Catania 16 novembre 2013 Convegno “dallo sbarco alleato all’avvio della Resistenza”

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I “dimenticati di Stato”: quei 46 nisseni uccisi dai nazisti e “scomparsi”. Uno storico ha scovato le loro tombe all’estero Scritto da Redazione Seguonews.it il 4 novembre 2013 alle 10:24

lager nazistaIn provincia di Caltanissetta sono 46, di San Cataldo come di Gela, di Caltanissetta come di Riesi, di Serradifalco come di Santa Caterina, e sono tutti inseriti tra i cosiddetti “Dimenticati di Stato”, la lista messa a punto da Roberto Zamboni, un ricercatore volontario veronese che ha elaborato un elenco di caduti, militari e civili che nella Seconda guerra mondiale furono deportati, vessati e uccisi nei campi di concentramento nazisti. Si tratta di militari e civili fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile del settembre 1943 e deportati in Germania, Austria e Polonia. Tra il settembre 1943 e il maggio 1945, oltre 70.000 italiani persero la vita nei campi di concentramento o d’internamento militare dislocati nei territori del Terzo Reich. Solo una modesta parte di questi ebbe tuttavia il privilegio di una degna sepoltura, tutti gli altri finirono nei forni crematori o in fosse comuni.

Tutta gente finita nell’oblio della storia. Un oblio da quale è tuttavia riuscito a farli uscire Roberto Zamboni. Dal 1994 il ricercatore volontario veronese ha portato avanti una ricerca -studio “per dovere di cronaca e per pietà nei confronti di chi ha perso un congiunto in prigionia o per motivi di guerra e non ha più saputo nulla sulla sorte del proprio parente”. lager nazistiUn’opera tanto incredibile quanto meritoria, quella portata avanti in tutti questi anni da Roberto Zamboni che ha raccolto i dati di quei caduti (militari e civili), morti in Germania e Polonia in prigionia o per motivi di guerra. Militari e civili che furono sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania, Austria e Polonia tramite il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (OnorCaduti – Ministero della Difesa), ente preposto alla ricerca ed alla sistemazione delle loro Spoglie. Secondo Zamboni, nel dopoguerra OnorCaduti purtroppo non riuscì ad informare tutti i familiari dell’avvenuta inumazione dei loro cari, con la conseguenza che migliaia di famiglie italiane non hanno avuto la possibilità di avere almeno una tomba su cui piangere i loro cari morti nei campi di prigionia tedeschi. La sua ricerca ha pertanto come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari.

roberto zamboniA questo proposito dal 2009 Zamboni ha iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in suo possesso per renderli pubblici. La molla che lo ha spinto ad avviare questa sua ricerca a livello nazionale è stata di conoscere una volta per tutte la sorte di suo zio Luciano, morto in guerra in Germania e che in famiglia si diceva fosse disperso. La sua ricerca dimostrò il contrario: Luciano era morto ed era stato seppellito in uno dei cimiteri militari tedeschi. Alla fine la famiglia Zamboni riuscì a riportare in patria le spoglie mortali del proprio caro. E’ stato allora che il ricercatore veronese ha raccolto i dati dei Caduti (militari e civili), internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, sono stati sepolti in Austria, Germania e Polonia grazie al Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra del Ministero della Difesa (Onorcaduti). Lo studio si è con il tempo sviluppato e dilatato a livello nazionale in una vera e propria ricerca su fatti e circostanze poco note agli studiosi e del tutto sconosciute alla quasi totalità dei parenti di questi Caduti.

