lettera al comune di catania di varie associazioni per l’istituzione del consigliere aggiunto

Al Sig. Sindaco,
All’Assessore ai Saperi, Bellezza condivisa, Catania città Euromediterranea,
Al Presidente del Consiglio comunale,
Al Presidente della Commissione consiliare Pace e Diritti,
Ai Sigg.ri Capigruppo del Consiglio comunale,

Gli immigrati, gli stranieri rappresentano un problema di ordine pubblico oppure una risorsa per la città? Le poniamo questa domanda, tutt’altro che semplice, perché è la stessa che ci siamo posti noi in un percorso di dialogo e di confronto sfociato nella presente lettera.

Quello che ci muove a scriverLe è la consapevolezza che la nostra città deve tornare al sentimento dell’accoglienza. La paura delle differenze, che alberga con crescente intensità nel nostro animo, deve lasciare spazio al desiderio di fare degli stranieri una parte, imprescindibile, del nostro tessuto sociale.

Ben vengano quindi tutte le iniziative passate e presenti miranti ad accogliere i migranti, fisicamente e nell’ambito del soddisfacimento dei loro bisogni primari (vitto, alloggio). Riteniamo tuttavia che la nostra città debba sforzarsi a fare di più. Integrare qualcuno non significa soltanto ospitarlo. Integrare è un atto ben più ricco e significativo dal punto di vista umano, fatto di ascolto, dialogo, condivisione delle decisioni e delle responsabilità che vi derivano.

Fortunatamente il legislatore regionale e il nostro Statuto comunale vengono in aiuto a chi, della nostra comunità, intende intraprendere questo, difficile quanto prezioso, percorso di integrazione politica e sociale.

Ci riferiamo in primo luogo alla Legge regionale n. 6/2011. Essa prevede infatti che i Comuni, nel cui territorio siano presenti comunità di cittadini residenti provenienti da paesi non appartenenti all’Unione Europea, debbano istituire la “Consulta dei cittadini migranti”. L’esistenza di una simile esperienza di dialogo permanente potrebbe contribuire a squarciare il velo dell’indifferenza e della diffidenza dietro il quale – ci spiace ammetterlo – ci siamo rifugiati da ormai troppo tempo. Un simile organismo consultivo, dotato della legittimità che le proverrebbe dall’istituzione comunale, potrebbe favorire il senso di appartenenza degli stranieri esistenti a Catania e, nello stesso tempo, profondere in loro la consapevolezza di non essere soli, lasciati a se stessi e ai loro problemi personali e di comunità. I loro problemi sono anche un nostro problema, e conseguentemente vanno affrontati insieme, con gli strumenti che la democrazia ci offre, sul tavolo dell’ascolto reciproco.

Noi, firmatari di questa lettera, chiediamo l’istituzione della Consulta dei cittadini migranti, prevista dalla legge, per iniziare un percorso di crescita dell’integrazione nella nostra città. Un percorso che culmini nell’indizione delle elezioni per il “Consigliere comunale aggiunto”, una figura altrettanto importante e prevista già, da quindici anni, nel nostro Statuto comunale: l’art. 10 consegna al consigliere aggiunto la missione di garantire il diritto di partecipazione attiva alla vita politica della città anche agli extracomunitari residenti nel territorio comunale. Egli rappresenta in seno al Consiglio comunale tutti gli extracomunitari che vivono, lavorano, studiano o soggiornano a Catania in maniera regolare. E, in particolare, ha il potere di intervenire in Consiglio nel merito di tutte le questioni che ivi vengono affrontate, con pari dignità e funzione degli altri consiglieri, ad eccezione del voto; nonché la facoltà di partecipare alle sedute di qualsiasi Commissione consiliare assumendo il ruolo e la funzione di ogni altro consigliere, ad eccezione del voto. Ed è scelto dagli stessi cittadini extracomunitari.

Pensi, Sig. Sindaco, quali e quante opportunità di integrazione vera e sana si aprirebbero con l’attivazione di simili strumenti. Per queste ragioni, le associazioni catanesi anch’esse firmatarie di questa lettera, sono a disposizione per accompagnare e favorire lo sviluppo di un percorso di integrazione che Catania non può più rinviare.

Catania, 5 novembre 2013


CITTA’INSIEME – LIBERA – PAX CHRISTI CATANIA – ANPI CATANIA – ALVEARE. PROGETTO PER UNA DEMOCRAZIA RESPONSABILE – ARCI CATANIA – AS.A.A.E. – CASABLANCA/LE SICILIANE.ORG – CENTRO ASTALLI – CITTA’ SOLIDALE – CIVES PRO CIVITATE – COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII – CONSULTA FAMIGLIA SALESIANA DI CATANIA – DOMENICANI PER GIUSTIZIA E PACE – FONDAZIONE E’ BENE – HOMOWEB – LOCANDA DEL SAMARITANO – COMITATO CITTADINO “PORTO DEL SOLE” – ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE “RITA ATRIA” –  THE HUB SICILIA – …

ISMAIL BOUCHNAFA (VICE PRESIDENTE COMUNITA’ ISLAMICA DI SICILIA)

FERNANDO WARNAKULASURIYA (COMUNITÀ “SRI-LANKA UNITI IN SICILIA”)

ASSOCIAZIONE GEETANJALI CIRCLE CATANIA (MAURITIUS)

“Lascio la comunità ebraica” Intervista a Moni Ovadia: “A Milano fanno propaganda per Israele” da: il fatto quotidiano

 

moni-ovadia-640Diceva don Primo Mazzolari che “la libertà è l’aria della religione”. Non era ebreo, come non lo era George Orwell che in appendice alla Fattoria degli animali scrive: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”. L’eco di queste frasi si sente entrando nella casa di Moni Ovadia a Milano. Per dar seguito al nome pacifista, il cane Gandhi si accomoda sul divano insieme a un paio di gatti; il caffè bolle, l’attore con il capo coperto racconta la storia del festival promosso dalla comunità ebraica che si è svolto alla fine di settembre a Milano, Jewish and the city. “Qualcuno, durante una riunione tra gli organizzatori ha posto il veto alla mia presenza. E gli altri hanno ceduto”.

Perché?
Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le violazioni del diritto internazionale, mi riferisco al-l’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant’anni. Ho imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica. Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per gli israeliani: non c’è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo. Aggiungo però che io m’informo esclusivamente da fonti israeliane. Non palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa. Apprezzo molto due giornalisti israeliani di Haaretz, Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore israeliano.

È iscritto alla Comunità ebraica di Milano?
Sì, per rispetto dei miei genitori. Ma ho deciso di andarmene. Io non voglio più stare in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l’ufficio propaganda di un governo. Sono contro quelli che vogliono “israelianizzare” l’ebraismo. Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria.

