, ha detto Daniela Rombi, presidente dell’associazione ‘Il mondo che vorrei’ a commento del fatto che la Presidenza del Consiglio e i ministeri si siano chiamati fuori . ”E’ una brutta cosa”, ha aggiunto . “Tutti dicono che sono con noi, ma ora basta prenderci in giro”. ”Il 9 agosto – ha continuato – lo Stato ha rinominato Moretti amministratore delegato di Fs. Quella di oggi è una logica conseguenza. Lo hanno voluto di nuovo alla guida del Gruppo nonostante fosse stato rinviato a giudizio. E’ una linea che respingiamo e che non accettiamo”.

L’udienza di oggi dovrebbe trattare le questioni preliminari, come le eccezioni sulle parti civili. Al corteo hanno partecipato anche rappresentanti di familiari di vittime di altre stragi italiane come quella della Moby Prince. Fra le bandiere anche una con la scritta ”No tunnel Tav Firenze” e quelle in cui si chiede uno ”stop” agli sfratti e ai pignoramenti.

Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, dichiara: “È vergognoso che lo Stato abbia deciso di non costituirsi parte civile nel processo sulla strage ferroviaria di Viareggio in cui morirono 32 persone, il 29 giugno 2009. Dovrebbe essere interesse dello Stato, dell’intera collettività, appurare le responsabilità di quella tragedia. Invece, come hanno giustamente fatto notare i parenti delle vittime, Moretti è stato addirittura rinominato amministratore delegato delle Ferrovie. Quella di oggi è una bruttissima pagina per il nostro Paese. Siamo al fianco delle famiglie nel chiedere verità e giustizia per le vittime di quella strage che non può essere derubricata ad incidente. Si faccia piena luce sui problemi della sicurezza della rete ferroviaria e delle ferrovie italiane”.

Lavoro, sanità, scuola: per gli stranieri la discriminazione è “istituzionale” Fonte: redattoresociale.it

 

Sottoinquadrati a livello lavorativo, poco seguiti a scuola, esclusi dall’erogazione di prestazioni di welfare: dai bonus bebè ai contributi per la casa, alle prestazioni sanitarie anche in presenza di disabilità. La discriminazione anche giuridico-istituzionale è una costante ricorrente per i cittadini stranieri che vivono nel nostro paese. Una realtà che viene messa in luce quest’anno anche dal dossier statistico immigrazione 2013, che allo stigma e al razzismo dedica un focus consiste. Il rapporto è infatti realizzato da Idos per Unar, l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali.

I rom. L’emblema dello stigma sono i cittadini di origine rom (circa 150 mila tra italiani e stranieri), additati come “abitanti dei campi”, “estranei”, “pre-moderni”. La metà dei bambini rom lascia la scuola nel passaggio dalle elementari alle medie e sono solo 134 quelli iscritti nelle scuole superiori italiane.

La casa . Il dossier sottolinea che l e compravendite immobiliari da parte di immigrati sono diminuite nettamente negli anni della crisi economica, passando da 135 mila nel 2007 a poco più di 45 mila nel 2012, soprattutto perché i mutui sono sempre più difficoltosi da ottenere e da saldare. Anche gli affitti, oltre a incidere per il 40 per cento sul reddito degli immigrati, si trovano con difficoltà e spesso nelle aree più degradate, con contratti non sempre regolari.

Il lavoro . Diversi i punti critici che caratterizzano anche l’inserimento nel mondo del lavoro: il sottoinquadramento, una condizione che riguarda il 41,2 per cento degli occupati stranier i; la diffusione del lavoro sommerso; l’acuirsi del lavoro sfruttato e paraschiavistico nonostante un elevato tasso di sindacalizzazione; l’offerta prevalente di lavori a carattere temporaneo; il ridotto inserimento in posti qualificati; l’elevata incidenza degli infortuni (15,9 per cento del totale).

La scuola . Negativo è anche il sistema scolastico per gli stranieri , soprattutto per la carenza di risorse economiche e professionali; di requisiti burocratici talvolta escludenti; carenza di interventi di sostegno per l’apprendimento della lingua italiana; orientamenti “selettivi” ed esiti insoddisfacenti, specialmente per gli studenti che non sono nati in Italia, nell’ammissione agli esami di scuola media e dispersione.

La sanità . Atti discriminatori si rilevano anche in campo sanitario. In Italia, infatti  solo 6, tra le regioni e le province autonome, hanno formalmente ratificato l’accordo finalizzato a s uperare le disuguaglianze di accesso degli immigrati ai servizi sanitari. Ancora si riscontrano lentezze e indecisioni,  nell’iscrizione al Servizio Sanitario dei minori figli di immigrati senza permesso di soggiorno.

Udu e Rete Studenti all’attacco: 15 novembre in piazza contro legge stabilità da: controlacrisi.org

“La legge di stabilità presentata dal Governo non realizza la svolta di cui il Paese necessita per uscire dalla recessione e tornare a crescere: per questo durante gli scioperi e le manifestazioni indette da Cgil Cisl e Uil di questa settimana a partire da oggi a Roma e il 15 novembre noi studenti scenderemo in piazza accanto ai lavoratori chiedendo una reale inversione di marcia per scuola, università e lavoro. L’ università e il Diritto allo Studio, infatti, sono da anni oggetto di tagli continui, mentre altri Paesi europei investono in istruzione e ricerca, proprio in un momento di crisi economica, in Italia il diritto allo studio sta scomparendo e le università sono soffocate dalla mancanza di finanziamenti e dai blocchi alle assunzioni. La Legge di Stabilità in discussione, non presenta alcuna inversione di tendenza ed, anzi, se non modificata, peggiorerà ulteriormente la condizione di un sistema già al collasso”, dichiara Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’unione degli universitari. “I 150 milioni in più – continua – previsti per il finanziamento ordinario degli atenei, sono del tutto insufficienti, nemmeno la metà di quanto tagliato da Profumo l’anno scorso, e probabilmente l’estensione del blocco del turn-over fino al 2018 produrrà risparmi di spesa superiori a questo incremento del finanziamento, chiediamo almeno 150 milioni in più per l’Ffo, per tornare quantomeno ai livelli del 2012, e 400 milioni per le borse di studio, oltre all’eliminazione di qualsiasi blocco del turnover