lager nazistiRoberto Zamboni ha messo a punto la lista che, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, è il primo elenco, suddiviso per regioni, provincie e Comuni, comprendente ben 16 mila nominativi riguardanti i nostri connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra, sepolti in Austria, Germania e Polonia, che sia mai stato reso pubblico in forma integrale. In questa lista ci sono anche 46 tra civili e militari della Provincia di Caltanissetta che morirono in Germania nei campi di prigionia e che sono riemersi dalle nebbie di un passato tragico che sembrava averli avvolti nell’oblio per sempre. Ovviamente, in tutta Italia sono stati già diversi i privati cittadini o i Comuni che, una volta venuti a conoscenza di questi elenchi, hanno provveduto di tasca propria a riportare a casa le spoglie mortali dei propri cari. Tanti altri, cittadini privati e Comuni, non hanno invece potuto farlo. A quanto sembra, e questa è l’assurdità maggiore in questa vicenda, i congiunti o i Comuni dovrebbero essere loro a provvedere alle spese necessarie per la riesumazione e il trasporto delle salme dalla Germania in Italia. Di recente, tuttavia, Roberto Zamboni ha presentato una petizione al Parlamento europeo per il rimpatrio dei Caduti sepolti nei cimiteri militari con spese a carico dello Stato italiano.

Il 9 ottobre scorso, poi, è stata presentata un’altra petizione alla Camera dei deputati al fine di addebitare allo Stato Italiano le spese di riesumazione e rimpatrio delle salme dei caduti nei campi di prigionia tedeschi. Secondo Zamboni ciò dovrà avvenire tramite il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti – Ministero della Difesa), coadiuvato dai consolati generali d’Italia all’estero” pagando tutte le spese riguardanti le riesumazioni e i rimpatri dei caduti. Infine, di recente il ricercatore veronese ha inviato lettere ai Comuni che figurano tra quelli di nascita dei caduti civili e militari nei campi di prigionia tedeschi. Una iniziativa a 360 gradi per fare in modo che questi sventurati, grazie all’eventuale meritoria opera delle amministrazioni comunali locali, possano tornare nella propria terra strappandoli dall’oblio.

Siria, otto milioni di sfollati e profughi tra interni ed esterni | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Un esercito di 5,7 milioni di sfollati all’interno del Paese, che si aggiungono agli oltre due milioni di profughi in quelli vicini. Attacchi ai convogli umanitari, 22 membri della Mezzaluna rossa uccisi dall’inizio del conflitto e tre operatori della Croce Rossa sequestrati. In Siria c’è una guerra nella guerra, con numeri da genocidio. E il capo degli affari umanitari delle Nazioni Unite Valerie Amos nel comunicare i dati di questa tragedia sembra non trovare più nemmeno le parole.

“Mai visto niente di simile”
Lo fa al suo posto Simon Schorno, capo della Comunicazione del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) in Siria. “Prima di arrivare qui sono stato in Yemen, Afghanistan e Iraq, ma non ho mai visto niente di simile, per la complessita’ della situazione e il numero delle forze in campo”, dice. “Quando si parla di guerra, tutti credono che i morti siano solo quelli in battaglia – aggiunge – ma bisogna pensare ai molti malati cronici che perdono la vita per la mancanza di cure. Non permettere l’accesso al personale sanitario e l’afflusso di farmaci e apparecchiature significa usare la salute come arma di guerra. Ed e’ ben documentato che tutte le parti lo hanno fatto”. “Qui anche la salute – denuncia Schorno – e’ usata come un’arma di guerra da tutte le parti, con minacce e attacchi al personale sanitario”.

“Le sanzioni impediscono l’arrivo dei fondi per i soccorsi”
Dal fronte governativo, la denuncia e’ quella del ministro per gli Affari sociali e capo del comitato interministeriale per i soccorsi, signora Kinda al Shammat. “I fondi necessari per dare assistenza ai profughi interni sono enormi – dice – ma a causa delle sanzioni, anche della Ue, non possiamo ricevere un euro in aiuti finanziari, nemmeno dai nostri emigrati. Oggi tutti parlano delle sofferenze del popolo siriano, ma la verita’ e’ che contribuiscono a farli soffrire ancora di piu'”.
Gli aiuti dai Paesi occidentali possono arrivare solo in forma materiale, come cibo e medicinali, attraverso le agenzie dell’Onu. Ma non in trasferimenti finanziari al governo per rispondere alle mille esigenze che vanno dagli alloggi alla sanita’, all’assistenza ai disabili, fino alle iniziative a protezione di donne e bambini.