Dicono che le sue critiche a Israele nascono dal desiderio di avere consensi, successo, denaro.
Ma oggi chi è a favore della causa palestinese? La sinistra? Nemmeno più Vendola lo è! E allora dove sarebbe il grande pubblico che mi conquisto? Più ho radicalizzato le mie critiche, più il mio lavoro è diminuito, mi riferisco agli ingaggi e non al pubblico. Il teatro è per tutti, il teatrante è un cittadino e come tale ha diritto alle sue idee.

Lei non è abbastanza “carino”?
Per niente, ma non si parla di cose carine. Il comportamento della comunità internazionale nei confronti del popolo palestinese è semplicemente schifoso. Nel 2000 intervistai per il Corriere della Sera un colonnello della Golani, le teste di cuoio d’Israele. Mi disse: “Se tu hai un bazooka in mezzo ai denti e un mitragliatore tra le chiappe, ci sono almeno due modi per uscirne”. Da militare m’insegnò che se si vuole fare la pace, si riesce. Se io dicessi che il governo Netanyahu è un po’ birichino, ma non così tanto, diventerei immediatamente il più grande artista ebreo italiano. Invece offendono i miei spettacoli.

È vero che riceve minacce?
Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti, parolacce. I termini sono sempre “rinnegato”, “traditore”, “nemico del popolo ebraico”. Ho criticato l’episodio del bimbo palestinese di cinque anni che aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari israeliani. Mi hanno scritto: “Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo cervello marcio”. Questi sono i termini, mai risposte nel merito. Mia moglie, che gestisce la mia pagina Facebook, spesso non me li fa leggere, li cancella e basta.

Sono ebrei quelli che la insultano?
La gran parte sì.

Aver subito la discriminazione non è servito a nulla?
Si, ma paradossalmente questo ha un aspetto positivo. Significa che gli ebrei sono come tutti gli altri. Si trovano in una condizione in cui il nazionalismo è a portata di mano? Diventano i peggiori nazionalisti, malgrado la Torah condanni l’idolatria della terra. L’ebraismo è una cosa, lo Stato d’Israele un’altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo, dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I sinceri democratici – tipo La Russa – sono amici d’Israele. E non importa se fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente.

Dell’affaire Vauro cosa pensa?
La vignetta su Fiamma Nirenstein prendeva in giro la disinvoltura con cui una donna, appassionatissima della causa israeliana, può sedere in Parlamento accanto a uno come Ciarrapico, che non ha mai smesso di dirsi fascista. Ha fatto benissimo Vauro a querelare chi gli dava dell’antisemita. Non solo perché ha vinto in due gradi di giudizio, ma perché l’accusa di antisemitismo è troppo grave per usarla a sproposito.

Lei cosa chiede?
Vorrei essere criticato – non calunniato o insultato – ma rispettato. Vorrei semplicemente avere il diritto di dire la mia opinione e potermi confrontare.

SILVIA TRUZZI

da Il Fatto quotidiano

ANPINEWS 95 2013

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

Lettera aperta del Presidente Nazionale dell’ANPI alle cittadine ed ai cittadini italiani

  

“Riguardo alle riforme costituzionali si vuole togliere l’ultima parola ai cittadini su una norma di garanzia costituzionale (art. 138 della Costituzione) Mobilitiamoci insieme per impedirlo. L’ANPI invita tutti il 24 novembre, nelle piazze d’Italia, per un appuntamento con la Costituzione e propone a tutte le altre Associazioni un presidio da tenere nei pressi della Camera dei Deputati nei giorni immediatamente precedenti al voto (attorno al 10-11 dicembre)

Care cittadine e cari cittadini,

mentre si discute su tutto, sulla stabilità del Governo, sugli sbarchi in Sicilia, sulla decadenza di un uomo politico condannato con sentenza definitiva, sulla difficilissima situazione del lavoro in Italia, c’è un silenzio assordante, anche degli organi di informazione, su un tema di grande importanza perché investe la Carta fondamentale della nostra convivenza, la Costituzione.

In questo quadro, anche di diffusa indifferenza, ci si appresta a compiere uno strappo vero e proprio alla nostra Costituzione e ad impedire ai cittadini di fare sentire la propria voce (…)

          ANPINEWS N. 95

Festa delle forze armate. ildiscorso pacifista del sindaco di Messina Accorinti

Telecolor, i dipendenti: “Siamo allo stremo” da: livesiciliacatania

 

Lunedì 04 Novembre 2013 – 16:10 di

 

 

Il taglio all’organico, che conta in totale trentanove dipendenti, riguarderà ventinove lavoratori. I rappresentanti sindacali incontreranno i dirigenti dell’emittente tv per discutere della procedura di licenziamento avviata nei giorni scorsi.

 

 

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CATANIA. La spada di Damocle dei licenziamenti pende sulla testa dei lavoratori di Telecolor. Sono passati appena tredici mesi dall’ultima vertenza, che ha attivato la solidarietà al 50 per cento, oggi, ventinove dipendenti dell’emittente tv rischiano il posto di lavoro. La storia è la stessa di sempre: la riorganizzazione, gli esuberi e un ben servito comunicato via lettera. “Mi hanno cacciato un anno e mezzo fa, liquidandomi con una telefonata”, racconta Mimmo Trischitta, giornalista, montatore, drammaturgo ed ex dipendente dell’azienda. “Era un sabato, mi comunicavano che da lunedì non ero più nei turni, poi ho ricevuto una lettera”.

Storie che lasciano l’amaro in bocca. Una collaborazione lunga diciassette anni troncata con una telefonata, un episodio che rischia di ripetersi. Mimmo, che all’epoca lavorava con partita iva, non ha dubbi sui nuovi annunci dell’azienda: “Si tratta di un’operazione di smantellamento che sta per completarsi, uno degli ultimi atti”. L’azienda avrebbe già palesato l’intenzione di servirsi di service esterni, un’operazione analoga a quella che ha riguardato un’altra nota emittente tv: Antenna Sicilia. Il taglio all’organico, che conta in totale trentanove dipendenti, dovrebbe riguardare ventinove lavoratori e “graziarne” dieci: sei giornalisti, un amministratore, due tecnici e un capo tecnico. Oggi pomeriggio i vertici dell’azienda incontreranno i rappresentanti sindacali per discutere della procedura di licenziamento avviata nei giorni scorsi.

