Catania 8 novembre 2013 : iniziativa ” a 70 anni dallo sbarco in Sicilia Ricostruzione Storica e narrazione pubblica”

Il Dipartimento di Storia e filosofia del Liceo Spedalieri ha organizzato alle Ciminiere di Catania un convegno con la partecipazione attiva degli studenti.

Il convegno era articolato: da una parte storica, presentata dal prof. Micicchè della della facoltà di Scienze Politiche, seguivano le testimonianze, raccolte dagli studenti, con interviste ai testimoni dello sbarco alleato.

A porgere i saluti è stata invitata la presidente provinciale ANPI catania Santina Sconza; nel suo intervento ha ricordato il valore della memoria e le lotte dell’ANPI, ha esortato gli studenti a conoscere, difendere e attuare la COSTITUZIONE. Gli studenti hanno dimostrato nei loro interventi un’ottima preparazione sui temi del convegno. Alla fine si è esibito il coro polifonico Armosaico con canzoni della storia.

La canzone più applaudita e che ha commosso la sala è stata “bella Ciao”

L’ANPI ringrazia il corpo docente e gli studenti per la sensilibilità dimostrata sui temi della pace e della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

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Strage di Lampedusa, agli arresti uno degli organizzatori tratta da: controlacrisi.org

 

Arresto a Lampedusa di un somalo ventiquattrenne accusato di aver partecipato all’organizzazione della traversata di migranti terminata il 3 ottobre, con il naufragio del barcone in cui sono morte persone.

L’uomo è stato messo agli arresti dagli agenti delle Squadre Mobili di Palermo ed Agrigento e del Servizio centrale operativo
di Roma. Apparteneva a un gruppo di miliziani armati. Varie le accusei: “dal sequestro di persona a scopo di estorsione, all’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dalla tratta di persone alla violenza sessuale”.Secondo gli investigatori, che hanno riportato racconti dei superstiti del naufragio, in quel viaggio vari sarebbero stati gli episodi di violenze da parte degli scafisti, come anche gli abusi sulle donne.
Fermato anche un palestinese, che sembrerebbe aver partecipato anche all’organizzazione di un altro sbarco di immigrati, siriani, a proprio Lampedusa.

Sarebbe una delle prima occasioni in cui gli investigatori sono risaliti all’identita’ di uno dei capi della organizzazione criminale
transnazionale che gestisce i flussi migratori illegali tra il Corno d’Africa, il Sahara e la Libia verso le coste della
Sicilia.

Priebke, legale denuncia sindaco di Albano. Marini: “Noi eravamo lì a fare il nostro dovere da: controlacrisi.org

Sul “caso” Priebke anche post mortem ancora notizie. Sarebbe Paolo Giachini, il legale della famiglia, ad aver denunciato il sindaco di Albano Laziale e anche altre 12 persone.”Il caos e gli scontri avvenuti davanti all’istituto San Pio X dei padri lefebvriani, dove si sono svolte le esequie – avrebbe dichiarato – è stata anche responsabilità del primo cittadino. Si tratta di reati tutti compiuti contro una salma – ha spiegato l’avvocato – come l’interruzione di funzione religiosa e l’istigazione alla violenza. In un Paese civile non si prendono a calci i carri funebri”.

“Noi ci siamo attenuti all’ordinanza del prefetto di Roma che vietava i funerali pubblici – ha continuato Giachini – invece il sindaco di Albano non ha tenuto conto del rispetto che abbiamo mostrato, anzi si è vantato di quello che è successo fuori dalla chiesa. Le persone che abbiamo denunciato hanno commesso una barbarie, e violato gli articoli 3 e 19 della Costituzione. Mi auguro che la magistratura – ha concluso il legale – fermi questi atteggiamenti perché sono molto pericolosi e io non voglio più trovarmi in queste situazioni”.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge – avrebbe sototlineato Giachini-  senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e socialie che tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa”.