I soldati bambini
C’è poi il fenomeno dei soldati bambini. Il reclutamento imperversa. “Abbiamo individuato – dice Kinda al Shammat – almeno 50 casi di bande armate che hanno utilizzato bambini in combattimenti e abbiamo fatto una legge speciale per punire questi atti”.
Ma secondo il Cicr anche le forze governative sono responsabili degli ostacoli e delle minacce alle attivita’ umanitarie. Per esempio a Moaddamiya, sobborgo sud-occidentale di Damasco, controllato dai ribelli e assediato da circa un anno dalle truppe del regime, dove gli attivisti hanno denunciato anche la morte per fame di alcuni bambini. “Abbiamo cercato di entrare per portare cibo e medicinali, ma non abbiamo ottenuto il permesso delle autorita’, afferma Simon Schorno.
Di una squadra sanitaria facevano parte anche i sette operatori rapiti il mese scorso nella provincia di Idlib. “Avevano portato materiale in un’area controllata dalle forze governative e poi erano entrati nel territorio dei ribelli, e qui sono stati prelevati”, dice Schorno. Quattro di loro sono stati rilasciati, gli altri tre rimangono in ostaggio. Il Cicr si adopera per ottenere la loro liberazione, ma il responsabile della Comunicazione rifiuta di entrare in dettagli. “Pero’ continuiamo le nostre operazioni, perche’ non possiamo permettere che venga punito il popolo siriano”.

“120 missioni oltre il fronte”
Questa situazione impedisce di utilizzare tutta la forza di cui dispone la Croce rossa in Siria, la missione che gode del piu’ importante finanziamento al mondo – circa 110 milioni di dollari – e puo’ contare su uno staff di 147 persone: nelle sedi di Damasco, Aleppo e Tartus: 35 stranieri e il resto siriani. “Dall’inizio dell’anno, pero’, siamo riusciti a rifornire di acqua 130.000 persone, di cibo 2,5 milioni e di altro materiale, come materassi e coperte, altre 700mila”, sottolinea Schorno.
La Croce rossa ha effettuato in prima persona 120 missioni oltre la linea del fronte, ma gran parte dei rifornimenti avvengono attraverso la Mezzaluna rossa siriana. “Ogni giorno – dice Schorno – qualche loro missione attraversa le linee per entrare nel territorio dei ribelli affrontando non pochi rischi, essendo identificati con il governo. E 22 di loro hanno perso la
vita dall’inizio della crisi”.Ribelli divisi
La situazione del fronte alla vigilia di una nuova tornata di colloqui a Ginevra è quella di un rafforzamento delle posizioni lealiste. I contrasti interni tra le file dei ribelli siriani stanno rafforzando sempre piu’ Assad, che continua a riconquistare posizioni anche nel nord, finora raccoforte dell’opposizione. Un’ennesima prova del tracollo dei ribelli e’ l’annuncio delle dimissioni del colonnello Abdul Jabbar Akaidi, tra i capi dell’opposizione armata dell’Esercito libero, che due giorni fa ha fatto sapere che si dimette in segno di protesta contro le rivalita’ tra gruppi ribelli. Secondo il colonnello, e’ da attribuire proprio a questi contrasti la riconquista di Safira, citta’ strategica nella provincia di Aleppo, da parte delle forze lealiste.

Forze armate: F35 e lo scivolo d’oro verso la pensione Autore: Sante Moretti da: controlacrisi.org

 

Il Governo Monti ha varato anche la riforma delle forze armate, obbiettivo: “meno generali, più tecnologia”. Una legge voluta dall’ex ammiraglio Di Paola, allora Ministro della difesa. È la legge n° 244/2012 con cui si intende dimagrire il corpo delle forze armate di 35.000 unità in 12 anni e di portare (carabinieri esclusi) il costo del personale dal 67% al 50% del bilancio della difesa che è pari a 14 miliardi e cinquecento milioni esclusi i cosiddetti investimenti, ed è l’unico che non è stato ridimensionato. Attualmente i militari (terra – aria – mare) sono 177.000 di cui 22.843 ufficiali e 54.000 marescialli e sottoufficiali: un graduato ogni soldato.