Il futuro dei ventinove lavoratori è quanto mai incerto. Stefano Calanna, tecnico di regia, anzi vero e proprio “factotum” dell’emittente, racconta la tribolazione che vivono quotidianamente gli ultimi sopravvissuti ai tagli che da anni interessano l’organico di Telecolor. “Eravamo più di un centinaio solo qualche anno fa” dice Calanna, che vanta circa trentasei anni di servizio e un contratto a tempo indeterminato. “Abbiamo attraversato varie fasi di sofferenza, a ogni passaggio di proprietà seguiva una ristrutturazione”. “Questo – prosegue- è l’ennesimo momento delicato, viviamo sempre con questo stato di ansia e incertezza sul nostro futuro”. Poi lapidario: “Siamo allo stremo”. Il caso Telecolor è un ulteriore tassello che va ad aggiungersi al mosaico della crisi del settore editoriale che, in provincia di Catania, continua a mietere vittime eccellenti.

Messina, appello pacifista di Accorinti Vertici dei carabinieri offesi, dibattito in Rete Di Redazione | 4 novembre 2013 da: ctzen

Hanno scatenato polemiche e accese discussioni le parole del primo cittadino messinese Renato Accorinti nel corso delle celebrazioni della giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Richiesta di tagli alla Difesa, critiche al Muos e alla gestione degli sbarchi. Una presa di posizione che ha provocato l’abbandono della cerimonia pubblica da parte degli alti ufficiali presenti. Sui social network i cittadini si dividono tra chi approva il discorso e chi lo definisce fuori luogo. Leggi i commenti

Renato Accorinti_interna

«Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte e si colmino i granai, fonte di vita». Renato Accorinti, sindaco di Messina, ha rilanciato l’appello del presidente della Repubblica Sandro Pertini intervenendo nel corso della giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Un discorso molto forte, nel quale il primo cittadino pacifista – con indosso la maglietta Free Tibet  e mostrando una bandiera della pace – ha chiesto la diminuzione dei fondi destinati al ministero della Difesa. Una richiesta che, complice il tono pacifista dell’intero discorso, ha fatto indispettire i vertici dei carabinieri, con il comandante interregionale Ugo Zottin e quello provinciale Stefano Spagnol che hanno abbandonato pubblicamente la cerimonia.

Citando i dati sui finanziamenti agli armamenti (oltre 20 miliardi di euro la spesa prevista per il prossimo biennio) e quelli Istat sullo stato di avanzamento della povertà nel Paese, Renato Accorinti ha centrato il suo intervento sulla situazione nell’isola. «In questo drammatico quadro nazionale la Sicilia diventa emblema di questa progressiva campagna di militarizzazione italiana – ha affermato il sindaco messinese – La nostra isola rischia di diventare una portaerei del Mediterraneo: una base dalla quale fare partire strumenti di morte e controllare con tecnologie satellitari (Muos) i Paesi stranieri». Spazio anche per la cronaca più immediata, con gli sbarchi che per tutta l’estate e dall’inizio dell’autunno continuano a succedersi. «Anche l’arrivo dei flussi migratori è vissuto come un problema di ordine pubblico da affrontare con le forze armate, da circoscrivere in ghetti, lontani dagli sguardi della popolazione italiana, dove non sempre sono garantiti diritti e giustizia», ha sostenuto Accorinti.

«Questa Amministrazione dice sì al disarmo – ha proseguito il primo cittadino – Questa amministrazione, fedele alla Costituzione Italiana, dichiara il proprio no a tutte le guerre e difende il diritto di emigrare, ribadendo il massimo impegno nella ricerca di soluzioni di accoglienza idonee per i fratelli migranti giunti di recente a Messina». Una presa di posizione forte che ha però spaccato l’opinione pubblica. Da una parte quanti sostengono l’inopportunità di un appello del genere nella giornata che celebra anche la fine della Prima guerra mondiale e le vittime dei conflitti, e chi concorda con quanto affermato dall’attivista eletto pochi mesi fa. Così la bacheca Facebook di Accorinti, dove ha rilanciato il discorso, e i social network sono diventati un luogo virtuale nel quale le opinioni dei due schieramenti si confrontano. «Qualcuno potrebbe spiegare ad Accorinti che è sindaco di Messina e non un manifestante anarchico?! Rispetto per le Forze Armate», scrive Alessandro su Twitter. Un intervento dello stesso tono è quello di Sebastiano: «Caro sindaco Accorinti, sarebbe il caso che non si facesse confusione tra un Comune ed un centro sociale!». Marta, invece, sostiene il primo cittadino: «Il gesto di Accorinti e il suo discorso sono da applauso!». E su Facebook qualcuno invoca più sindaci come quello messinese per tutti i Comuni d’Italia. Luciano, rispondendo alle critiche sull’abbigliamento per niente formale dell’amministratore, porta la riflessione sugli effetti dei conflitti: «È maleducato nascondere l’orrore della guerra sotto una pomposa patina di gloria. Non c’è gloria nella guerra. Grazie Sindaco».

Alexis Tsipras (Syriza):l’Europa è in guerra | Fonte: blog di Maurizio Acerbo | Autore: Alexis Tsipras

 

Vi propongo la traduzione di alcuni estratti dell’intervento di Alexis Tsipras, presidente di Syriza, al Comitato Centrale che si è riunito domenica 20 ottobre 2013 ad Atene. Dopo l’agguato omicida contro militanti di Alba Dorata le parole di Tsipras diventano ancor più pesanti. Ricordo che Syriza aveva già denunciato nelle settimane scorse manovre di ambienti vicini al Presidente Samaras per scatenare una sorta di “strategia della tensione” e usare contro Syriza la vecchia arma degli “opposti estremismi” (qui trovate un articolo che ho tradotto e postato su controlacrisi). Nell’intervento di Tsipras si legge grande fiducia per la crescita di Syriza – ”è iniziato il conto alla rovescia per il grande rovesciamento” – ma anche una preoccupazione reale per la tenuta della democrazia in Grecia. Se in Grecia siamo arrivati alla strategia della tensione per fermare ascesa Syriza l’informazione italiana continua a parlarne pochissimo e in maniera superficiale o distorta (le tv italiote credo non abbiano mai intervistato Tsipras). Il fatto che la coalizione della sinistra radicale sia arrivata a un passo dalla conquista del governo – risultato sfiorato per un soffio nel 2012 – non entusiasma i nostri media, soprattutto quelli di centrosinistra. Un oscuramento che riguarda il complesso dei partiti della Sinistra Europea che hanno deciso di designare Alexis Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea alle prossime elezioni. Una notizia che per esempio Repubblica nemmeno ha pubblicato. Se in Italia abbiamo Grillo e non un Tsipras lo dobbiamo anche a Scalfari! [dal blog di Maurizio Acerbo]

Eccovi alcuni estratti del discorso di A. Tsipras:

“Compagni,

mentre il movimento progredisce, all’interno della aggrovigliata matassa di scontri politici e conflitti sociali, all’interno delle vittorie e sconfitte della lotta di classe e della sua influenza sulla realtà materiale e sulla mentalità delle persone, dobbiamo sempre discernere e individuare il punto decisivo, il punto chiave che ci aiuti a capire come procedono le cose, in modo da poter intervenire in modo decisivo.