Ma il sindaco di Albano, Marini, non è restato in silenzio. “Noi eravamo lì a fare solo il nostro dovere – ha commentato a Il Tempo – Davvero non capiamo le motivazioni che hanno portato l’avvocato di Priebke a fare una denuncia nei miei confronti. Finora non abbiamo ricevuto notizie in merito alla denuncia – ha concluso il sindaco – ma nell’occasione il comportamento del Comune è stato irreprensibile. Noi abbiamo fatto il nostro dovere e tutto ciò che era nelle nostre possibilità. Io ero in piazza tra la gente con la fascia tricolore a rappresentare le istituzioni, mica con la spranga in mano

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Atac e il ticket del malaffare Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Palladino

Ha numeri che spaventano l’ultimo scandalo che sta travolgendo l’Atac, la società municipalizzata del trasporto romano. Settanta milioni di euro all’anno di contabilità parallela, derivata dalla distribuzione massiccia di biglietti clonati, è la storia che ieri la Repubblica ha raccontato, basandosi su un rapporto della Guardia di finanza e su una fonte coperta. Non una storia in stile Totò truffa, con qualche stampatore abusivo chiuso in uno scantinato, ma un vero e proprio sistema parallelo, che ha sfruttato per 13 anni la mancanza di controllo sui biglietti obliterati, in grado di gestire un vero e proprio bilancio occulto.
La storia – se sarà confermata – si aggiunge alla parentopoli e all’inchiesta sulle tangenti per i bus della Breda, che ha coinvolto – secondo le indiscrezioni di un paio di settimane fa – anche l’ex sindaco Gianni Alemanno. Il nuovo caso Atac potrebbe surclassare in un solo colpo ogni caso precedente, scoperchiando il vaso di Pandora della politica romana. Quei 70 milioni annui al nero – da moltiplicare per almeno dieci anni – che arrivavano dalla colossale opera di falsificazione dei biglietti da qualche parte sono finiti. Una cifra gigantesca, pari al buco delle casse del Comune di Roma, da anni sull’orlo del dissesto. «Servivano per pagare la politica», ha raccontato un dipendente dall’azienda. E non solo la politica locale, ha spiegato. Una cifra pesante per politici di peso.
Il sospetto più che fondato è che il sistema di clonazione avvenisse grazie alla complicità interna ad alti livelli. La gestione dei biglietti dell’Atac si basa su un riscontro puntuale tra titoli venduti e obliterati. Funziona così: una volta stampato regolarmente un biglietto, il numero di serie è inserito in una White list. Quando il viaggiatore lo passa nell’obliteratrice, la macchina verifica che quel determinato numero progressivo sia legittimo e, nel contempo, lo memorizza. Una volta usato, il biglietto entra nella Black list, in maniera tale da impedirne il riutilizzo. Il sistema – gestito in un bunker super protetto dell’Atac, dove si entra solo con un badge accreditato – avrebbe dovuto garantire l’impossibilità della clonazione dei titoli di viaggio. Secondo gli inquirenti, l’inserimento dei biglietti usati nelle liste dei seriali da bloccare in realtà non sarebbe avvenuto.
Non finisce qui. I falsi non sarebbero stati smerciati attraverso circuiti illegali, ma distribuiti insieme a quelli originali. Nelle tabaccherie, nelle macchinette automatiche, nei punti vendita. Insomma, una sorta di falso d’autore, un imbroglio che qualcuno ha autorizzato, chiudendo gli occhi per più di un decennio. Per la Guardia di finanza – che ha lavorato a lungo sul caso dei biglietti falsi – la truffa non sarebbe altro se non «un sistema oliatissmo capace di creare una contabilità parallela». Con cifre che pesano come macigni sui numeri ufficiali dell’azienda. I ricavi in chiaro della vendita sono pari 249 milioni di euro, il 20% del valore totale della produzione dell’azienda. Poco, pochissimo, di fronte alla voragine dei conti dell’amministrazione comunale. Una constatazione che ha fatto esplodere la rabbia di Ignazio Marino, arrivato da sei mesi al Campidiglio: «Lo dico con molta chiarezza: se le parole pubblicate oggi sul quotidiano ‘La Repubblica’ sono vere spero che se ci sono colpevoli, di qualsiasi partito e forza politica, vengano arrestati e buttata la chiave», ha dichiarato. La fonte che ha raccontato ai giornalisti la storia spiega con disarmante chiarezza il nocciolo della vicenda: «Atac è come la Banca d’Italia: ha la carta moneta, ci scrive sopra che cifra è, vende e rendiconta. Il tutto senza segregazione di responsabilità, cioè senza alcun controllo esterno».
Il sistema Atac andava avanti da 13 anni: «Tutto nasce intorno al 2000 con la gara vinta dalla società australiana Erg – ha raccontato il testimone a Repubblica – per la fornitura della tecnologia informatica per la bigliettazione». Poco dopo la delicata funzione viene internalizzata, ma utilizzando lo stesso personale della Erg. Solo nell’agosto del 2012 l’azienda prepara – attraverso alcuni ispettori – una «Relazione tecnico investigativa sui titoli di viaggio dell’Atac spa», poi consegnata alla procura di Roma: «Il settore dei titoli di viaggio Atac è vasto e complesso – si legge sul documento – (..)il sistema di bigliettazione elettronica dell’azienda è completamente indifeso». Un quadro per ora ha portato a tre avvisi di garanzia. Ma c’è chi dice che la bufera deve ancora arrivare.