La filosofia della ‘riforma’ in soldoni è meno personale in divisa e più tecnologia ed armi sofisticate. È previsto un programma pluriennale molto oneroso che prevede vari progetti: la dotazione digitale ipertecnologica per collegare i militari ai centri di comando con una spesa di 22 miliardi, l’acquisto di caccia F35 con una spesa di 13 miliardi ed ottocento milioni e di caccia Eurofighter per una spesa di 12 miliardi e 23 milioni, l’acquisto della fregata Foreman per una spesa di 5 miliardi e di elicotteri NH90 per una spesa di 3 miliardi e 49 milioni. Si continua a sostenere che questa riforma è necessaria per continuare a partecipare alle missioni di pace ed interventi nei conflitti. Per attivare la riforma il governo Letta ha presentato in Parlamento due decreti attuativi per un parere, anche se il parere è solo consultativo.

Un parlamentare del Pd, di quelli che non starnazzano continuamente in TV, esaminando il decreto ha avuto un moto di stupore non tanto per l’enormità delle spese militari in un momento di crisi ma per le modalità di sfoltimento del personale. Il decreto individua tre modalità: il passaggio ad altro ministero, il prepensionamento, l’esenzione dal servizio che prevede la cessazione dal lavoro a 50 anni ed il mantenimento dell’85% del salario fino all’età della pensione con una contribuzione che garantisca una pensione piena e la possibilità di lavorare presso terzi o come autonomi senza cumulo dei redditi.

“Lo scivolo d’oro” come è stato battezzato viene definito dal capogruppo Pd alla difesa una “provocazione” mentre l’ex generale Domenico Rossi, parlamentare di Scelta Civica lo giustifica “…però se ci si pensa è la via d’uscita delle generazioni delle missioni, i cinquantenni di oggi avevano 35 anni in Kosovo. Non è che si possono mandare via così”. Non sappiamo quale sarà il parere del parlamento, in ogni caso la proposta in sé è scandalosa.

Abbiamo ripetutamente e caparbiamente denunciato incongruenze, privilegi ed iniquità presenti nel sistema pensionistico quali ad esempio il ripianamento del deficit del fondo del clero, dei dirigenti di azienda, dei lavoratori autonomi con l’attivo del fondo dei lavoratori dipendenti, dei precari (a cui concorrono gli immigrati); il vergognoso livello delle pensioni minime e delle pensioni d’oro, i vitalizi esentasse, lo stipendio ed i compensi vari del Presidente dell’Inps…con lo ‘scivolo d’oro’ la lista si allunga.

Questa scandalosa misura potrebbe essere l’occasione per rimettere in discussione la riforma delle forze armate, ma non mi pare che interessi più di tanto neanche a Sel ed ai grillini.

Forse il parlamento renderà meno d’oro lo scivolo ma le spese militari non si possono ridimensionare: l’Italia dovrebbe risponderne in sede Nato e agli Usa

MARIA MANTELLO – Cancellieri e l’ordine familista da: micromega

 

mmantelloIl Ministro di grazia e giustizia si stupisce che qualcuno si stupisca del suo intervento umanitario a favore di Giulia Ligresti.

 

Un gesto d’affetto per una famiglia amica da 40anni, che rifarei – ha detto il Ministro – sia per ruolo istituzionale, sia perché sono innanzitutto un essere umano.

 

Già umano, troppo umano in un mondo dove il tornaconto particolare è sempre più spesso confuso con l’interesse collettivo; dove nel troppo umanamente umano il particolare personale di chi comanda è scambiato per interesse di Stato.