Quale è questo punto oggi?

Sappiamo che la stragrande maggioranza di coloro che sopportano il peso opprimente del Memorandum hanno maturato, e continuano a maturare sempre più giorno dopo giorno, la convinzione che i loro sacrifici non li stiano conducendo a nulla, se non a nuovi sacrifici. Conosciamo la rabbia, la resistenza, la disperazione, le mobilitazioni, i movimenti, le esplosioni – tutti i fenomeni di una società che viene schiacciata sotto un’enorme pressione.

In una parola: sappiamo che i Memorandum non hanno alcun consenso sociale, che coloro che sono colpiti da essi li rifiutano.

Ed è proprio a causa del rifiuto del popolo, che una guerra sporca di paura, terrorismo, menzogne, estorsione internazionale e minacce interne è stata scatenata contro di loro.

Ma ancora oggi loro continuano a rifiutare i Memorandum. Punto. Come fanno sempre più persone, con più forza, ogni giorno.

Questo è il fattore decisivo, il fattore che ha generato cambiamenti radicali della scena politica e nell’equilibrio del potere politico.

Vi è, tuttavia, un elemento nuovo, che dobbiamo notare, valutare e prendere in considerazione, perché richiede più vigilanza, determinazione e un maggiore senso di responsabilità da parte nostra. Questo nuovo elemento è il seguente:

Oggi non sono solo le persone in basso che non vogliono i memorandum, ma anche quelli al vertice, che non riescono più a contenere le loro conseguenze. Non ce la fanno più. E questo è di enorme importanza. Il governo Samaras è consumato.

Questo governo è così violentemente contrario alla volontà della grande maggioranza del popolo, alla volontà della società, che viene eroso ogni giorno. Viene mangiato dai conflitti interni, frantumato da ripercussioni morali, e diventa sempre più sensibile al dispotismo, alla propaganda grigia e nera, all’uso della provocazione come arma politica, e anche alla limitazione della democrazia, proprio perché non riesce a governare in qualsiasi altro modo.

E più diventa lampante come i governanti non possano gestire la situazione, più pericolosi essi diventano. Se questa valutazione è corretta, e sono fermamente convinto che lo sia, siamo nel momento più delicato per il paese dalla fine della dittatura.

Abbiamo davanti a noi un governo che sta marcendo, così come stanno marcendo le istituzioni necessarie per assicurare la normalità democratica e l’equilibrio sociale. Un governo che è al suo ultimo respiro, e sostenuto con le stampelle straniere, con il risultato che la stessa democrazia è compromessa. Un governo che, tuttavia, come un contractor, deve completare il progetto di demolizione per cui è stato selezionato, con il supporto di usurai internazionali e profittatori nazionali, che vedono nei memorandum la loro grande occasione non solo per aumentare ma per consolidare i loro profitti, e per esercitare un controllo soffocante, totalitario e assoluto su tutto il paese.

Possiamo quindi aspettarci il peggio.

E dobbiamo essere pronti ad affrontare il peggio con calma e determinazione, con perseveranza democratica e la consapevolezza del fatto che tutti i mezzi saranno utilizzati per impedire alla sinistra e ai suoi alleati di conquistare il governo del paese.

La macchina è già pronta e attiva, gli scenari sono in fase di elaborazione, i piani del governo sono in preparazione per garantire che la stessa politica prevalga sotto qualsiasi nuovo governo. E per evitare le elezioni. Stanno già lavorando su nuove misure anti-democratiche. Un gruppo ristretto attorno al signor Samaras sta cercando di presentare Syriza come un nemico interno e di mobilitare le riserve da parte dello Stato e del para-giornalismo per diffondere insinuazioni, calunnie e dicerie infondate. Il loro piano è stato un fallimento totale. Perché eravamo pronti e vigili. Perché siamo stati determinati e saremo impietosi con quelli che vanno oltre i limiti della decenza. Ma anche perché il loro piano è stato contestato sia dalla maggioranza dei cittadini che dai loro stessi dirigenti di partito. Li invito a fare sul serio. Lo Stato non ha più i piani segreti anti-comunisti e anti-sinistra , né il contesto internazionale è quello che era negli anni 1950 e 1960. Niente assomiglia a ciò che hanno nelle loro menti. È per questo che si sono resi ridicoli.

Questi fatti, credo, determineranno anche la nostra tattica per l’immediato futuro. Il conto alla rovescia per il grande rovesciamento è iniziato. Il conto alla rovescia è iniziato per la Sinistra – per il blocco di forze sociali e politiche che propongono, lottano e combattono per un’altra politica, radicalmente diversa da quella di oggi – per assumere la loro grande responsabilità. Noi siamo già pronti ad assumerci le nostre responsabilità. E non permetteremo a nessuno di provare a fermare il progresso del paese verso una rivoluzione democratica. […]

Compagni,

L’altro giorno a Madrid, il Partito della Sinistra Europea ha deciso di nominare il presidente di Syriza come proprio candidato alla presidenza della Commissione europea. Questa proposta ci onora molto. Io non sto parlando di me stesso, per il quale l’onore è evidente. Mi riferisco, soprattutto, a Syriza e naturalmente al nostro paese e alle lotte del nostro popolo, che sono riconosciute dai partiti della sinistra europea come avanguardia della resistenza popolare in tutta Europa. […]

Molti mi hanno chiesto, dopo la nomina di ieri: Dove porterete avanti la vostra lotta, in Grecia o in Europa? Rispondo: l’Europa è in guerra. Una guerra economica con milioni di vittime. Le nostre nazioni non sono in lotta tra di loro. I popoli e le persone che lavorano sono in lotta contro il sistema finanziario internazionale, il capitale aggressivo e i banchieri.

Il fronte su cui si sta combattendo questa guerra è nel sud Europa, in Grecia.

Quindi, se i nostri compagni ci hanno onorato con la mia designazione a guidare la battaglia delle elezioni europee, una battaglia decisiva per l’esito della guerra, non è per rimuovermi dal fronte, ma per rafforzare il fronte. Qui, allora, dovremo combattere la battaglia. Sul fronte, in prima linea. Una battaglia che combatteremo nel nostro paese a nome di tutti i popoli d’Europa. Una battaglia contro l’austerità e i memorandum. Una battaglia per cambiare i rapporti di forza in tutta Europa, in modo che nessuna nazione dovrà sperimentare ciò che il popolo greco sta attraversando a causa dei memorandum. Una battaglia per fermare l’ondata di riaggregazione nazionale che si esprime in alcuni Paesi con movimenti di destra o di estrema destra.