Omosessualità, reato da punire con ergastolo? Diritto di asilo in europa per gay perseguitati | Autore: i.b.

 

La Corte di Giustizia europea ha emesso la sua sentenza: “Potrà essere concesso il diritto d’asilo a tutti gli omosessuali dei paesi che temono il carcere in madrepatria a causa del loro essere gay”.

I giudici di Lussemburgo hanno dunque accolto l’istanza che è stata presentata dal governo dei Paesi Bassi, la quale aveva sottoposto al tribunale europeo il caso di tre gay rifugiati provenienti da Uganda, Senegal e Sierra Leone, tre paesi in cui l’omosessualità è di fatto un reato da punire con l’ergastolo.

La Corte ha stabilito dunque che l’esistenza di una legge che prevede il carcere per i gay “può di per sé costituire un atto di persecuzione, costringerebbe infatti uomini e donne a nascondere il proprio orientamento sessuale per il timore di essere puniti, rinunciando ad esprimere una caratteristica fondamentale della propria identità”.

L’Independent spiega che ai tre rifugiati nei Paesi Bassi era stato negato l’asilo, perché tre avrebbero potuto «moderarsi» per evitare proprio l’intervento dello stato.
Il caso è poi finito sino al consiglio di stato nederlandese, che l’ha sottoposto al giudizio della Corte di Giustizia dell’Ue. La sentenza specifica che possono richiedere asilo “gruppi di persone con la fondata paura di essere perseguitate” nel loro paese di origine, e che l’asilo sarà concesso se la pena è considerata lesiva dei diritti umani.

L’omosessualità è considerata un reato in ben 36 stati africani, anche Nigeria, Botswana, Kenya e Uganda. Una situazione oggi aggravata da un clima pesante di omofobia denunciato e da diversi mesi al centro della denuncia di Amnesty International: nei paesi dell’Africa sub-sahariana omosessuali e transgender sonoo considerati come criminali e spesso si assiste a episodi di linciaggio anche da parte degli stessi cittadini.

Lavoro: per il 96% degli italiani il governo non fa abbastanza | Fonte: rassegna

Italiani delusi dall’azione del Governo sul tema del lavoro. Secondo un sondaggio Ixè per Agorà (Rai3), il 50% crede che l’esecutivo Letta stia facendo poco mentre un altro 46% sostiene che non stia facendo nulla in materia. Solo un 4%, tra chi pensa che stia facendo molto o abbastanza, promuove il Governo.