 

vauro ligrestiUna confusione pericolosa, in pericolosi giochi di ruolo, di cui adesso è chiamata a dar conto la signora Cancellieri: la super tecnica dell’amministrazione, che dalla carriera prefettizia è stata cooptata negli scranni ministeriali: dagli interni alla giustizia, nella continuità della sinfonia montiano-lettiana.

 

La mamma-matrona che piace a tanti a destra e a manca, dovrà svelarci quanto di umano troppo umano c’è in quei suoi “potete contare su di me” promessi via telefono il 17 luglio alla famiglia Ligresti e conditi da tanti “non è giusto”.

 

La sua sarà pure forse – come il Ministro afferma – normale attenzione istituzionale a favore di una ragazza, Maria Giulia Ligresti che nella prigione di Vercelli aveva perso 6 chili (sarebbe potuta anche morire, alza il tiro la ministra!).

 

Lo faccio con tutti quelli che mi scrivono, che mi espongono un loro disagio. Come ministro intervengo e segnalo il loro caso agli uffici giudiziari. Giura la Cancellieri. Insomma prassi normale, che però stride con i tanti carcerati che dal carcere escono spesso solo in orizzontale: suicidi nemmeno troppo ricordati e che magari in galera ci sono finiti perché il loro problema era solo di estrema povertà, quindi una questione non d’ordine ma di giustizia sociale.

 

Una situazione drammatica, che stride con il quadretto da ministra-posta-del-cuore con cui la Cancellieri cerca adesso di giustificare la sua attenzione verso una ben-nata di famiglia amica.

 

I Ligresti, amici da quarant’anni della famiglia Cancellieri-Peluso, il cui figlio Piergiorgio Peluso è stato anche dirigente del gruppo Fondiaria- Sai.

 

La signora Cancellieri deve chiarimenti al Paese.

 

Chiarimenti, a cominciare da quella strana telefonata particolare che ha fatto motu proprio in casa di Salvatore Ligresti il 17 luglio 2013, lo stesso giorno – ricordiamolo – in cui venivano spiccati i mandati di cattura per il patron del gruppo (da subito ai domiciliari perché ottuagenario) e i suoi figli: Maria Giulia, Jonella e Paolo Gioacchino (non verrà arrestato, da qualche giorno ha ottenuto una provvidenziale cittadinanza svizzera).

 

Era il 17 luglio e la signora Cancellieri compone il fatidico numero da un fisso del suo Ministero. Le risponde la compagna del padrone di casa, a cui la ministra esprime dispiacere per l’accaduto e sente il bisogno, lei Ministro di Giustizia, di considerare ingiusto quanto accaduto al “povero figlio”. Si riferisce probabilmente a don Salvatore, che vuole rassicurare col suo mettersi a disposizione.

 

Una inquietante risorsa personale in quei “potete contare su di me” e in quei reiterati “non è giusto”, “non è giusto” che è ben più di una solidarietà amicale. Suona infatti come vassallaggio al all’ancora potente imprenditore-finanziere-assicuratore.

 

Successivo – sollecitata dalla famiglia Ligresti – sarà l’interessamento dell’amica Ministro a favore di Giulia che comunque sarà scarcerata il 28 agosto 2013 per motivi di salute e posta per questo ai domiciliari, terminati il 19 settembre avendo patteggiato la pena. Poco più di un mese di carcere dunque. E tutto secondo prassi giudiziaria, stando alle dichiarazioni del giudice Caselli: «La decisione del gip di concedere gli arresti domiciliari a Giulia Ligresti è stata presa esclusivamente sulla base di fatti concreti e provati: le condizioni di salute, che rendevano pericolosa la permanenza in carcere, e il fatto che già il 2 agosto, quindi ben prima delle telefonate in questione, c’era stata una richiesta di patteggiamento accettata dalla procura». E sempre Caselli precisa che la Cancellieri «Sì, ha telefonato per avvisarci che Giulia avrebbe potuto suicidarsi, ma non ho riferito a nessuno della telefonata perché, guarda caso, era un caso che stavamo già valutando». Insomma, chiarisce: «l’interessamento della ministro non ha influito sulle decisioni che si stavano già prendendo nei riguardi della Ligresti».