È la decisione e l’aspettativa della Sinistra Europea che costruiremo un contrappeso alle politiche della signora Merkel. Che organizzeremo un blocco di forze per salvare l’Europa dalla austerità. Più forte è il blocco, meglio è per il popolo greco. Più forte è il blocco, peggio per quelli in ogni paese che hanno implementato e applaudito i memorandum.

Il messaggio è dunque questo: come la politica dei Memorandum e la sua austerità devastante è iniziata in Grecia, sarà dalla Grecia che sarà spianata la via per una nuova Europa, di giustizia sociale, lavoro per tutti e crescita al servizio dei bisogni dei popoli.

Testo originale lo trovate qui

Travaglio: Se il ministro Cancellieri ignora la Costituzione | Fonte: il fatto quotidiano | Autore: Marco Travaglio

 

È ufficiale: il ministro della Giustizia non conosce o non capisce il dovere di imparzialità a cui è tenuto ogni membro del governo e della Pubblica amministrazione. Non conosce o non capisce l’art. 97 della Costituzione: “I pubblici uffici sono organizzati… in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. E neppure l’art. 98: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Sicuramente conosce, ma non capisce (come la gran parte dei suoi colleghi di Casta), l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Ma anche Napolitano e Letta jr., per non parlare dei partiti della maggioranza, hanno idee molto confuse in materia. Infatti il primo tace (e meno male, visto quel che riuscì a dire per difendere un altro ministro da cacciare, Alfano). E il secondo biascica che la ministra “chiarirà tutto”: come se non fosse tutto abbastanza chiaro. Lei intanto ha capito che la farà franca e ripete che sparlare con la moglie di un arrestato – a sua volta padre di tre arrestati – dei magistrati che hanno disposto gli arresti, e poi raccomandare presso i sottoposti una delle persone arrestate, è cosa assolutamente normale per un ministro della Giustizia. Anzi, “doverosa”. Anzi, non farlo sarebbe “colpevole omissione”. Non le passa neppure per l’anticamera del cervello che intercedere per una detenuta amica sua, figlia di un amico suo, fra l’altro datore di lavoro di suo figlio, significa tradire i doveri di imparzialità e di servizio all’intera Nazione.

Ed è ridicolo affannarsi a citare altre analoghe “segnalazioni” come prova che lei tratta tutti i detenuti allo stesso modo. Se la famiglia Ligresti non possedesse il numero di cellulare dell’amica ministra, questa non avrebbe mai potuto “segnalare” il caso di Giulia, malata di anoressia, ai vicedirettori del Dap. E questo non fu soltanto un trattamento privilegiato, ma anche un atto superfluo (la Procura di Torino, motu proprio, aveva subito disposto una perizia sulle condizioni di salute della reclusa, giudicate incompatibili con il carcere). Peggio: un attestato di somma sfiducia nell’amministrazione penitenziaria e giudiziaria che la Cancellieri dirige.

Il messaggio che lancia con queste scriteriate dichiarazioni è terrificante: la ministra della Giustizia pensa che i magistrati e i funzionari delle carceri siano dei sadici aguzzini che se ne infischiano abitualmente dei detenuti a rischio, al punto che senza le sue personali segnalazioni per questo o quel detenuto, nelle carceri italiane sarebbe una strage quotidiana. Sul sito del ministero, in alto a sinistra, c’è una frase in grassetto: “Percorsi chiari e precisi: un tuo diritto”. Ritiene la ministra Cancellieri che quello seguito per Giulia Ligresti sia un “percorso chiaro e preciso”? O non somiglia piuttosto alla classica scorciatoia, alla solita corsia preferenziale di cui troppo spesso godono gli amici degli amici nel Paese che punisce la conoscenza e premia le conoscenze? La questione è tutta qui.

Altro che “critiche da matti”, altro che “attacchi falsi”, altro che “paese di Cesare Beccaria”. Quello della Giustizia è il solo ministro ad avere rilievo costituzionale: l’art. 110 della Carta gli affida il compito di curare “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Se la Guardasigilli ritiene che quei servizi siano così mal organizzati da lasciar morire come le mosche i detenuti malati, li riformi. Lasci perdere, per decenza, le citazioni di Stefano Cucchi, i cui familiari purtroppo non conoscevano nessun ministro. E pubblichi subito il suo numero di cellulare sul sito del ministero, affinché tutti gli altri detenuti malati possano chiamarla, con pari opportunità rispetto a Giulia Ligresti e famiglia. Ma, per favore, non parli più di “dovere d’ufficio” e di “coscienza a posto”. In quale posto: a casa Ligresti?

Fortezza Europa, un affare per intelligence, militari e soliti noti | Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

È ormai passato un mese dall’ecatombe sulle coste di Lampedusa. Va ricordato, 369 vittime accertate, il più grave disastro marino nel Mediterraneo dalla Seconda Guerra Mondiale. Si è parlato con clamore dell’operazione Mare Nostrum che ha portato l’Italia ad agire unilateralmente per poter mettere in campo strumenti atti al salvataggio di vite umane, a Lampedusa i superstiti, alcuni bambini, alcuni orfani, dormono ancora nella sporcizia di un centro strapieno. Il 25 ottobre, dopo l’incontro a Bruxelles, il Presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta annunciava trionfante: tutte le nostre richieste sono state seriamente prese in considerazione. Una bugia colossale. Per comprendere la portata della menzogna, basta andare più a Sud.

“Back to Libya”
Nessuno o pochi si domandano cosa accade dall’altra parte del Mediterraneo, ad esempio in quella Libia “liberata e democratica” in cui alcune aree sono ancora controllate da milizie armate e con cui il governo italiano e l’Europa intera stringono accordi sempre più impegnativi. Chiaramente in ballo ci sono gli immensi interessi connessi alla ricostruzione, alla realizzazione di infrastrutture, alle risorse energetiche di tale Paese, allo stesso tempo e neanche tanto sottobanco le richieste di apertura di corridoi umanitari sono state sostituite dal ritorno all’esternalizzazione delle frontiere. Si titola tranquillamente sui giornali di lingua inglese Back to Libya (ritorno in Libia) per ingressi considerati indesiderati. E su questo filone dall’Europa e dall’Italia spuntano come funghi risorse economiche per intensificare le collaborazioni, si aprono progetti e agenzie, si assume personale.