Il giudizio degli italiani sull’operato del governo in materia di lavoro è quindi impietoso. A detta del sondaggio, il 96% dei cittadini ritiene che l’esecutivo stia facendo poco o nulla in materia.

Cala inoltre di 4 punti in una settimana la fiducia nel governo Letta, passata dal 28% di sette giorni fa al 24% di oggi. Guardando invece la fiducia nei leader, il gradimento per il premier Letta è nettamente superiore, attestandosi al 42%. “Agli italiani – ha spiegato Roberto Weber, fondatore di Ixè – piace l’abilità di Letta di fare politica. Inoltre esiste un partito della stabilità, trasversale tra gli elettori, che Letta incarna”. In testa da settimane, “come la Roma” ha aggiunto Weber, c’è Matteo Renzi al 51%.

Lo stesso sondaggio mostra poi il giudizio complessivo degli italiani sul caso che ha coinvolto Anna Maria Cancellieri. Per il 62% degli intervistati il ministro avrebbe dovuto dimettersi per il caso di Giulia Ligresti. Lo dice un sondaggio Ixè per Agorà (Rai3). Il 34%, invece, ha risposto che il ministro della Giustizia ha fatto bene a non dimetters

MARAZZI RECENSISCE DE CECCO: “MA COS’E’ QUESTA CRISI” Fonte: il manifesto | Autore: CHRISTIAN MARAZZI

 

Effetto comune per la ricchezza

«Ma cos’è questa crisi» dell’economista Marcello De Cecco, edito da Donzelli, analizza le devianze di un capitalismo con una vocazione solo finanziaria e stigmatizza la sottomissione dell’euro alle bizze di governatori e banche che, rivalutandolo, vanificano gli sforzi per riequilibrare le bilance correnti

Lo spessore non solo scientifico di un economista si svela nella sua interpretazione dello stato di cose presenti, nella sua attività giornalistica confrontata con eventi politici, economici e finanziari in continuo divenire. In questo esercizio da columnist Marcello De Cecco è il più bravo, superiore addirittura a Paul Krugman che, settimanalmente, dice la sua sul New York Times con lucidità e non poco coraggio. Ma la competenza storica, geopolitica e finanziaria di De Cecco è davvero unica, ed è condensata nel suo Ma cos’è questa crisi (Roma, 2013, Donzelli, pp. 284, euro 18,50), dove sono ripubblicati i suoi interventi apparsi sulla Repubblica tra il 2007 e il 2013. «La crisi attuale è squisitamente finanziaria», ed è una crisi che ha negli Stati Uniti la sua vera variabile indipendente, il motore che determina il comportamento di tutti gli altri. De Cecco è fra i pochi, se non l’unico, ad aver richiamato, nell’analizzare gli inizi della crisi attuale (2007), quel che accadde nel 1907, la «conclusione di un ciclo di sviluppo mondiale altrettanto vorticoso di quello che l’economia mondiale sperimenta da più di un quindicennio (…) Anche un secolo fa, l’epicentro della crisi fu il sistema finanziario americano e l’economia reale degli Stati Uniti fu coinvolta quanto sembra esserlo già ora (col settore immobiliare) e minaccia di diventarlo ancor più nei prossimi mesi». Questo scrive De Cecco nel suo articolo del 17 settembre 2007 (le date sono importanti), forte del suo lavoro Moneta e impero. Il sistema finanziario dal 1890 al 1914 (Einaudi, 1979), a tutt’oggi l’unico studio esistente di un periodo che vide lo sviluppo di alcuni grandi paesi, come gli Stati Uniti e la Germania, che vennero a sfidare l’egemonia dell’Inghilterra e della Francia, parallelamente all’industrializzazione di un insieme di paesi (che oggi chiameremmo Bric) come il Giappone, l’Italia e la Russia, con lo sfruttamento delle materie prime e lo sviluppo dell’agricoltura d’esportazione.