 

Quindi se la scarcerazione è avvenuta indipendentemente dalle segnalazioni umanitarie dell’amica Ministro, la questione che ancora è tutta da chiarire sta forse proprio anche nelle pieghe di quella telefonata del 17 luglio in casa Ligresti ad iniziativa della Cancellieri.

 

Sulle ragioni non dette, perché forse note a chi dialogava, che spiegherebbero quel mettersi a disposizione che nessuno le aveva chiesto.

 

La questione morale è oggi il problema centrale di questo Paese. Le reti familiste di corruzione e corruttele che tengono in sella cricche e caste sono la ragione profonda della crisi economica, fatta di sperperi e favoritismi, che rievocano strutture vassallatiche feudali con i loro ordini chiusi dai quali vengono scientemente esclusi da libertà e diritti chi è al di fuori trame di potere.

 

Allora per fugare ogni sospetto, anche la Cancellieri dovrà chiarire agli italiani se davvero come dice, le sue sollecitazioni pro Ligresti, siano davvero disinteressate, o non celino piuttosto uno scambio di favori per cui forse passa (ma è un sospetto forse infondato) anche l’anno di dirigenza alla Fondiaria-Sai del suo rampollo Piergiorgio Peluso, che oltre allo stratosferico stipendio da manager, ha anche incassato una liquidazione milionaria di 3.6 milioni di euro.

 

Povero figlio! Deve aver lavorato per centomila!

 

Ma come dice mamma è bravissimo, tanto che tutti se lo contendono, da Unicredit a Telecom!

 

Maria Mantello

 

(5 novembre 2013)

Aldrovandi, passaporti e dossier in questura da: contropiano.org

  • Martedì, 05 Novembre 2013 12:16
  • Mario Di Vito

Aldrovandi, passaporti e dossier in questura

La storia del blogger Mauro Corradini, che nei giorni scorsi si è visto rifiutare il rilascio a vista dei documenti perché si è occupato della vicenda del giovane ferrarese. Il suo avvocato attacca: «Andremo in procura».

Il 31 ottobre, dopo una lunga coda, Mauro Corradini è riuscito ad arrivare allo sportello dell’Ufficio Passaporti di Roma, ha richiesto il rilascio a vista del documento ma il funzionario, dall’altra parte del vetro, gli ha risposto che no, in quel momento proprio non era possibile: «Riprovi la settimana prossima». Perché? Motivi «legati alla vicenda Aldrovandi», la risposta. Nella giornata di ieri, lunedì 4 novembre, l’avvocato di Corradini, Stefano Fiore, ha inviato via raccomandata una «diffida ad adempiere» per il rilascio del pasaporto a polizia di Stato, Questura e Ministero dell’Interno.
Il coinvolgimento di Corradini nella vicenda Aldrovandi, spiega l’avvocato «risiede nel fatto che egli per anni a fianco dei familiari perché emergesse la verità, occultata da chi ne aveva interesse, sui responsabili della morte del ragazzo». Corradini, tra l’altro, non ha alcuna pendenza giudiziaria tale da giustificare un mancato rilascio del passaporto, «le numerose denunce presentate contro di lui si sono risolte in altrettante assoluzioni».
Esiste soltanto «una causa civile per risarcimento danni da lui promossa contro il ministero dell’Interno, per le vessazioni di vario genere subite a seguito delle posizioni da lui prese nella vicenda Aldrovandi: ma non risulta che tale pendenza possa costituire ostacolo al rilascio del passaporto secondo le normative vigenti». A questo punto, l’avvocato Fiore ipotizza l’esistenza di un dossier in procura sul suo assistito, «dal quale il funzionario preposto al rilascio del passaporto ha potuto appurare non già le sue pendenze giuridiche, ma addirittura il suo coinvolgimento personale nella vicenda Aldrovandi».
In effetti stiamo parlando di un cittadino incensurato che per motivazioni che hanno dell’assurdo non riesce a entrare in possesso di un documento che gli spetterebbe di diritto. La vicenda prosegue con Corradini che va al contrattacco: il suo avvocato ha annunciato che si rivolgerà alla procura per «accertare se sia consentito creare files di dati personali su fatti giuridicamente irrilevanti». Insomma, se essersi interessati al caso Aldrovandi costituisca o meno discriminante per il rilascio del passaporto.