 

Agenzia Eubam, il controllo nelle retrovie
Lanciata il 22 maggio scorso è ora operativa una agenzia denominata EUBAM (European Union Border Assistence Mission) Libia. Scopo dichiarato dell’Agenzia è quello di formare personale e definire programmi per un maggior controllo ai confini libici, sia quelli terrestri, verso i paesi del Sud sia quelli marittimi. Nei giorni scorsi è stato dato ampio risalto al fatto che l’Eubam avesse elogiato la Guardia Costiera della Marina Libica che ha salvato 150 migranti bloccati in un gommone. Sulla suddetta imbarcazione erano stati poi ritrovati vestiti tanto da far temere l’ennesima strage, invece due motovedette da 12mt che avevano intercettato il gommone in panne a 120 miglia al largo dalla costa libica erano prontamente intervenute. «Vorrei lodare le azioni della Guardia costiera e gli equipaggi coinvolti in questo salvataggio – ha detto il trainer della Guardia costiera di Eubam David Aquilina- Nonostante le funzionalità limitate hanno mostrato coraggio e impegno, e rischiato la propria vita, nello svolgimento di questa azione».

 

Finanziamenti Ue, progetto Usa
Eubam Libya ha numerose particolarità è finanziata dall’Europa (per quest’anno 30 mln di euro) ma è stata voluta dagli Usa; è ufficialmente una agenzia civile ma le assunzioni, almeno in Italia passano per il vaglio del ministero della Difesa. La sede a Tripoli è condivisa con gli operatori di FRONTEX, difficilmente per diminuire le spese. Eubam sarà fino al maggio 2014 guidata da un dirigente delle dogane finlandese, colonnello della riserva finnica, Antti Juhani Hartikainen e ha base presso l’Hotel Corinthia di Tripoli, lo stesso sito da cui è stato prelevato, in una azione di guerriglia ancora mai chiarita il premier libico Zeinadi. Entro dicembre 2013, dovrebbe essere aperto un “normale” Hq entro il 1° dicembre. Lo staff completo prevede di avere 80 dipendenti dell’Ue entro marzo 2014 e 111 a regime; avranno a disposizione anche 54 assistenti locali e 54 guardie del corpo. L’appalto Eubam dice che l’uso della forza dovrà essere in linea con la legge libica e con la convenzione delle Nazioni Unite sulla sicurezza privata. Il loro lavoro, secondo il servizio esteri dell’Ue, non è quello di fare pattuglie o ricerche sul campo, ma di aiutare il governo libico a creare una «strategia di gestione delle frontiere» e di «migliorare il quadro giuridico e istituzionale di gestione delle frontiere (…) potranno anche insegnare le “competenze tecniche” ai doganieri libici».

 

30 milioni di euro l’anno, un affare per intelligence e società private
L’operazione avrà un costo di 30 milioni di euro all’anno. Essendo la Libia un importante punto di transito per i migranti africani verso l’Europa, riporta EUobserver, Eubam «dovrebbe, a tempo debito, rafforzare le autorità libiche nella capacità di gestire i crimini di frontiera, compresa la tratta di persone e la migrazione illegale». Si legge poi che l’agenzia di controllo delle frontiere dell’Unione europea, Frontex, ha anche in programma una serie di «concrete (…) attività» in Libia sotto la bandiera proprio di Eubam. Il nuovo quartier generale Eubam a Tripoli diventerà una risorsa per intelligence europea. Si tratta di un incarico che fa gola a molte società. Page Groups , Argus Security e una manciata di altri giocatori di medie dimensioni starebbero concorrendo per gestire la sicurezza dell’Ue. Oggi il mercato è più competitivo: numerosi operatori di sicurezza privati che non hanno più affari in Iraq e presto dovranno uscire dall’Afghanistan sulla scia del ritiro militare di Isaf, stanno rivolgendo le loro attenzioni all’UE, che dipende totalmente da operatori privati per proteggere le sue ambasciate, le missioni di osservatori elettorali e i posti di monitoraggio delle migrazioni.

 

Interessi Ue a tutto campo in Libia
La missione oggi ospitata al Corinthia Hotel è ancora custodita da Argo, una piccola ditta francese, che si occupa anche di proteggere l’ambasciata Ue in Libia. L’Ue sta valutando due società: Aegis, società britannica di sicurezza, o GardaWorld, azienda canadese, per proteggere EUBAM con un contratto del valore di 6.200.000 euro l’anno a partire dal 1° novembre 2013. Secondo il documento di gara comunitario, la società dovrà creare e gestire «una sala operazioni e controllo funzionante h24 e 7 giorni su 7» per fornire «analisi di alta qualità sulla situazione di sicurezza” e di presentare «rapporti di sicurezza quotidiana, settimanale, mensile e semestrale» per le strutture dell’Ue. Insolitamente, la società privata vincitrice dovrà ottenere il nulla osta dai servizi di intelligence nazionali per gestire i file che verranno classificati “SECRET UE”. Richard Dalton, ambasciatore britannico in Libia nel periodo 1999-2002, ha detto che la missione dovrebbe lavorare a stretto contatto con l’élite post-Gheddafi tramite un comitato di alti funzionari libici di Giustizia e Interni, magistratura, società petorlifere e servizi di intelligence per dare loro la “proprietà” del progetto svolto da Eubam. Per Nick Witney, ex capo della sicurezza dell’Agenzia europea per la difesa di Bruxelles, Eubam può promuovere i più ampi interessi dell’Ue nel paese ricco di petrolio: «È un modo di creare contatti e influenza. In ultima analisi, è quello che la Pesdc dovrebbe fare». In termini di costruzione dell’influenza in Libia, L’Ue sta camminando sul filo del rasoio. Nel 2012, ha infastidito Tripoli con l’assunzione di una società di sicurezza britannica, la G4s, a guardia all’ambasciata comunitaria senza chiedere il permesso al governo. Sembra assente l’Italia nonostante i forti legami storici e culturali con la Libia e la sua posizione strategica verso quanto rappresentato da Tripoli. Curioso notare come l’Italia avrebbe tutte le competenze e le professionalità per essere in testa al processo ma resta indietro perché impegnata a guardarsi l’ombelico della politica nazionale. Intanto società petrolifere inglesi, francesi e spagnole, prima assenti o poco presenti in quello scenario, scorrazzano tra i pozzi di petrolio libici.