Verso la sovranità

Un periodo, come nel corso dei nostri ultimi vent’anni, in cui il mercato finanziario internazionale conobbe uno sviluppo «vorticoso e disordinato» ma potentissimo, che portò dritti alla crisi del 1907, seguita da una tregua di «keynesismo volgare» (il riarmo come misura anticiclica per contrastare la caduta delle importazioni), l’istituzione della Federal reserve statunitense, e la crescita del populismo e del nazionalismo. E che sfociò nella Prima Guerra mondiale. Il 21 gennaio 2013 (L’ultima guerra delle monete), De Cecco si esprime sulla attualità della crisi del modello di capitalismo finanziario affermatosi negli ultimi due decenni. Una crisi che vede la Fed e le banche centrali inglese e giapponese impegnate a garantire molto generosamente liquidità ai mercati e a intervenire sul mercato dei cambi per evitare rivalutazioni delle loro monete, ma con la Bce stretta tra le maglie dei suoi stessi Trattati. Sono veri e propri «mostri giuridici», con un Euro il cui valore è completamente lasciato nelle mani dei mercati finanziari che, rivalutandolo, vanificano gli sforzi per riequilibrare le bilance correnti, con le «bizze di neurotici governatori della Bundesbank» e il cretinismo dell’ordoliberismo tedesco che pone l’austerità come prius della crescita, e con Mario Draghi che, da buon americano, cerca in tutti modi di fare della Bce una banca centrale a tutti gli effetti, cioè di completare la costruzione dell’Euro come moneta unica, ciò che ancora non è, essendo l’Euro una moneta senza Stato. «Se si affermano ora voci da destra e sinistra insieme, che in importanti paesi europei vogliono ridiscutere tale assetto, corriamo seri rischi per la governance europea, lasciata in balia di populismi di sinistra ma specie di destra». Di fronte a due posizioni, quella di destra, che auspica la fine dell’Euro e il ritorno alla sovranità monetaria nazionale, e quella di sinistra che, nelle sue migliori (tecnicamente) formulazioni (vedi ad esempio Frédéric Lordon e Jacques Sapir), auspica una riforma monetaria tipo Sme con la creazione di un eurobancor, anch’essa nel nome di una riconquistata sovranità democratica nazionale, De Cecco spiazza tutti, indicando nella indipendenza della Bce la chiave di volta per affrontare i prossimi anni e gli enormi rischi che stiamo correndo.

La politica inefficace

«Quanto ho appena affermato sarà letto con incredulità da mi conosce, che mi sa antichissimo nemico dell’indipendenza delle banche centrali dai propri poteri politici». Nel vuoto costituzionale europeo, nella latitanza politica che, dal Parlamento alla Commissione europea lascia ampi spazi alla Germania della Merkel di perseguire i suoi esclusivi interessi, «occorre sbrigarsi a vestire tale assetto di un’efficace modalità istituzionale di governance, prima che gli anni di Draghi governatore finiscano e ci ritroviamo in balia di un nulla politico, dal quale potrebbe benissimo non emergere un altro Draghi, per la determinazione di una nuova dirigenza tedesca». Il rischio è serissimo, ben presto, già a partire dalle elezioni europee del 2014, la supremazia tedesca nell’Europa monetaria potrebbe essere assai superiore a quella che è stata in questi ultimi anni. È, quella di De Cecco, una scelta «tattica», certamente benevola nei confronti di Draghi, che pone come prioritaria la questione della costituente sull’unico piano oggi realmente possibile, ossia quello della costruzione concreta della democrazia su scala europea. Una costituente, quella di De Cecco, per così dire monetaria, cioè il passaggio dall’attuale moneta unica a un Euro come moneta comune, una moneta dotata di poteri in ultima istanza (ma già siamo su questa strada, dato che la Bce monetizza alla grande, «whatever it takes», i debiti pubblici dei paesi deboli, in contraddizione con i suoi stessi principi costituzionali), una moneta, soprattutto, comune perché dotata di poteri federalistici volti a garantire, perlomeno con l’unione bancaria e quella fiscale, la costruzione di un’Europa più unita. Cosa che oggi non è, tanto che l’Euro sta deflagrando in tanti euro quanti sono i paesi membri della zona (per tassi d’interesse e d’inflazione divergenti, con la rinazionalizzazione dei mercati dei buoni del tesoro, addirittura per la libertà di movimento di capitali, come nel caso di Cipro), con il populismo di destra e di sinistra che, nel nome di un’idea di democrazia (parlamentare?) tragicamente risibile, non fa che aggravare.