Bologna, scuola media apre classe solo per stranieri. La rivolta dei genitori: “Classe-ghetto! Non ci stiamo” da. controlacrisi.org

 

Sono di differente nazionalità: cinesi, filippini, pakistani, egiziani, bengalesi, siriani, indiani, hanno dagli 11 ai 13 anni. Si tratta di venti studenti, tutti inseiriti in una sola classe: è la prima A sperimentale di una scuola media, la Besta, della perfieria di Bologna.
Non cè neanche un ragazzo itlaiano. I genitori dell’Istituto non ci stanno e si ribellano. La definiscono la classe-ghetto, ma la scuola rifiuta quest’accusa.Quello che risulta anomalo è che si sta parlando di una scuola dove su 426 ragazzi, 126 sono prooprio immigrati, e dove dunque l’integrazione è di casa.
Quest’ultima scelta del preside Emilio Porcaro non va giù a nessuno e infatti causa numorose polemiche. Ma facciamo un passo indietro. Quando ad agosto alla scuola è sopraggiunta la richiesta di un’iscrizione per i propri figli da parte di famiglie arrivate in Italia, il preside ha chiesto di poter creare una classe in più.
Ricevuta l’autorizzazione ha presentato il progetto: “una classe solo di stranieri, ma aperta, «temporanea», per permettere loro di imparare l’italiano e di essere successivamente inseriti nella classe giusta per età”.

“Insegno loro geografia con le immagini – dichara la docente referente della classe sperimentale – intanto si mettono al passo, è meglio che farli entrare in una classe dove fanno già la geografia dei continenti con una velocità di linguaggio che non comprendono”.

Una scelta che ha visto l’approvazione a maggioranza da parte  collegio dei docenti, ma che invece non passa dal consiglio di istituto. I genitori dell’organo scolastico si dichiarano contrari a questa classe-ghetto e parlano chiaro: “Nessuno ci ha informati”.

“Educheremo i nostri figli al principio che separati è meglio?”, chiedono così in una lettera il presidente Roberto Panzacchi e altri quattro rappresentanti. I genitori parlano poi di rischio di classi differenziali. volgiono “progetti di integrazione condivisi con il territorio”.

Cambiare rotta Fonte: liberazione.it | Autore: Nicola Melloni

 