 

In guerra con l’Africa
Intanto il 2 dicembre, entrerà in funzione negli Stati dell’Europa meridionale un programma di sorveglianza alle frontiere denominato Eurosur (European Exeternal Border Surveillance System) destinato, come confermato da un rapporto di Frontex, a “Ridurre il numero di coloro che entrano irregolarmente in Europa; ridurre il numero di decessi di migranti irregolari, salvando più vite in mare, incrementare la sicurezza interna in Europa, contribuire alla prevenzione della criminalità alle frontiere” Indicazioni generiche che spesso cozzano le une con le altre ma che si traducono sostanzialmente in una rete di sistemi militari e di comunicazione, del valore di diverse centinaia di milioni di euro, che setaccerà e controllerà l’intero bacino del Mediterraneo, mettendo in correlazione gli Stati europei con Frontex. Nonostante tante alte personalità che ne difendono l’operato, dal Presidente Napolitano alla Commissaria europea Malmstrom, passando per l’attuale premier Letta, l’agenzia militare istituita nel 2005 per pattugliare le frontiere e respingere gli immigrati ritenuti “illegali” è stata accusata più volte, dalle organizzazioni non governative, di violazione dei diritti umani Di fatto, pur intervenendo raramente in operazioni di salvataggio- ad esempio due unità spagnole di Frontex erano ancorate a Lampedusa il giorno prima del naufragio e non si sono neanche mosse – l’agenzia ha reso solamente più rischiosi e costosi i viaggi, più spietati i trafficanti, tanto che le morti in mare sono cresciute esponenzialmente. Eurosur servirà ad incrementare le risorse economiche e i poteri che l’agenzia Frontex possiede; l’agenzia dispone già di un ricco portafoglio (85 milioni per il solo 2013), che è servito e serve tuttora a mantenere attive le diverse missioni nel Mediterraneo, che hanno portato al respingimento di decine di migliaia di uomini, attraverso specifiche missioni: Poseidon, nel tratto di terra tra la Grecia e la Turchia, segnato dal fiume Evros; Indalo e Minerva, nello stretto di Gibilterra; Hermes, realizzata per “fronteggiare i flussi migratori eccezionali” conseguenti alle primavere arabe, nel tratto tra la Tunisia, la Libia e le coste italiane. Si tratta di agenzie di vero e proprio business, tanto onerose quanto inutili di cui è piena la storia dell’U.E. e non solo. Pochi ricordano che nel 2002, la NATO aveva disposto un piano di pattugliamento nel Mediterraneo per intercettare eventuali carichi illeciti di armi e uomini. L’operazione, denominata Active Endeavour, è stata finanziata dall’Italia con ben 230 milioni di euro, sono state perquisite quasi 100mila navi merce, ma non ha prodotto alcun risultato concreto. E ancora la missione Seahorse, in collaborazione con i Paesi dell’Europa mediterranea e con gli Stati del Maghreb, progettata con lo scopo di addestrare nuove reclute in Libia, Egitto Tunisia e Algeria. A detta del rapporto realizzato dall’associazione Lunaria Costi Disumani, le cifre stanziate soltanto dallo Stato italiano, nell’arco di tempo che va dal 2005 al 2012, per la sorveglianza delle frontiere e il respingimento dei migranti irregolari si aggirano attorno agli 1.3 miliardi di euro. Cifre estremamente alte stanziate per finanziare missioni che non solo non hanno affatto, come prevedibile, fermato i traffici umani nel Mediterraneo, ma che, anzi, hanno messo gli schiavisti nelle condizioni di avere nuova “merce” da spedire in Europa ad ogni giro, grazie al gioco dei respingimenti.

 

Eurosur, cassaforte ricca per altri affari sulla pelle di chi viene respinto
Nel giorno della strage di Lampedusa, la stessa Commissaria Cecilia Malmström ha ricordato che la Commissione ha in programma un ulteriore investimento in Eurosur, dove “sur” sta per “surveillance”, dal costo di 340 milioni di euro fino al 2020. Altri soldi per blindare i confini con apparecchiature sempre più sofisticate, ma sempre esternalizzando il border control ai paesi di transito. Caratteristica comune di questi faraonici e crudeli progetti è che nelle loro linee guida manca qualsiasi concreto riferimento all’accoglienza e alla tutela dei diritti umani. Un approccio esclusivamente securitario, già criticato dalle Nazioni Unite perché si limita a contrastare e reprimere la migrazione, spesso criminalizzando le vittime dei trafficanti, senza considerare le cause degli spostamenti, senza intervenire politicamente sui paesi di origine e di transito, senza strutturare un sistema di asilo comune e condiviso all’interno dell’Unione. Lo ha affermato lo special rapporteur Onu François Crépeau, ad esempio, che studia da anni i flussi migratori nel Mediterraneo e più volte ha accusato la politica europea di esternalizzare la sorveglianza dei confini in paesi che non rispettano i diritti minimi. In Libia, ad esempio, dopo la caduta del regime, gli africani sub-sahariani sono perseguitati e discriminati perché sospettati di avere lavorato come mercenari per Gheddafi. «Se si continua a criminalizzare la migrazione irregolare, senza adottare nuovi canali legali, che permettano di raggiungere una destinazione in modo sicuro, il numero delle persone che rischiano la vita in mare può solo aumentare», ha ricordato Crépeau all’incontro annuale dell’Onu su migrazione e sviluppo che si è recentemente tenuto a New York. Comunque per chi è in cerca di lavoro Eubam assume personale altamente qualificato, 110 posti, e con ottimo stipendio disponibile ad iniziare il lavoro in Libia dal febbraio prossimo. La selezione del personale è effettuata dal SAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna) Indispensabili, come requisiti per ottenere l’impiego, un ottima conoscenza dell’inglese, il nulla osta di “sicurezza” al livello richiesto, l’aver obbligatoriamente seguito un corso HEAT (Hostile, Environment Awareness Training), ovvero addestramento al lavoro in un ambiente ostile e poi altre specificità connesse alle mansioni svolte. Gran parte dei profili richiesti, dei requisiti che bisogna soddisfare per essere ammessi in questa operazione “civile” sembra tratta dal materiale necessario per i contractors i mercenari che vanno per la maggiore, nelle istruzioni si rammenta anche l’equipaggiamento necessario (ovviamente elmetto e giubbotto antiproiettile), torcia con batteria di riserva, passaporto con visto libico e senza timbri dello stato israeliano. Nel tempo necessario alla strutturazione (il termine per la presentazione delle domande è scaduto il 18 ottobre), la Missione ha visitato alcuni siti: Ra Ajdir, Ghadames, Misurata, Nalut e Sebha. E ha anche addestrato e fornito consulenza di gestione delle frontiere in alcuni di questi luoghi, la maggior parte in particolare a Ghadames, vicino ai confini algerino e tunisino. Seminari sulla sicurezza delle frontiere marittime e aeronautiche si sono svolti a Tripoli con i funzionari locali, ovviamente in collaborazione con Frontex. Da notare che le località in cui è transitata la Missione sono molto probabilmente le stesse da cui sono partite le ultime imbarcazioni. Si centinaia di milioni di euro a fronte di 646 vittime accertate in un mese nel Canale di Sicilia, respinti dal proprio Paese, respinti in Libia, respinti alla fine in mare.