Oltre i rischi di bolla

L’invito di De Cecco è da prendere molto sul serio. Così come oggi è, l’Euro è un disastro, vero dispositivo di deriva economica e di sofferenza umana e sociale. La sua spaccatura, in qualsiasi forma la si voglia, sarebbe altrettanto un disastro, perché ci porterebbe diritti al nazionalismo, specie se si tiene conto della tendenza in atto su scala mondiale alla deglobalizzazione indotta dal netto calo del commercio mondiale e dalla tentazione protezionistica presente un po’ ovunque. L’opzione Draghi, l’americanizazzione della politica monetaria europea, non può d’altra parte ignorare i suoi forti limiti, che sono quelli di una politica monetaria di fatto a sostegno di un sistema bancario legato a doppio filo al debito sovrano. Una politica che non induce affatto crescita reale, in cui la disoccupazione e le disuguaglianze aumentano a dismisura, mentre la liquidità iniettata in grandi quantità rimane nei circuiti finanziari, non sgocciola laddove dovrebbe, alimentando inevitabilmente rischi di bolla. I soli, timidi segnali di ripresa, come in Spagna, si spiegano, infatti, sulla sola base della riduzione drammatica del costo del lavoro e di una povertà dilagante, tanto che lo stesso Fmi considera come meramente congiunturali questi stessi segnali di «uscita» dalla crisi. Il problema è che il tempo stringe, le forze politiche in gioco a tutti i livelli non sembrano permettere di uscire da questa impasse storica. Una nuova tattica per una nuova strategia è dunque necessaria. Né con la destra sfascista, né con la sinistra sovranista. Questa è la provocazione, non proprio implicita, di De Cecco che va colta pensando non tanto a Draghi, ma alla costruzione di un ciclo di lotte sul terreno della moneta del comune, un sistema monetario che sappia garantire una ridistribuzione del reddito sulla base di diritti assoluti di cittadinanza. Riusciranno i movimenti sociali, che si sforzano di portare sul piano europeo le istanze della moltitudine europea, a definire una costituente dell’Europa postliberista e nuovi esperimenti istituzionali per la riappropriazione della ricchezza sociale? Come diceva Benjamin, privi di illusione sull’epoca, ma ciononostante un totale pronunciarsi per essa.

“Sempre di più gli italiani che lavorano nonostante la malattia”. Lo dicono i medici al convegno Fimmg da: controlacrisi.org