Ieri anche Romano Prodi è infine sbottato in una intervista al Quotidiano Nazionale: il problema dell’Europa è la politica tedesca. Non si può non dargli ragione. La situazione è disastrosa, lo sappiamo bene. Ieri l’Istat e oggi la Ue hanno rivisto al ribasso le stime per la crescita del prossimo anno, facendoci sapere inoltre che la disoccupazione aumenterà. Disoccupazione già ai massimi degli ultimi 30 anni e che, tra l’altro, viene sottostimata dalle statistiche, probabilmente più vicina al 22% che al 12. Il debito intanto aumenta, l’esempio più lampante del fallimento dell’austerity europea, come ammesso anche da Prodi. Le prospettive non sono migliori. L’economia mondiale è sempre in uno stato di quasi crisi: l’America traballa, la Cina investe pesantemente nel mercato delle valute per tenere lo yuan svalutato, esportando in questa maniera la sua capacità produttiva in eccesso – in altre parole esportando disoccupazione. Soprattutto in Europa, ovviamente. E l’Euro diventa sempre più forte, uccidendo la ripresa. C’è chi dice che in realtà il valore dell’Euro non sia sovrastimato, e questo sarebbe confermato dal fatto che praticamente tutti i paesi europei hanno ripreso a macinare surplus della bilancia commerciale. Peccato che in realtà questo sia solo il prodotto della crisi economica, con la domanda interna talmente depressa da far calare le importazioni. Un surplus della bilancia commerciali sarebbe un buon segnale se fosse il risultato della ripresa economica mentre invece la produzione industriale italiana è ancora del 20% più bassa di 15 anni fa!
In realtà, la differenza strutturale tra le economie europee fa sì che il livello del tasso di cambio abbia diversi effetti sulle diverse economie. In Germania, con linee industriali di gamma più alta e produttività maggiore, il livello critico del cambio dollaro/euro è intorno all’1,80, mentre in Francia (1,24)e Italia (1,17) è molto più basso e già abbondantemente superato dalla quotazione attuale, circa 1,35. Dunque tutto ok a Berlino, mentre Roma e Parigi sono alla canna del gas. Una volta si sarebbe ricorsi ad una svalutazione competitiva, ora invece si è costretti nelle maglie rigide dell’euro, cosicché le nostre merci diventano poco competitive e quelle estere sono più convenienti. L’effetto economico è disastroso, e siamo ormai in una situazione di deflazione. Al momento l’inflazione nell’area euro è 0,7% contro il 2% programmato ad inizio anno, e questo nonostante in quasi tutta Europa ci siano stati aumenti dell’IVA o di tasse similari che dovrebbero aumentare l’inflazione. La moneta non circola, l’attività economica è stagnante, la ripresa un miraggio. Si tratta di un colossale fallimento per la Bce di Draghi, inerte davanti alla crisi. Ha salvato le banche, vero, ma solo quello. I soldi non sono mai arrivati all’economia reale. La Bce ha il compito di tenere sotto controllo i prezzi – e non lo sta facendo, sbagliando clamorosamente le sue politiche di credito. E non difende adeguatamente l’Euro mentre tutte le altre banche centrali del mondo, dalla Fed ai cinesi, ai giapponesi, si attivano per usare la loro valuta per rilanciare l’economia. L’Europa no. Siamo gli unici al mondo ad unire l’assurda austerity con una politica monetaria neutra, senza il minimo segno di politiche espansive che aiutino a riequilibrare il ciclo economico. Il tutto per le assurde ossessioni tedesche con debiti ed inflazione. Come se al momento fosse quello il problema dell’Europa e non la recessione e la disoccupazione.
Come è chiaro a qualsiasi economista od osservatore indipendente, l’Europa avrebbe bisogno proprio di un po’ di inflazione – soprattutto nei paesi del Nord. Salari più alti, domanda maggiore – e dunque anche maggiori esportazioni dal Sud Europa. Ed una diminuzione, grazie alla differenza dei prezzi, del vantaggio strutturale della Germania, con un riequilibrio delle economie europee. Invece i tedeschi sono orgogliosi, direi tronfi, del successo della loro bilancia commerciale e vogliono che tutta l’Europa li copi. Dovremmo tutti diventare esportatori netti, anche se la domanda dovrebbe sorgere spontanea: chi sono i consumatori in questo scenario? Inoltre un po’ di inflazione, oltre a far ripartire le economie, contribuirebbe ad una svalutazione in termini reali del debito, allentando la morsa sugli Stati e sulle loro finanze.
Niente da fare, Berlino domina sia la politica fiscale che quella monetaria. E non si capisce davvero il perché. La Germania sarà anche la maggior economia europea, ma Francia, Italia e Spagna – e non solo loro – hanno il peso ed i voti, nella Bce, nel Consiglio Europeo, per mettere la Germania all’angolo e cambiare drasticamente le politiche europee. Finora abbiamo dovuto accettare i diktat tedeschi, con risultati abominevoli. Ora, invece, dovrebbero essere i tedeschi ad adeguarsi alle esigenze della maggioranza degli europei. Rajoy, Letta e soprattutto Hollande dovrebbero avere un soprassalto di dignità e decidere di fare gli interessi dei propri paesi e non i maggiordomi tedeschi. O a pagare il conto della loro ignavia sarà l’Europa intera.