Crisi, Governo nel caos della legge di stabilità mentre la disoccupazione nel 2014 sale al 12,4% Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Rimodulazione degli sgravi fiscali per i lavoratori e della nuova tassazione sulla casa, ma anche stabilizzazione del salario di produttivita’, proroga dei precari della P.a. e congelamento dei contributi per le partite Iva, finanziamento della Cig, tassa sui rifiuti: sono questi alcuni dei principali nodi che governo e Parlamento hanno sul tavolo a pochi giorni dall’inizio dell’esame in Senato della Legge di Stabilita’. Intanto, l’Istat fa sapere che la crescita prevista per il 2014 sarà inferiore di un terzo a quanto previsto dal governo. Questo darà un colpo ulteriore ai conti pubblici, per lo meno nella versione del parameto austerity voluta dall’Ue, e aumenterà, sempre secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione al 12,4%.

 

L’agenda della legge di stabilità
Mercoledì il premier Enrico Letta incontrerà il gruppo del Pd e ha dato la propria disponibilità a partecipare alle assemblee degli altri due gruppi della maggioranza, Pdl e Sc.La prima scadenza e’ fissata per giovedi’, termine entro il quale dovranno essere presentati gli emendamenti mentre il voto dovrebbe iniziare non prima di lunedi’ 11 novembre. Proprio in quei giorni dovrebbe esserci la protesta articolata a livello regionale promossa da Cgil, Cisl e Uil. Uno sciopero di quattro ore che non farà male né alle aziende né al Governo. Quello che farà male a Letta sarà piuttosto il caos interno ai partiti. Pd e Pdl ne hanno tanto e non sembrano capire come uscirne fuori. Quale migliore occasione per promettere prebende e favori a questa o quella cordata? Come sempre la questione chiave e’ quella delle coperture e anche qui e’ un fiorire di ipotesi, dalla Google Tax all’incremento della tassazione delle rendite finanziarie.

 

Il Pd rifà i conti
Il segretario del Pd Guglielmo Epifani, intervistato dalla ‘Stampa’ avverte: “Abbiamo calcolato che nel 2014 sono necessari circa 2,5 miliardi in piu'”. E spiega: “Il centrodestra ha la chiara tentazione di fare della legge un banco di prova per forzature politiche. Dobbiamo fare un mezzo miracolo, che consiste nel dare piu’ senso alla manovra, provare a venire incontro a molte delle critiche che le sono piovute addosso e togliere ogni alibi al centrodestra”. Per il Pd una soluzione possibile sarebbe puntare su Google tax e rendite.

 

Il monito della Cgia di Mestre: “Sbagliate i conti. Italiani più gravati dalle tasse”
Ad entrare a gamba tesa sul Governo è la Cgia di Mestre, che nei giorni scorsi aveva calcolato un aggravio per le famiglie italiane di circa un miliardo. E su questo il presidente Giuseppe Bortolussi si era tirato addosso le critiche del ministro Giovannini. Bortolussi, però non molla: “Se a distanza di quasi 20 giorni dall’approvazione del disegno di legge di Stabilita’ – dice – il ministero dell’Economia e’ costretto, di domenica, a venirci a dire che le famiglie l’anno prossimo risparmieranno 953 milioni di euro, riducendo di quasi la meta’ l’importo indicato il giorno prima dal proprio Vice ministro (Fassina parla di 1 miliardo e settecento milioni, ndr), allora lo stato confusionale in cui versano e’ completo”. Conclude il segretario della Cgia: “Ma se sono cosi’ sicuri che l’anno prossimo pagheremo meno tasse, perche’ stanno discutendo di elevare la no tax area a 9.000 euro? Perche’ sulla Tasi vogliono introdurre le detrazioni e intendono rivedere il taglio del cuneo fiscale per agevolare i redditi piu’ bassi ?”. “La verita’, come abbiamo correttamente denunciato – conclude Bortolussi – e’ che gli italiani pagheranno l’anno prossimo 1 miliardo di tasse in piu’. Buona parte sara’ in capo alle banche, ma e’ evidente che queste le riverseranno sui correntisti, ovvero su famiglie e imprese”.

 

Il ventaglio delle ipotesi
Cuneo: gli sgravi fiscali per i lavoratori sono destinati a cambiare. Varie le opzioni: ridurre gli scaglioni che beneficiano del bonus, far convergere gli ‘sconti’ sulle famiglie numerose, innalzare la no tax area.

 

Salario di produttività: Stabilizzare o perlomeno rifinanziare la tassazione secca al 10% di quelle componenti del reddito da lavoro che corrispondono ad incrementi di efficienza: a
chiederlo e’ soprattutto il Pdl.

 

Partite Iva: il governo vuole ”scongiurare”, dice il viceministro al Tesoro Stefano Fassina, l’aumento previsto dalla Legge Fornero dei contributi per le partita Iva.

 

Precari: decine di migliaia i contratti che scadranno a fine anno. Solo in Sicilia, il decreto legge del Governo ne mette fuori circa ventimila.

 

Cassa integrazione: il governo ha in cantiere da settimane il rifinanziamento per 330 milioni di euro dell’ultima tranche 2013. Come sempre, l’ostacolo e’ quello delle coperture e se dovesse venire rifinanziata per quest’anno la misura dovrebbe entrare in un provvedimento ad hoc.

 

Tassa sulla casa: la nuova tassazione immobiliare, la Tasi, non prevede detrazioni. Si ragiona sulla possibilita’ di fare in modo che a prevederle siano i Comuni, consentendogli al contempo di alzare l’asticella dell’aliquota.

 

Rifiuti: l’altra componente della Service Tax, la Tari, potrebbe essere rivista dopo le critiche di Confcommercio che ha calcolato rincari per le piccole imprese con punte del 650%.

 

Diritto alla casa: il ministro Lupi sta lavorando al Piano casa, che non e’ escluso possa entrare nella Legge di stabilita’ e che prevede l’ulteriore abbassamento della cedolare secca e il voucher affitti per le famiglie in difficolta’ economica.

 

Pensioni: è una delle proposte targate Pd: estendere il contributo di solidarieta’ agli assegni da 100.000 euro per ripristinare l’indicizzazione di quelle medie.

 

Spending review: si lavora per anticipare al 2014 una tranche dei risparmi che arriveranno dalla revisione della spesa con un emendamento alla Legge di Stabilita’.

 

Google tax: tassare i profitti delle multinazionali del Web derivanti dalla pubblicita’ on line sul territorio italiano. La proposta e’ del Pd, gettito previsto: 1 miliardo.

 

Tobin tax:estendere la platea della Tobin Tax a tutti i derivati, ma con una aliquota molto piu’ bassa, allo 0,01%.

 

Rendite finanziarie: tra le fonti di copertura sulle quali si sta ragionando c’e’ l’incremento della tassa sulle rendite finanziarie, che passerebbe dal 20% al 22%.

Investimenti imprese: allo studio la nascita di un Fondo di garanzia in cui coinvolgere anche Cdp per favorire gli investimenti