Negli ultimi due anni, con l’aggravarsi della crisi economica, sono sempre di piu’ gli italiani che vanno al lavoro anche quando sono malati o chiedono al medico di andare a lavorare. E’ questa la sensazione che ormai da tempo raccolgono i medici di famiglia, come e’ emerso al convegno della Federazione italiana medici medicina generale (Fimmg), in corso a Roma. Non ci sono i numeri, per il momento, ma il fenomeno viene descritto in modo chiaro a livello pubblico.
Le ragioni, dal punto di vista contrattuale, sono molte, e riguardano le norme che legano la produttività in busta paga alla presenza sul luogo di lavoro. Al di là di questo, però, la denuncia dei medici mette in luce il peso del lavoro nero nell’economia del paese. E’ nelle zone del lavoro nero, infatti, che la presenza sul posto di lavoro riguarda la totalità della retribuzione. Infatti, come sottolineano i medici, i settori dove il fenomeno si manifesta più frequentemente sono i call center e la distribuzione commerciale.
”Il fenomeno e’ particolarmente evidente nel Nord Est – dice Guido Marinoni, componente del Consiglio nazionale della Fimmg – dove la crisi sta colpendo pesantemente e la paura di perdere il lavoro e’ grande. Cosi’ pero’ c’e’ il rischio di vedere ridotti i buoni risultati ottenuti con la vaccinazione antinfluenzale, per la maggiore circolazione dei virus”.
A chiedere di lavorare al medico, nonostante la malattia, sono soprattutto le categorie piu’ deboli, come donne e giovani. ”Negli ultimi tempi – aggiunge Alfredo Petrone, responsabile medici Inps della Fimmg – abbiamo notato la richiesta di andare a lavorare, nonostante la malattia. Ovviamente noi non ci facciamo influenzare nella decisione medica, ma il fenomeno esiste. A chiedere di tornare subito a lavoro sono soprattutto le donne e i giovani, in particolare quelli impiegati nella grande distribuzione e nei call center”. Alla base, continua Petrone, ”c’e’ la paura di perdere il posto di lavoro, in un clima in cui la precarieta’ e’ all’ordine del giorno. Chi si ammala, quando nella propria azienda, o tra gli amici, si sono registrati licenziamenti e richieste di cassa integrazione, e’ spaventato. E rimanere a casa in malattia lo fa sentire esposto a rischi”. Cosi’ pero’ ne va anche della salute. ”C’e’ il rischio – sottolinea Marinoni – di vedere ridotti i buoni risultati ottenuti con la vaccinazione antinfluenzale, per la maggiore circolazione dei virus, si e’ piu’ soggetti a recidive, e c’e’ il pericolo di complicanze e diffusione del contagio”.
A sollevare il problema della condizione lavorativa e del diritto al riposo è anche la mobilitazione contro l’apertura festiva degli esercizi commerciali. L’otto dicembre “migliaia di dipendenti del commercio saranno obbligati a lavorare per tenere aperti centri commerciali e megastore”.
“Dopo aver gia’ perso il diritto alle domeniche – continua l’Usb – in aggiunta ai bassi salari e ai turni massacranti, i lavoratori del commercio vengono sistematicamente privati anche dei diritti piu’ elementari come quello al riposo e alla gestione del tempo di vita, al poter trascorrere una festivita’ con i propri cari”

La scuola salvata da una birra Fonte: Il Manifesto

Roberto Ciccarelli
I consumatori della birra finanzieranno la scuola italiana. Nel decreto scuola approvato in maniera definitiva ieri dal Senato con 150 voti favorevoli su 226, 61 astensioni (Sel e Movimento 5 stelle) e 15 contrari, i primi finanzieranno con 413 milioni di euro di tasse in più un provvedimento che costerà 465 milioni spalmati tra il 2014 e il 2016. L’associazione di categoria Assobirra ha lanciato una petizione contro il provvedimento, sostenendo che le nuove tasse rischiano di produrre una contrazione dei consumi e del gettito fiscale derivante. I disoccupati dovranno inoltre rinunciare a 52 milioni di euro riservati all’Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego che garantisce un’indennità dell’80% sull’ultimo stipendio per massimo 18 mesi a chi viene licenziato. Una decisione presa in momento in cui si sa che nel 2014 la disoccupazione crescerà ancora (dal 12,2 al 12,4%), mentre nei primi nove mesi dell’anno sono state presentate 1.431.627 domande di Aspi, con un aumento del 27,7% rispetto alle domande presentate nello stesso periodo del 2012. Il modo in cui sono state congegnate le coperture del decreto scuola hanno creato non pochi mal di pancia alle larghe intese durante la discussione parlamentare. Il pidiellino Giancarlo Galan, relatore del provvedimento, si è dimesso in solidarietà con i produttori di birra e in nome del liberismo. Il Pdl ha comunque votato la legge che assumerà in tre anni 69 mila tra docenti precari (43 mila) e personale Ata, 26 mila insegnanti di sostegno, finanziando una miriade di provvedimenti tra i quali ci sono 137 milioni per il fondo delle borse di studio, 15 milioni per gli studenti meritevoli privi di mezzi, altrettanti per il wireless nelle scuole, 8 per l’acquisto di libri di testo e ebook, 15 contro la dispersione scolastica, oltre a un concorso per i dirigenti scolastici e l’alternanza scuola-lavoro, cioè apprendistato e tirocini in azienda già dagli ultimi due anni degli istituti professionali.
C’è poi la sanatoria per i 2 mila esclusi dal «bonus maturità», il clamoroso pasticcio realizzato dal governo mentre erano in corso i test di accesso alle facoltà a numero chiuso. Invece di abolire il numero chiuso, come richiesto a gran voce dagli studenti che torneranno in piazza il 15 novembre, il governo permetterà agli esclusi l’iscrizione in sovrannumero per l’anno accademico 2013-14. A queste cifre non crede l’Unione degli Universitari: «In base alle nostre proiezioni – afferma il coordinatore Gianluca Scuccimarra – i sovrannumerari saranno solo 700 e non 2 mila, un numero alquanto basso viste le disuguaglianze che si sono venute a creare». Dal provvedimento sono inoltre scomparsi, per «problemi tecnici», i 41 milioni di euro promessi agli atenei «migliori».
«Dopo anni di sacrifici e tagli alla cieca – ha detto il ministro dell’Istruzione, università e ricerca Carrozza – questo decreto restituisce finalmente risorse e centralità al mondo dell’Istruzione». Pur da tutti ritenute inadeguate, parliamo di 465 milioni su 10 miliardi di tagli all’istruzione dal 2008 al 2012, le risorse ottenute dopo un tira e molla con il ministero dell’Economia sono state salutate come una buona notizia dal Pd, con un trionfante Franceschini. Da Scelta Civica si augurano che questo sia un primo passo per finanziare l’istruzione con investimenti veri e propri e non con accise su birra ed alcolici. «L’istruzione dei nostri figli vale più di una birra» ha detto la senatrice Stefania Giannini.
Il ministro Carrozza ha preparato i decreti attuativi e chiede di raccogliere la sua «sfida» sul rifinanziamento dell’istruzione. Propone di inviare suggerimenti alla mail istruzioneriparte@miur.it. Il suo entusiasmo non è condiviso dai sindacati. Pur soddisfatto dei fondi Domenico Pantaleo, Flc-Cgil, ne sottolinea la scarsità, oltre all’insensatezza della proroga dei contratti a termine per i ricercatori dell’Istituto di Vulcanologia (Ingv) e non per quelli degli altri enti di ricerca che rischiano il licenziamento con il decreto D’Alia. Giudizio negativo dalla Gilda sulla conferma del blocco dei contratti e degli scatti di anzianità per il personale e, in fondo, per le assunzioni, riviste al ribasso a causa della riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile in una scuola già molto anziana. L’Anief di Marcello Pacifico rilancia un allarme inquietante: gli stipendi dei neo-assunti (tra i più bassi in Europa) resteranno bloccati per otto anni. A fine carriera perderanno 8 mila euro per una clausola di «invarianza finanziaria» sottoscritta da tutti i sindacati nel 2011, tranne Flc-Cgil. L’Anief promette una pioggia di ricorsi contro la «beffa» dei precari.